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Considerazioni sulla filosofia della morale

Considerazioni sulla filosofia della morale
Dove la moralità è troppo forte l’intelletto perisce
F. Nietzsche

Di G. Arminio De Falco

Abbiamo voluto iniziare questo articolo con una citazione che dovrebbe essere ben nota a chi segue questo blog, dato che svetta ben visibile appena sotto il logo stesso. Bisogna innanzitutto dire che fin troppo spesso, ai nostri giorni, si confondono parole dal significato piuttosto diverso, causando non pochi equivoci; uno di questi casi è quello dei termini “etica” e “moralità” che, contrariamente all’opinione comune, hanno finito per assumere significati talvolta persino discordanti. Ci riferiamo ovviamente ai significati che sono oggi convenzionalmente attribuiti a tali termini, dato che i loro significati originari, così come è accaduto per tanti altri termini, sono andati perduti a causa del naturale evolversi del linguaggio, il che in fondo equivale a dire a causa del suo progressivo impoverimento.
Infatti bisogna riconoscere che i più oramai non intendono altro per moralità che un aggregato del tutto convenzionale di norme più o meno astratte e che, per giunta, non ne vedono altra ragione se non quella del mantenimento del cosiddetto “ordine civile”. Così ad esempio la grande maggioranza dei nostri contemporanei, seguendo la filosofia di Adam Smith, considera, più o meno coscientemente, ogni forma di moralità in maniera del tutto strumentale e utilitaristica, essendo quest’ultima considerata necessaria solo per il funzionamento dell’apparato statale e per la pacifica convivenza dei cittadini. D’altra parte è anche vero che molti sostenitori della “buona morale” borghese si trovano quantomeno perplessi nel constatare l’apparente inutilità, dal punto di vista strettamente civile, di certe “buone maniere” e seguitano a rispettarle per pura e semplice convenzionalità.
È per questo che un chiarimento sulla questione si rivelerebbe quanto mai utile, perciò è d’uopo risalire all’origine stessa di tali concetti, onde appurarne meglio il senso. La parola “morale” viene dal latino “mos”, che verosimilmente dovette esprimere un senso di “tradizione”, “insieme di precetti”. Sappiamo tuttavia della forte adulterazione che questo termine ha subito nel corso dei secoli. Diversamente “etica” viene dal greco antico “hethikè” derivante da una radice indoeuropea *swedh[1],che indica ciò che è proprio, ciò che è inerente alla propria natura interiore, al proprio modo d’essere. Già da questa prima osservazione si nota la netta differenza presente tra questa concezione e quella modernamente intesa di morale, non avendo quest’ultima che un fine indipendente dall’osservazione della propria natura interiore. Da una radice affine (*swe-) viene poi il termine sanscrito “swadharma”, indicante la legge o natura interiore che regola gli esseri nel modo a loro più appropriato. È doveroso infatti mettere in rilievo come il mondo tradizionale, di contro a uno dei dogmi più forti del pensiero moderno, ignori una “legge uguale per tutti”, malgrado l’osservanza di “swadharma” differenti possa presentare punti comuni. Ora è chiaro come in una società normale, quale in nessun modo è però quella odierna, vi sia una precisa ragion d’essere per ogni istituzione o uso o costume, e perciò stesso a maggior ragione anche per l’Etica.
Ciò che è stato appena detto potrà sembrare a molti contestabile, giacché vi è evidentemente una ragion d’essere anche nelle istituzioni moderne, eppure bisogna qui effettuare un netto discrimine tra ciò che ha un fondamento e una motivazione puramente contingente, come nel caso delle istituzioni moderne, e ciò che invece ha un fine e un crisma superiore, come nel caso del mondo tradizionale. Si constaterà, d’altra parte, l’inutilità oltre che l’impossibilità della presenza del concetto autentico di Onore[2]presso ad una società che, come quella attuale, non si basa su altro che sul denaro e sulla cosiddetta “materia”, perseguendo un utopistico ideale di “benessere” che si è dimostrato non aver nulla a che fare con il “ben-essere”, in quanto manca totalmente di un qualsivoglia legame con un Principio superiore. Oggi ci si chiede troppo spesso e troppo vanamente come sia possibile che non vi siano più “principi” o che non vi sia più “morale” o “decoro”, specie in riferimento alle odierne generazioni, ma tale interrogativo, in fondo, è solo frutto dell’incomprensione generale per lo stato di cose attuali. Siamo infatti d’accordo con Nietzsche quando egli, nel suo celebre “Così parlo Zarathustra, profetizza l’avvento dell’ultimo uomo in un futuro a lui prossimo, e riconosciamo appieno tale futuro nel nostro presente. L’epoca dell’ultimo uomo essendo caratterizzata dall’assenza totale di ogni limite e freno, non vi è più alcuna ragione per un qualcosa come un’Etica nel senso pieno e proprio del termine, e al massimo ci si potrà aspettare una vaga quanto generica e conformistica “morale”. Tra coloro che auspicano il ritorno a una moralità d’ordine generale, principalmente di tipo religioso, vi sono molti che troppo spesso confondono addirittura i domini del relativo e dell’Assoluto, commettendo così un errore tanto grossolano quanto diffuso. A nostro avviso bisogna infatti tenersi ben lontano anche dal processo di assolutizzazione della morale, in virtù del quale si giungerebbe a produrre null’altro che ulteriore confusione. In verità un simile ottuso modo di vedere non porta ad altro che ad accettare, nel dominio etico, una morale valida indistintamente per tutti, come se le differenze di natura interiore siano inesistenti o irrilevanti. Questa logica è divenuta talmente abituale e istintiva nel corso degli ultimi secoli che l’uomo di oggi non riuscirebbe davvero a pensare a un qualcosa come a una pluralità di morali. In ogni autentica civiltà invece ciascun individuo ha potuto vivere in accordo più o meno completo con la propria natura, essendo il fine ultimo della civiltà in fondo proprio quello di garantire all’uomo una via alla realizzazione di Sé, e ha avuto un codice etico ad essa corrispondente.
Una cospicua importanza, nel discorso che stiamo svolgendo, ha pure un altro concetto, ovvero quello di Legge. Com’è noto tale termine viene dal latino “Lex”, da una radice, *leg, che voleva appunto esprimere idee come “legame” e “aggancio” e, dunque, coercizione. La Lex, secondo un’altra possibile interpretazione, poteva essere qualcosa di analogo a un “legame”, grazie al quale si rendeva possibile la comunicazione con il mondo celeste. La legge è perciò concepibile come una sistemazione razionale e normativa di principi e istanze che trovano nell’idea dell’Ordine il loro naturale coronamento, per cui potremmo dire, con Edmund Burke, che Un ordine perfetto è il fondamento di tutte le cose”. Un’altra questione potrebbe risultare di un certo interesse, ed è quella dell’uguaglianza degli individui dinanzi alla Legge. Ora, sebbene tale concezione sia abbastanza naturale e logica in uno stato a carattere democratico (o presunto tale) come il nostro, non possiamo non constatare come una tale cosa non solo non sia affatto qualcosa di scontato e di ovviamente buono e giusto, ma sia piuttosto un elemento che contribuisce ad appiattire gli individui nel loro ruolo sociale, essendo questi ultimi considerati per la prima volta, con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789, dei soggetti fondamentalmente astratti e dunque non più concepiti nella loro integrità e complessità di esseri viventi concreti. Per quanto possa suonare paradossale si tratta qui, non della rinascita bensì dell’eclissarsi del concetto aristotelico di “zoon politikon. Il risultato avutosi è stato il deciso inasprimento del fenomeno tristemente noto come individualismo. A noi non appare infatti minimamente un caso che proprio nel periodo storico immediatamente successivo alla rivoluzione francese iniziasse a prendere piede sempre più, specie nei paesi dell’Europa occidentale, una situazione di forte crisi valoriale e in definitiva una ripresa nello spirito dell’hobbesiano “homo homini lupus”. Si potrebbe anche imputare parte della colpa alla morale kantiana, che, predicando l’inconoscibilità del noumeno (id est “nous”, Principio Primo) e la necessità di confinare le tensioni etiche dell’uomo in un imperativo categorico (“il cielo stellato sopra di me e la Legge morale in me”). Ma la morale kantiana, in buona sostanza, come ogni grande pensiero filosofico, è figlia dei suoi tempi e ne rispecchia i valori e i modi di sentire.
Così scrive Kant nella “Critica della ragion pratica”: “Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale”. Qui ci parla direttamente lo spirito morale del Cristianesimo, sul cui cieco universalismo sono stati scritti fiumi di inchiostro. Lo stesso De Benoist ha parlato di una “nomocrazia” inerente lo spirito morale del Cristianesimo[3]. Sulla morale cristiana De Benoist ha poi scritto: “La morale del Cristianesimo è sostenuta dal risentimento. Il credente accetta di abbassarsi in cambio della speranza che anche gli altri siano abbassati. Egli aderisce ad una morale che sopprime la diversità in nome dell’“eguaglianza”, che sminuisce in nome della “giustizia”, che coagula in nome dell’“amore”. Una simile morale si mostra come un sistema per far fondere le energie, sgretolare la salute, distruggere la potenza. Essa conduce, in fin dei conti, alla fusione e alla confusione, all’entropia e alla morte. Si rivela, una volta identificata, come negazione pura, come istinto di morte (Eros, qui, non è che la maschera di Thanatos)[4]. Spinoza, la cui filosofia, malgrado alcuni punti, ricalca un pensiero più “euro-pagano” che abramitico, ammoniva poi, nel suo “Trattato teologico-politico”, da ogni morale fondata sui concetti di paura e speranza in questi termini: “la speranza è un difetto di conoscenza e un’impotenza della mente”, per cui “quanto più ci sforziamo di vivere sotto la guida della ragione, tanto più dobbiamo sforzarci di dipendere il meno possibile dalla speranza[5]. Il pensatore olandese riteneva infatti inappropriata e non conforme a ragione una morale che si basasse su due concetti fondamentalmente ipotetici, ovvero non fondati sulla certezza della realtà presente, ma sull’eventualità di quella futura.
Appare qui dunque chiara l’opposizione tra chi si immagina un’umanità astratta e piatta a cui fornire un’unica legge morale valida indistintamente per tutti, e chi invece ne riconosce e comprende le differenze, volendole inscrivere in un Ordine superiore che unisca senza confondere, garantendo la pluralità in ogni ambito. Per Nietzsche la morale cristiana rappresenta “la malattia più terribile che abbia mai infierito sugli uomini” e dato che, in tale ottica, “la vita è essenzialmente immorale” allora “essa apparirà sempre in torto davanti al tribunale della morale, soprattutto della morale cristiana, e quindi assoluta. Ciò che ci si chiede, è di arrivare a sentire che la vita, schiacciata sotto il tallone del disprezzo e dell’eterna negazione, è indegna di essere desiderata, di essere sperimentata di per sé. E la morale stessa non è forse la volontà di negare la vita, un segreto istinto di distruzione, un principio di decadenza, di scadimento, di calunnia, il principio della fine?[6] Come è noto Nietzsche non era affatto, diversamente da quello che molti suoi odierni esegeti credono, un a-morale. Egli era al contrario persuaso dall’idea nettamente anti-illuministica che, in quanto non esiste alcun “uomo in sé” o alcuna “umanità-tipo”, all’uomo d’eccezione (le masse essendo sempre fatalmente attratte da una normativa quanto più universale possibile) spettasse di vivere in accordo con la propria morale che, proprio per questo, smetteva di essere “morale” in senso stretto.
Per questa ragione abbiamo creduto di opporre al concetto di morale come normativa tendenzialmente universalistica il concetto di etica, laddove quest’ultima venga intesa nel senso greco già ricordato. Ci si potrebbe poi chiedere quale, tra la Legge e l’Etica, sia da considerare primaria su di un piano d’importanza ma anche da un punto di vista cronologico. Sembrerebbe la vecchia questione sul chi sia nato prima tra la gallina e l’uovo, ma non è esattamente così. Si può infatti sicuramente affermare che il primato debba spettare all’Etica, in quanto manifestazione diretta della Legge interiore (swadharma) e che solo in sviluppi successivi della civiltà umana si sia elaborato un codice legislativo vero e proprio come nettamente distinto dall’etica individuale e di classe, essendosi venute a formare necessità sociali di vario genere sconosciute in determinati ordinamenti preistorico/tribali fortemente omogenei dal punto di vista etnico-culturale. Già Tacito scrisse, quasi duemila anni or sono, che “(presso i germani) più valgono colà i buoni costumi che altrove le buone leggi”. È facile infatti desumere che se un popolo non ha alcun codice etico o i suoi costumi sono decadenti (com’è il caso del popolo romano al tempo di Tacito) a nulla o a poco varranno anche molte e buone leggi, che man mano diverranno d’ordine sempre più grossolano e sempre più si allontaneranno dal loro carattere sacrale originario di “Forma” e “Limite”, ovvero di norme il cui autentico fine era la “imitatio dei”, per usare un linguaggio di stampo medievale, una base per il ricongiungimento dell’uomo alla Divinità, attraverso il contenimento degli aspetti ferini insiti nel primo.
Da tutto ciò ne consegue che la giurisprudenza (lat. Iurisprudentia, ovvero saggezza, prudentia, relativa alla legge cosmica, ius) in origine, lungi dall’essere una creazione più o meno convenuta sui rapporti sociali umani, rappresenta quel che potremmo definire l’esplicazione formale e artatamente costituita di ciò che, sul piano interiore, è l’Etica. Nei mondi antichi non esistevano difatti legislazioni interamente universali, giacchè ciò che era considerato valido e permesso, ad esempio, a un guerriero, poteva risultare proibito e sanzionabile per un membro di un’altra classe/casta. Ne consegue che, secondo quanto abbiamo appena esposto, risultano falsi anche i radicati pregiudizi circa l’esistenza di un presunto “diritto naturale” presso gli antichi[7], il quale è unicamente concepibile, al massimo, come una forma degenerata del vero Diritto, degenerazione concepibile solo quando viene a mancare l’elemento essenziale di ogni vera Legge, ossia l’elemento che potremmo chiamare “positivo-formativo”. Per questo una comprensione autentica di cosa fosse l’Etica per gli antichi non può esulare da una sua classificazione come “mezzo”, e non come fine a sé stessa o come strumento di fini contingenti e sociali, come è vista invece oggi.[8] Platone offre uno splendido esempio nomotetico come datore di ottime leggi per l’ordine comunitario della polis. La “Repubblica” è infatti interamente incentrata sull’idea che il logos, principio di ordine e chiarezza, possa arrivare a determinare la costituzione migliore. La soluzione cui giunge Platone è ancora una volta quella che garantisce il rispetto delle diversità umane attraverso una differenziazione per tre classi che va inconsapevolmente a riprendere l’arcaica tripartizione indoeuropea ampiamente studiata dal Dumèzil (philosophoi, phylakes, demiourgoi come equivalenti della triade composta da sacerdoti, guerrieri e artigiani). Platone riprende qui anche l’idea arcaica della disuguaglianza non semplicemente sociale e contingente, bensì ontologica degli uomini, in quanto questi ultimi vengono divisi, non senza un evidente parallelo con le dottrine di Esiodo, in stirpe aurea, argentea e bronzea. Questo con buona pace di chi pontifica di un mai esistito “Platone comunista”, potendosi tutt’al più parlare di un Platone fortemente comunitarista. Solo l’armonia delle diversità unite in un medesimo grande corpo dove ciascuno occupa il posto che più gli compete per natura può garantire la base per uno sviluppo sano e vigoroso di una data comunità. Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, incarna alla perfezione quello che potremmo definire il “realismo etico” proprio dell’uomo antico, in aperta opposizione a ogni morale volta essenzialmente ai benefici di un “altro” mondo: “Noi diciamo dunque che è più perfetto il fine che si persegue di per se stesso che non quello che si persegue per un altro motivo e che ciò che non è scelto mai in vista d’altro è più perfetto dei beni scelti contemporaneamente per se stessi e per queste altre cose, e insomma il bene perfetto è ciò che deve esser sempre scelto di per sé e mai per qualcosa d’altro.[9]
L’Onore, d’altro canto, lo possiamo definire come la conseguenza naturale di un “hethos” nobile applicato a una nobile natura, e quindi come esclusivamente proprio di un tipo umano superiore, potremmo dire “aristocratico” nel senso proprio del termine, che sia conscio della propria natura autentica e del proprio valore e che pertanto si comporti di conseguenza in armonia col proprio rango e con le proprie responsabilità, trattando ciascuno secondo la propria “Dignitas”. Significativo è il fatto che, sebbene non vi sia una reale parentela etimologica, Onere e Onore siano stati percepiti per secoli come termini tra loro strettamente interconnessi. Ciò rivela come difatti ad ogni vero Onore faccia da contrappeso una responsabilità altrettanto grande, nei confronti di sé stessi e della propria comunità di appartenenza. Come conclusione diremmo dunque che il senso dell’Onore manifesta la tendenza di un essere verso il Trascendente, ovvero l’affiorare di un comportamento opposto a quello naturalistico-animale, la manifestazione di una sua interiore qualificazione, la quale genera la Dignitas e permette l’elevazione spirituale dei migliori, “aristoi” “pauci optimi.



[1] Da cui deriva anche, tra l’altro, il termine latino “sobri-us” attraverso un *swodhr-.
[2]Ovviamente qui ci riferiamo a tutt’altro che alla semplice “rispettabilità” borghese o al concetto teatrale e superficiale che taluni hanno dell’Onore.
[3] Come si può essere pagani? Roma, 2011, p. 107.
[4] Op. cit. p. 109.
[5] Etica, 4, prop. 47.
[6] La nascita della tragedia, Milano, 2012.
[7]Similmente anche il cosiddetto “naturalismo” di cui si accusa fin troppo spesso e fin troppo a sproposito l’antichità e le religioni antiche non è altro che un’errata e alquanto distorta visione di tali realtà, fin troppo lontane dall’ottica dell’uomo moderno comune perché possano essere facilmente intese. Si pensi all’intrinseca difficoltà da parte di alcuni esegeti del mondo antico e storici delle religioni a riconoscere un pur qualche contenuto di ordine metafisico e autenticamente profondo, che non si esaurisca in un ragionamento freudiano circa il “subconscio” o nel migliore dei casi in un approccio frazeriano circa i miti e i misteri dell’antichità.
[8] A riguardo si può pensare, ad esempio, all’immagine buddhista della barca (principi etici e morali) divenuta inutile una volta attraversata la riva, per cui chi se la portasse sulle spalle anche dopo aver raggiunto la meta è considerato folle.
[9] I, 7.
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Categorie: Filosofia, Giuseppe A. De Falco, Nietzsche

Pubblicato da Ereticamente il 16 Giugno 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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