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Opus maxime rhetoricum, sesta parte

Opus maxime rhetoricum, sesta parte
Di Fabio Calabrese
Il giorno 9 giugno 1945 truppe neozelandesi entravano a Trieste, costringendo gli jugoslavi del IX Corpus che l’avevano occupata il 25 aprile ad allontanarsene, ponendo così fine alla mattanza e al regime di terrore che per quaranta giorni aveva imperversato sulla città. Un’analoga sospensione del fato che era stato per loro decretato non toccò al resto della Venezia Giulia, dell’Istria della Dalmazia, dove fin allora Zara era stata una città italianissima, dove i comunisti jugoslavi continuarono a imperversare, costringendo a scegliere tra la fuga e la morte coloro che avevano commesso l’imperdonabile delitto di nascere italiani.
Conosco i miei concittadini, e so che hanno la tendenza a considerarsi speciali, e la loro città una sorta di umbilicus mundi, e ben pochi devono essersi mai chiesti cosa avesse di speciale per sfuggire al destino toccato a tutte le altre città e le terre italiane della sponda orientale dell’Adriatico. Certo, Trieste era una città di etnia e cultura italiana, ma lo erano anche Pola, Parenzo, Capodistria, Rovigno, Pirano, Fiume, Zara e tutte le altre. In realtà, Trieste di speciale non aveva nulla. Era semplicemente successo che il 12 aprile 1945 era morto il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, l’uomo maggiormente responsabile della grande ecatombe mondiale, il principale artefice della cospirazione che aveva stritolato l’Europa (e c’è da ringraziare il Cielo che gli ha almeno impedito di vedere il suo trionfo finale), e il suo posto era stato preso dal vicepresidente Harry Truman.

Più realista o forse meno in malafede di quanto non lo fosse Roosevelt, Truman decise che l’espansione delle armate comuniste che stavano dilagando per l’Europa dovesse essere fermata e, se possibile, dove possibile, fatta retrocedere. Era in gran parte un chiudere la porta dopo che i buoi erano scappati, perché non fu possibile far retrocedere l’Armata Rossa nemmeno di un metro, ma con gli jugoslavi la cosa era più facile, e almeno Trieste scampò allo scempio. La verità pura e semplice è che se Roosevelt non fosse morto abbastanza tempestivamente, Trieste sarebbe diventata solo un pezzo di Jugoslavia come il resto della Venezia Giulia e dell’Istria.

Io non credo che Tito o Stalin abbiano mai letto il Mein Kampf, ma nell’ambito di un progetto teso a far avanzare quanto più possibile il mondo slavo ai danni di Italiani e Tedeschi, applicarono alla lettera la concezione hitleriana: il suolo estraneo si può assimilare, il sangue estraneo no; lo si allontana o lo si elimina.

Nei territori tedeschi a oriente della linea Oder-Neisse vivevano prima della guerra quindici milioni di persone. Dopo la guerra si sono contati in Occidente dodici milioni di profughi. Supponendo (e sono cifre sicuramente sovradimensionate rispetto alla realtà, ma siamo prudenti e teniamoci bassi sul numero degli uccisi) che i Tedeschi che comunque rimasero a Oriente dell’Oder e che hanno ancora adesso una certa presenza in Slesia, siano stati mezzo milione, e che altrettanti siano stati i deceduti per fatti di guerra, rimane l’interrogativo di che fine abbiano fatto due milioni di persone. Probabilmente una fine non molto diversa e non meno atroce di quella degli Italiani che i comunisti jugoslavi hanno massacrato nelle foibe carsiche.

Nel teatro italiano, i nostri connazionali costretti alla fuga dagli Jugoslavi furono circa 350.000, non perché questi ultimi fossero meno feroci dell’Armata Rossa, ma solo perché la zona di operazioni era molto più ristretta. Un calcolo sia pure approssimativo del numero delle vittime delle foibe non è mai stato fatto. Anni fa “Il Piccolo” ha pubblicato un elenco relativo alle vittime DELLA SOLA PROVINCIA DI GORIZIA che comprende circa 3.000 nomi. Supponendo un rapporto numerico profughi-vittime analogo a quello della Germania dove i numeri più grandi aiutano il calcolo, si arriverebbe a 60.000 infoibati. Nel 1991 nel corso di un’intervista televisiva, l’ex collaboratore di Tito e poi dissidente Milovan Gilovan stimò il numero delle vittime in 30.000 confessando con sorprendente candore:
“Li ammazzammo non perché fossero fascisti, ma perché erano italiani”.

Poiché un assassino tenderà piuttosto a sminuire che non ad amplificare le proprie responsabilità, si vede bene che l’ordine di grandezza è quello: decine di migliaia di nostri connazionali massacrati in maniera atroce per la sola colpa di essere italiani. Sia nel caso della strage dei civili tedeschi compiuta dall’Armata Rossa, sia di quella perpetrata dagli Jugoslavi contro la nostra gente si deve parlare senza falsi pudori di GENOCIDIO. Un genocidio che “i compagni” che un tempo avevano la sfacciataggine di chiamarsi apertamente comunisti, e oggi si mascherano da democratici e/o il-diavolo-sa-cosa, hanno occultato per settant’anni e ancora oggi continuano a cercare di occultare.

Allora costoro dimostrarono di sapere bene quel che oggi fingono di essersi dimenticato: “Nazione” viene da “nasco”, è un concetto più ampio e primario rispetto a stato o territorio o a un timbro su un passaporto, e implica la continuità di sangue. E’ italiana la terra dove vivono italiani, e quelli che l’immigrazione oggi ci porta in casa non sono e non saranno mai “nuovi italiani” ma semplicemente NON-italiani. In ogni caso i “compagni” non si smentiscono, sono sempre CONTRO LA NOSTRA GENTE.

L’atto conclusivo del secondo conflitto mondiale, dopo che le forze che in Europa si opponevano al progetto di dominazione mondialista erano state schiacciate, fu la capitolazione del Giappone preceduta dal doppio olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Ebbene, anche intorno a questo evento “abbacinante” ci sono più punti oscuri di quel che saremmo portati a pensare. L’alibi secondo il quale questo orrendo doppio massacro di cui la gente nipponica paga ancora oggi le conseguenze, e continuerà a pagarle ancora per secoli in termini di tumori, leucemie, nascite deformi, avrebbe consentito di salvare vite umane perché avrebbe indotto il Giappone alla resa invece di proseguire una lunga resistenza all’invasione del proprio territorio, è nei fatti del tutto inconsistente.

E’ una storia che sarebbe grottesca se non fosse orribilmente tragica. I Giapponesi erano già intenzionati ad arrendersi prima di subire i due bombardamenti nucleari, e avevano chiesto la mediazione dell’Unione Sovietica, con cui non erano in guerra, per arrivare alla pace con gli Stati Uniti. Al despota del Cremlino, il peggior assassino della storia umana, non mancava la doppiezza in misura paragonabile alla crudeltà. I sovietici finsero di acconsentire, e si guardarono bene dal trasmettere la richiesta agli Americani, infatti Stalin si preparava e entrare a sua volta in guerra contro il Giappone per strappare negli ultimi giorni del conflitto tutto quanto era possibile. I Sovietici, infatti, di lì a poco tolsero al Giappone l’isola di Sakhalin e l’arcipelago della Curili, ma soprattutto penetrarono in Manciuria e nella parte di Cina allora occupata dai Giapponesi e la sottoposero a un saccheggio ancora adesso ricordato dai Cinesi con odio. Al tiranno georgiano, questo avvoltoio dagli artigli grondanti del sangue di decine di milioni di uomini per il quale ancora oggi taluni “compagni” fanatici mostrano una repellente venerazione, non manca neppure una parte non piccola di responsabilità nel doppio olocausto nucleare scagliato contro il Giappone.

Ora, sembra accertato che, anche senza essere informata dell’intenzione giapponese di arrendersi, l’amministrazione americana fosse pienamente consapevole che l’impero del Sol Levante non era più in grado di proseguire la guerra, ma Truman decise di procedere ugualmente ai bombardamenti nucleari sul Giappone allo scopo di intimorire Stalin e indurlo a moderare le sue pretese di espansione in Asia e in Europa.

Ancora una volta, mister Truman si affrettava a chiudere la porta della stalla dopo che i buoi erano scappati, infatti di lì a pochi anni l’Unione Sovietica si dotò a sua volta di armamento nucleare, inaugurando quell’equilibrio del terrore che doveva caratterizzare tutta l’epoca della Guerra Fredda.

La cosa richiede di essere spiegata: nel periodo fra le due guerre la “scienza” sovietica era in condizioni di pesante arretratezza rispetto al mondo non comunista, i suoi capisaldi erano la psicologia dei riflessi condizionati di Pavlov e la “biologia” di Lysenko, e i sovietici non disponevano né delle conoscenze teoriche né di quelle tecniche per dar vita a qualcosa di simile al Progetto Manhattan. I successi sovietici nelle fasi iniziali della corsa allo spazio non devono da questo punto di vista trarre in inganno: essi furono dovuti all’impiego della tecnologia missilistica preda bellica della vittoria sulla Germania, e anche al minor scrupolo, alla minor parsimonia nello spendere vite umane (Yuri Gagarin non è stato probabilmente il primo uomo a essere lanciato nello spazio, ma il primo a essere lanciato e tornare vivo).

Julius ed Ethel Rosenberg, due cittadini americani di fede comunista furono arrestati, accusati di spionaggio e cospirazione nel 1951 e subirono un processo e una condanna a morte, e giustiziati sulla sedia elettrica nel 1953 sotto l’accusa aver passato la tecnologia nucleare americana ai Sovietici. Molti storici oggi sospettano che i coniugi Rosenberg non siano stati altro che dei capri espiatori, non avrebbero infatti avuto né i mezzi né le competenze per fare ciò. La vera storia dell’arrivo della tecnologia nucleare americana in Unione Sovietica pare essere in realtà alquanto diversa. Un documento che gli storici fanno malissimo a ignorare, sono I diari del maggiore Jordan. George Racey Jordan era un industriale che durante la guerra fu arruolato col grado di maggiore come ufficiale di collegamento con i Sovietici allo scopo di coordinare l’invio di materiale strategico in Russia. I suoi Diari furono pubblicati negli USA nell’immediato dopoguerra, ma non comparvero mai in edizione italiana, tranne che sotto la forma di un breve estratto apparso su “Selezione del Reader’s Digest” del febbraio 1953, il che vuol dire oggi praticamente introvabile.

Ecco cosa scrive:
“Anni dopo mi resi conto che dei materiali per la creazione di una riserva di bombe atomiche – la grafite, il cadmio, il metallo segreto torio e altri – erano andati a finire in Russia fin dal 1942.
(…).
Nel 1949 fu accertato definitivamente che durante la guerra gli organi del Governo degli Stati Uniti avevano consegnato alla Russia perlomeno tre volte quantitativi di derivati chimici dell’uranio per un totale di 750 chili. Due delle spedizioni furono fatte da Great Falls”.

Sicuramente assieme ai materiali per la realizzazione della bomba atomica, le autorità americane hanno fornito ai Sovietici anche le istruzioni per l’uso, altrimenti questa fornitura di materiale non avrebbe avuto senso.

La storia dei coniugi Rosenberg era una montatura per nascondere all’opinione pubblica americana l’imbarazzante verità: era stato il loro governo, l’amministrazione Roosevelt, a cedere ai sovietici il segreto dell’arma atomica e i mezzi per realizzarla.

Torniamo alle vicende di casa nostra. Dopo che la spartizione planetaria fra Americani e Sovietici aveva determinato la divisione del mondo in due blocchi reciprocamente ostili, dopo che dappertutto in Europa e nel mondo era calata la Cortina di Ferro, i partiti comunisti erano in una posizione minoritaria, spesso fortemente minoritaria nell’ambito dei movimenti di sinistra, dappertutto tranne che in Italia dove invece il PCI di Palmiro Togliatti era forza egemone che surclassava nettamente l’asfittico partito socialista di Pietro Nenni.

Questa situazione era destinata ad avere conseguenze gravissime che abbiamo subito e continuiamo a subire tuttora, perché con lo spazio dell’opposizione permanentemente ingombrato da un partito che non poteva, a causa della collocazione internazionale dell’Italia, diventare forza di governo, la Democrazia Cristiana che ha ininterrottamente governato il nostro Paese dal dopoguerra al 1991, non aveva da temere quella che è l’unica cosa che perlopiù trattiene dal mettere le mani con troppa disinvoltura sulla cosa pubblica, la paura di perdere le elezioni, ha potuto, all’ombra della Chiesa cattolica e delle basi NATO, costruire un regime basato sulla gestione paternalistica della cosa pubblica, sulle raccomandazioni, le tangenti, la corruzione sfacciata, un sistema poi esteso sottobanco allo stesso PCI e a tutta la classe politica nello spirito di quella che è stata chiamata la “democrazia consociativa”.

Nel 1991 l’inchiesta “Mani pulite” NON ha posto fine a questo stato di cose, sia perché essa era piuttosto “strabica” volta a colpire la corruzione in certe direzioni e non in altre – ne riparleremo più avanti – sia perché l’intreccio fra politica, affari, criminalità organizzata era (è) ormai divenuto inestricabile, e contemporaneamente la sfiducia dei cittadini, la persuasione dell’irriformabilità delle istituzioni italiane hanno raggiunto livelli stratosferici e sono una sorta di profezia che si auto-adempie.

Ma facciamo un passo indietro. Da dove nasceva questa posizione di forza del PCI che non trovava riscontro in quella di analoghi comunismi dell’Europa occidentale, e ne ha fatto per decenni, come sottolineavano i suoi dirigenti, “il partito comunista più forte dell’Occidente”? Essa risale proprio alla posizione di superiorità “militare” acquisita durante la cosiddetta resistenza. Questo lo si deve solo in parte all’abilità tattica dei dirigenti del PCI o al rapporto privilegiato che Palmiro Togliatti aveva con Stalin, ma dipende proprio dal fatto che avendo l’Italia iniziato la guerra a fianco della Germania, la “resistenza” assunse da noi un aspetto ideologico e di guerra civile che da altre parti non ebbe. Privi di scrupoli e di regole morali, i comunisti riuscirono spesso a distruggere le bande partigiane non comuniste denunciando i loro movimenti alle SS, questa era la specialità del noto capo partigiano comunista Salvatore Moranino, oppure liquidandole di persona, come accadde alle Malghe di Porzus, dove gli uomini della brigata comunista Garibaldi massacrarono quelli della brigata partigiana non comunista Osoppo.

Il tutto, naturalmente, completato dalla strage di “fascisti” ormai disarmati e di chiunque ritenessero poter dare loro fastidio, all’indomani della conclusione del conflitto.

Io vi ho parlato la volta scorsa di quel bollettino editoriale contenente le recensioni dei libri di Paolo Palma, di Giampaolo Pansa e di Salvatore Sechi, che mi hanno ispirato l’articolo La storia ignorata, apparso su “Ciaoeuropa” e sul sito del Centro Studi La Runa. Dei testi di Palma e pansa abbiamo già parlato. Vediamo ora di concentrare l’attenzione sul libro di Salvatore Sechi: Compagno cittadino, il PCI tra via parlamentare e lotta armata. (recensito da Carmine De Fazio)In questo caso, non si tratta per la verità di un testo organico ma di una raccolta di saggi, ma questo non muta in nulla la sostanza delle cose, che è semplicemente questa: il PCI ha sempre posseduto una struttura paramilitare segreta pronta a intervenire per instaurare con la forza anche in Italia un regime comunista non appena le circostanze di politica interna e soprattutto internazionale l’avessero reso possibile, quella cui si è ripetutamente alluso come “Gladio rossa”.

La prima cosa che Sechi e De Fazio sulle sue orme ci fanno notare, è l’estrema difficoltà che esiste ancora oggi nel raccogliere informazioni su questo argomento, stante il clima omertoso, il “muro di gomma” che ancora oggi circonda tutto ciò che riguarda il Partito Comunista, eretto con l’attiva complicità di giornalisti e sedicenti intellettuali di sinistra:
“Il “muro di gomma” che esiste sull’argomento sembra essere stato messo in piedi per nascondere qualsiasi tipo di ricerca della verità storica da intellettuali faziosi e direttamente controllati dalla struttura partitica. Questa componente rappresenta un altro elemento di critica di Sechi, quello cioè, che la sinistra in generale (il riferimento è al PCI ma anche al PSI) avesse sempre avuto dalla sua parte, gestendo con molta attenzione una cerchia di giornalisti, scrittori e intellettuali che avrebbero permesso una “scrittura”, appunto, della storia relativa a questi partiti soprattutto, poco veritiera o strettamente di parte”.

Una delle poche cose che appaiono sicure al riguardo, è che questa struttura non sarebbe potuta esistere senza la disponibilità di grandi quantità di denaro, di origine certamente illecita. La fonte principale sembra essere stato il sistema di tangenti imposto dal PCI alle aziende italiane che intendevano commerciare con i Paesi comunisti, ossia proprio quel sistema di “pizzo” mafioso che tutti conoscevano fino alla fine degli anni ’80 e di cui l’inchiesta “mani pulite” non ha voluto trovare traccia:
“A fianco delle grosse capacità di gestione e mantenimento del sistema partitico, c’era un apparato che prendeva sostentamento dalle ingenti quantità di denaro che il PCI riusciva a cooptare dai grandi mercati internazionali e che, a dire dell’autore, ne faceva il punto di riferimento del mercato import-export verso e dai paesi europei sotto l’orbita sovietica e anche verso il mercato “rosso” orientale rappresentato dalla Cina.”

 C’è una considerazione che merita aggiungere: il nomignolo di “Gladio rossa” attribuito alla struttura paramilitare clandestina del PCI che, c’informa Sechi, non cessò di essere operativa prima degli anni ’80, è del tutto improprio. “Gladio”, ovvero “Stay Behind” era una struttura segreta ma pienamente legittima costituita in ambito NATO con il compito di organizzare la resistenza dietro le linee in caso d’invasione sovietica. L’esistenza di tale struttura fu resa di dominio pubblico, vanificandone la funzione, dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti con un atto contrario alla sicurezza nazionale, per ingraziarsi il PCI. Se qualcuno agì in modo illecito ed in danno dell’interesse nazionale nella vicenda “Gladio” fu lo stesso Andreotti, un individuo che, non solo per questa vicenda, ma si pensi ad esempio alla sua implicazione nell’assassinio del giornalista Mino Pecorelli e ai suoi legami con il boss mafioso Totò Riina, sarebbe dovuto sedere a vita non sui banchi di Palazzo Madama ma sul tavolato di una cella.

Quello di “Gladio” non fu il solo caso nel quale una struttura del tutto legittima che svolgeva attività anticomunista, fu criminalizzata e fatta passare per golpista; un altro esempio allucinante fu la vicenda di Edgardo Sogno, a capo di una struttura che si occupava di fornire assistenza a quanti cercavano di fuggire od erano fuggiti dai “paradisi” comunisti dell’Est. Il PM Luciano Violante imbastì contro di lui una montatura giudiziaria “golpista” che non aveva nessun riscontro nella realtà. Per Sogno iniziò una lunga e allucinante vicenda giudiziaria che è poco definire kafkiana, e per Violante una rapida carriera politica che lo ha portato fino alla presidenza della Camera. Dovremmo seriamente interrogarci sul vero significato di una democrazia che tratta da criminali coloro che difendono la libertà, e porta ladri, assassini e farabutti di ogni specie ai supremi vertici dello stato.

La cosiddetta “Gladio rossa”, invece, era un’organizzazione del tutto illegale con compiti di sovversione e, presentandosi l’occasione, di presa del potere con la violenza o di fiancheggiamento di un’eventuale invasione sovietica. Tutto ciò nell’ormai desueto linguaggio dei nostri padri aveva un nome preciso: tradimento.

Indipendentemente da quali fossero le sue finalità, la “Gladio rossa” era un’organizzazione illegale di per sé, poiché in Italia c’è una legge, la legge Scelba che proibisce ai partiti di dotarsi di organizzazioni paramilitari, ma siamo sinceri, nessun PM avrebbe mai incriminato né tanto meno nessun giudice avrebbe mai condannato il PCI in base alla legge Scelba, perché la democrazia ha un’altra stranezza, certe leggi sono “strabiche”, colpiscono una parte politica (e sono fatte apposta per colpirla), ma non le altre. Un esempio recente di ciò è anche la legge Mastella introdotta in tempi non lontani (altra stranezza davvero strana, man mano che eventi come quelli della seconda guerra mondiale si allontanano da noi nel tempo, aumentano le leggi palesemente concepite per perseguitare la parte allora perdente, come se, invece di svelenirsi progressivamente, gli animi si inasprissero sempre di più) che introduce il reato di “istigazione al genocidio”, ma possiamo essere matematicamente sicuri che essa non colpirà mai gli esaltatori delle foibe; ed io che vivo a Trieste, una città dove c’è una minoranza slovena che ha mantenuto intatto tutto il suo sciovinismo anti-italiano, vi posso assicurare che ce ne sono.

C’è qualcosa di ancora più moralmente ripugnante delle leggi ingiuste: la loro applicazione ingiusta e “strabica”.

Una questione alla quale pare non si sia dedicata abbastanza attenzione, e che ha strettamente a che fare con il comportamento bellico e postbellico del PCI, di cui i vari movimenti dell’estrema sinistra extraparlamentare, fino al terrorismo delle Brigate Rosse sono stati certamente figli. A prescindere ovviamente dal fatto che il termine “resistenza” è un falso già dal punto di vista semantico, perché semmai a resistere in condizioni sempre più disperate, furono i ragazzi della RSI, i ragazzi col gladio e l’alloro, che continuarono a tenere testa all’invasore man mano che questi risaliva la Penisola finché fu umanamente possibile, e non certo chi all’invasore straniero fece opera di fiancheggiamento, non era certo, ragionando in termini militari, con i metodi “resistenziali” che poi erano metodi terroristici: bombe (come quella di via Rasella) e pistolettate alla schiena, che si sarebbe potuta produrre la “liberazione” dall’alleato assieme al quale avevamo iniziato il conflitto. Anche le famose “insurrezioni” scoppiate in varie città italiane ed europee nel momento in cui i Tedeschi stavano per abbandonarle, non ebbero peso sull’andamento del conflitto. A darne una tragica dimostrazione ci pensò Stalin a cui interessava entrare in possesso di una Polonia quanto più malridotta possibile, in maniera da essere assolutamente prona ai suoi voleri, che quando Varsavia insorse all’avvicinarsi delle truppe sovietiche, ordinò all’Armata Rossa di fermarsi, in modo da dare agio ai Tedeschi di reprimere con comodo la rivolta.

Tuttavia negli anni successivi i comunisti diffusero una “lettura” falsa di questi eventi, sostenendo la tesi che i partigiani e “resistenti” avessero “liberato” l’Italia con le loro forze, e che gli angloamericani sarebbero intervenuti a cose fatte per togliere loro di mano il frutto della vittoria. Provate a rifletterci: cosa c’è di più naturale, tutto sommato, del fatto che persone cresciute in questa mitologia “resistenziale” abbiano poi pensato di riprendere la lotta con gli stessi metodi? La verità pura e semplice è che le Brigate Rosse sono state figlie carnali e legittime della “resistenza” o della sua versione mitizzata, un legame ulteriormente avvalorato dal fatto che in più di un’occasione i brigatisti hanno impiegato armi che i loro padri partigiani avevano nascosto invece di consegnare alla fine del conflitto, armi che per loro avevano il significato “sacro” di un carisma trasmesso da una generazione all’altra.

Sul reale significato della contestazione del ’68, del brigatismo, della strategia della tensione, degli “anni di piombo” torneremo più avanti.

Circa la Guerra Fredda c’è un’incertezza cronologica. Nell’accezione ristretta in cui il termine era usato prima del crollo dell’Unione Sovietica, esso indicava il periodo che andava dal formarsi delle gravi tensioni fra le due parti vincitrici immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale fino all’avvento di Krushev e l’inaugurarsi di un periodo di “distensione” fra l’Est comunista e l’Ovest agganciato volente o nolente al carro degli USA. Questa “distensione” del resto rimase molto superficiale, perché il mondo comunista continuò a rimanere un blocco impenetrabile, e l’Unione Sovietica non aveva rinunciato, né d’altronde poteva farlo proprio in ragione dell’ideologia comunista, ai progetti di espansione planetaria. Poi nel periodo di Breznev si è tornati a una situazione di tensione fra Est e Ovest non molto diversa da quella dell’era staliniana. La tendenza oggi prevalente è quella di comprendere sotto il termine di Guerra Fredda tutto il periodo che va dalla conclusione della seconda guerra mondiale alla caduta dell’Unione Sovietica. Io non ho la pretesa di dirimere una volta per tutte la questione. Diciamo che il confronto che si era instaurato fra l’Est comunista e l’Ovest legato agli Stati Uniti, non era un confronto statico, e in esso sarebbero presto entrati i successi della penetrazione comunista nel Terzo Mondo in conseguenza della decolonizzazione, un seguito di eventi bellici: Corea, Vietnam, Afghanistan, la contestazione degli anni ’70 e gli anni di piombo, di cui ci occuperemo nella settima parte di questo scritto. 
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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 2 Giugno 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Senza dimenticare il genocidio perpetrato da quello che di lì a poco sarebbe diventato il 34° presidente USA, Dwight Eisenhower, nei confronti degli ormai inermi soldati tedeschi…

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