Allometria

Allometria

L’allometria è la scienza che studia il modo in cui variano le proporzioni corporee degli animali al variare delle loro dimensioni. Un animale piccolo non sarà la replica in scala di un animale grande, ma avrà anche proporzioni diverse. Prendiamo ad esempio un cane di piccola taglia: confrontato a uno di grossa taglia avrà una visibile differenza di proporzioni, tenderà ad avere la testa più grande rispetto al corpo, avrà un corpo più allungato e zampe più corte.

Esiste anche un’allometria dell’accrescimento: se noi riportiamo sulla medesima scala le immagini di un minore dalla nascita all’adolescenza attraverso varie età, questo cambiamento è vistoso, e si ha l’impressione che la testa e la parte superiore del corpo rimpiccioliscano. In realtà non è così: la testa raddoppia le sue dimensioni, ma il busto aumenta di tre volte, le braccia di quattro, le gambe di cinque.

Tutto ciò è molto interessante, ma vi chiederete che cosa c’entri con la politica. Io credo che esista anche un’allometria sociale. Se una società si impoverisce come sta avvenendo oggi per i Paesi della zona euro dell’Europa mediterranea, essa non sarà una replica a reddito ridotto della prosperità precedente, ma cambieranno i rapporti fra le classi sociali: i poveri si impoveriranno più dei ricchi, la differenza fra le classi sociali si accrescerà.

Consideriamo la soluzione nella quale stiamo vivendo oggi: noi sbaglieremmo di gran lunga se pensassimo che “la crisi” nella quale ci stiamo dibattendo abbia colpito tutti allo stesso modo. Le statistiche dimostrano, facendo riferimento alla situazione italiana, ma non credo che altrove le cose camminino in maniera diversa, che l’1% più ricco della popolazione dal 2008 (che possiamo considerare l’anno d’inizio “ufficiale” della cosiddetta crisi con lo scoppio negli Stati Uniti della “bolla” speculativa dei mutui subprime) ha visto aumentare il proprio reddito di circa l’8% al 2013, in presenza, come sappiamo, di una contrazione globale dell’economia.

So di chiedervi una cosa estremamente impegnativa e difficile, ma provate a immaginare di essere un uomo di sinistra, per meglio dire un uomo con una “cultura di sinistra” (perché oggi a dichiarasi apertamente di sinistra sono in pochi, ma la mentalità di base resta quella), un democratico del PD, un renziano, magari lo stesso Renzi o il suo alter ego in gonnella, Debora Serracchiani. Come pensereste di affrontare la situazione? Ma è chiaro, come la sinistra ha sempre fatto da quando esiste, da che la sinistra è sinistra e il mondo è mondo, con il “toccasana” della ridistribuzione forzata del reddito, ma per avere un reddito da distribuire, dato che lo stato o gli enti pubblici in genere (anch’essi oggi dotati di una capacità impositiva) non sono produttori di ricchezza, l’unico modo in cui potreste procurarvi reddito da distribuire, è attraverso l’aumento della pressione fiscale.

Ecco un punto che è addirittura ovvio a chi, anche senza avere una laurea alla Bocconi o alla LUISS guarda i meccanismi dell’economia senza paraocchi, ma che i “compagni”, i “sinistri”, i dem(enti?) non hanno mai capito o si sono sempre rifiutati di capire: anche non considerando le cose dal punto di vista del mercato, ma unicamente da quello degli introiti dello stato (e ovviamente degli enti pubblici dotati di capacità impositiva), esiste un “punto ottimale” di pressione fiscale. Quando lo si supera, gli introiti statali e pubblici non tendono ad aumentare, ma a diminuire, perché i soggetti imponibili spariscono dalla lista dei contribuenti: le imprese falliscono e le persone sono ridotte sul lastrico. Pensare di risolvere la crisi aumentando la pressione fiscale, è esattamente come voler spegnere il fuoco gettandovi sopra benzina.

Io credo che per quanto riguarda l’Italia dove la pressione fiscale era già spropositatamente alta rispetto alla media degli altri Paesi dell’Unione Europea, il “punto ottimale” sia stato superato con il governo Monti e con l’introduzione dell’IMU. Da allora, come sappiamo, le cose non hanno fatto altro che andare di male in peggio.

Per uscirne, sarebbe necessaria per prima cosa una riduzione della pressione fiscale che ridarebbe respiro alla nostra economia in affanno, non solo, ma migliorerebbe i conti pubblici, ma rendiamoci conto che è proprio il genere di soluzione che i nostri politici non adotteranno mai, per la loro “cultura di sinistra” innanzi tutto, ma anche perché hanno dimostrato di essere oltremodo gelosi dei loro privilegi. Da sei anni si parla di una riduzione dei costi della politica che in Italia sono esorbitanti – si pensi solo, per fare un esempio, che il nostro incostituzionale presidente a vita, da solo ci costa quattro volte di più di quanto costi agli inglesi Buckingham Palace – e da sei anni sentiamo solo chiacchiere. Chiedere morigeratezza alla classe politica che abbiamo è come voler mettere un gatto a guardia di una pescheria.

La prima, primissima cosa che dovremmo fare per toglierci dall’incresciosa situazione in cui ci troviamo, sarebbe quella di sbarazzarci di tutti loro. I peggiori sono quelli di sinistra, i “democratici” del PD per la loro “cultura” errata e anacronistica in campo economico, ma anche quelli usciti dalla covata di Berlusconi (compresi Alfano e soci, ovviamente), hanno dimostrato di non valere molto di più, e di concepire la politica soprattutto come mezzo di arricchimento personale.

Io vorrei che provaste a riflettere un attimo su quanto sia ipocrita e pieno di sottintesi ingannevoli anche il linguaggio con cui si parla di tutto ciò: la parola “crisi” evoca l’idea di qualcosa di temporaneo, e inoltre di non voluto, almeno in una certa misura indipendente dalle attività umane, come un terremoto o una grandinata che colpisce un campo alla vigilia del raccolto. Nulla di tutto ciò corrisponde alla realtà.

Prima di tutto, in questa crisi non c’è nulla di temporaneo, non è la “parte bassa” di un ciclo economico così come una cattiva stagione è una parte inevitabile di un anno solare. La maggior parte degli economisti, legati a concetti che hanno poco a che fare con la realtà attuale, continua a pensarla in questo modo, ma si sbagliano, come dimostra il fatto che continuano a vedere dietro l’angolo una ripresa che non arriva mai. Ciò a cui noi oggi assistiamo non è una crisi, ma uno sprofondamento progressivo dell’economia italiana e di quelle degli altri Paesi europei (più o meno accentuato, ovviamente, a seconda delle fragilità di partenza di ciascuno).

In secondo luogo, è bene non dimenticare come questa “crisi” è stata innescata, con il trasferimento all’Europa dagli Stati Uniti della “bolla speculativa” dei mutui subprime. Questi ultimi sono quelli concessi dalle banche americane a clienti di dubbia solidità economica, diventati crediti inesigibili, che sono stati trasformati in prodotti finanziari, i famosi “derivati” tossici, acquistati dalle banche europee e da queste rivenduti ai propri clienti sotto forma di fondi d’investimento. Qui, ovviamente, vale la regola che a scottarsi le dita non è chi ha acceso il cerino, ma l’ultimo che lo tiene in mano. A pagarne le conseguenze sono stati soprattutto i piccoli risparmiatori, che hanno spesso visti volatilizzati i risparmi di una vita.

Le banche, sia quelle americane, sia quelle europee, potevano non sapere di vendere ai loro clienti delle scatole vuote? Mi sembra inverosimile. Oggi negli Stati Uniti c’è una certa ripresa, senza dubbio temporanea, ma che è stata sufficiente a consentire a Barack Obama di ottenere il suo secondo mandato presidenziale. Per forza, gli americani sono riusciti a far pagare a noi la loro tendenza a vivere al disopra dei loro mezzi!

E’ un vero peccato che in generale gli economisti difettino di cultura storica, e non parliamo dei politici che perlopiù sono persone di un’ignoranza crassa pari solo alla loro carenza di scrupoli e moralità personale, prodotti di meccanismi di selezione nei quali la cultura e la competenza non hanno nessunissimo rilievo. Se così non fosse, si sarebbero dovuti rendere conto che c’è almeno un precedente storico che presenta analogie illuminanti (anche se proiettano una luce alquanto tetra) con la situazione attuale, vale a dire quel fenomeno di declino di una civiltà, anch’esso graduale e non conclusosi in una volta sola, che conosciamo come caduta dell’impero romano.

Le conseguenze della politica di Costantino il Grande (demolitore dell’impero romano) andarono ben oltre l’introduzione del cristianesimo. Quest’uomo che proprio “romano” non si sentiva in nessun modo, introdusse una politica di saccheggio fiscale nella parte occidentale dell’impero allo scopo di ottenere le risorse necessarie all’edificazione della nuova capitale in Oriente che prese il posto di Roma, Bisanzio che divenne Costantinopoli, la città di Costantino. Anche in questo caso l’esorbitante pressione e forse sarebbe meglio dire oppressione fiscale, produsse la paralisi dell’economia e innescò il declino di una civiltà, come senza dubbio avverrà, come sta già avvenendo anche al giorno d’oggi.

Roma non perì di morte naturale ma fu vittima di un assassinio. Costantino, un uomo dalla mentalità indubbiamente non romana, non europea, intese edificare in quella che fin allora era stata la parte orientale dell’impero ma dove la romanità non era mai davvero penetrata.

E’ significativo il fatto che a oriente dell’Illirico il latino non divenne mai una lingua di uso comune, al punto che mentre ancora oggi in quella che è stata la parte occidentale dell’impero si parlano le lingue neolatine, l’unica isola linguistica di latinità a oriente è rappresentata dall’area della Romania – comprendente anche la Moldavia – cioè l’antica Dacia, l’ultima e più precaria conquista romana, ma fuori da quel mondo “ellenistico” che alla romanità rimase tetragono e impenetrabile.

Costantino volle edificare una tirannide sacrale basata sul cristianesimo il cui modello immediato era rappresentato dai regni ellenistici ma i cui antecedenti più remoti erano sorti all’ombra delle piramidi e delle ziggurat, e che trova oggi una diretta prosecuzione negli stati teocratici islamici mediorientali, a dimostrazione che più lampante non se ne potrebbe dare, della profonda vischiosità delle culture umane, il cui perpetuarsi non è riconducibile soltanto alla trasmissione delle informazioni, ma chiama in causa fattori genetici molto più di quanto i democratici vorrebbero darci a intendere.

In questa prospettiva, l’occidente, inassimilabile a questo modello, diventava soltanto una riserva di risorse da saccheggiare e fu fatto deliberatamente andare in rovina. Tutto questo presenta uno stretto parallelismo con la situazione attuale. Io ve l’ho già esposto con ampiezza (Opus maxime rhetoricum undicesima e dodicesima parte): la “crisi” nella quale oggi ci dibattiamo non è qualcosa di casuale, ma è assolutamente voluta, è la concretizzazione, per ora ancora in fase iniziale, di un piano di assoggettamento e di annientamento dei popoli europei, il piano Kalergi.

Noi qui non soltanto ritroviamo in piena evidenza il fenomeno dell’allometria sociale, ma il parallelo con il crollo dell’impero romano ci consente di prevederne gli sviluppi. E’ infatti visibilissimo che il crollo dell’economia romana provocato dalla politica fiscale costantiniana, così come sta oggi avvenendo a noi con i diktat economici e fiscali impostici dalla sedicente Unione Europea e che hanno trovato nel PD, nella sinistra nostrana zelanti esecutori, non ebbe effetti uniformi su tutte le classi sociali, ma mentre immiserì enormemente le classi lavoratrici e subalterne facendole scendere al livello degli schiavi, incrementò la ricchezza e il potere dei ceti alti e parassitari, produsse la feudalizzazione della società, esattamente quello che sta avvenendo oggi, e possiamo essere certi che il fenomeno è ancora agli inizi, così come possiamo essere certi che quando economisti ed “esperti” ci annunciano la ripresa, l’imminente uscita dalla “crisi” perché un indice economico è migliorato dello 0,1 o dello 0,2 per cento, ci stanno raccontando delle barzellette.

Anche le invasioni barbariche trovano un preciso parallelo nella situazione attuale: ricordiamo che i Romani accolsero dapprima i barbari come migranti, e se li ritrovarono poi come invasori e dominatori, proprio come sta per succedere a noi.

C’è però una differenza fondamentale fra la situazione di allora e quella di oggi: i barbari germani appartenevano allo stesso ceppo europeo delle popolazioni che avevano dato vita alle civiltà dell’Europa mediterranea, ellenica e romana, la loro presenza entro i confini dell’impero, a differenza di quella degli Unni e dei Saraceni che contribuirono ad arginare, ebbe anche effetti positivi e ricostruttivi, l’Età di Mezzo tanto calunniata da umanisti e illuministi, ebbe anche i suoi aspetti di grandezza, e ancora oggi viviamo molto e forse principalmente di quell’eredità.

Per quanto riguarda i nostri figli e nipoti, noi stessi nei prossimi decenni, non possiamo aspettarci nulla del genere: quella che oggi l’immigrazione ci porta in casa, è una gentaglia ibrida proveniente da ogni dove, per di più con una forte componente africana, pare quasi che siamo diventati la pattumiera del pianeta, e possiamo aspettarci che ci diano un apporto culturale e di ricostruzione paragonabile a quello di un’orda di cavallette. Tutto ciò, lo si può notare una volta di più, avviene in perfetta sintonia con quanto pronosticato dal piano Kalergi, è la sua traduzione in concreto.

Della sinistra, o di quello che ne resta dopo il crollo del deforme mastodonte sovietico, di una cosa possiamo essere sicuri, che ormai sganciata a partire dal ’68, dalle classi lavoratrici, e ipnotizzata da un’utopia cosmopolita che le impedisce di vedere il feroce classismo sottinteso al piano Kalergi, di una cosa possiamo essere certi, da essa le classi lavoratrici non possono, tutti quanti noi non possiamo aspettarci alcunché di positivo, ma solo spinte ulteriori verso la decadenza e l’immiserimento del nostro mondo.

L’unica cosa che resta davvero da vedere, è se intendiamo rassegnarci a subire passivamente il destino che è stato scritto per noi sulle nostre teste, o se vogliamo, finché siamo in tempo, fare qualcosa.

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Categorie: Società

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 Luglio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    Benché l’articolo risalga a qualche anno addietro è estremamente attuale, anzi tragicamente attuale: a dispetto del cambio della guardia a palazzo Chigi è a tutti evidente che le cose non sono e non possono cambiare, non è la volontà di chi segretamente dirige “l’opera dei pupi”, il puparo non si vede, non invade mai la scena, come disse Dietrich Eckart di Hitler lui balla ma la musica è la mia.
    Oggi più che mai, dopo più di sei anni, è chiaro che ci troviamo di fronte ad una “crisi” che sarà duratura, creata a tavolino e fortemente voluta dalla grande finanza internazionale apolide: chi ci guadagna sono veramente pochi, la moltitudine delle genti ha visto e vedrà ridursi il potere d’acquisto, si andrà incontro alla creazione di una nuova servitù della gleba, si otterranno alla lunga solo sussidi di povertà, perché è ciò che è stato deciso. La velocità con cui si andrà verso questo abisso sarà differente per i popoli europei, ciò accadrà in base alle capacità economiche degli stati, e noi non siamo messi bene.
    È da ben dodici anni che ci prendono in giro dicendo che l’anno prossimo ci sarà la ripresa, si vede la luce in fondo al tunnel e dabenaggini simili. C’è chi ancora ci crede, così come c’è chi crede a Babbo Natale. Basta poco per rendersi conto che non è così, la crisi non dipende da fatti fortuiti o calamità naturali, e frutto di studi e manovre economiche programmate e messe in atto dai veri detentori del potere mondiale, non uno stato canaglia qualunque, di quelli cui addossare colpe e crimini di ogni genere, ma dello stato canaglia per eccellenza:il potere finanziario che alberga a NY così come a Milano, ovunque ci siano interessi appetibili per una finanza senza scrupoli e senza morale, quella di cui ormai sono succubi i politici.
    Il fanatismo orientale ha portato da Costantino in poi l’impero d’oriente, che mi guarderei bene dal definire Romano ad un susseguirsi di teocrazie che hanno segnato l’arretratezza di quelle genti: stato e religione non possono essere un’unità interdipendente, lo stato deve essere laico.
    Le pastoie della ue sono volutamente restrittive perché solo così è possibile arrivare ad un dominio assoluto sui paesi del sud Europa ed impossessarsi dei beni che possiedono con poco.
    La spinta immigrazionista della sinistra acefala e razzista nei confronti dei cittadini Italiani, porta lo scarto, I rifiuti del continente nero, migranti economici senza arte né parte, solo bocche in più da mantenere per uno stato agonizzante come il nostro. Come ha messo bene in evidenza Lei, non europei, bianchi caucasici, ma gente che da sola non ha mai creato nulla ed ha sempre vissuto della carità e tolleranza europea. Si avvererà così, se non ci saranno figure in grado di prendere le redini di una diligenza sull’orlo di un precipizio e imprimere una svolta per la salvezza del paese, il tentativo ripetuto per secoli di una colonizzazione islamica della nazione, condannata ad un genocidio etnico dai propri politici che nel bene e nel male, a qualunque partito appartengano avrebbero dovuto imporre scelte atte al bene dei cittadini e non imposizioni ideologiche per causare la loro rovina!
    Visto l’incapacità e l’ignoranza imperante, la cultura dell’orticello, l’incapacità decisionale che è stata per decenni auspicata in ogni attività, non nutro particolari speranze, dobbiamo solo voler credere che Petrarca non sbagliava affermando “che l’antico valore ne l’Italici cor non è ancor morto”.

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