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Ereticamente intervista Daphne Varenya Eleusinia

Ereticamente intervista Daphne Varenya Eleusinia

Breve nota bio-bibliograficaHellenismo2

Classe 1982; diplomata al Liceo Classico “Parini” di Milano e laureata in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, con una tesi dedicata ai “temi e problemi dell’indagine estetica indiana”, con particolare riferimento al Gitagovinda, al rasa d’amore e alla via della bhakti. Proseguiti gli studi al di fuori dell’ambito accademico, con una speciale attenzione dedicata all’approfondimento del pensiero di Platone da un lato e della Tradizione Induista dall’altro; attenzione in seguito rivolta quasi esclusivamente alla riscoperta, rinascita e diffusione di una corretta comprensione della Tradizione Ellenica e dei suoi valori ancestrali. A questo scopo, creazione della ‘piattaforma virtuale’ Hellenismo, insieme alla rivista online, ai blog e alle pagine connesse; a ciò si aggiunge la pubblicazione autonoma di due testi, “Hellenismo, quaderno di studi”, testi che raccolgono gli articoli più significativi apparsi sull’omonima rivista nel corso degli ultimi due anni. Sempre autonomamente, è stato pubblicato abbastanza recentemente il testo: “Proclo. Inni, traduzione e commento”. Disponibili online si trovano inoltre le pubblicazioni nonché gli studi in corso, relativi al calendario religioso e ai principali rituali e celebrazioni della Tradizione Ellenica.

a cura di Luca Valentini

  1. E’ noto ai tanti lettori di Ereticamente il suo profondo interesse per la religiosità ellenica e la filosofia platonica. Ci può confidare come è sorta questa vera ed autentica passione che spesso viene relegata nel solo e sterile mondo dell’accademismo?

Per prima cosa, desidero appunto ringraziare Ereticamente per lo spazio concessomi e per questa possibilità di dialogo. In secondo luogo, devo dire che, sebbene sia tutt’altro che semplice, mi fa piacere rispondere a questa domanda perché mi dà l’occasione di essere apertamente riconoscente alla cura provvidenziale degli Dei, dal momento che non si può ritrovare ed amare ciò che è sempre stato fonte di elevazione e vera gioia per le anime individuali, senza quella cura di forma simile al Bene che proviene dagli stessi Dei e che a Loro ci fa volgere fin dal principio. Così, guardando a ritroso, posso solo riconoscere che tale passione è sempre stata presente, che si è poi ‘risvegliata’ in modo del tutto spontaneo e che si è infine rafforzata e consolidata per mia scelta – andando assiduamente in cerca del ‘giusto nutrimento’ e della ‘fonte della Memoria’, se mi passate la metafora. Un ruolo determinante in questo hanno avuto gli esempi e gli insegnamenti luminosi di coloro che non ho mai esitato a chiamare ‘guide’ e soprattutto Maestri, nel senso più profondo del termine: devo proprio a questa sorta di ‘dialogo con gli Antichi’ la vera e consapevole nascita di questa forma di amore, un qualcosa che, per sua stessa natura, non può essere né sterile né freddo accademismo fine a se stesso.

  1. Nell’ambito dello spiritualismo contemporaneo la riscoperta e la valorizzazione delle radici classiche della nostra civiltà quanto hanno autenticamente una portata di metanoia spirituale e quanto invece influiscono alcune forme di rievocazione quasi parodistica, tipicamente moderne?

Sicuramente, dopo circa 1700 anni di oblio forzato, considero quasi ogni fenomeno di riscoperta delle vere radici della nostra civiltà, di per sé, un fatto molto positivo, in quanto si tratta pur sempre di un segnale importante che potrebbe aiutare l’essere umano contemporaneo a liberarsi dal suddetto oblio, a sfuggire ciò che è peggio per tornare a vivere secondo il modello originario, eternamente valido e benefico ad ogni livello. Il vero guaio è che spesso non sono le radici reali a venire riscoperte, in tutta la loro complessità e la loro portata, bensì strane forme ibride, ‘contaminate’ al loro interno da ideologie davvero tipicamente moderne e che nulla hanno a che vedere con i principi ed i valori dei nostri Antenati, oppure, per sintetizzare, caratterizzate da pura e semplice ignoranza. Venendo meno le basi e perdendo di vista le fondamenta autentiche, è poi naturale che si sviluppino fenomeni alquanto imbarazzanti, parodistici appunto, che non hanno effetti benefici ed elevanti né sui singoli che vi prendono parte né sulla comunità in senso più generale. Quando, al contrario, tutte le varie sovrapposizioni moderne vengono spazzate via grazie allo studio serio ed alla dedizione incontaminata, arrivando quindi a vivere autenticamente il percorso ascendente che quelle origini classiche ci propongono in ogni modo possibile, allora sì possiamo apprezzare dei bellissimi fenomeni di rinascita spirituale (e non di mera rievocazione) ed un generale innalzamento delle ‘qualità umane’, per non parlare di tutto il resto – è certamente la via più ardua ma è anche l’unica che può garantire un vero rinascimento ed i frutti più belli.

  1. Nel riferimento costante alla spiritualità arcaica, per Lei, un punto centrale e nodale viene ricoperto dall’opera di Platone, nella sua complessità e nelle ermeneutiche tardo-antiche, di natura ascetica, filosofica e teurgica. Ci può spiegare il senso di tale centralità che Lei riconosce al pensiero platonico?

Come dicevano gli stessi Antichi, Platone ed i suoi esegeti più ispirati non si sono manifestati ‘casualmente’ nel mondo dei mortali, bensì grazie alla provvidenza degli Dei, di Apollo in particolare, come afferma molto spesso proprio Plutarco. Questo diventa completamente evidente quando pensiamo all’intera opera di Platone, vero e proprio ‘ponte’ fra l’età più arcaica e gli ultimi sacerdoti autentici, prima della caduta dell’Impero: in essa troviamo tutti i modi teologici impiegati dai sapienti e dai conoscitori della realtà divina, modi che vanno da quello mitologico e poetico a quello matematico, da quello dialettico a quello ispirato – Platone solamente si è letteralmente servito di tutti, mostrandone la radice comune, e, così facendo, ha fornito anche una ‘chiave di lettura’ per tutte le vie anagogiche della Tradizione e per le dottrine di tutti coloro che ne fanno parte. Inoltre, avendo inserito nozioni, segni e cenni riguardanti gli Dei in ogni dialogo, non solo è arrivato ad indicare con chiarezza davvero apollinea la vetta della contemplazione, stabilendo anche la superiorità della scienza teologica su qualsiasi altra forma di episteme, ma è riuscito a riunire nella sua ‘divina filosofia’ tutti i simboli che possono garantire a coloro che lo desiderano la reminiscenza dei logoi eterni, il ricordo dei principi e dei modelli universali, a ciascuno proprio secondo la via che gli è consona – un’imitazione davvero mirabile della provvidenza demiurgica universale che racchiude in sé tutti i generi di vita delle anime e ‘semina simboli’ in esse affinché possano ascendere nuovamente e ricongiungersi al proprio ‘coro divino’.

  1. A suo avviso, quanto in Platone è presente il mondo della misteriosofia pitagorica e soprattutto egizia e se tale dimensione possa essere riconducibile solo ai cosiddetti insegnamenti non scritti, come espresso, per esempio da un Giovanni Reale?

Il metodo pitagorico, ossia quello per simboli ed immagini, è abbondantemente presente in Platone, e si può agevolmente scoprire nei dialoghi che tutti possono leggere, nel Timeo e nel Politico, per citare solo due casi palesi. Del resto, non è un segreto neppure oggi la naturale affinità fra la dottrina orfica, quella pitagorica e quella platonica, anzi, potremmo anche dire che sono precisamente queste le basi della Teologia, quella Ellenica nello specifico. Perciò, quel che c’è di dicibile in essa, Platone l’ha tramandato completamente nelle sue opere scritte, a volte in modo più esteso ed altre volte solo per brevi cenni, e persino ciò che vi è di più ineffabile, la “vetta”, l’ha trasmesso in modo dialettico nel Parmenide. Detto questo, penso che non sia proprio necessario interrogarsi più a lungo sul contenuto degli insegnamenti non scritti, dal momento che riguardano, come afferma lo stesso Proclo in maniera chiarissima nella Teologia, le dottrine indicibili dei Misteri e non necessariamente la “vetta” della contemplazione platonica (penso, ad esempio, al caso dei Coribanti, che certamente non hanno una posizione gerarchica fra gli Intelligibili sommi e di cui comunque Platone tace completamente per rispettare la ‘norma dei Misteri’). In definitiva, quel che Platone ha taciuto è relativo alla parte più ‘epoptica’ della divina filosofia, al ‘come’ avviene l’iniziazione e ai gradi della stessa che devono ‘balenare nell’anima’ e che, dopo i simboli e gli insegnamenti, conducono infine al “silenzio unitario”

  1. Il mito ed il senso allegorico in Platone svolgono una funzione pedagogica essenziale. Ritiene che il medio-platonismo di un Apuleio o di un Plutarco abbia ripreso medesime modalità espressiva per ricondurre la filosofia e la narrazione verso ciò che si sospetta essere la fonte primigenia, cioè la Sapienza Iniziatica dei Templi Egizi?

In primo luogo, penso sia particolarmente importante ricordare che il senso allegorico è, per così dire, il tratto caratteristico e fondamentale di tutta la Tradizione Ellenica; non dobbiamo infatti dimenticare che furono gli atei, sistematicamente, ad interpretare letteralmente i miti, anche quelli relativi alle somme iniziazioni, in modo da confondere, gettar fango e minare alle fondamenta la superiorità della nostra teologia – ben prima, Platone aveva già indicato il pericolo e proposto il rimedio. In seguito, ritengo che ogni amante della visione platonica (e soprattutto figure come quella di Apuleio) abbia precisamente cercato di ricondurre e riunire la via filosofica alla sua Fonte prima, alla “sapienza iniziatica dei Templi” – che questi siano anche in larga misura i Templi Egizi penso sia verissimo (basta pensare al ruolo di ‘custode della Memoria’ che l’Egitto ha sempre svolto con continuità inalterata ed immutabile), ma credo anche che non si debba mai perdere di vista l’unità di fondo che contraddistingue il vasto mosaico delle Tradizioni dharmiche – per rimanere in ambito egizio, tutto poggia sulla ‘base’ di Maat. Come dicevo, la profondissima sintesi compiuta da Platone ha le sue origini in Pitagora, che a sua volta, come è noto, aveva riunito tutti i fili delle differenti forme di iniziazioni e conoscenze ancestrali, da Eleusi all’Egitto, dai Caldei agli Orfici. Questa unità non è una mera ‘invenzione’ dei Neoplatonici: al contrario, essa è sempre esistita, prima in modo più celato e nascosto ed in seguito in modo più manifesto ed accessibile; a parer mio, ecco il grandissimo merito di autori come quelli citati: l’aver tramandato i segni e le ‘prove concrete’ di questa immensa eredità comune e condivisa da sempre.

  1. Nell’età tardo-antica il neoplatonismo ha volutamente riproposto precise tematiche con esegesi e commenti diversificati, che superficialmente possono apparire contrastanti. Anche Lei ritiene, come affermato dal Di Dario in un’intervista sempre per Ereticamente, che vi siano posizioni irriducibili tra orizzonti platonici diversi, come tra quelli, per esempio, di Plotino e Porfirio da una parte e Proclo e Giamblico dall’altra?

Ricordo bene l’interessante intervista al prof. Di Dario, e ricordo anche che rimasi alquanto perplessa nel leggere la sua affermazione a proposito di un presunto contrasto fra i due rami, o scuole, del Neoplatonismo. In realtà, esiste ovviamente una differenza, secondo me sintetizzata perfettamente da Damascio, quando sostiene che la corrente di Plotino e Porfirio sarebbe da considerare più propriamente filosofica – ossia, maggiormente volta alla ricerca della verità attraverso il nous – mentre quella di Giamblico e Proclo si potrebbe definire ‘ieratica’ e ‘divinamente ispirata’. Come avevo detto in precedenza, è però sempre in Platone che noi abbiamo il padre comune di entrambe le scuole, il padre della ‘catena aurea’, ed è nella sua opera che si ha sia la sintesi originaria di questi due rami sia la spiegazione delle differenti interpretazioni dei suoi esegeti. E’ assai significativo che proprio Proclo, elencando gli “interpreti della suprema visione platonica”, non faccia alcuna distinzione fra le due scuole, ponendo in naturale successione (e, soprattutto, come iniziati gli uni dagli altri) Plotino, Porfirio, Amelio e Giamblico, e tutti coloro che “giunsero all’estasi bacchica”. In altre parole, tali differenze sono solo apparenti perché ogni vero filosofo è sempre e comunque l’autentico Dioniso e l’ispirato per eccellenza – senza contare che molte sono le vie, ma tutte riconducono al ‘porto paterno’… Poi, si può anche fare un passo più in là ed affermare che ci troviamo di fronte ad una scala ascendente e che non a caso, nel suddetto elenco, Proclo distingue nettamente gli altri esegeti da Siriano e da “quelli più antichi di lui”, quelli da cui aveva ricevuto in segreto le dottrine relative a “tutta l’altra parte della filosofia platonica”…

  1. In tale ambito, quale è, secondo Lei, il giusto rapporto di interdipendenza tra filosofia e dimensione magico-teurgica?

Se stiamo agli insegnamenti della ‘scuola ieratica’, la dimensione teurgica, in quanto collegata alla virtù anagogica per eccellenza ossia la Fede, ha la preminenza anche sulla ricerca filosofica, se intendiamo quest’ultima come raggiungimento della verità intellettiva e partecipazione alla Sapienza divina. La superiorità della potenza teurgica si spiega con il fatto che essa riunisce in sé tutti i benefici dei rituali, dalla purificazione alla famigliarità con il divino, e supera anche qualsiasi forma di scienza umana e di dualismo, in altre parole, è ciò che può condurre non solo alla ‘pianura della verità’ le anime felici che sono in grado di seguire tale percorso, ma anche alla ‘parte più nascosta del santuario’e all’identificazione finale con l’Ineffabile stesso. Però, bisogna ricordare che non esiste vero rituale (non atto devozionale quindi, ma vero rituale teurgico), anche nelle forme più semplici, senza la purificazione completa e senza la conoscenza delle serie divine ossia senza i doni della ‘divina filosofia’ – la quale, a sua volta, non può essere praticata se prima non si è manifestata la ‘follia d’amore’, in quanto è comunque Eros il migliore aiutante in tale questione ed il medium per eccellenza. Pertanto, l’interdipendenza appare completa, non si dà l’una senza l’altra perché, in caso contrario, né l’una né l’altra raggiungerebbero il vero scopo per il quale sono state “fatte risplendere” da parte degli stessi Dei che si prendono cura della purificazione, elevazione e liberazione delle anime individuali.

  1. Ed in riferimento alla filosofia moderna, dopo i recenti studi di un Magee, di un Casalino, sui rapporti tra Idealismo e Platonismo, quanto può essere veritiera l’espressione che concepisce Hegel come un vero e proprio Proclo dell’800?

Sinceramente, rifiuto qualsiasi accostamento fra Proclo ed Hegel, al di là delle apparenti similitudini, e questo per un motivo davvero semplice: considerando lo sviluppo storico delle religioni, Hegel arriva ad indicare il cristianesimo come ‘religione assoluta’, quella dotata del contenuto concettuale più ricco ed universale – quando Proclo non dedica che ironici commenti a questa ‘religione’, non ritenendola neppure degna di una seria confutazione filosofica, dal momento che si auto-confuta ampiamente da sé. Se poi pensiamo che Hegel relega nella ‘religione naturale’ tutta la Tradizione Egizia ed in quella ‘artistica’ quella del mondo Greco-Romano, affermando ancora la superiorità del cristianesimo (e di tutto ciò che si è manifestato dopo la sua comparsa, dall’arte alla scienza politica) su di esse, mi pare evidente che sia del tutto impossibile cercare di stabilire un parallelo fra questo pensatore moderno ed il divino Proclo. Del resto, Hegel sostiene persino che il compito della scienza filosofica sarebbe quello di fondare razionalmente ciò cui il cristiano crede per fede (esattamente il genere di fede che Proclo critica con magistrale ironia!), ponendo quindi la filosofia (quella hegeliana, naturalmente, come massima espressione dello spirito assoluto) al primo posto – ed ecco svelata un’altra abissale differenza: nella scala delle virtù, Proclo pone sì prima la Verità e quindi la divina filosofia, ma al gradino più alto sono la Fede e la potenza teurgica di cui parlavamo prima, Fede che quindi ricomprende in sé anche tutta la verità intellettiva, trascendendola, e non è certo il grado della ‘rappresentazione’, bensì del contatto e dell’unione con il Bene.

  1. A tal punto, da quale necessità sorge l’esigenza di recuperare un tale arcaico e profondo riferimento ideale? E’ forse l’estremo bisogno di non farsi alienare dal nichilismo decadente contemporaneo, che spinge studiosi come Lei verso l’anima vivente della Tradizione Classica?

Dimorare nell’ambito della generazione non è mai una cosa ‘semplice’ per le anime che vi si trovano immerse, figuriamoci se poi queste anime hanno perduto completamente la memoria a proposito della realtà divina e del modello che può renderle nuovamente partecipi di tutti i beni che spettano loro per natura. Chi non è preda di follia o di ignoranza sa benissimo che possiamo ritrovare non solo l’applicazione perfetta e consapevole del suddetto modello ma anche la cura contro l’oblio e la decadenza attuale precisamente in quelle radici arcaiche, in quell’anima vivente che ci richiama a sé appunto mostrandoci quel modello divino e beato, in tutta la sua perfezione, e dimostrandoci che, essendo sempre applicabile, può sempre essere fonte di guarigione per i peggiori mali che i mortali hanno causato a se stessi. La Tradizione Classica è la “via della Virtù” per eccellenza, l’unica via valida per uscire dal vicolo cieco in cui l’umanità è precipitata e per reagire positivamente alla decadenza che tutti stiamo sperimentando; infine, per combatterla ed ottenere la purificazione da tutte quelle ‘deviazioni’ che hanno da sempre allontanato l’intera umanità dalla via dell’Eusebeia. Detto in altri termini: visto che una ‘gigantomachia’ è senz’altro in atto, bisogna ‘armarsi’ in modo appropriato affinché possano trionfare, ad ogni livello, le forze olimpiche e dharmiche.

  1. Infine, può dirci che progetti “platonici” ha per il futuro? Ai nostri lettori, possiamo confermare che è in preparazione un vero e proprio spazio dedicato alla Filosofia Platonica su Ereticamente? Cosa dobbiamo aspettarci? La ringrazio per il tempo dedicato a Ereticamente.

Direi che possiamo senz’altro confermare! Come cercavo di sottolineare prima, credo sia impossibile riproporre la via della nostra Tradizione, senza aver proposto anche la conoscenza delle leggi teologiche e, soprattutto, della gerarchia divina. E’ per questo che ho dedicato tutto l’ultimo anno appena trascorso all’analisi ed alla diffusione della “Teologia Platonica”, perché ci dà le basi, per così dire, indispensabili ed imprescindibili per procedere lungo questa via. Ora, si tratta di completare il mosaico – a dire il vero, avevo già anticipato questa mossa ai lettori di Ereticamente con gli ultimi articoli relativi al ‘mito di Atlantide’. Infatti, a detta dell’ultimo Ierofante del mondo antico, nel Timeo abbiamo già tutto quello che può servirci ed è quindi naturale che si debba ora seguire la sua indicazione, inoltrandoci così nell’analisi di questo dialogo e del commento divinamente ispirato che ci ha lasciato ‘in eredità’ proprio il sommo Proclo. Inoltre, come ho avuto modo di ricordare diverse volte anche su questo sito, quel commento non è mai stato tradotto in italiano e neppure mi risulta che sia stato adeguatamente apprezzato per l’immensa mole di conoscenze, soprattutto teologiche, che tramanda: proprio per questo, mi sembra necessario e doveroso cercare di trasmetterlo a mia volta, in modo che una simile eredità possa essere nuovamente riportata alla luce ed ampiamente condivisa. Quindi, non posso che concludere ringraziandovi nuovamente, sia per l’incoraggiamento a proseguire sia per lo spazio qui concessomi!

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Categorie: Intervista

Pubblicato da Ereticamente il 30 Luglio 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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