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Opus maxime rhetoricum, nona parte

Opus maxime rhetoricum, nona parte
Di Fabio Calabrese
A me è capitato poche volte nella vita di provare simpatia per un comunista, non perlomeno quando c’entrasse la politica e “il compagno” fosse, per così dire, nell’esercizio delle sue funzioni. Tuttavia da questo punto di vista devo segnalare un’eccezione. Eravamo nel 1988 e Michail Gorbacev si era recato alla chiesa di San Basilio di Mosca per annunciare il totale ripristino della libertà religiosa in quella che allora era ancora l’Unione Sovietica. L’avvenimento era trasmesso in diretta dalle televisioni.
Alessio II, il patriarca moscovita lo accolse con parole che mi lasciarono di stucco.
“Tra mille anni”, disse, “Quando voi non ci sarete più, noi ci saremo ancora”.
Era un paragone sleale: le religioni hanno un’altra scala dei tempi rispetto ai fenomeni politici, basti pensare che il cristianesimo con i suoi due millenni, è una delle religioni più giovani del pianeta, solo l’islam ha un’origine più recente. In ogni caso, nessuno può sapere quel che avverrà fra mille anni.

Ma anche se dovesse essere, era l’atteggiamento di quest’uomo che mi parve francamente inaccettabile. Ma come? Qualcuno viene a portarti spontaneamente quella libertà di culto che è il dono più bramato per settant’anni, e tu rispondi con un’ostentazione di superiorità? Decisamente, l’arroganza ecclesiastica è la stessa all’est come all’ovest. In quel momento non potei non provare un moto di simpatia per il povero Gorbacev.
Quello di Michail Gorbacev fu un tentativo a suo modo generoso ma destinato al fallimento di far convivere il comunismo con libertà e rispetto dei diritti umani, da cui bisogna però trarre l’inevitabile conseguenza: libertà e rispetto dei diritti umani sono incompatibili con il comunismo.
Farsi dalla rivoluzione d’ottobre a oggi, la storia del comunismo è da questo punto di vista la storia di un’enorme mistificazione, del tentativo di non trarre le ovvie conclusioni dall’esperienza più volte ripetuta, sempre confermata e mai smentita. Il fatto è che regimi comunisti sono stati instaurati più volte e in relativa indipendenza: Unione Sovietica, Jugoslavia, Cina, Cuba, Etiopia, Angola, per nulla dire della Spagna fra il 1936 e il 1939, dove i comunisti fallirono soprattutto perché impegnati in una guerra civile DOPPIA, contro i franchisti e contro gli altri “repubblicani”, democratici, socialisti, anarchici, fecero l’errore di volersi sbarazzare dei “compagni di strada”, degli utili idioti troppo in fretta.
Oggi volta il risultato è sempre stato lo stesso: oppressione e miseria. I “compagni”, anche quelli odierni, hanno sempre cercato di persuadere gli ingenui che il comunismo sia una musica stupenda che ogni volta ha trovato esecutori mediocri e stonati che l’hanno suonata su strumenti scordati, quando è ben più ovvio pensare che sia fin dall’origine, fin dallo spartito un’orrida cacofonia.
Se non siete convinti che il marxismo sia una sorta di deforme religione laica, osservate la maniera in cui “i compagni” mettono in atto tutti gli stratagemmi tipici del credente per impedire alla realtà di interferire con le loro convinzioni.
La dissoluzione dei regimi comunisti dell’Est europeo fra il 1989 e il 1991 non presenta difficoltà interpretative: questi regimi erano dei proconsolati sovietici non sostenuti da altro che dalla bruta forza militare dell’Armata Rossa. Nel momento stesso in cui Gorbacev decise di non sostenerli più nel caso non avessero una base di consenso popolare, il loro crollo divenne inevitabile: la gente, i popoli che costoro avevano condannato alla miseria e al terrore, non aspettava altro per liberarsene.
Semmai è utile ricordare che le riforme che Gorbacev cercava d’introdurre in Unione Sovietica misero in fibrillazione tutto il mondo caduto sotto il tallone di ferro comunista, e che nel 1988, l’anno prima della caduta del muro di Berlino, il comunismo cinese si mise al sicuro con l’uso spregiudicato della forza militare, con la durissima repressione delle manifestazioni di piazza Tien-an-men a Pechino, che fece migliaia di morti.
Ricostruire la storia della caduta dello stesso comunismo sovietico, a sua volta, non è particolarmente problematico.
Se la nomenklatura sovietica decise di lasciare mano libera al tentativo di Gorbacev, con ogni probabilità, è perché vi vide l’ultimo tentativo di salvare in extremis il regime che aveva saccheggiato le risorse del popolo russo e degli altri che costituivano l’impero sovietico. Abbiamo visto che l’espansionismo, l’idea di una rivoluzione mondiale più o meno imminente, lungo tutta la storia del comunismo sovietico, sia stato un alibi essenziale per far digerire ai sudditi le difficoltà che il regime imponeva loro.
Verso la fine degli anni ’80, che esso stesse perdendo terreno rispetto agli Stati Uniti e al mondo non comunista, cominciava a diventare sempre più evidente. Fino agli anni ’60 l’Unione Sovietica aveva goduto di un certo vantaggio tecnologico rispetto al mondo non comunista soprattutto in campo aerospaziale grazie alle tecnologie sottratte ai Tedeschi a conclusione del secondo conflitto mondiale, ma da allora in poi le sue condizioni di inferiorità cominciarono a diventare evidenti soprattutto nel campo dell’elettronica. La “scienza” sovietica si dimostrava di un’inferiorità assoluta, e la principale fonte di innovazione era rappresentata dallo spionaggio ai danni dell’Occidente.
Su tutto ciò andò a sovrapporsi il disastro dell’Armata Rossa nel tentativo di sottomettere l’Afghanistan, frantumato dalla resistenza opposta dai mujaeddin afgani, dal lungo logoramento della guerriglia, e infine il colpo di grazia fu rappresentato dal progetto americano di scudo stellare, di un sistema di missili antimissile che avrebbero prevenuto la possibilità di un attacco sovietico e posto fine all’equilibrio del terrore, a cui i Sovietici non avevano nulla da contrapporre. Quest’ultima pare sia stata una geniale trovata del presidente americano Ronald Reagan. Sembra che questo progetto difficilmente si sarebbe potuto realizzare in concreto, ma Reagan contava soprattutto sull’effetto propagandistico, sulle conseguenze demoralizzanti che esso avrebbe avuto per la dirigenza sovietica.
E Karol Woytila? L’elezione di un papa polacco al soglio di Pietro cosa c’entra con tutto questo? Se vi devo dire la mia franca impressione, praticamente nulla. Quella che il papa polacco abbia posto fine al comunismo sovietico, è stata un’abile vanteria propagandistica della Chiesa cattolica, quella stessa Chiesa che vent’anni prima si preparava all’abbraccio col comunismo TRADENDO quella parte di umanità che non voleva finire sotto il tallone sovietico.
Semmai, diciamo pure che il comportamento dei compatrioti di Karol Woytila è stato spesso inqualificabile, e non consente certo di porli al livello di eroi dell’anticomunismo. In occasione delle prime elezioni libere avvenute in Polonia, in Slesia si confrontavano tre forze politiche, Solidarnoschappena trasformato da sindacato in partito, gli ex comunisti e il partito della superstite minoranza tedesca sopravvissuta alla pulizia etnica del 1945. Solidarnosch si coalizzò con gli ex comunisti. Questi bravi cattolici preferivano rimettere i comunisti in sella, piuttosto che Breslavia dovesse subire l’oltraggio di un sindaco di origine tedesca.
Questi polacchi si dimostrarono in tutto e par tutto i figli di coloro che avevano causato la seconda guerra mondiale perseguitando i Tedeschi che il trattato di Versailles aveva rinchiuso dentro i loro confini, provocando l’intervento tedesco, anche se ovviamente i mandanti del peggior delitto della storia erano altrove. Scusatemi se vi dico che non li amo particolarmente.
Per coloro che hanno meno di trent’anni, probabilmente è difficile capire cosa significhi aver passato almeno metà della vita nell’epoca della Guerra Fredda. Vivere in un mondo diviso dove una delle due parti cerca di difendersi e l’altra è all’attacco sia come minaccia militare sia come penetrazione ideologica, è come vivere in una fortezza assediata. La caduta dell’impero sovietico, la vissi come un grosso peso tolto dal cuore, ma la speranza che questo portasse a un sostanziale miglioramento sia della situazione internazionale, sia alla nostra condizione italiana, è andata rapidamente delusa.
“L’Occidente”, ammesso e non concesso che esista questa fantomatica entità, non aveva vinto il confronto col comunismo: “la vittoria” non cercata, non perseguita in alcun modo, gli era caduta fra le braccia per un fenomeno di dissoluzione interna, di implosione del deforme mastodonte sovietico, che non ha precedenti nella storia, dopo mezzo secolo di rimozione psicanalitica della minaccia dall’est, di testa nascosta nella sabbia, di sforzi fatti contro ogni evidenza per trattare i comunisti come gli adepti di una visione del mondo rispettabile, anziché i portatori contagiati e a loro volta agenti infettanti di un’ideologia tirannica, affamatrice e omicida se mai ve n’è stata una.
Diciamola la verità: se, soprattutto in quel momento in cui gli orrori del sistema bolscevico diventavano visibili in tutta la loro estensione, non si è arrivati ad alcuna “Norimberga del comunismo”, se le innumerevoli vittime di questa mostruosità non hanno ricevuto alcuna forma di giustizia, nemmeno il tributo della memoria, se tutti i tentativi di critica e di analisi storica di ciò che era accaduto tra la Vistola e Vladivostok sono stati scoraggiati dall’accusa di “sparare sull’ambulanza”, se la conversione dei comunisti alla “democrazia liberale” è stata presa per buona nel giro di una notte mentre verso di noi siamo ormai giunti alla terza generazione di ostracismo, questo non ci dice ormai nulla sulla natura del comunismo, ma ci dice molto, moltissimo su quella della cosiddetta “democrazia occidentale”.
NOI AVEVAMO AVUTO RAGIONE: avevamo visto esattamente il carattere patologico della mostruosità all’est. Avevamo tenuto duro, incompresi e ostacolati. Se il diluvio sessantottesco non aveva travolto l’Europa occidentale, era merito di ogni pietra che aveva alzato il muro della difesa, e le pietre poste dai nostri camerati erano state particolarmente pesanti e sanguinose. Non occorre ricordare per l’ennesima volta i nomi di quanti erano caduti vittime della violenza assassina dei “compagni” e a cui la “giustizia” democratica aveva negato ogni giustizia. Ora, invece di attenuarsi, l’ostracismo contro di noi si inaspriva, l’antifascismo assumeva la dimensione di mitologia antistorica, “sacra rappresentazione” celebrata con la massima ampiezza ed esportata a livello planetario dalla sinagoga hollywoodiana.
Occorre dire che, proprio perché, come vedremo, la costruzione di una minaccia esterna all’ “Occidente” che giustificasse il dominio americano e il persistere di una struttura militare come la NATO riusciva, come vedremo fra poco, assai poco credibile, si investiva più di prima nel ricatto morale che si pretende li giustificherebbe, la gratitudine che si vuole dovremmo provare nei confronti del dominatore americano per averci “liberati” da fascismo, dipinto in termini sempre meno sociologici e sempre più demonologici come il “male assoluto”, quindi l’ostracismo contro di noi, invece di attenuarsi si è ulteriormente inasprito, sia dal punto di vista propagandistico sia da quello legislativo, con sempre nuove figure di reato d’opinione in contrasto sempre più stridente con quella libertà di pensiero che dovrebbe essere riconosciuta dagli assunti TEORICI della democrazia.
Intanto si evidenziava sempre di più l’ipocrisia della NATO, della sedicente “alleanza” atlantica che, se fosse stata veramente tale, sarebbe dovuta cessare alla scomparsa della minaccia sovietica, ma che invece rimaneva in piedi, si allargava, diveniva da difensiva aggressiva, come è avvenuto nella crisi della ex Jugoslavia, perché non era e non è un’alleanza, ma la poco credibile maschera, la foglia di fico del dominio americano sull’Europa.
La politica degli Stati Uniti all’indomani del collasso sovietico ha qualcosa che appare (ma non è) assolutamente folle, delirante: si cercano dei sostituti nel ruolo di minaccia esterna fin allora rappresentato dall’Unione Sovietica, che possano giustificare il persistere della dominazione yankee sull’Europa occidentale nonché l’allargamento della NATO: l’Afghanistan dei Talebani, l’Iraq di Saddam Hussein, la Serbia di Slobodan Milossevich, topi che si tenta in maniera inutile e grottesca di travestire da elefanti. Va appena un po’ meglio con Al Qaeda, che è un’organizzazione terroristica, un nemico fantomatico che si può far passare per ubiquitario.
I conti naturalmente non tornano, perché Al Qaeda è stata creata dalla CIA per essere impiegata contro i Sovietici in Afghanistan e poi a fianco dell’alleanza NATO-mussulmana in Bosnia. Per aver scritto un libro, Auto-attentato in USA, nel quale individua la mano della CIA e del Mossad, il servizio segreto israeliano, dietro l’attentato dell’11 settembre 2001, il giornalista Maurizio Blondet perde il posto di lavoro a “L’Avvenire”, e non sono le fantasie deliranti, ma le verità scomode, quelle a cui si cerca di tappare la bocca. D’altra parte, noi sappiamo che c’è da parte delle amministrazioni USA una tradizione di cinismo spregiudicato riguardo alla vita anche dei propri cittadini e che, ad esempio, ai tempi della seconda guerra mondiale nell’imminenza dell’attacco di Pearl Harbor, mentre le portaerei indispensabili alla conduzione della guerra furono messe al sicuro, le corazzate considerate obsolete e i loro equipaggi, furono lasciati a fare da bersaglio, per provocare la necessaria reazione emotiva dell’opinione pubblica.
La caduta dell’Unione Sovietica ha provocato effetti di rimbalzo imprevisti in almeno due Paesi europei: la Jugoslavia e l’Italia. Per quanto riguarda lo stato balcanico, per non essere defenestrata a furor di popolo come le altre classi dirigenti del “socialismo reale”, la leadership dell’ “Alleanza dei Socialisti” titina ha cambiato la casacca del comunismo con quella dello sciovinismo etnico e scagliato le componenti etnico-religiose della Jugoslavia in una guerra civile la cui asprezza e brutalità sembravano impossibili nell’Europa contemporanea, ma di questo vi ho parlato con ampiezza in un articolo, Dal confine orientale, pubblicato su “Ereticamente” poco tempo fa, e a cui vi rimando, mentre ci occuperemo delle vicende di casa nostra che conosciamo meno di quel che crediamo, perché anche su fatti molto vicini a noi la disinformazione è la regola.
Per ricostruire il senso delle vicende italiane, è necessario partire da più indietro, dalle origini di questa repubblica che ancora oggi ci governa. L’anomalia italiana nasce dal fatto che dalla conclusione del conflitto fino al 1991, quasi tutto o spazio dell’opposizione era ingombrato da una forza, il Partito Comunista, che per la collocazione politica internazionale dell’Italia, non poteva diventare forza di governo. Questo ha permesso alla forza egemone della maggioranza che non doveva temere il confronto elettorale, di mettere in piedi il sistema più sfacciato e arrogante che è possibile immaginare, di corruzione, di intrallazzo, di appropriazione della cosa pubblica, cosa che tra l’altro ha fatto salire alle stelle il debito pubblico, le cui dimensioni abnormi sono tuttora una delle macine al collo della nostra economia, perché il danno che è stato fatto allora, continuiamo a pagarlo e lo pagheranno le generazioni future.
Con ogni probabilità le dirigenze democristiana e comunista si resero conto ben presto della dipendenza reciproca e diedero vita a una collaborazione sottobanco mentre mantenevano la contrapposizione di facciata: sapevano che gli Italiani votavano DC per paura del comunismo oppure PCI per rabbia verso la corruzione democristiana. Poco per volta, si è creato quel sistema di spartizione del potere che è stato chiamato “democrazia consociativa”, un rapporto sempre più stretto che infine in tempi recenti ha portato ex democristiani ed ex comunisti a confluire in un unico partito, quel PD che oggi si presenta come una novità della nostra politica grazie all’accattivante faccino mediatico di Matteo Renzi, ma è semplicemente il vecchio che avanza.
Un tentativo non risibile ma forse troppo ambizioso e con scarse possibilità di successo, di ribaltare questa situazione, già prima della caduta del muro di Berlino, fu messo in atto dal leader socialista Bettino Craxi, il cui progetto si poteva riassumere così: ribaltare i rapporti di forza all’interno della sinistra, tra PCI e PSI in modo da rendere possibile l’alternanza fra maggioranze alternative: conservatrice-democristiana e sinistra a guida socialista, in modo simile a quel che avveniva nel resto dell’Europa occidentale. Gliela fecero pagare cara. E’ PER QUESTO MOTIVO, non perché fosse coinvolto più di altre forze politiche nel sistema della corruzione, cosa che sicuramente non era, che tutto il peso politico di Tangentopoli fu fatto cadere sul PSI. Prima ancora c’era stato il fenomeno delle “giunte anomale”, che in realtà di anomalo non avevano nulla ma rispondevano a precisi disegni delle rispettive segreterie nazionali comunista e democristiana, giunte DC-PCI negli enti locali, che tagliavano fuori i socialisti. Il PSI era come un incauto facocero che era andato a mettersi tra due elefanti che lo stritolarono.
Con la caduta dell’Unione Sovietica, agli Italiani era passata la paura del comunismo, la paura di vedere, come si diceva allora “i cavalli dei cosacchi abbeverarsi nelle fontane di piazza San Pietro” (anche se dubito che dopo la seconda guerra mondiale siano mai più state in servizio nell’Armata Rossa unità di cavalleria cosacca), ma non la rabbia verso il sistema di corruzione democristiano. Per paradossale che possa sembrare, è stata proprio l’eclissi della casa madre sovietica a dare ai comunisti nostrani l’occasione per scardinare il sistema di potere costruito dalla DC, oltre che per “fare fuori” i socialisti.
Se Tangentopoli non ha portato a nessuna moralizzazione della vita politica italiana, se il tasso di corruzione più alto d’Europa è rimasto inalterato, è perché da bel principio la sue funzione non era quella di moralizzare alcunché, bensì quella di introdurre la magistratura e lo strumento giudiziario come arma di lotta politica. In un primo tempo, sembra che ai magistrati italiani sia stata lasciata la possibilità di indagare sugli affari sporchi della politica in ogni direzione. Ricordo che “Striscia la notizia” che forse perché è un TG satirico in più di un’occasione è stato l’unico telegiornale SERIO che avevamo o che tuttora abbiamo in Italia, teneva una singolare classifica aggiornata quotidianamente, una “gara” in base agli esponenti della DC, del PCI, del PSI che ricevevano avvisi di garanzia. A volte era “in testa” l’uno, a volte l’altro, ma in una situazione di sostanziale parità.
Poi è successo qualcosa, “contrordine, compagni”, come nelle vignette di Giovannino Guareschi: mentre si distruggevano politicamente il PSI e in parte anche quel che restava della Democrazia Cristiana, l’immondizia di casa comunista veniva prontamente celata sotto il tappeto. Si cominciava con la cacciata di Tiziana Parenti dal pool di “mani pulite” che indagava (o faceva finta di indagare) su Tangentopoli: Questa signora come sostituto procuratrice aveva osato estendere le sue indagini alla Lega delle Cooperative, l’organo economico del PCI. Seguiva poi un intermezzo che sarebbe stato davvero grottesco se non fosse stato tragico: i giudici russi che indagavano sull’uso disinvolto che il Partito Comunista sovietico aveva fatto delle risorse del loro popolo, avevano messo insieme un dossier sui fondi neri versati dal PCUS al PCI. Giunti in Italia per consegnarlo alla magistratura italiana, dovettero tornarsene a Mosca senza aver trovato nessun collega italiano disposto a ricevere i loro atti. Ancora, fino al 1991 si sapeva, sapevano tutti, che nessun imprenditore italiano poteva commerciare con l’Unione Sovietica e con l’Europa dell’est senza pagare la tangente al PCI. Questo sistema estorsivo si era poi ramificato per comprendere anche “il pizzo” per commerciare con i nuovi Paesi comunisti: la Cina, Cuba e via dicendo. Dal 1991, non se n’è più trovata traccia, nessuno è stato disposto a testimoniare il fatto fin allora notorio che il PCI aveva messo in piedi un sistema di estorsioni da far sembrare il pizzo mafioso quello di una banda di dilettanti. Tutto questo, naturalmente, mentre il PCI, come tutti gli altri partiti di allora eccetto il MSI che era escluso dal gioco, intingeva il biscotto anche nel business degli appalti pubblici.
Qui, lo si capisce bene, tornavano buone le amicizie che il PCI aveva contratto nel ’68 con gente destinata a far carriera nella magistratura, utile a bloccare i procedimenti giudiziari, o nella cosiddetta informazione, sempre utile a frastornare i gonzi a far credere a una “diversità morale” dei comunisti ovviamente inesistente.
Tutto ciò ha funzionato molto bene, è servito a bloccare ogni possibilità di vero rinnovamento della politica italiana, a parte un vorticoso cambio di etichette dietro le quali ci sono stati sempre gli stessi uomini, e oggi comunisti e democristiani si ritrovano insieme nel PD.
Tornando a considerare le cose dal punto di vista della politica internazionale, noi possiamo dire che durante la Guerra Fredda comunismo sovietico e americanismo si erano in qualche modo bloccati a vicenda, impedendosi l’un l’altro di portare la VITTORIA DEL MALE avvenuta settant’anni fa alle conseguenze più tragiche e devastanti.

Ora, non si tratta di rimpiangere l’Unione Sovietica, perché se per caso fosse uscita essa vincitrice del confronto, le conseguenze per l’intera razza umana sarebbero state non meno tragiche, ma quello che gli Stati Uniti esercitano e chi attraverso gli Stati Uniti oggi esercita un dominio ormai prossimo a essere planetario, non si limita a dominare staticamente, ma si propone un progetto distruttivo teso all’asservimento completo dell’umanità. Esso fu formulato molto prima della caduta del muro di Berlino da un uomo che si chiamava Robert Coudehove Kalergy, e sarà l’oggetto dalla prossima parte. 
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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 15 Giugno 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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