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Opus Maxime Rhetoricum, decima parte

Opus Maxime Rhetoricum, decima parte
Di Fabio Calabrese
Vi dico subito che questa non è la decima parte del nostro “Opus” così come l’avevo pensato inizialmente. A essere pignoli, questa dovrebbe essere una parte nove e mezzo. Poiché la lingua dei Padri sembra essere diventata sempre meno familiare, forse è bene ripetere il significato di questo titolo latino che cita una frase ciceroniana che ci dice che il modo in cui si scrive la storia è perlopiù un lavoro propagandistico e, come abbiamo avuto modo di vedere assieme, man mano che ci si avvicina al nostro tempo presente, più i fraintendimenti, le falsificazioni, le interpretazioni prettamente ideologiche crescono. Nella nostra epoca teoricamente così ricca di informazione, quello che si ha perlopiù a disposizione sono conoscenze manipolate in maniera – a seconda dei casi – più o meno raffinata o grossolana, ma che comunque hanno lo scopo di far sì che la gente pensi esattamente quello che fa comodo al potere.

Era mia intenzione arrivare a chiudere il discorso con un’analisi della situazione nella quale oggi viviamo, soprattutto concentrarmi sull’assalto strisciante portato contro i popoli del nostro continente, da un lato attraverso l’assoggettamento a un potere economico fuori dal controllo degli stati nazionali, e che anzi li controlla, perché la leva economica è quella che smuove il mondo, che si maschera dietro le istituzioni cosiddette europee, la BCE in primis, dall’altro attraverso un’immigrazione che ha tutte le caratteristiche di un’invasione – pure essa sapientemente manovrata – e che rischia di distruggere il nostro continente colpendo a morte la sua identità antropologica, etnica e culturale. Io ho già accennato a queste questioni nei miei scritti pubblicati su “Ereticamente” o altrove, e certamente torneremo ad affrontarle fra non molto, però stavolta è il caso, forse, di esplorare una diramazione collaterale del nostro discorso.
L’occasione me la da un commento alla nona parte che è stato postato su facebook  da qualcuno che si firma Dani AloneWalking (io personalmente sono contrario all’uso degli pseudonimi, sarebbe bene avere sempre il coraggio di esporre le proprie opinioni con il proprio nome e la propria faccia, ma capisco che qualcuno voglia tutelare la propria privacy, e in ogni caso è una cosa molto diversa dal nascondersi dietro l’anonimato o un’identità fittizia per lanciare insulti “tirando il sasso e nascondendo la mano”, cosa di cui in passato abbiamo visto diversi esempi), e che vi trascrivo:
“il discorso di fondo riguardo la “classe proletaria” è in buona parte condivisibile, così come la “paura a mettersi in gioco” con una scuola “selettiva” da parte dei “figli di, nipoti di” ecc. Anche Hitler nel Mein Kampf era a favore della “scuola selettiva” che fosse alla portata di tutti (compresi figli di contadini e non solo figli di industriali, ingegneri ecc) per fare emergere i migliori fra tutta la popolazione e non solo fra una parte. Argomentava questo dando merito al successo economico degli USA dell’epoca proprio perché davano la possibilità di partire dallo stesso livello a tutti, in questo modo si selezionavano i “migliori fra tutti” e non solo “da una parte” (poi arrivò l’affirmative action, discriminazione positiva ecc, ma qui è un’altra storia). Questi signorotti altolocati sinistra e caviale intellettualoidi pro-proletari a parole sono paradossalmente le persone con la mentalità maggiormente “medievale” (intesa nel senso negativo che, a torto o a ragione, si dà comunemente a questo termine), a favore della difesa dei loro privilegi e col terrore che mettendosi in gioco qualcuno che ha più “fame” di loro prenda il loro posto. Ed allora hanno bisogno ogni volta di “proletari meno pericolosi” in quanto meno qualificati, per minimizzare il rischio di essere superati nella scala sociale. Sono quanto di più classista esista nel mondo se ci si pensa.”
La cosa che mi ha colpito di più in questo commento pienamente condivisibile, è il fatto che non solo – dopotutto – non sono il solo ad aver compreso lo spaventoso classismo dei marxisti, ma che il commento del nostro amico riecheggia in maniera sorprendente quel commento di Jean François Revel che ho citato:
“La pretesa delle antiche élite di governare la società nel proprio esclusivo interesse non è morta, si è reincarnata nelle classi dirigenti del socialismo reale”.
C’è però una cosa da dire, Revel era un uomo di cultura liberale. Sulla visione assolutamente negativa che aveva del marxismo, non possiamo che concordare, ma non sarà stata semmai la sua visione delle società antiche (e medievali) a essere un tantino deformata dalla sua concezione illuministica?
Fra la democrazia e la tirannide c’è spazio per molte alternative, e soprattutto l’esperienza della storia recente e presente ci dimostra che la democrazia può essere una tirannide delle più oppressive e spietate coi dissidenti.
Davvero le società antiche erano basate sull’egoismo delle classi dirigenti? A livello individuale, l’umanità non è certo cambiata nel corso dei secoli, c’era sempre, come oggi, il buono e il cattivo. A livello di società, cultura, ideologie mi viene da pensare soprattutto all’insegnamento di Platone: una polis bene ordinata con ciascuno al posto per il quale è più idoneo, non è per il bene delle élite ma di tutti. La teoria delle tre funzioni su cui era basata la società medievale era un’eco, sia pure sbiadita e letta attraverso le lenti deformanti del cristianesimo, della dottrina platonica. A ben guardare, il momento in cui un corpo sociale impone la gestione dell’intera società nel proprio esclusivo interesse, inizia proprio con la rivoluzione “liberale” quando la borghesia vuole recidere i vincoli feudali per imporre alle classi lavoratrici soltanto le spietate leggi del mercato e dei rapporti economici, e non c’è dubbio che specialmente nelle fasi iniziali, esplosive, della rivoluzione industriale, lo sfruttamento delle classi lavoratrici sia stato spietato.
Il marxismo è semplicemente il prolungamento di questa nefasta “tradizione”. Qualcuno, tra cui il nostro amico AloneWalking, ha definito Marx un pensatore “medievale”, e il marxismo un’ideologia “medievale”, affermazione che in realtà non ha molto significato se non quello genericissimo di contrasto con il “moderno” “pensiero unico” neo-liberale. In realtà, non si tratta di medievalismo, ma di un’ideologia proiettata verso un avvenire immaginario QUALE LO SI POTEVA PENSARE ALLA META’ DEL XIX SECOLO.
I “compagni” per poco che li si conosca, mostrano in maniera molto forte i segni dell’anacronismo, danno l’impressione di essere dei sopravvissuti a se stessi. Ci sono gli ex sessantottini nostalgici di quella che credono sia stata una rivoluzione mancata, e invece fu un’operazione di conservazione sociale che si è esaurita proprio perché ha conseguito i suoi obiettivi. Ne conosco tantissimi, soprattutto fra i miei colleghi insegnanti.
Ci sono poi quelli dei Centri Sociali, i “black block”, i “no global”, chiamateli come volete, che sono come gli attori di certi teatri inglesi che rappresentano da mezzo secolo la stessa commedia, che recitano una presunta rivoluzione ormai del tutto anacronistica, insensibili e nemmeno capaci di vedere i cambiamenti avvenuti nell’ultimo cinquantennio. Se non fossero violenti pericolosi, sarebbero patetici. Come pretendono di riformare una società che non capiscono, anzi nemmeno vedono, che è solo una cornice nella quale recitano da sempre l’ennesimo copione “rivoluzionario”, l’ennesima replica della tragedia 1943-45? Che tolto l’odio nei nostri confronti, non hanno niente altro da dire.
Zombi, con l’unica differenza rispetto a quelli con cui la cinematografia hollywoodiana ci sta orripilando (e scocciando) da diversi anni, che la putredine ce l’hanno tutta dentro la scatola cranica.
Una questione che avrei dovuto trattare la volta scorsa, un’altra diramazione collaterale del nostro discorso che non ho approfondito per non rendere eccessivamente pesante un testo già “denso”. Il 1991 diede avvio nella politica italiana a una sorta di gioco delle maschere, o delle tre carte. Dopo la caduta del sistema sovietico, i comunisti d’Europa dell’est come di quella dell’ovest – io penso – se fossero stati gente dotata di un minimo di dignità, avrebbero dovuto ritirarsi dall’agone politico dopo aver assistito al fallimento miserabile della loro utopia in una maniera che non ha precedenti nella storia, eccoli invece ritornare subito in campo dopo aver  cambiato l’insegna della ditta, dopo essersi malamente travestiti da “socialisti” o “democratici”, un modo disgustoso di prendere in giro la gente, come dire:
“Vi abbiamo ingannati per settant’anni, quindi continuate ad avere fiducia in noi”.
Furono presto di nuovo in pista dopo uno sbrigativo maquillage sia nell’Europa occidentale sia, e la cosa può apparire più sorprendente, in quella orientale, dove la gente li aveva detronizzati a calci, ma potevano ancora contare su una struttura organizzativa che le forze fin allora di opposizione e di dissenso, non avevano.
Se i “buoni democratici” avallarono per buona la conversione dei comunisti alla democrazia occidentale nel giro di una notte, se offrirono prontamente loro un velo pietoso o un vello peloso sotto cui nascondere le loro vergogne, mentre l’ostracismo nei nostri confronti è ormai giunto alla terza generazione, questo non ci dice ormai più molto sul comunismo, ma ci dice tantissimo sulla cosiddetta democrazia occidentale, a cominciare dal fatto che la presunta equidistanza fra “i due totalitarismi” non è che una finzione ipocrita. Farsi dagli anni ’30, quando soprattutto la lobby ebraica statunitense nell’informazione sputava veleno all’infinito sul nazionalsocialismo, mentre si presentava di Stalin un’immagine idilliaca, arrivando alla guerra di Spagna dove le democrazie occidentali erano tutte dalla parte dei “repubblicani” cioè dei comunisti sottovalutando enormemente il pericolo di un altro stalinismo nell’angolo sud-occidentale del nostro continente, alla seconda guerra mondiale di cui conosciamo tutti gli schieramenti, facendo un balzo fino agli anni ’90 a cui ai comunisti furono date amplissime possibilità di riciclarsi e di rimettersi in gioco, si ha davvero l’impressione che la Guerra Fredda non sia stata altro che una lunga baruffa in famiglia. 
Se noi non vivessimo in un mondo in cui la percezione della realtà è pesantemente stravolta, non servirebbe nemmeno dire che questa semplice verità storica facilmente constatabile basta a invalidare da sola l’idea che costoro hanno sempre cercato di presentare di noi come forza controrivoluzionaria. E’ a loro, non a noi, che – tolto il periodo della Guerra Fredda – è sempre andato l’appoggio planetario della grossa borghesia capitalista internazionale, con l’ovvio corollario che la rivoluzione realmente temuta da quest’ultima era, e forse è ancora adesso, la nostra.
Naturalmente, se questo gioco delle maschere si mise in moto dovunque in Europa, l’Italia, che ospitava il più forte partito comunista del mondo occidentale, doveva avervi una posizione di primo piano. Il PCI si trasformò in PDS (“Partito Democratico di Sinistra”), poi in DS, per confluire più tardi nel PD.
Come vi ho detto la volta scorsa, paradossalmente, è stata proprio la caduta della casa madre sovietica a dare a costoro la possibilità di trasformarsi in forza di governo (di potere lo erano già), perché agli Italiani era passata la paura del comunismo ma non la rabbia per la corruzione democristiana. La Democrazia Cristiana travolta da Tangentopoli diede vita a un balletto di sigle e simboli ancor più complicato per rifarsi una verginità: prima si trasformò in Partito Popolare cercando di rievocare i tempi di don Sturzo, poi si scisse in diversi gruppi che in seguito, a eccezione di quello di Pier Ferdinando Casini, l’UDC che rimase indipendente e ancora oggi usa il vecchio simbolo dello scudo crociato, si riunirono nella Margherita sotto la guida di Francesco Rutelli (la margherita o “biancofiore” era da sempre una specie di simbolo non ufficiale democristiano), per poi a loro volta confluire nel PD assieme agli ex (o sedicenti ex) comunisti.
Il PD è stato la squallida creazione di Walter Veltroni, “l’americano” del PCI, un partito modellato a imitazione dei “democratici” statunitensi al punto da aver adottato per un certo periodo come simbolo l’asino così come i loro presunti omologhi yankee (ma da noi il concetto di “asinità” non ha assonanze molto positive). Sebbene oggi sia una cosa pressoché normale, un “compagno” filo-yankee come Veltroni fino al 1991 era un personaggio paradossale, e non posso fare a meno di chiedermi: se si fosse trovato in Corea, in Vietnam o alla Baia dei Porci, da che parte avrebbe sparato?
Nell’ottica vilissima, servile, di trasformare la politica italiana in un’imitazione o una caricatura di quella americana, l’esistenza del PD ha un senso, ma sicuramente, più che una pernacchia, è una scoreggia in faccia a quei milioni di italiani che per decenni alla contrapposizione fra democristiani e comunisti ci hanno creduto, e purtroppo sembra proprio che a una fetta non esigua dei nostri connazionali piaccia farsi scoreggiare in faccia.
Per un ventennio, dal 1991 al 2011, diciamo – anche se il fenomeno non sembra davvero esaurito – la politica italiana è stata un balletto vorticoso di simboli e sigle. Qualcuno ha proposto un confronto interessante: negli USA ad esempio (ma non solo lì), i partiti in questo ventennio sono rimasti gli stessi ma le facce sono completamente cambiate. In Italia i partiti, le sigle, i simboli elettorali sono completamente cambiati ma le facce sono rimaste le stesse: individui che cambiano la formazione di appartenenza con la stessa disinvoltura con cui si cambiano la camicia, ma che sono sempre gli stessi, immarcescibili professionisti della politica che in vita loro non si sono fatti nemmeno un giorno di lavoro vero.
Tra le atrocità del comunismo, dalle quali i comunisti (oggi sedicenti ex) di casa nostra non possono certo chiamarsi fuori, sia per averle a lungo occultate, sia per aver utilizzato durante la guerra partigiana gli stessi metodi delinquenziali, sia perché la diversità del comunismo nostrano era una pura finzione propagandistica e, come oggi sappiamo, sono stati sul libro paga di Mosca fino all’ultimo giorno dell’Unione Sovietica, e la corruzione del sistema democristiano alla quale gli stessi comunisti erano tutt’altro che estranei, la DC e il PCI di immondizia da occultare sotto il tappeto ne hanno avute quantità enormi al punto da rendere inevitabili tutti i cambiamenti di facciata che abbiamo visto. Ma noi? Cosa c’è stato veramente dietro la cosiddetta svolta di Fiuggi? Che motivo avevamo di gettarci pure noi in questo balletto di mascherature e ritocchi?
All’epoca me lo chiesi piuttosto ingenuamente: se democristiani e comunisti avessero avuto anche solo un minimo di decenza, avrebbero potuto soltanto sentirsi subissati dalla vergogna. Ma noi di che cosa ci dovevamo vergognare: di essere l’unica importante forza politica nazionale a essere passata indenne attraverso Tangentopoli? Di aver difeso l’italianità, la nostra terra e la nostra gente sempre e dovunque? Dei nostri camerati uccisi dal piombo rosso negli anni terribili successivi al ’68. Di essere stati in quegli anni tremendi, incompresi e osteggiati da tutti, un muro che ha fatto argine alla sovversione rossa? Di aver avuto ragione sulla natura del comunismo e visto ben chiaro quello che gli altri non volevano vedere?
D’altra parte, si vede ben chiaro che, mentre democristiani e comunisti con le loro metamorfosi kafkiane culminate nella creazione di questo mostro di Frankenstein della politica italiana noto come PD, sono riusciti a riciclarsi assai bene, la “svolta di Fiuggi”, la creazione di AN, la confluenza nel PDL, poi la nascita di quell’ambiguo aborto che è stata FL, sono servite soprattutto a una cosa, a privarcidi una rappresentanza politica proprio quando l’aver avuto ragione inascoltati per mezzo secolo, ci avrebbe invece dovuti premiare. Quello avvenuto con la trasformazione del MSI in AN-confluenza nel PDL-FL, sembra piuttosto un suicidio programmato della principale forza politica della nostra “area”. Io ho avuto il sospetto che tutto ciò fosse in qualche modo eterodiretto, che all’interno della dirigenza missina agisse qualcosa che era esattamente l’opposto di quelli che erano le finalità, i desideri, gli atteggiamenti dei militanti.
Bisogna anche tenere conto del fatto che già la formula almirantiana della “destra nazionale” era un considerevole allontanamento dalle nostre radici storiche e ideologiche. “Destra” significa conservatorismo, immobilismo sociale, riduzione della nostra Weltanschauung al puro e semplice anticomunismo. Porre l’accento sul nazionale, sul nazional-patriottico, significava comunque un passo indietro rispetto a quello spirito europeo che già durante la guerra la comune esigenza della difesa della “fortezza Europa” dalla doppia aggressione bolscevica e angloamericana aveva creato, spirito europeo che – non occorre nemmeno dirlo – è l’esatto contrario dell’ “europeismo” fasullo e bastardo di Maastricht e Schengen, spirito europeo di cui oggi abbiamo più che mai bisogno nell’ottica di una resistenza a quella che oggi è di nuovo una doppia aggressione: il vampirismo economico della UE teso a saccheggiare le risorse dei popoli del nostro continente attraverso l’imposizione di politiche fiscali insostenibili, e l’immigrazione che fa proliferare cellule di non-Europa nelle nostre terre come una metastasi tumorale.
Maurizio Barozzi, il curatore del sito della FNCRSI, ha più volte sostenuto che il Movimento Sociale sia stato non solo infiltrato fin dalle origini, ma addirittura fondato da ambienti NATO allo scopo di attirare gli ex combattenti della RSI e quanti si riconoscevano nella nostra “area” su posizioni di atlantismo e puro e semplice anticomunismo. Sebbene non mi sembra che questa ipotesi possa essere definitivamente dimostrata, è certamente meritevole di attenzione, tuttavia ogni volta che il buon Maurizio si è provato a esporla, ha suscitato più indignazione e polemiche che riflessioni. Diciamo però che all’epoca della Guerra Fredda le cose non cambiavano un granché, la situazione oggettiva ci obbligava ad appiattirci su posizioni atlantiste e anticomuniste, oggi però le cose sono notevolmente cambiate, anche se sembra che ci siano in giro ancora tanti che non vogliono rendersi conto che la Guerra Fredda è finita da quasi un quarto di secolo, e con essa l’alibi che poteva in qualche modo fornire alla dominazione statunitense sull’Europa.
Se Maurizio Ha ragione, allora tutto collima: coloro che avevano creato lo strumento MSI, lo buttavano via, ora che con la fine della Guerra Fredda non solo non serviva più, ma poteva diventare un intralcio fastidioso.
Oggi ci troviamo in una situazione paradossale: in tutta Europa si stanno diffondendo movimenti identitari, populisti, euroscettici, che esprimono la naturale reazione di difesa dei popoli del nostro continente alla fine che hanno deciso di imporci, che ci rassegniamo a subirla o no: Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, il Front Nationale in Francia, il movimento di Nigel Farage in Gran Bretagna. In Italia, invece, a ogni consultazione elettorale si ripete lo stesso triste, meschino spettacolo: quattro o cinque listine di “area” dove la differenza fra le une e le altre riesce del tutto esoterica e incomprensibile all’elettore medio, i cui voti sommati assieme finiscono per raggiungere l’uno o al massimo il due per cento. Listine che più che espressione di differenze ideologiche, lo sono del narcisismo, dell’eccesso di autostima, della litigiosità di vari ducetti in sedicesimo.
Io non credo che una nostra “area” potenziale non esista più o sia ridotta a termini così minimi. Semplicemente, gioca prima di tutto un sistema elettorale fortemente maggioritario che penalizza drasticamente le formazioni minori, poi questo penoso spettacolo di frazionismo e personalismo scoraggia molti dal dare un voto che andrà sicuramente sprecato, e molti preferiscono astenersi, o ritengono di fare cosa meno inutile votando Lega o Forza Italia.
A Trieste alle scorse elezioni amministrative, per qualche strano caso era presente una sola lista “di area” che conseguì un inaspettato 10%. Anche facendo la tara di una città con una sensibilità particolare passata attraverso esperienze come le foibe e l’occupazione titina, rimane un risultato notevole, in contrasto con la situazione di quasi inesistenza dimostrata altrove e in altre occasioni.
Ciò di cui avremmo davvero bisogno, sarebbe di un leader abbastanza carismatico e autorevole da ricomporre le schegge della nostra “area” smembrata, ma questo non può essere programmato, soltanto un fato benevolo potrebbe darcelo.
Nell’attesa, la cosa migliore è forse quella di cercare di cambiare la “polis” cambiando la gente, seguendo l’esempio di Platone, con l’informazione, l’educazione, la cultura. Proprio ciò che “Ereticamente” cerca di fare.
  
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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 20 Giugno 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Ottimo articolo di Fabio Calabrese, come peraltro tutti i suoi scritti. Mi ha particolarmente “stuzzicato” il – tristissimo – discorso sulla estrema frammentazione nella quale si dibatte la nostra “Area”, ormai da troppo tempo. Certo, sarebbe una gran cosa che emergesse una personalità carismatica tale da mettere più o meno d’accordo tutti, ma sinceramente non ci spero più che tanto. Io quindi credo che bisognerebbe cercare di aggregarsi partendo dalle IDEE, quei concetti sui quali praticamente nessuno potrebbe ragionevolmente dissentire, ad esempio (cito alla rinfusa, senza un preciso ordine): ritorno ad una vera sovranità nazionale, autodeterminazione dei popoli, etnocrazia e federalismo, lotta senza compromessi all’immigrazione, immediata uscita dall’Euro, moneta emessa dallo Stato e di proprietà popolare, immediata uscita dalla NATO, posizione geopoliticamente e culturalmente antiamericana senza esitazioni, Palestina ai Palestinesi e contro il sionismo, critica feroce al liberalcapitalismo, Stato Nazionale del Lavoro, Socializzazione delle aziende, nazionalizzazione di quelle strategiche, un sano Corporativismo riveduto e corretto per portare le istanze delle forze produttive nei più alti centri del potere, libero mercato ma solo per i generi voluttuari, calmierazione dei prezzi per i generi di prima necessità, proporzionalizzazione degli stipendi tra i livelli più bassi e quelli più alti, proprietà privata limitata oltre un ragionevole limite….. ed altre ancora che non sto qui ad elencare perché andrei troppo nello specifico (su scuola, sanità, libertà religiosa, sistema politico e legislativo…). Un manifesto di questo tipo, una “chiamata a raccolta”, NON per “FONDARE” l’ennesimo movimentino che si ridurrebbe a portare via voti agli altri, ma per “FONDERE” o al limite “FEDERARE” TUTTI coloro che si ritrovano nell’Area “nazionalpopolare”, “social nazionale”, “tradizionale” o come cavolo vogliamo chiamarla (evitiamo magari di parlare di Destra e Sinistra, che sono concetti che servono più a confondere le idee che a chiarirle: io a volte su temi sociali mi sento più a sinistra di un trotskista….), non costringerebbe chi “non ci sta” a dare delle spiegazioni, a motivare i suoi “distinguo” ? E se qualcuno ponesse il tema di “chi comanda” su questa galassia, non si potrebbe fare un “direttorio” a rotazione di tutti i vari capoccioni nostrani ? Io dico: CHISSENEFREGA di chi comanda, l’importante sono LE IDEE – impersonalmente – che il “movimento” MAI dovrebbe perdere di vista. E’ QUELLO IL NOSTRO SEGRETARIO DI PARTITO, non la persona che pro-tempore, ne occuperebbe la posizione. Possibile che ci sono partiti che hanno dentro tutto ed il contrario di tutto (ad esempio il PD con ex comunisti, socialisti, liberaloidi vari, ambientalisti, cattolici, atei, froci, ecc..), che sono ideologicamente molto ma molto più eterogenei, mentre noi ci spacchiamo su quell’unica cosa sulla quale non concordiamo (ad esempio, se è meglio essere guelfi o ghibellini) e non consideriamo le altre 20 sulle quali siamo in accordo ? E’ un’utopia, la mia ? Scusate lo sfogo….
    Michele Ruzzai

  2. Accad

    commento a Ruzzai

    Quanto esposto non fa una grinza, peccato che tale tentativo è stato già fatto (direttorio, federazione, autonomia territoriale dei gruppi, revisione totale delle attuali istituzioni, ecc.. ecc..) e come nato così è morto; proprio perché ognuno pensa per se. Tutti pronti a seguire il capo carismatico (salvo abbandonarlo alla prima occasione – non ricorda nulla?) ma nessuno disposto a “sottostare” ad altri. NOI siamo italiani e come tali ci comportiamo. Gli altri in fin dei conti sono più coerenti.

  3. Anonymous

    Caro Michele per applicare questo progetto che poi è quello nostro, storico, ci vuole una Rivoluzione. Mediante i ludi cartacei non c’è speranza di arrivare neanche alla soglia minima dello sbarramento consentito. Pessimista? no realista perchè l’antifascismo imperante in questa Nazione non lo consentirebbe e il popolo democratico non è maturo. Vedi grillo, ha alzato i toni, ha auspicato un essereoltreitler è ha perso le europee che le aveva in pugno. Le ha perse non perchè il Pd ha intercettato i voti dei cinquestelle ma perchè l’elettorato ‘libero’ da impegni, diciamo quello forcaiolo e manettaro, non è semplicemente andato a votare perchè appunto non avendo una coscienza critica mira solo ad un soddisfacimento del benessere personale. Quindi in questo caso va bene il meno peggio!!! Immagina un Alba dorata in Italia! apriti cielo! La normativa vigente in veste di garanzia dell’ordine costituito (legasi ‘democrazia’) subirebbe un accanimento legislativo. Poi, secondo me, il punto di partenza di questa rivoluzione dovrebbe essere la revisione della carta costituzionale più pluralista e meno liberticida. E di questa specie di democrazia parlamentare ne dobbiamo parlare? Perchè i suoi organi istituzionali operano veramente per nome e per conto del popolo sovrano??Immaginare un Stato Platonico aristocratico è veramente impossibile ma forse un buon compromesso con la democrazia si potrebbe realizzare con una Repubblica presidenziale, diciamo alla francese. Questo potrebbe essere spunto per una nuova battaglia. Applicata questa riforma allora si che i migliori saranno eletti(mi piacerebbe dire scelti) dal Popolo a questo punto veramente Sovrano. Ecco questo potrebbe essere meno utopistico ed in tal senso potrebbe trovare d’accordo tutti gli appartenenti a questa Area Ideale che per fortuna non coinvolge solo la ‘presunta’ area neofascista ma tutto un mondo del pensiero che si sta veramente liberando dai dogmi della seconda guerra mondiale. Un caro saluto Eugenio Barraco

  4. Anonymous

    Chiedo scusa ad Eugenio Barraco se mi inserisco nella discussione…Io condivido ciò che ha detto,eccetto la questione M5s che(a mio parere) ha perso voti e ha portato tanta gente a disertare le urne,non perchè i proclami di Grillo avrebbero spaventato in molti,ma soprattutto perchè il Movimento si è rivelato(una volta in parlamento)più a sinistra persino di Sel su tante questioni “sensibili”(immigrazione in primis).Ha perso,non perchè ha dato l’impressione di esser troppo di destra(per certe “sparate”di Grillo,senza conseguenze tangibili,a parte il clamore momentaneo),ma perchè nel concreto si è dimostrato fortemente sbilanciato verso posizioni da estremisti progressisti.Conosco tanta gente delusa dal loro comportamento,e mi stupivo dei sondaggi che li davano in ascesa,minor sorpresa ho avuto invece vedendo i dati reali del voto.Larga parte dell’elettorato di destra,senza validi punti di riferimento,semplicemente è rimasta a casa.Sinceramente tra loro e il Pd,ho serie difficoltà a scegliere chi sia peggio.
    Primula Nera

  5. Anonymous

    Ovviamente per “loro”intendo il Movimento 5 stelle….
    Primula Nera

  6. Anonymous

    Caro Eugenio, i temi che poni sono tanti ed impegnativi: diciamo che TUTTA la politica così com’è concepita da un paio di secoli a questa parte è letteralmente da buttare, fa schifo tranne poche eccezioni…. Ad esempio, non è tanto il fatto dell’esistenza in sé di vari partiti politici che mi lascia perplesso (non credo siamo più nei tempi di un “pontifex” autentico che possa operate anche nella sfera temporale; o quanto meno se anche esistesse non verrebbe riconosciuto e si porrebbe comunque il problema di una sua “legittimità” accettata da tutti…figuriamoci…), quanto il fatto che, pur senz’altro ammettendo che vi possano essere sensibilità diverse collegate alle varie “famiglie” ideologiche (socialisti, cattolici, liberali, anarchici, conservatori, comunisti e…. noialtri) non riesco a digerire il concetto “longitudinale” Destra-Centro-Sinistra della loro geografia “operativa”. Voglio dire che chi sta “al centro” può tranquillamente mercanteggiarsi da una parte come dall’altra, tanto sicuramente con questo sistema Destra e Sinistra non si alleeranno mai tra loro; in un modo o nell’altro il vicino sta con il vicino… Il punto è che – ragionando in termini di pura teoria politica – a mio avviso non dovrebbe esistere UN parlamento, dove queste logiche generali imperano, ma paradossalmente 15/20 parlamentini – ciascuno focalizzato per ogni settore politico (più o meno in relazione con il corrispondente Ministero esecutivo) dove le singole forze dovrebbero convergere o divergere esclusivamente sulla base dello specifico tema e degli specifici provvedimenti al vaglio volta per volta. Senza pregiudiziali ideologiche (ad esempio, con gli Anarchici potrei anche trovarmi d’accordo in sede di temi sociali, o di politica estera anti-USA, ma mai e poi mai in nella commissione immigrazione o in quella dove si parla dei libri di testo per le scuole, argomento Foibe….; ma sarebbe tutto un altro contesto, anche istituzionalizzato in questa precisa direzione); ed anche senza ricatti del tipo “essere dentro o fuori alla maggioranza di governo”, concetto che non esisterebbe proprio. In questo modo, un partito potrebbe essere “al governo” su alcuni temi, e magari “all’opposizione” su altri. Il parlamento – inteso come schieramento di un certo numero di partiti – non dovrebbe “reggere” un Governo, ma fornirgli orientamenti politici generali ed un quadro legislativo entro il quale muoversi esecutivamente. Un governo invece dovrebbe fondarsi sulla base di elezioni “corporative” espresse dalle competenze delle singole categorie, ciascuna a designare il suo proprio Ministro-tecnico. Quindi io paradossalmente arriverei – iperdemocraticamente, passami il termine – al punto di dare al cittadino non un solo voto ma ben due: uno come lavoratore per eleggere, indirettamente, l’esecutivo, ed un altro in tema politico generale, anche se in quest’ultimo caso il discorso si fa più lungo e complesso per il problema delle qualificazioni del singolo e dell’imperfetto concetto “una testa, un voto” che andrebbe rivisto….ne riparleremo semmai un’altra volta, qui rischio di debordare con le utopie…..
    Un caro saluto.
    Michele

  7. Francesco Manetti

    Interessante articolo, soprattutto nei passaggi sul tema “anticomunismo e atlantismo” e della “obbligatorietà” di certe scelte da parte della “destra” (la chiamo così per semplicità) nel periodo della Guerra Fredda. Per es. mi ricordo, nella prima metà degli anni ’80, sul Candido di Pisanò, le lettere a favore di Reagan, positivamente accolte dalla redazione. In contemporanea venivano vendute per posta sul periodico le riproduzioni dei poster della RSI per l’arruolamento nelle Waffen SS Italiane (che io, giovincello, comprai e attaccai in camera). Non basterebbero mille Treccani per parlare di questi – per me – affascinanti argomenti, di questi incredibili “cortocircuiti” geopolitici che hanno coinvolto a più riprese la “destra” (nuovamente semplifico).

    Un grazie e un saluto a Fabio Calabrese per i suoi sempre ficcanti interventi!

    Francesco Manetti

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