Uscire dall’euro: si può. Ma potrebbe non bastare

Uscire dall’euro: si può. Ma potrebbe non bastare
di Michele Rallo
Domenica 25 maggio, mattina. Sono appena tornato dal seggio elettorale, ove ho deposto il mio voto per un partito, anzi per una Lega, anti-euro ed anti-immigrazione. I primi exit poll si avranno solo stasera e, quindi, non ho la più pallida idea di quello che sarà il risultato finale. Meglio così. Potrò scrivere queste note senza essere condizionato dagli esiti del voto.
Già, perché non v’è dubbio che il dato elettorale, soprattutto quello francese (e spiegherò poi il perché), potrebbe essere determinante per la sopravvivenza o meno della “moneta unica” europea. Intanto, teniamo ben presente che non tutti i Paesi che aderiscono all’Unione Europea hanno adottato l’euro. Dei 28 Stati membri, ben 10 hanno conservato le rispettive monete nazionali. E, fra questi 10, uno Stato certamente “pesante”, l’Inghilterra. Uno Stato “pesante” — mi si passi questo eufemismo — almeno quanto la Germania; anzi, più della Germania. Il governo britannico —sia detto per inciso — ha già programmato un referendum popolare sulla permanenza o meno dell’Inghilterra nell’Unione Europea. E il risultato è dato da tutti per scontato: una larga maggioranza in favore dell’uscita dalla UE.

Ma lasciamo — per il momento — il tema dell’Unione e torniamo a quello della moneta unica. Perché è su questo punto che è già iniziata la campagna terroristica degli eurocrati e dei loro proconsoli locali. L’euro — strillano i collaborazionisti — ci ha garantito la stabilità monetaria. Tornare alla lira —sentenziano quegli stessi tecnici del piffero che ci hanno lasciato in mutande — significherebbe tornare ad una moneta che, al momento stesso della sua riapparizione, verrebbe punita con una svalutazione del 30% da parte dei “mercati”; con il risultato, tra l’altro, di dovere impiegare più danaro per il pagamento del nostro debito pubblico, contratto in euro.
Non ho difficoltà ad ammettere che, certo, i contraccolpi ci sarebbero. Ma — è il modestissimo parere del sottoscritto — meglio uno o due anni di crisi e poi iniziare la “ricostruzione” (come nel dopo-guerra) che essere condannati alla lenta morte per strangolamento cui l’euro ci ha condannati. E senza appello. A parte il fatto che uno Stato tornato in possesso della sua piena sovranità monetaria — ipoteticamente — potrebbe ricorrere a una doppia circolazione, utilizzando le riserve in euro per estinguere il debito e riservando il mercato interno alla moneta nazionale “resuscitata”. A parte il fatto che si potrebbe optare per una soluzione intermedia, cioè per una scissione della Zona Euro in due o più entità, dando vita al cosiddetto “euro a due velocità”; cui il sottoscritto — ricorderanno i lettori di “Social” — preferirebbe un euro a quattro velocità: quattro, quante sono le zone economicamente omogenee dell’Unione. A parte anche le molte altre considerazioni che la tirannia dello spazio mi costringe a rimandare ad altre occasioni. A parte tutto ciò — dicevo — il ritorno ad una moneta nazionale ci consentirebbe in ogni caso, anche nel peggiore dei casi, di poter operare per la sopravvivenza della nostra economia nazionale e per il mantenimento di quel poco di “Stato sociale” che ci è rimasto. Senza che i ragionieri-carnefici della Troika ci impongano di andare in pensione a ottant’anni e di licenziare pure le scope.
Attenzione, però. Dobbiamo essere all’altezza della situazione. Non basta cambiare nome alla moneta per invertire la rotta, ma è assolutamente necessario adottare una moneta diversa, profondamente diversa dall’attuale. Una moneta creata dallo Stato, stampata dallo Stato, emessa dallo Stato “a credito”; e non facendosela prestare “a debito” da una banca “centrale” privata. Potrebbe da ciò derivare un pericolo d’inflazione, come profetizzano gli eurodipendenti? Certo, come ci insegnano i manuali di economia, una maggiore circolazione di danaro genera fenomeni inflattivi. Ma — mi permetto di sottolineare — non sarebbe il nostro caso. Lo Stato, una volta tornato in possesso della propria sovranità monetaria, non dovrebbe darsi alla pazza gioia, stampando soldi a iosa. Al contrario, dovrebbe utilizzare la facoltà di emettere denaro per due soli obiettivi: 1°) immettere sul mercato nazionale solo quel tanto di danaro “fresco” che serva a correggere l’attuale, notevole scarsezza di circolante; 2°) estinguere i debiti contratti con la speculazione internazionale, sottraendo così la nostra economia al ricatto dei mercati.

Difficile certamente, ma non impossibile. Purché si mettano da parte i dilettanti allo sbaraglio, e purché si rinunzi a certe genialate, come quella di far scaturire decisioni d’importanza vitale da una casereccia consultazione a mezzo internet.
Dimenticavo. Perché è particolarmente importante il voto della Francia? Perché l’euro è una invenzione francese, voluto da Fransois Mitterrand che pensava potesse servire ad instaurare una egemonia franco-tedesca sull’economia europea. Il presidente Mitterrand non c’è più. Ha chiuso la sua avventura terrena prima di dover prendere atto del fallimento del suo progetto. I suoi successori hanno fatto i salti mortali, hanno giocato a fare i co-padroni dell’Europa, hanno pure scambiato sorrisetti complici con la Merkel, e fino ad oggi — anche nel corso di questa campagna elettorale europea — si sono sforzati di celare ai loro compatrioti che la situazione economica della Francia è appena meno drammatica di quella dell’Italia. La verità è che l’euro non è la moneta europea sognata da Mitterrand, ma un marco camuffato in modo da poter meglio colonizzare l’economia degli altri Paesi europei, Francia compresa. Ecco perché è particolarmente importante il voto dei francesi, perché loro hanno dato i natali a quell’infernale marchingegno che si chiama Euro. E perché loro sono i più titolati a decretarne la morte.
Fonte: Social (settimanale Trapani)

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Categorie: Attualità, Rallo

Pubblicato da Ereticamente il 3 Giugno 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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