Qualche considerazione sul buddismo

Qualche considerazione sul buddismo

Di Fabio Calabrese

Io credo che la maggior parte di noi abbia almeno una volta preso in seria considerazione la religione buddista. Non è il fatto che fuori dalla realtà asiatica, dalla sua area tradizionale, questa religione, a differenza delle tendenze orientaleggianti in genere così diffuse negli anni ’70, si sia guadagnata un posto piccolo ma stabile nel mondo euro-occidentale con l’adesione a esso di noti personaggi, da Roberto Baggio a Richard Gere, ma il fatto che si tratta di una religione nata nell’India ariana, al di fuori di quel contesto semitico dove si sono originati ebraismo, cristianesimo e islam, e che sentiamo a noi così estraneo, e in più senza una caratterizzazione etnica così marcata come quella che è propria dell’induismo.

L’oppressione e le persecuzioni di cui è oggetto il popolo tibetano da parte della tirannide comunista cinese, l’ostilità violenta che esso subisce da parte del fondamentalismo islamico (ricordiamo la distruzione dei Buddha di Bamjan compiuta dai talebani), l’avversione per esso di certi ambienti tradizionalisti cattolici (citiamo un recente libraccio ferocemente e stupidamente anti-buddista uscito dall’entourage di don Curzio Nitoglia), non possono che attirargli le nostre simpatie, simpatie che diventano ancora maggiori quando si constata che gli attacchi contro la dottrina dell’illuminazione, se non sono basati sulla pura violenza ma sono in qualche modo argomentati, sono perlopiù di una rozzezza assoluta. L’amico di don Nitoglia, ad esempio argomenta che il buddismo sarebbe una religione “del nulla” laddove il cristianesimo sarebbe una religione “dell’essere” e fesserie semplificatrici a colpi d’accetta del medesimo genere, perdendo forse una splendida occasione per starsene zitto.

Un argomento importante che va soppesato, è il fatto che il buddismo è forse l’unica religione non appartenente al plesso dei culti semitici (cristianesimo, islam, comunismo che non è se non una forma laicizzata di religione semitica) che ha dimostrato una capacità di proselitismo “trasversale” anche al di fuori del contesto nel quale è nato. Un punto di forza ma che potrebbe anche essere una debolezza, lo vediamo più avanti.

Certamente per noi è un importante punto a favore di esso la considerazione in cui lo teneva Julius Evola, che gli ha dedicato quello che è forse uno dei suoi libri più belli, La dottrina del risveglio che ha anche ricevuto l’imprimatur della Pali Society come esposizione corretta e ortodossa delle dottrine del Buddha, cosa che non si può dire di moltissime opere sull’argomento che circolano nel mondo occidentale.

Sicuramente, più dell’adesione al buddismo di personaggi come Richard Gere o Roberto Baggio, per non dire di Bernardo Bertolucci con il suo, certo molto suggestivo Piccolo Buddha, conta può quella di persone dei nostri ambienti o che posso considerare intellettualmente vicini, fra cui ad esempio David Donnini, uno dei tre “cristologi indipendenti” assieme a Luigi Cascioli e Grancarlo Tranfo che hanno dimostrato come le pretese di storicità dei vangeli si fondino – queste si – sul nulla, o Roberto Luccioli, il fondatore di “Civiltà Europea”, uno dei gruppi facebook più interessanti della nostra “Area”. Che a differenza di cristianesimo e islam, il buddismo sia almeno compatibile con la nostra Weltanschauung, questo mi sembra fuori di dubbio, appartiene quanto meno all’area del “non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa professarle liberamente”.

Altra e diversa questione è però quella dell’adesione personale a questa dottrina, in una parola se (mi) è possibile crederci, e qui non posso fare una questione di Weltanschauung, ma mi limito a esporre il punto di vista privato di Fabio Calabrese senza la pretesa di vincolare nessuno.

Dovendo raccontare la mia personale esperienza potrei dire che la lettura de La dottrina del risveglio produsse un’impressione molto forte su di me, al punto che arrivai quasi a convertirmi al buddismo, quasi! Indubbiamente c’entrava il fatto che lessi questo libro negli anni ’70, un periodo in cui non soltanto avevo una quarantina di anni di meno di adesso, e una visione del mondo molto meno strutturata, ma anche che fossimo in un’epoca in cui nella nostra cultura erano molto forti le suggestioni orientaleggianti. Quel che mi colpì molto del buddismo, reso molto efficace dalla mediazione di Evola, era l’affermazione che non si chiedeva di avere fede ma fiducia. In poche parole, l’adepto dovrebbe trovare alla conclusione di un percorso iniziatico l’evidenza che gli farebbe cogliere la veridicità di ciò che gli è stato insegnato, qualcosa che mi parve un considerevole passo avanti rispetto al cristianesimo cattolico nel quale, come la stragrande maggioranza di noi, ero stato allevato, dove ci viene chiesto di credere ciecamente alle asserzioni indimostrabili di un’autorità dogmatica, di vivere con la testa dentro un sacco nell’attesa di una rivelazione che forse potremmo avere post mortem.

Ero anche, lo avrete capito, in un momento in cui mi accorgevo che l’educazione cattolica che mi avevano dato i miei genitori, era qualcosa di a me estraneo in cui non potevo riconoscermi, e ora mi si offriva un’alternativa.

Sull’altro piatto della bilancia c’erano però il dubbio se potessi davvero riconoscermi in qualcosa di così esotico, di non-europeo e il giudizio non certo lusinghiero che sul buddismo ha pronunciato Friedrich Nietzsche. Secondo il filosofo tedesco, l’etica buddista è ancora più anti-vitale di quella cristiana, è indice di un’enorme sensibilità spirituale, non può essere altro che il prodotto di una civiltà che ha raggiunto un livello estremo di raffinatezza e sta imboccando la via della decadenza. Al contrario, Nietzsche ha espresso apprezzamento nei confronti dell’islam in quanto “religione da guerrieri e non da donnette” (il riferimento non è al buddismo ma al cristianesimo).

A questo riguardo, bisogna dire che non è che Nietzsche avesse torto. L’islam non ha mai castrato lo spirito combattivo delle popolazioni che l’hanno accolto, come invece ha fatto il buddismo. Si pensi alla resistenza dei mujaeddin afgani che hanno spezzato le reni all’Armata Rossa, mentre i Tibetani sotto l’influenza del buddismo, non hanno opposto resistenza all’invasione cinese, laddove l’ambiente montuoso avrebbe potuto consentire loro una lotta contro gli invasori analoga a quella afgana. Non si può negare che l’islam abbia anche delle positività, anche se resta nondimeno una religione ignorante, rozza, fanatica, intollerante, adatta a genti culturalmente deprivate, il peggio della mentalità abramitica, e assolutamente non-europea. Probabilmente se si facesse un confronto fra due culti abramitici, il marxismo e l’islam per stabilire quale dei due prevale in rozzezza e brutalità, sarebbe una bella gara dove sarebbe molto difficile stabilire il vincitore.

Qualcuno, non ricordo esattamente chi, ma ho paura che fosse il grande Yukio Mishima, ha detto che per un buddista l’idea nietzschiana di Eterno Ritorno è ripugnante. Per il buddismo questo mondo deve estinguersi quando tutti i viventi avranno raggiunto il nirvana sottraendosi al ciclo di morti e rinascite.

Insomma, appare ben chiaro che ben difficilmente Nietzsche e i buddisti sarebbero riusciti ad andare d’accordo.

Per comprenderci, non dobbiamo dimenticare che il buddismo germoglia dal tronco dell’induismo e in esso ha un ruolo centrale la dottrina della reincarnazione. Si può notare che questa concezione del destino ultraterreno era un tempo presente anche in Europa, ed è stata sostenuta dall’orfismo, da Pitagora e da Platone, ma è stata sradicata dall’avvento del cristianesimo.

Secondo il Buddha, ciò che tiene gli esseri incatenati al ciclo delle morti e delle rinascite, è il desiderio che provoca dolore. Il non desiderare, il nirvana porta all’estinzione del dolore e alla liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti. L’etica buddista si basa sul non desiderare e non causare dolore, nella compassione per tutte le cose viventi.

Un’etica elevatissima, ma di fatto inapplicabile. Più approfondivo l’argomento, meno essa mi pareva accettabile in concreto. La vita è lotta, è sopraffazione, è la morte di alcuni perché altri sopravvivano. Più la studiavo più mi rendevo conto di quanta ragione avesse Nietzsche nel giudicarla anti-vitale.

Se volete, concepite le cose in termini di lotta per la sopravvivenza e selezione darwiniana, ma la cosa non è a stretto rigore indispensabile. Vogliamo dirla con le parole dell’uomo più calunniato del mondo, che però esprimono una concretezza difficilmente eludibile?

“Chi non vuole lottare per la propria sopravvivenza, non merita di vivere”.

Ci sono dei motivi se abbiamo desideri e sentimenti, compresi quelli negativi. Non volevo e non voglio rinunciare alla capacità di lottare e di odiare. Io posso perdonare chi ha fatto del male A ME, ma non chi lo ha fatto a coloro di cui sono responsabile, ai miei cari, alla mia gente, alla mia patria. NON HO IL DIRITTO DI FARLO!

In quel periodo mi interessavo molto di tutto ciò che riguardava l’Oriente, e scoprii i romanzi di Robert Van Gulik, un diplomatico con la passione dell’investigazione che era vissuto parecchio in Estremo Oriente. Il protagonista dei suoi “gialli” è il magistrato Dee, un investigatore cinese dell’epoca Ming. In uno di essi c’è un’osservazione molto interessante a proposito delle morali troppo elevate. La battuta è rivolta contro il taoismo, ma viene a colpire allo stesso modo il buddismo e il cristianesimo, e merita una riflessione da parte nostra:
“Ricambiare il male col bene appartiene a una morale troppo elevata per essere applicabile. Io preferisco seguire gli insegnamenti del nostro maestro Confucio, ricambiare il bene col bene e il male con la giustizia”.

La sensazione di crescente disagio che provai allora nei confronti della “dottrina del risveglio” dovevo provarla parecchi anni dopo leggendo La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. In questo libraccio scritto all’indomani dell’attentato dell’11 settembre 2001, la più nota giornalista radical-chic italiana, se dava un’immagine sostanzialmente veritiera del mondo islamico (presentandolo cioè come un’immane montagna di sterco), dimostrava un servilismo rivoltante nei confronti dei nostri padroni e oppressori yankee. A un certo punto, ricorrendo a una tecnica retorica mutuata da Plutarco (per chi ha un po’ di cultura classica) presenta due interviste parallele che instaurano un confronto fra due uomini, Yasser Arafat e Tenzing Gyatso, in arte Dalai Lama.

La Fallaci tende a calcare al massimo tutto ciò che può ispirare antipatia nella figura del leader palestinese, mentre al contrario tutto ciò che riguarda il Dalai Lama vorrebbe ispirare simpatia e cordialità, a cominciare dal fatto che il signor Gyatso compare con una assai poco ieratica t-shirt. La “morale” complessiva è evidente quanto spregevole, i Palestinesi dovrebbero rassegnarsi alla loro sconfitta, a essere spazzati via come popolo così come avrebberofatto i Tibetani (in realtà, come ha fatto il signor Gyatso).

A un certo punto, la Fallaci gli chiede:
“E lei ha perdonato i suoi nemici?”
Al che, lui sorride e risponde: “Quali nemici? Un buddista non ha nemici”.

Sono rimasto basito, indignato e con un’idea del Dalai Lama come persona e del buddismo come religione nettamente peggiore di quando ho iniziato a leggere. Ma come? Tu puoi perdonare i tuoi nemici personali, ma non ti è concesso farlo a quelli della tua patria, o peggio fare finta che non esistano, NON HAI IL DIRITTO DI FARLO!

Al contrario, il nome di Yasser Arafat merita di essere ricordato nei secoli come quello di un grand’uomo, un leader che ha speso tutta la sua vita nella lotta per la sopravvivenza del suo popolo ed è caduto in questa battaglia, perché ci sono pochi dubbi sul fatto che sia stato avvelenato, né è misterioso chi può aver diretto la mano omicida.

In mezzo a questi due incontri con la dottrina dell’illuminazione, ne ebbi un altro un po’ diverso. In quel periodo insegnavo a Cervignano del Friuli, e a un certo punto arrivò un collega nuovo, L. L., che era buddista. Devo dire che era una persona interessante, con un innato carisma che lo rendeva immediatamente accattivante. Diventammo amici e avemmo – ovviamente – delle lunghe discussioni. Bene, in breve aveva convertito alla dottrina del risveglio mezza scuola, a cominciare dal corpo docenti, ma con me, nonostante l’amicizia che si era creata fra noi, non ottenne risultati, cosa volete farci? Ero già vaccinato.

Una volta mi fece notare che Buddha è all’incirca contemporaneo di Talete ma, mentre oggi esistono a questo mondo decine di milioni di persone di fede buddista, non esistono più discepoli di Talete.

Gli risposi che si sbagliava. Poiché è del padre della filosofia che stiamo parlando, e poiché non abbiamo smesso di credere che la nostra ragione umana applicata alle cose di questo mondo possa portare a verità più concrete e solide di quante mai ce ne possono rivelare messia, illuminati e visionari, tutti noi siamo discepoli di Talete, indipendentemente dal credere che ogni cosa sia composta di acqua o meno.

La mia era, me ne sono reso meglio conto a posteriori, la reazione al “fascino dell’Oriente” di un animo visceralmente europeo.

Ho detto all’inizio di questo articolo che forse uno dei motivi di attrazione che può rappresentare il buddismo, è il fatto di essere una religione non appartenente al complesso di quelle semitiche: ebraismo, cristianesimo, islam, marxismo, l’unica – credo – a essere capace di un proselitismo cosmopolita al di fuori del contesto nel quale è nata. Ho detto però che questo apparente punto di forza potrebbe anche essere una debolezza, e credo che sia ora di spiegarmi meglio a tal proposito.

Notiamo per prima cosa che l’argomentazione può essere facilmente rovesciata, infatti, è proprio questo cosmopolitismo “trasversale” che apparenta in qualche modo il buddismo alle religioni semitiche.

E qui si situa una storia molto interessante che vorrei raccontarvi. Lo scintoismo è la religione nazionale giapponese. Per un lunghissimo periodo che si perde nella notte dei tempi fino all’arrivo dei missionari buddisti nell’arcipelago nipponico, non ebbe neppure un nome, esattamente come qui da noi in Europa i pagani scoprirono di essere tali solo quando cominciò a diffondersi il cristianesimo, lo ebbe, “Shinto”, quando fu necessario distinguere la vecchia fede dalla nuova arrivata, fino ad allora non era “una” religione, era “la” religione, la religiosità spontanea del popolo giapponese per le sue pittoresche divinità, per gli antenati, per la divinità solare di cui il popolo nipponico si riteneva discendente, per il trono imperiale, l’anima della gente del Sol Levante. “Shinto” cioè tradizione, identità, qualcosa che anche noi in Europa abbiamo un terribile bisogno di riscoprire.

Tuttavia, ben si comprende che per un europeo non avrebbe senso convertirsi allo scintoismo: non siamo giapponesi e non lo possiamo diventare per quanta ammirazione e rispetto proviamo per il popolo del Sol Levante. Il loro esempio ci può però essere utile per riscoprire il nostro Shinto che ha un nome datogli dai nostri nemici per dileggio, ma che noi abbiamo imparato a portare con onore: paganesimo.

Il discorso a questo punto incrocia necessariamente la politica, e ricordiamo la bella definizione di Massimo Cacciari dei fascismi come “movimenti neopagani che hanno cercato di ricollegare la società a un Ethos”, neopaganesimo non sempre consapevole come nel caso del fascismo italiano costretto a venire a patti col cattolicume imperante in Italia nonostante Porta Pia, per cui rimane ancora di attualità lo sconsolato appello di Arturo Reghini: “Ma quando si smetterà di prosternarsi davanti al genio distruttore del cristianesimo, per rendere finalmente omaggio al genio costruttore di Roma?”

Il nazionalsocialismo germanico, meno avviluppato dalle pastoie del nostro fascismo, ha colto molto bene qual’è il senso di questa spiritualità: la sacralità della vita, l’identità, il rapporto profondo con gli antenati, visto in funzione della proiezione verso il futuro: Du bist Nichts ohne dein Volk und deine Sippe. “Tu non sei nulla senza il tuo popolo e la tua stirpe”. “Razza è anima vista dall’esterno, anima è razza vista dall’interno”.

Tutti concetti che troviamo sintetizzati mirabilmente in questo brano di Helmut Stellrecht:
“Tu porti nel tuo Sangue la santa eredità dei tuoi Padri e dei tuoi Antenati. Tu non conosci coloro che sono scomparsi in file interminabili nell’oscurità del passato. Ma tutti loro vivono in te e nel tuo Sangue, camminano sulla Terra che li ha logorati nelle battaglie e nelle fatiche e in cui i loro corpi da tempo si consumano. Perciò il tuo Sangue è qualcosa di sacro. Con esso i tuoi genitori non ti hanno dato solo un corpo, bensì la tua Specie. Ripudiare il tuo Sangue equivale a rinnegare te stesso. Nessuno può mutarlo. Ma ognuno di noi può decidere di arricchire ciò che di buono ha ereditato e reprimere la parte peggiore. Infatti a ciascuno sono concesse anche volontà e coraggio. Tu non solo hai il diritto, ma anche il dovere di trasmettere il tuo Sangue ai tuoi Figli, perché sei membro di una catena di generazioni che giungono dal passato e proseguono verso l’eternità, e questo anello della catena che tu rappresenti deve compiere la propria parte cosicché il vincolo non si spezzi mai”.

In un altro testo memorabile, Origini del monoteismo e sue conseguenze in Europa, Gianantonio Valli e Silvano Lorenzoni hanno espresso il concetto che sostituire la percezione del sacro con una “fede” è come sostituire un arto vivente con una protesi. Io non so cosa si debba intendere per percezione del sacro, se non la percezione della sacralità della vita stessa, la santità della stirpe che s’intravede in un testo come questo.

Oggi stanno venendo a galla le estreme conseguenze della sconfitta nella seconda guerra mondiale, della VITTORIA DEL MALE di settant’anni fa, e la nostra identità, la sacra continuità con i padri, è sotto attacco da molteplici punti di vista: culturale, etnico, antropologico. Noi siamo determinati a difenderla a ogni costo e, a differenza del signor Tenzing Gyatso in arte Dalai Lama, non nasconderemo la testa nella sabbia fingendo di non avere nemici.

 

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Categorie: Buddismo

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Giugno 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Bellissimo articolo, come sempre dal prof.

    Tengo però a precisare (come del resto sempre faccio ai GENTILI) che “paganesimo” è un termine del tutto inappropriato a definire la Antica Via Italico-Romana. MAI i Patres si definirono tale, orrore, è una terminologia derisoria inventata dai “padri” della chiesa. Pagus è villaggio, voleva dire dare dei villici, rozzi contadini, ai nostri sì venrabilissimi Padri della Patria.

  2. Anonymous

    Si, certo, i cristiani – i nostri nemici di cui tutti gli altri, marxisti compresi – sono figli, hanno inventato il termine per deriderci, ma caro Mario, a me non riesce di usare il termine “gentile”, mi sembra abbia una sfumatura troppo dolce e bonaria. Io con certa gente, a usare gentilezza e diplomazia non ci riesco proprio.
    Fabio Calabrese

  3. Anonymous

    In realtà il termine “paganus”,potrebbe avere,applicato dai cristiani ai gentili,un altro significato.Secondo uno studioso Harnack,esso andrebbe inteso, secondo il linguaggio militare usato dagli antichi romani, nel senso di borghese,civile,in opposizione a “castrensis”che indicava invece i soldati.I cristiani si ritenevano”miles Christi”(soldati di Cristo),tutti gli altri per loro non erano soldati ma borghesi quindi pagani…Tale notizia l’ho trovata in un vecchio testo di Linguistica di Tagliavini .
    La questione è ancora controversa,ma anche questa è una interpretazione (a mio parere)interessante.
    Primula Nera

  4. Non sono Buddista ma vediamo di integrare quest’ottimo articolo con alcune domande interessanti,senza pretese,che potrebbero portare ad altri interessanti articoli :

    1 – Gotama (cioe’ il Buddha tout court) ha pensato all’ Estinzione o ha visto piuttosto anche lui l’ Eterno Ritorno?
    Secondo Miguel Serrano che non era Buddista ma maestro ed esperto di Tantrismo e che deprecava il rammollimento dei Tibetani, è vera la seconda ipotesi ed il Buddismo è stato frainteso e dovrebbe invece assomigliare al tantrismo e portare ad un potenziamento di se’. (Vedi l’interessante libro Nietzsche e la Danza di Shiva sulla questione).

    2-In Giappone nel Buddismo Zen (che in fondo è una fusione tra buddhismo e taoismo) esiste il principio del Kaizen ovvero del miglioramento continuo di se’ stessi ed in Cina il Buddhismo C’han (Zen in lingua cinese) sosteneva la paradossale identità tra Nirvana e Samsara
    e portava al rispetto dell’autorità imperiale che lo vedeva percio’ con benevolenza.
    Ricordiamo poi la prontezza e la furia con cui il Celeste Impero spazzo’ via milioni di musulmani a inizio XIX secolo e la famosa strage di Cristiani in Giappone nel XVI sec dopo la quale essi furono confinati subito e per sempre nella città di Nagasaki.
    Non mi soffermo sul risaputo uso dello Zen a scopo guerriero che fecero i Bushi non appena lo videro approdare nelle terre del Sol Levante e nemmeno sulla vicenda del barone Von Steinberg e della connessione della sua iniziazione col principio del re del mondo.Non sto qui neppure a soffermarmi sui benefici della meditazione ormai provati anche dalla Scienza ufficiale e mi chiedo : abbiamo davvero capito qualcosa del Buddismo o viene sistematicamente deformato dalle menti degeneri di questo povero Occidente degenerato?
    E forse non si tratta solo di farne un giusto uso e di dargli una giusta collocazione?Un po’ come si fece con lo stoicismo all’interno della piu’ vasta religio Romana. Insomma se la talea la innestassimo sul ramo giusto e con la giusta discrezione forse riusciremmo a creare qualcosa di buono.
    Banali riflessioni notturne , solo banali riflessioni. Cordiali saluti.

  5. Caro prof Calabrese, non dubitavo minimamente della sua conoscenza terminologica. Capisco la sua posizione, ‘gentile’ in italiano ormai possiede una valenza del tutto lontano da mebro di una Gens (individuo conscio delle sue radici) e quindi la capisco.

    Ciò nonostante l’uso del termine infamatorio inventato dal Nemico mi concederà che è una bella debacle, significa dargliela vinta dal principio. Io uso la definizione suddetta, gentile, ma lei potrebbe forse optare per la definizione operativa (cosa è chi) della Nostra Via, POLITEISMO ARIANO ITALICO-ROMANO.

    Saluti e grazie della risposta.

  6. Anonymous

    Caro Puccioni, noi sappiamo bene quello che intendiamo. purtroppo la vaghezza della terminologia ci costringe a esprimerci per perifrasi. Caro Bettini. Il massimo rispetto, l’ho già detto, per il popolo e la cultura giapponese, ma certamente i Giapponesi sono buddisti atipici, come cristiani atipici, non coerenti con la dottrina erano i cavalieri crociati e templari, i guerrieri di Poitiers, di Kossovo Polje, di Lepanto, che hanno difeso l’Europa con le armi in pugno fregandosene della dottrina del porgere l’altra guancia.
    Fabio Calabrese

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