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Opus maxime rhetoricum, terza parte

Opus maxime rhetoricum, terza parte
Di Fabio Calabrese
“Opus maxime rhetoricum”, ossia le falsificazioni propagandistiche che mistificano il modo in cui ci è raccontata la storia. Dopo l’antichità e l’Età di Mezzo, rivolgeremo la nostra attenzione all’età moderna. Certo, nei due articoli precedenti non sono stato esaustivo, era impossibile esserlo, racchiudere millenni di storia nello spazio di poche pagine, e sicuramente non sarà possibile esserlo nemmeno per l’età moderna. Anzi, qui la tematica si allarga a dismisura, e in più sarebbe velleitario volersi mettere in concorrenza con opere fondamentali come Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola, La crisi del mondo moderno di René Guenon, Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.

Perciò, ci restringeremo a un campo specifico, quelle che si sogliono chiamare “le teorie del complotto”. In poche parole, quella che noi chiamiamo modernità può essere il frutto di una cospirazione o di più cospirazioni i cui risultati si sono sommati? La storia della nostra epoca, che crediamo di conoscere così bene, ha una faccia nascosta?

E’ impossibile non nutrire almeno un sospetto in questa direzione. Guardiamoci intorno e consideriamo con mente fredda l’andamento almeno degli ultimi tre secoli di storia. La modernità nasce sotto un segno apparente di democrazia, di emancipazione delle masse popolari, scandita dalla rivoluzione francese del 1789, dalla serie quasi infinita dei moti popolari e democratici dell’ottocento, dalla rivoluzione russa del 1917, dalla costante rivendicazione di libertà e diritti, e alla fine di questo plurisecolare cammino ci accorgiamo che una nuova e più avida oligarchia ha preso il posto delle antiche aristocrazie, che le vantate conquiste di “istituzioni democratiche” in realtà non servono a nulla, che i nuovi oligarchi possono strangolare i popoli come e quando vogliono, come sta avvenendo oggi per la Grecia e come presumibilmente molto presto accadrà anche per l’Italia e per le altre nazioni dell’Europa mediterranea che hanno avuto la disgraziata idea di aderire alla cosiddetta Unione Europea, o che per meglio dire sono state VENDUTE dalle loro classi dirigenti, perché alla prova dei fatti si vede che la cosiddetta volontà popolare conta meno di nulla.

Come nei romanzi, facciamo un passo indietro (per carità, non chiamiamolo flashback: l’annacquamento e lo svilimento delle lingue nazionali attraverso l’infusione sempre più massiccia di un gergo angloamericano – anglo-bantù direbbe Silvano Lorenzoni – fa parte del progetto mondialista teso a cancellare le identità nazionali viste come forme di possibile resistenza al suo dominio planetario). Anni fa, mi ero interessato alle attività del CICAP, un’associazione – mi sembrava – tesa a combattere le varie forme di irrazionalità e superstizione così presenti nella nostra cultura e oggi piuttosto amplificate che non ridotte dal diluvio mediatico a cui siamo costantemente sottoposti, era una cosa che mi interessava prima di tutto in quanto insegnante ed educatore. Mi sono dovuto presto rendere conto che politicamente quest’associazione era tutt’altro che neutrale, e che queste persone sono schierate nella direzione del più BECERO radicalismo (in senso pannelliano), filo-americanismo, filo-sionismo.

Per quanto mi riguarda, la misura è stata veramente colma e ho deciso di mandarli a farsi friggere (uso questo termine per non scadere nel turpiloquio) quando sul loro mensile “Scienza e paranormale” è comparso un editoriale che recitava a un dipresso:
“Abbiamo vinto la battaglia contro i maghi (ma quando mai?), ora occupiamoci dei complottisti”.

“Complottismo”, cerchiamo di capire bene le implicazioni di questo termine: esiste un sintomo della schizofrenia paranoica che si presta a essere definito come “complottismo”. La persona che ne è affetta crede che tutti quanti cospirino ai suoi danni, soprattutto i familiari e le persone che le stanno vicine, è convinta di essere continuamente seguita e spiata. Se qualcuno parla a bassa voce, sta certamente malignando su di lei, quando si allontana da casa, è certa che qualcuno ne approfitterà per piazzare microspie e telecamere nascoste, e via dicendo. E’ quello che è anche chiamato complesso di persecuzione, e rientra chiaramente in un quadro psicopatologico.

Chiamando nello stesso modo coloro che pensano che la politica abbia spesso una faccia nascosta, che esistano gruppi politici che perseguono finalità non dichiarate apertamente, che è una cosa ben diversa, si intende farli passare per pazzi, si mette in atto un’operazione di discredito preventivo.

AMMESSO E NON CONCESSO che chi ritiene esista questa faccia nascosta della politica debba essere considerato paranoico, se qualcuno credesse che le intenzioni dei politici siano sempre quelle dichiarate, che esista una piena coerenza fra le parole e le azioni di costoro, e una totale trasparenza, come potremmo considerarlo se non un idiota?

Non sono le fantasticherie lontane dalla realtà e quindi innocue, che possono dare fastidio e quindi si cerca di combattere. E’ proprio l’accanimento contro il COSIDDETTO complottismo che ci fa capire che esso in realtà coglie nel segno.

D’altra parte, la tecnica di far passare gli oppositori per infermi di mente non è una cosa assolutamente nuova, è la stessa tecnica impiegata nell’Unione Sovietica ai tempi di Breznev, e che oggi torna prepotentemente di attualità, soprattutto nei confronti di coloro che avanzano dubbi sull’effettiva matrice islamica dell’attentato dell’11 settembre 2001: è un sintomo, non il solo, del fatto che l’american-democrazia dimostra sempre maggiori somiglianze con quello che è stato il bolscevismo sovietico.

Ma è bene procedere con ordine: se non vere e proprie teorie del complotto, l’idea che ciò che le varie rivoluzioni producevano in Europa là dove avevano successo, fosse del tutto difforme da quel che i rivoluzionari si erano prefisso o avevano dichiarato di prefiggersi, si affermò molto presto. A proposito del moto francese del 1830, si disse che grazie a esso il potere era passato “dai castelli alle banche”, dando un giudizio che in effetti si potrebbe trasporre a tutto il movimento rivoluzionario o alla serie dei movimenti rivoluzionari dalla rivoluzione francese del 1789 fino a oggi.

Giuseppe Mazzini, forse uno dei pochi, forse l’unico leader in buona fede del movimento risorgimentale, sempre riguardo ai moti del 1830 e al loro esito, scrisse in Dei doveri degli uomini: “Chiamate traditori quegli uomini? Dovreste chiamare traditrici le loro idee!”

Idee che consistevano nell’individualismo che non pone limiti all’egoismo personale, nella rivendicazione di diritti cui non è necessario corrisponda alcun dovere e, come faceva notare Mazzini, non si potevano rimproverare gli uomini che una volta raggiunto il potere, agivano in coerenza con esse.

La variante rivoluzionaria marxista, socialista o comunista, si è a un certo punto staccata da quella liberale, ed è interessante constatare come a partire da questa scissione abbia ripercorso le stesse fasi a un ritmo più accelerato. Fin da molto prima della rivoluzione d’ottobre del 1917, con la formazione del partito bolscevico staccatosi dai socialdemocratici russi ad opera di Lenin, si introdusse la nomenklaturache in origine era semplicemente la lista dei “compagni di sicura fede” a parte dei progetti reconditi del partito e che dopo la rivoluzione sarebbero diventati la nuova classe dominante e i reali beneficiari della rivoluzione stessa, gabbando il popolo “la classe proletaria” che aveva visto in loro i suoi paladini, “traditori quegli uomini” e “traditrici quelle idee” in un parallelo che non potrebbe essere più stringente con gli esiti effettivi delle cosiddette rivoluzioni liberali.

Che forze politiche che sono riuscite a sconvolgere il destino di nazioni e continenti, siano state guidate da uomini con finalità molto diverse da quelle dichiarate, è un fatto evidente, e a questo punto c’è piuttosto da chiedersi come sia possibile NON parlare di cospirazioni, e pretendere di bandire le teorie del complotto dal terreno legittimo dell’analisi politica.

Con il XX secolo e le due guerre mondiali, gli Stati Uniti d’America assumono un ruolo sempre più determinante sullo scenario politico internazionale e sugli eventi del nostro continente, sono essi, gettando su di un piatto della bilancia il peso della loro forza economica e militare, a determinare l’esito dei due conflitti, ma stranamente sembra che ben pochi si siano posti la domanda: cosa sono davvero gli Stati Uniti d’America, qual’è il vero volto di quella che oggi è la prima potenza mondiale?

Potremmo dire che l’esistenza stessa degli Stati Uniti d’America è, in una certa misura il frutto di una cospirazione.

Vi riporto questo stralcio davvero memorabile di un testo che ho citato più volte, la stupenda analisi di Sergio Gozzoli nell’articolo L’incolmabile fossato pubblicato su “L’uomo libero”:
“Ciò che l’America ricevette dall’Europa negli ultimi tre secoli, facendolo proprio e fondandovi sopra la sua filosofia di vita, è esattamente tutto quello che, pur nato in Europa, l’Europa rifiutava e rigettava. Quello che doveva costituire l’anima stessa del « mondo americano », era proprio tutto ciò che la vecchia Europa « scartava », per una radicale inconciliabilità con la essenza profonda della sua anima civile e storica.

Dal settarismo puritano e quacchero allo spirito capitalistico e mercantilistico, dal « mondo dei Lumi » alla massoneria, dall’ottimismo razionalistico all’odio per il Trono e per l’Altare, dall’individualismo al cosmopolitismo, dalle prime banche internazionali ai fermenti rivoluzionari borghesi, si trattava di idee, tensioni e movimenti che erano sì nati in Europa, ma ai quali l’Europa poteva opporre — allora e ancora per secoli — forze ben più consistenti: i valori di una civiltà legata al sangue e alla terra, il vigore delle varie culture popolari, l’autorità morale delle Chiese, il tradizionalismo gerarchico, lo spirito ghibellino e la residua vitalità della nobiltà militare, l’istinto di conservazione del mondo contadino, il senso nazionale, gli antichi miti eroici, l’epopea cavalleresca, i monumenti letterari e artistici della Classicità, del Medioevo, del Rinascimento.

Non si può comprendere appieno la storia europea e mondiale del nostro secolo — con la apparizione dei movimenti fascisti e con gli interventi americani nei due grandi conflitti — se non ci si rende ben conto di questo: calvinismo, capitalismo bancario e industriale, razionalismo filosofico e illuminismo politico, Massoneria, Rivoluzione borghese, pur dopo grossi successi iniziali, furono sostanzialmente sconfitti — nel loro sogno di conquista totale dell’Europa — nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX. E se poterono continuare a coltivare questo loro sogno di vittoria finale, fu soltanto trasmigrando oltre Oceano”.

 Teniamo presente questo aspetto di cospirazione anti-europea che sta alla base della nascita e dell’essenza stessa degli Stati Uniti d’America, e vediamo di capire quale ruolo ciò abbia giocato nel disastrodelle due guerre mondiali.

E’ strano che delle varie teorie del complotto, ben poche abbiano puntato l’interesse sulle vere cause della prima guerra mondiale, che poche volte si sia contestata l’affermazione imbarazzata degli storici ufficiali circa un conflitto “senza cause” nel quale quello che sarebbe dovuto essere secondo ogni logica un limitato scontro austro-serbo, si è allargato a una dimensione planetaria in base a null’altro che al meccanismo impazzito delle catene di alleanze. Se questo è credibile, lo è anche la favola di Pinocchio.

Per svelare il mistero, occorre porsi la domanda che è la prima che si pone ogni buon investigatore: cui prodest? Chi poteva trarre o poteva ritenere di trarre giovamento da questa conflagrazione mondiale? La risposta a questa domanda porta a un indiziato preciso: la Gran Bretagna.

La rivoluzione industriale, lo sappiamo, è iniziata in Gran Bretagna già alla metà del XVIII secolo ed ha assicurato agli Inglesi per tutto l’ottocento un’egemonia planetaria, ma alla fine del XIX secolo l’apparato industriale britannico era ormai obsoleto e perdeva terreno sotto i colpi della concorrenza di due nuove potenze industriali: gli Stati Uniti e la Germania: la scienza tedesca, la tecnica tedesca, l’organizzazione tedesca in particolare erano la meraviglia del tardo XIX secolo. Gli Stati Uniti erano a ogni modo fuori dalla portata del raggio d’azione britannico ed avevano una sfera d’influenza distinta da quella del Vecchio Mondo, ma la Germania era tutto un altro affare, con i Tedeschi si potevano regolare i conti in maniera diretta, anche perché la natura insulare dell’Inghilterra la metteva al riparo dalle conseguenze più distruttive di una guerra continentale.

Nel 2010 ho pubblicato su “L’uomo libero” un ampio scritto, Il grande equivoco (che mi piace pensare si affianchi idealmente al bellissimo saggio di Gozzoli di cui vi ho detto), dove ho esaminato con ampiezza i retroscena dell’intervento britannico volto appunto a trasformare il conflitto austro-serbo in una conflagrazione planetaria, avvalendomi in particolare di una testimonianza che gli storici non sembrano aver preso in considerazione, quella del filosofo Bertrand Russell, che per la sua opposizione alla guerra scontò anche un periodo di detenzione, e ad esso vi rimando. Ora mi limiterò a riportare un piccolo estratto della testimonianza di Russell:
“Quando la flotta russa sparò contro dei pescherecci inglesi al Dogger Bank, approvai Arthur Balfour [Il primo ministro di allora] del quale in genere pensavo male, perché trattò l’incidente con spirito conciliante. Non mi accorsi allora che stava soltanto preparando guerre di più vasta portata”.

 L’Inghilterra di allora trattò con spirito conciliante l’incidente del Dogger Bank con la Russia, esattamente come la Francia trattò con spirito conciliante l’incidente di Fachoda con gli Inglesi per la medesima ragione, non per spirito pacifista, ma l’Inghilterra aveva bisogno dell’alleanza russa così come la Francia aveva bisogno dell’alleanza britannica, perché le diplomazie di questi tre Paesi, all’insaputa dei rispettivi popoli, e molto spesso di gran parte dei rispettivi governi, stavano preparando l’aggressione contro il mondo austro-tedesco.

E’ da notare che l’intervento della Germania nel conflitto fu provocata dalla decisione russa di mobilitare le truppe non solo sul confine austriaco della Galizia, ma anche su quello tedesco, decisione che fu presa da un solo uomo, il ministro Sokolnikov, all’insaputa del proprio governo e dello zar. Sokolnikov certamente faceva il gioco di qualcuno che non erano le autorità del suo Paese. Noi oggi siamo vittime di un settantennio di calunnie contro il popolo tedesco, e tendiamo a interpretare la politica della Germania dell’epoca sempre come aggressiva. Non ci rendiamo conto di come i Tedeschi si sentirono minacciati dal loro gigantesco vicino dall’epoca napoleonica al 1945, ma chi manovrava dietro le quinte lo sapeva benissimo, e sapeva che quell’atto avrebbe scatenato la guerra a una dimensione mondiale.

Una questione che gli storici ufficiali non sembrano mai essersi preoccupati di approfondire adeguatamente, sono i motivi dell’intervento nel conflitto degli Stati Uniti, che fin allora erano sembrati disinteressarsi delle vicende europee. Le spiegazioni che si danno sono generalmente due. Il colosso americano sarebbe venuto in soccorso della Gran Bretagna cui era legato da una comunanza etnica e culturale, e il desiderio di far prevalere la democrazia sull’autoritarismo degli imperi centrali. Né l’una né l’altra di esse regge a un’analisi un minimo approfondita.

Riguardo alla prima, bisogna ricordare che per gran parte del XIX secolo, essa non aveva avuto alcun peso, e i rapporti fra Stati Uniti e Gran Bretagna erano stati tutt’altro che idilliaci. Tra il tardo XVIII secolo e il primo ottocento, gli USA avevano combattuto contro gli Inglesi due guerre “d’indipendenza”, la seconda delle quali era stata in realtà da parte americana un tentativo – fallito – di impadronirsi del Canada, approfittando del fatto che le forze britanniche erano fortemente impegnate su continente europeo contro Napoleone. Per tutta l’età napoleonica le simpatie statunitensi erano nettamente a favore della Francia post-rivoluzionaria, e in compenso l’Inghilterra ai tempi della guerra civile aveva appoggiato la secessione del sud.

La seconda, l’esportazione a livello planetario della democrazia, è da sempre una sorta di alibi standard della politica estera americana, un alibi che si è sempre rivelato bugiardo, poiché gli USA non si sono mai fatti scrupolo di appoggiarsi alle peggiori tirannidi o ai regimi più retrogradi (come ancora oggi l’Arabia saudita che è forse il loro più importante alleato fra i Paesi arabi), o di ignorare la volontà chiaramente espressa dei popoli, quando ciò convenisse loro.  Come se non bastasse, l’immagine di regime dittatoriale della Germania del tempo che viene spesso perpetuata da una storiografia che pare modellata sulla propaganda dell’epoca, è decisamente falsa. Bertrand Russell nello scritto sopra ricordato afferma:
“La Germania del Kaiser, sebbene avesse molti difetti, era molto più liberale di qualsiasi regime di quei tempi, tranne quelli dell’Olanda e della Scandinavia”.

Il vero motivo, a mio parere, è un altro: da parte americana si era perfettamente compreso che la guerra, mentre avrebbe stroncato l’ascesa della Germania, non avrebbe  consentito all’Inghilterra di risollevare la sua declinante egemonia, fu la scelta deliberata della decadenza del nostro continente e se avete a mente l’analisi di Gozzoli di cui vi ho detto sopra, non potete proprio stupirvene. L’America era ed è l’anti-Europa, il prodotto e la forma esteriore e visibile di una cospirazione planetaria, e la sua politica estera era ed è animata da uno spirito violentemente aggressivo. Quando un secolo prima il presidente americano Monroe aveva enunciato la famosa “dottrina” che porta il suo nome con la famosa frase “L’America agli Americani”, in realtà intendeva “Le Americhe (Dal circolo polare artico alla Terra del Fuoco) agli Stati Uniti. La guerra permetteva di portare nel Vecchio Mondo questo spirito aggressivo e prevaricatore, per di più con poca spesa, perché gli yankee, adoperando la stessa strategia impiegata dalla Francia di Richelieu nella guerra dei Trent’anni, intervennero quando gli altri contendenti erano ormai stremati.

La cosiddetta rivoluzione russa, che non fu una rivoluzione ma un putsch militare seguito da una lunghissima guerra civile, fu una conseguenza della prima guerra mondiale, e in particolare di tutta la debolezza dimostrata dall’impero zarista la cui macchina bellica assolutamente inadeguata, andò ad assommare le sconfitte inferte dai Tedeschi nelle battaglie di Tannenberg e dei Laghi Masuri a quelle già riportate nella disastrosa guerra contro il Giappone del 1907. Questo è ben noto, anche se forse non tutti sanno che i bolscevichi e la cosiddetta “rivoluzione d’ottobre” NON rovesciarono il dominio dello zar, ma la repubblica e il governo democratico guidato da Alexander Kerenskij che si erano insediati in seguito all’abdicazione dello zar avvenuta in febbraio.

E’ forse più noto, invece, che la Russia era proprio l’unica nazione europea che Marx giudicava inadatto all’instaurazione di un regime socialista, perché essa era parecchio indietro sulla via dell’industrializzazione, e mancava quindi un’estesa classe operaia, ma forse non si è riflettuto abbastanza su quanto questa valutazione totalmente errata metta in luce la rozzezza dell’approccio marxista: non è infatti l’appartenenza al ceto operaio, o contadino, o borghese, a spingere sulla via rivoluzionaria, ma le difficoltà della vita; l’operaio benestante non è in alcun modo interessato a fare la rivoluzione.

Che la cosiddetta rivoluzione russa rientri in una casistica di tipo cospiratorio, su questo non si può avanzare alcun dubbio, basta leggere le pagine dell’opera teorica più importante dell’uomo che l’ha portata a termine, il Che fare di Lenin, per capirlo. Il lavoratore, l’operaio lasciandolo libero di seguire le sue inclinazioni e adeguandosi ad esse, non mira a fare la rivoluzione, ma a soluzioni riformiste, di tipo laburista o socialdemocratico. La rivoluzione GLI DEVE ESSERE IMPOSTA contro la sua volontà o ingannandolo (non a caso, costrizione – senza alcuna remora per il ricorso alla violenza più feroce – e menzogna sono gli strumenti prediletti del comunismo).

Tuttavia, a mettere in evidenza il carattere cospiratorio della cosiddetta rivoluzione russa, è stata soprattutto un’opera apparsa fra le due guerre che tuttora merita di essere considerata un classico delle teorie del complotto, La guerra occulta di Emmanuel Malinsky e Leon De Poncins. Essa si rivela ancora oggi del massimo interesse prima di tutto per l’impianto teorico che enuncia il concetto che noi non possiamo arrivare a nessuna reale comprensione della storia se non ne cogliamo la terza dimensione, quel “dietro le quinte” che la storiografia ufficiale tende il più delle volte a nasconderci, e dove le cospirazioni, le azioni di un numero ristretto di persone che agiscono nell’ombra o in base a finalità che non sono quelle dichiarate, hanno un grandissimo peso nell’orientare i comportamenti e i destini di milioni di uomini. Il carattere cospiratorio della rivoluzione russa appare in tutta evidenza, così come il suo rientrare in una più generale cospirazione mondialista-massonica di cui il marxismo è solo una propaggine.

Di estremo interesse anche l’analisi della società pre-rivoluzionaria russa compiuta dai due autori, in particolare della riforma agraria promossa dal ministro Stolypin che era sul punto di realizzare quello che è l’atavico sogno eternamente insoddisfatto del contadino russo passato – si può dire – dal feudalesimo alla nuova servitù della gleba dei kholkoz, la proprietà della terra che lavora.

Capiamo un concetto fondamentale: la Russia si è trovata esposta all’azione eversiva dei bolscevichi perché non era più quella di un secolo o mezzo secolo prima, aveva mosso i primi passi anche sulla strada dell’industrializzazione, rimanendo certo molto lontana da Inghilterra, Stati Uniti, Germania e Francia, ma dopotutto non molto più arretrata dell’Italia dell’epoca, altrimenti non ci sarebbe stato un proletariato industriale a fornire ai bolscevichi la sua massa di manovra. Il momento in cui un sistema è più fragile non è quando rimane cristallizzato in un’immobilità secolare, ma quando tenta di riformarsi.

Il fatto è riferito da Julius Evola in Rivolta contro il mondo moderno. All’indomani della conclusione del conflitto, la massoneria emise e poi subito ritirò un comunicato trionfalistico: Con l’esito della Grande Guerra, con la scomparsa dei quattro imperi: germanico, austriaco, ottomano e zarista (che non aveva avuto miglior fortuna degli altri tre schierandosi a fianco dell’Intesa), essa giudicava raggiunti gli obiettivi che si era proposti per così lungo tempo. Nella successiva e più edulcorata versione, si parlava invece dei fini che si erano proposti i patrioti e gli eroi del risorgimento. Nondimeno, restava ben visibile che il potere mondialista di cui la massoneria era un’emanazione, si riteneva ormai padrone del campo a livello planetario.

Proprio allora, come reazione immunitaria dell’Europa a questa nuova dominazione mondiale sotto la maschera “democratica” e “socialista”, cominciarono a emergere i movimenti fascisti a rompere le uova nel paniere di questa malefica covata. A questo punto la nostra narrazione si salda con il lavoro compiuto dagli storici revisionisti che contestano la versione ufficiale della storia degli ultimi novant’anni, versione ufficiale che è pura, mistificante propaganda che continua quella introdotta dai vincitori durante il secondo conflitto mondiale. Non è una storia che mi esimerò dal raccontare nella quarta parte di questo scritto.  

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Categorie: Cospirazione, Democrazia, Guerra, Novecento, Storia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 18 Maggio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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