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La bellezza di una bandiera

La bellezza di una bandiera

Il mio amico con lo pseudonimo di  Max Stirner – e collega con il suo vero nome di Johann Kaspar Schmidt – amava dire come, se la memoria non mi fa difetto, egli avrebbe trovato sempre dei compagni senza aver bisogno di sottostare ad una bandiera, tessera distintivo divisa li aggiungo io. Prima che l’altro mio amico, più caro, Friedrich Nietzsche, compisse un anno (1844), questa affermazione era apparsa su l’Unico (Der Einzige und sein Eigentum, in tedesco suona decisamente più maestoso, rullo di tamburi scintillio di coltelli nella notte, e poi, diciamola tutta, mi rende meno accattone per via e più professore in pensione). Fra una birra e l’altra da Hippel nella Friedrichstrasse, Berlino, in astiosa compagnia di Marx ed Engels che lo dispregiavano, lo derisero e ne scrissero contro, al limite dell’insulto. (Su questa avversione forse sarà il caso di tornarvi in altra occasione perché un motivo vi sarà se i profeti del comunismo tanto vi si accanirono – e per lunga data solo le loro critiche ossessive ci parlavano dello Stirner –, mentre la censura prussiana nulla ebbe da obiettare alla pubblicazione del libro, ritenendolo innocua farneticazione).

E già… Max e il successivo padre di Zarathustra ci hanno educato a non prenderli – e prenderci, ahimè! – troppo sul serio, ma sapere che, senza di loro, saremmo stati tutti noi, ai confini dell’eresia, di certo più poveri e meno audaci e liberi. Quel ‘prendere la distanza’, efficace metodo per un risguardo complessivo e completo dello spazio percorso…  per, poi,  magari tornare indietro e darci una collocazione là dove quella visione ci lasci traccia estrema e indelebile. Anche questo motivo da rammemorare e affrontare in qualche altro momento di queste notti insonni e arruffate. E, anche qui, prima de Il viandante e la sua ombra, Stirner s’era accomunato ‘alla tribù degli individui pericolosi’, a coloro che non offrono di sè alcuna garanzia, non hanno niente da perdere e tutto vanno rischiando, perché – sono sue parole – ‘esistono dei vagabondi dello spirito che, soffocati sotto il tetto che abitavano i loro padri, vanno a cercare lontano più aria e più spazio. Invece di restare in un angolo del focolare domestico a rinnovare le ceneri di una opinione moderata, invece di ritenere per delle verità indiscutibili ciò che ha consolato e placato tante generazioni prima di loro, essi frangono la barriera che chiude il campo paterno e se ne vanno, per i cammini della critica, ove li mena la loro indomabile curiosità di dubitare’…

Torniamo, però, a quell’essere una comunità d’intenti senza abbisognare di adesioni formali simboli e quant’altro. La storia s’è mostrata difforme e ha richiesto almeno una bandiera, magari soltanto un frammento uno straccio di seta, ideale o di stoffa e, per essa, milioni di uomini hanno marciato e lottato e sofferto e gioito vinto o perso, più generazioni, popoli interi. Le bandiere nazionali, d’ogni singola Patria, quelle rosse poetate da Vladimir Majakovskij, ad esempio, o quelle a noi più care ove ricorrono il rosso il bianco e il nero. Una bandiera che sappia raccontare di eroi e di martiri, di canzoni e poesie e danze e costumi, cielo terso o nuvoloso, vaste pianure e boschi e monti e fiumi e coste bagnate dal mare.

(Enrico di Borbone chiese, quale condizione per tornare a sedere sul trono di Francia che si ripristinasse il vessillo della sua dinastia, tutto bianco con i gigli d’oro in alto. Ciò apparve così intollerabile, anche ai suoi sostenitori che, oramai, avevano accettato si riconoscevano avevano giurato fedeltà al tricolore della Rivoluzione, ove s’accorpavano al bianco della Casa Reale il rosso e il blu della municipalità parigina, che non se ne fece nulla). (A pagina 39 dell’edizione italiana, Longanesi 1954, del Der Fragebogen, il questionario letteralmente, tradotto con il titolo Io resto prussiano, Ernst von Salomon scrive: ‘Io sono prussiano. I colori della mia bandiera sono il nero e il bianco. Essi annunciano che i miei maggiori morirono per la libertà ed esigono da me che, non soltanto quando splende il sole, ma anche nei giorni scuri, io sia un prussiano’. Quella bandiera, tutta bianca con la croce allungata originaria dei cavalieri teutonici si trova appesa a capo del mio letto. E aggiungo quella della Confederazione sudista, della Repubblica sociale e quella da combattimento del Giappone fino al 1945, ed altre ancora…).

C’è oggi una bandiera brutta inutile priva di pathos conosciuta ai pochi e pur d’obbligo negli edifici pubblici. E’ la bandiera dell’Unione Europea (questo mio contributo va a commento delle recenti elezioni). E, qui, va da sè, non ci poniamo sul terreno dell’estetica, sebbene ‘gli eroi sono tutti giovani e belli’, come canta Francesco Guccini ne La locomotiva. Brutta e inutile perché retta da principi finanziari da interessi commerciali da una visione esclusiva dell’economia liberista da un parlamento la cui funzione appare subordinata a scelte che avvengono all’interno di esclusivi ristretti consigli d’amministrazione di circoli decisionali affaristici. Il denaro non ha patria, si dice, ma fino alla metà del ‘900 era uno degli elementi che caratterizzavano l’indipendenza di uno Stato (mi viene a mente che, nella Italia della guerra civile, a Nord circolava la lira, quella coniata prima del 1943, a Sud la am-lira, la moneta cioè d’occupazione…).

Le bandiere… Affermava l’imperatore Carlo V che, se in battaglia dovesse cadere la bandiera e, contemporaneamente, il proprio cavallo, egli avrebbe raccolto prima la bandiera e poi il cavallo. I giovani sabotatori della RSI si annodavano la camicia nera alla vita, sotto gli indumenti civili, per poterla indossare qualora catturati, ad esempio, in località Sant’Angelo in Formis, nel comune di Santa Maria Capua Vetere. Ed io possiedo, gelosa reliquia, un frammento di una di quelle camicie quando vennero riesumati i corpi di quei sfortunati eroici combattenti. (Forse qualcuno ricorda l’episodio del tenente di vascello Christian Sluetter ne Una ballata del mare salato di Hugo Pratt, il disegnatore di Corto Maltese – e, credo, non sia casuale che egli, a Venezia, avesse tentato di arruolarsi nella Decima MAS dopo l’8 di settembre 1943).

Ecco perché mi sento, protetto da tanti episodi vicende esaltanti, di poter affermare di trovare brutta ed inutile la bandiera della UE (antiestetica e non mi si accusi di contraddizione perché un’Idea per cui vale la pena di riconoscersi e sacrificarsi è come quelle descritte da Platone e giuste e vere e belle… Ed ecco perché gli ‘amici’ Max e Friedrich mi confortano con il loro nichilismo nel cammino di vita e di battaglie anche senza l’ombra di una bandiera, se non mai ammainata quella riposta nella mente e nel cuore.

Mario M. Merlino
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Categorie: Bandiera, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 3 Giugno 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Un commosso “danke” a chi mi ricorda tante care memorie del passato germanico. Anche a casa mia sventolano fiere le bandiere di Prussia, dell’Impero, e della Hochseeflotte imperiale. Tuttavia, faccio notare come la bandiera prussiana non sia tutta bianca con la croce di ferro nel mezzo, ma con due bande nere in alto e in basso, e un’aquila nera nel mezzo. La croce sta in quella del Reich, fra la banda nera in alto e quella rossa in basso. Hoch!

  2. Una precisazione caro Friedrich, questa bandiera simbolicamente vuole rappresentare l’ideale di Tradizione che questo sito tramite i suoi autori vuole difendere e trasmettere all’attuale e future generazioni. Grazie

  3. Francesco Manetti

    La bruttezza della bandiera UE procede di pari passo con la bruttezza di quella statua che regge il simbolo dell’Euro a Brussels, se non sbaglio davanti al cosiddetto “parlamento europeo”. Non sono simboli. Sono marchi di fabbrica.

    Francesco Manetti

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