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“Niente di nuovo all’Alcazar, mio generale!” (prima parte)

“Niente di nuovo all’Alcazar, mio generale!” (prima parte)
“Si en la pelea veis caer mi caballo y mi estandarte, levantad este que a mi” (“Se nel combattimento vedrete cadere il mio cavallo e la mia bandiera, rialzate prima questa, e poi me”) motto inciso sul piedistallo della statua di Carlo V, nel cortile dell’Alcazar
di Giacinto Reale
Ci sono, nella vita dei popoli, uomini e luoghi che assumono un significato che va oltre la realtà, ne fa “miti” e li consegna all’eternità della storia. In Spagna, per esempio, fra tutti primeggia la leggenda del Cid Campeador che, ormai morto, issato e legato al suo cavallo Bibieta, con il solo apparire fa fuggire i Mori in assedio a Valencia; essa costituisce un elemento fondativo del sentire comune e della stessa hispanidad, tramandato attraverso i secoli.
Per un periodo più breve, prima che le meschinità della politica intorbidissero tutto, lo stesso è avvenuto, sempre nella penisola iberica, con una città, Toledo (che già era stato centro del cattolicesimo spagnolo) e il suo castello, l’Alcazar (che già era stato residenza del Cid al tempo della Reconquista); essi hanno rappresentato l’indomito coraggio e la capacità di resistenza di un popolo che una facile ironia vorrebbe dedito solo a sieste e tapas.
La leggenda dell’Alcazar si trasmise presto in tutto il mondo, infiammò animi coraggiosi e menti libere, ma ebbe successo anche tra le “masse” che, incapaci, in quanto tali, di azioni similmente eroiche, sanno però riconoscerne la trascendente superiorità.

Ne farò, perciò, ora la storia, riannodando fili spezzati e rinnovellando racconti sepolti, prima che la viltà dell’oggi ne cancelli definitivamente le tracce. (1)
TUTTO COMINCIA COSI’
“Io dico quello che S. Domingo di Hilo rispose ad un re castigliano: “Signore, puoi togliermi la vita, di più non puoi, ed è preferibile morire con gloria che vivere con vilipendio”. I destini della Spagna non si decidono qui, ma nelle piazze”
Con queste parole, pronunciate in Parlamento, Calvo Sotelo, leader dell’opposizione di destra e monarchica al Governo repubblicano, conclude, il 16 giugno del 1936, il suo intervento, nel quale ha denunciato le violenze commesse in soli 45 giorni dagli estremisti di sinistra con la complice acquiescenza del Governo.
La risposta è la condanna a morte pronunciata lapidariamente da Santiago Casares Quiroga, Presidente del Consiglio: La violenza contro il capo del partito monarchico non sarebbe un crimine” (2) e messa in atto dagli uomini appartenenti agli Asaltos, la milizia repubblicana, che la notte del 13 luglio rapiscono Sotelo e lo giustiziano con due colpi alla nuca, abbandonandone poi il cadavere davanti al Cimitero.
Un omicidio che segna la fine dell’esperienza repubblicana: il fatto che a compierlo siano stati uomini in divisa, diretta emanazione del Governo, rende manifesta a tutti l’illegalità nella quale si muove il nuovo regime, fuga i dubbi, interrompe attese ancora fiduciose. (3)
Non possono essere che i militari a prendere l’iniziativa: troppo fragile la struttura organizzativa della Falange; inesistenti i gruppi monarchici (con qualche eccezione localistica); pavida, per sua natura, la classe piccolo-medio borghese; egoisticamente assente, come sempre, l’alta borghesia e quello che resta dell’aristocrazia di Corte.
È così che nel pomeriggio del 17 luglio, con alcune ore di anticipo rispetto al previsto, in Marocco prende il via la rivolta, che in poche ore dilaga in tutto il territorio metropolitano. All’alba del giorno dopo tutta la Spagna sa del “pronunciamento”e inizia, con i primi scontri tra le opposte fazioni e i primi massacri, la guerra civile.
Non ne farò qui la storia, alla quale sono stati dedicati volumi su volumi (4). Vediamo, piuttosto cosa fanno e dove sono i protagonisti del nostro racconto la mattina del 18 luglio:

  • il Colonnello di Fanteria Josè Moscardò Ituarte, 58 anni, direttore della Scuola centrale di ginnastica dell’Accademia di Toledo, si trova a Madrid, dove sta organizzando il viaggio di alcuni accademisti a Berlino per assistere alle prossime Olimpiadi. Egli non è un Ufficiale “di spicco” nei ranghi dell’Esercito spagnolo, e prova ne è che i rivoltosi a lui non hanno pensato, per cui gli avvenimenti lo colgono assolutamente alla sprovvista. Di carattere rigido e pignolo, è noto per le sue idee conservatrici tout court che lo rendono, per esempio, diffidente nei confronti della stessa Falange, ritenuta “rivoluzionaria” per certe prese di posizione in materia di Chiesa ed Esercito;
  • l’Accademia di Toledo è praticamente deserta: in vacanza allievi ed Ufficiali, sono rimasti in sede gli uomini del “quadro permanente” per assicurare la minima attività e il funzionamento della struttura. Nella vecchia fortezza, situata sulla parte alta della città, che è visibile a molti chilometri di distanza, e financo da Madrid in giornate particolarmente serene, la vita scorre tranquilla;
  • la città di Toledo si sveglia all’alba del 18 con una sensazione di diffusa paura: essa è pericolosamente vicina a Madrid, ed è quindi chiaro a tutti che un tentativo di rivolta sarebbe subito stroncato, anche con l’arrivo di truppe dalla capitale. La gente si riversa per le strade, incerta sul da farsi, mentre molti cominciano a pensare che l’unico modo per sfuggire all’azione punitiva dei “rossi” sia rifugiarsi tra le solide mura costruite dai tempi dell’Impero Romano e poi via via rese più solide.
Collocati luoghi e personaggi nel contesto di quella tragica giornata, il racconto può cominciare.
IL CAPITANO VELA NON E’ FOSCO GIACHETTI
Moscardò, appena intuita la situazione, decide di lasciare Madrid e tornare all’Alcazar; prima, però, ordina al Capitano Emilio Vela Hidalgo, suo Aiutante, di radunare quanti più accademisti gli è possibile e riportarli in Caserma. Di questo Ufficiale avrò modo di riparlare, perché egli sarà uno dei protagonisti della difesa; per ora lasciamolo alle prese con un vorticoso giro di telefonate e visite nei tradizionali luoghi di ritrovo, alla ricerca dei suoi giovani allievi (5).
È una situazione che si ritrova pure nel noto film “L’assedio dell’Alcazar” di Augusto Genina, del 1940, che, come credo alcuni che stanno leggendo queste pagine, sono stato invogliato a rivedere.
Bel film, abbastanza preciso nella ricostruzione dei fatti, retorico al punto giusto, “un film scabro, un film di guerra, robusto e niente affatto raffinato… con espliciti richiami alla cinematografia russa” fu scritto all’epoca, e, letto oggi, mi sembra un complimento.
La figura centrale è proprio quella del “Capitano” (e il nome “Vela” viene esplicitamente fatto), interpretato da un Fosco Giachetti “asciutto e virile”, come lo definiscono le recensioni in quei tempi.
Mentre quindi Vela raduna i cadetti, l’anziano colonnello ordina anche al figlio Pepe, Tenente e con lui impegnato nell’organizzazione del viaggio a Berlino, di tornare (o di restare: le fonti sono contraddittorie al riguardo) a Barcellona, dove è di stanza, e presentarsi al suo Reparto. Ordine improvvido, ma che dimostra quanta poca consapevolezza ci sia, tra i rivoltosi e i loro iniziali fiancheggiatori, del livello di crudeltà che la lotta raggiungerà fin dall’inizio.
Pepe, infatti, sarà catturato e giustiziato dalla Ceka locale.
Rientrato in sede, Moscardò scopre di essere l’Ufficiale più anziano presente a Toledo, e assume, di conseguenza, il comando delle operazioni. In un rapporto al personale dichiara la sua intenzione di schierarsi con l’Esercito in rivolta, e, ottenuto il consenso di tutti, passa a confrontarsi, da subito, con la prima emergenza: organizzare la difesa dell’Accademia con i pochi uomini disponibili.
Sarebbe impresa improba, se, nello stesso pomeriggio del 18, non si presentassero all’ingresso 696 Carabineros (sul totale presente in città ne mancano 32, già catturati ed uccisi dai miliziani); con loro, un gruppo di 85 giovanissimi falangisti e alcuni civili di parte “nazionale”, tutti accompagnati dalle famiglie che non possono essere lasciate in mano ai “rossi”.
Ci sono anche 216 preti, che, però, avranno – per loro scelta – una sorte crudele. Quando, infatti, Moscardò inviterà a lasciare l’Alcazar chi non se la sente di affrontare la battaglia prossima, essi decideranno tutti di tornare in città, lasciando così nel massimo sconforto gli assediati, privi di ogni conforto religioso (e vedremo come la situazione sarà risolta).
Sorte crudele, ho detto: saranno tutti uccisi, meno nove. Due perché si salveranno con la fuga e sette per aver abiurato la loro fede. (6)
Comunque, il 19 mattina, domenica, sono ancora all’Accademia, ed è possibile dire Messa, sia pure, come è facile immaginare, in un clima di grande tensione e commozione.
FACCIAMO L’APPELLO
Una delle prime preoccupazioni di Moscardò – che ha fama di “pignolo” – è quella di fare il punto della situazione, in previsione di un assedio che non si sa quanto potrebbe durare. Nelle varie ricostruzioni che sono state fatte in epoche successive, i numeri ballano un pò, ma questi sono dati più attendibili (7):

  • personale presente all’interno dell’Alcazar: 1.100 militari(150 Ufficiali, 690 Carabineros, 260 Sottufficiali); 570 civili (donne, anziani, bambini e un centinaio di uomini in grado di imbracciare un’arma); una dozzina di ostaggi, che saranno rispettati e trattati come tutti. Durante i settanta giorni dell’assedio ci saranno, tra i combattenti, 82 morti e 157 dispersi (morti anche loro e, più che presumibilmente, sepolti sotto le macerie), 430 feriti e 150 contusi; a loro vanno aggiunti 5 morti per cause naturali, 3 suicidi e 30 disertori, mentre tra i civili solo due morti, “pareggiati” da due nascite;
  • armamento disponibile: 1.400 fucili; 16 mitragliatori e 22 mitragliatrici, una decina di cannoni non tutti affidabili, un milione e mezzo di cartucce prelevate dalla fabbrica d’armi cittadina, 500 bombe a mano e alcune casse di candelotti esplosivi;
  • vettovagliamento disponibile: se per armi e munizioni le dotazioni appaiono, tutto sommato, soddisfacenti, più grave è la situazione alimentare, rapportata al numero dei presenti: qualche centinaio di chili di farina, fagioli, riso e ceci, una discreta scorta d’olio e varie altre cose (sidro, vino, sale, zucchero, etc), ma in quantità ridotta; niente carne. A migliorare il quadro sopravverrà il rischioso prelevamento notturno, con una sortita effettuata da un gruppo di volontari guidato da Vela, di una gran quantità di grano ammassata nei sotterranei del Banco di Bilbao, che li deteneva come pegno per i prestiti fatti ai contadini, così come decisiva si rivelerà anche la presenza nella roccaforte di 97 cavalli (ne sopravviverà uno solo, di particolare pregio, bellezza e capacità sportive) e di una trentina di muli (se ne salveranno 5).
Ho detto sopra del milione e mezzo di cartucce disponibili, prelevate dalla fabbrica d’armi cittadina nella giornata del 19. In effetti, esse sono state richieste, con più di una telefonata, da Madrid: Moscardò, finchè è in corso il prelevamento e il trasporto nei sotterranei della rocca frappone scuse di ordine burocratico (necessità di un ordine scritto e simili) assolutamente credibili per chi conosce il suo carattere pignolo, poi, quando le munizioni sono al sicuro, rifiuta la loro consegna ed esplicitamente dichiara l’intenzione di schierarsi con i “ribelli”.
La risposta non si fa attendere: il giorno 20 tremila uomini partono dalla Capitale per Toledo, mentre un aereo sorvola l’Alcazar e sgancia le prime bombe: l’assedio è iniziato, e con esso la “pulizia” della città, che i miliziani della capitale mettono subito in atto con i metodi che sono loro abituali.
QUEI FAMOSI DIECI MINUTI
Le truppe giunte da Madrid, intanto, sferrano i primi attacchi all’Ospedale Tavera, che è al limite estremo dello schieramento difensivo predisposto da Moscardò. La difesa ad oltranza dei pochi uomini appostati su balconi, tetti e finestre non ha speranze, contro i cannoneggiamenti e gli assalti ad ondate degli avversari. A loro non resta che ritirarsi, sia pure a malincuore, nel perimetro dell’Alcazar.
Questa prima vittoria parziale dà la stura alla nuova arma che, per tutti i settanta giorni, tormenterà i difensori: la guerra psicologica, fatta di inviti ad arrendersi di fronte alla superiorità di numeri e mezzi, appelli di familiari, parenti e conoscenti rimasti fuori dal castello, minacce e blandizie (l’offerta di sigarette soprattutto, che sono totalmente mancanti)… gli esiti saranno, però, scarsi.
Il punto più infame di tali manovre sarà raggiunto, il giorno 23, allorché i miliziani scopriranno di avere nelle loro mani la moglie del Colonnello Moscardò e i suoi due figli minori, Luis e Carmelo, che non hanno fatto in tempo a rifugiarsi tra le mura. Viene immediatamente informata Madrid e combinato un piano d’azione.
Il Comandante delle milizie repubblicane, tale Candido Cabelo, un anarchico autoproclamatosi Colonnello, ristabilisce la linea telefonica col maniero assediato, e chiede di parlare con Moscardò; gli intima la resa, minacciando, in caso contrario di passare per le armi uno dei due figli, Luis, che ha fatto condurre al suo Comando.
Per dimostrare che dice il vero, passa il telefono al ragazzo; anche su questa conversazione esistono varie versioni leggermente diverse, la più credibile resta quella scolpita su una lapide collocata successivamente sul muro dell’ingresso dell’Alcazar. eccola:
Che succede, figlio mio?”
 “Niente. Dicono che mi fucileranno se l’Alcazar non si arrende. Ma tu non preoccuparti per me”
“Se è così, figliolo, raccomanda l’anima a Dio e muori da spagnolo. Addio, figlio mio, ti abbraccio”
“Anch’io, papà. Un grande abbraccio”
C’anche un seguito, a questo brano di conversazione tra padre e figlio. Infatti, al termine si inserisce, rabbiosa, la voce del Comandante delle milizie repubblicane: “Vi ho dato dieci minuti di tempo? Cosa avete deciso?”
La risposta di Moscardò è altrettanto secca: “Che potete tenervi i dieci minuti e fucilare mio figlio. L’Alcazar non si arrende!”
Il finale della vicenda è particolarmente straziante: il giovane Luis non viene, infatti, fucilato immediatamente, ma trattenuto un mese in carcere, in una angosciosa attesa della morte che sa certa: l’esecuzione avverrà, con altri prigionieri, solo il 23 agosto, e il corpo non sarà mai ritrovato.
L’episodio, già drammatico in sé, viene caricato, nei racconti di parte nazionalista, di ulteriori significati, che tendono a sottolineare il legame dei combattenti franchisti con la storia patria: si citano allora Filippo II che consegnò all’Inquisizione il proprio figlio da giustiziare, e Alonzo Guzman, che lasciò i Mori crocifiggere suo figlio davanti alle mura assediate di Tarifa nel XIII secolo.
Quella sera, al’Alcazar, tutti cantano con inusuale tristezza, pensando al povero Luis, il bell’inno della Falange:
“Fronte al sol con la camicia nuova
Che ricamasti in rosso tu
Se la morte incontro nell’assalto
Non ti vedrò mai più.
Tornerò dagli altri camerati
Che a guardia, su in cielo, son restati
Impassibili nel gesto del valore
Eterni testimoni dell’onore.
Se ti diranno che sono caduto
Sarò lassù, al posto a me dovuto.
Torneran vittoriose le bandiere
Di pace in giocondo sventolar.
E recheranno seco cinque rose
Le frecce del mio fascio a incorniciar
Tornerà a fiorir la primavera
Come in cielo, in terra, in mar si spera
Avanti, squadre, a vincer si va
Che un’ alba nuova in Spagna sorge già” (8)
(segue)
NOTE
(1)    Sull’altro fronte, quasi a fare da contraltare (infatti è successivo, e data al 26 aprile 1937), la Repubblica avrà il suo mito nel bombardamento di Guernica, effettuato dalla Legione Condor. Mentre, però, nomi, numeri e fatti dell’assedio dell’Alcazar sono rigorosamente accertati e verificabili, le dimensioni del bombardamento –come ormai ammesso da tutte le parti- sono state volutamente esagerate, soprattutto per quel che concerne il numero dei morti (“diverse migliaia” contro nemmeno duecento accertati). Sull’argomento vds: Stefano Mensurati, “Il bombardamento di Guernica, la verità tra due leggende”, Roma 2004
(2)    Per “buon peso”, Dolores Ibarruri, la nota pasionaria, prima di tornare a sedersi, al termine di un violento discorso contro i “fascisti spagnoli”, si era già a sua volta rivolta a Sotelo minacciosa: “E’ il tuo ultimo discorso!”
(3)    Non è proponibile il paragone, che pure spesso si ripete, tra l’omicidio di Sotelo e quello di Matteotti. Certo, l’origine “diretta” del fatto è un discorso parlamentare di denuncia, e le due vittime sono esponenti dell’opposizione al regime dominante, ma, mentre Sotelo, per esempio, non oppone resistenza agli uomini in divisa, che per lui sono legali rappresentanti dello Stato, convinto di dover solo subire un interrogatorio di polizia, Matteotti intuisce subito che gli si voleva dare una “lezione”, e tenta strenuamente di non farsi trascinare in macchina dalla “squadraccia” di cui ben conosce e teme i metodi
E va anche aggiunto che quella di Sotelo è un’esecuzione in piena regola (con il classico “colpo alla nuca”), mentre l’omicidio di Matteotti appartiene, con ogni probabilità, e per motivi che non starò qui a ripetere, alla casualità, di fronte ad una reazione dell’aggredito molto più violenta e decisa del preventivato
(4)    Vedasi, per esempio: Hugh Thomas, “Storia della guerra civile spagnola”, Torino 1963; Anthony Beevor, “La guerra civile spagnola”, Milano 2006; Georges Roux, “La guerra civile di Spagna”, Firenze 1966. Per quanto riguarda il contributo italiano: Massimiliano Griner, “I ragazzi del ‘36”, Milano 2006 e Renzo Lodoli, “I legionari”, Milano 1970
(5)    La ricerca non avrà molta fortuna; alla fine, i Cadetti presenti a Toledo saranno solo una decina, anche se il mito perpetuerà l’immagine di un’ Accademia difesa dai suoi allievi. Va comunque detto che la politica antimilitarista del Governo repubblicano, in pochi mesi ha ridotto da 1.500 a 190 il numero complessivo dei Cadetti che frequentano la Scuola nella quale, fino a quel momento, si sono formate otto generazioni di Ufficiali spagnoli
(6)    Con loro, escono dall’Alcazar circa 2.000 civili, che non vogliono affrontare il più che prevedibile assedio; a molti di essi toccherà la stessa fine dei canonici
(7)    La presente ricostruzione si basa, essenzialmente su tre fonti: Pietro Caporilli, “L’assedio dell’Alcazar”, Roma 1961 (ristampa dell’edizione 1940); Arrigo Petacco, “Viva la muerte, mito e realtà della guerra civile spagnola 1936-39”, Milano 2006 (è l’unico, fra i tanti testi consultati, “che all’episodio dedica un intero capitolo); Henri Massis- Robert Brassilach, “I cadetti del’Alcazar, Spagna 1936 storia di una resistenza dimenticata”, Milano 2001 (ristampa dell’edizione 1936)

(8)    L’inno della Falange, nella traduzione contenuta in: Henri Massis- Robert Brassilach, “I cadetti del’Alcazar, Spagna 1936 storia di una resistenza dimenticata”, Milano 2001 (ristampa dell’edizione 1936)
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Categorie: Alcazar, Spagna, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 24 Giugno 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. mariomerlino

    ti segnalo, tanto per rimanere nel mondo tutto mio vanesio, il ‘domrémy’ di brasillach con mia introduzione ove tratto del rapporto strettissimo di brasillach con la spagna e toledo in particolare (il 2° capitolo de ‘la ruota del tempo’ s’intitola proprio ‘la notte di toledo’ ed è fra le pagine più belle di erotismo poetico…).

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