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Opus maxime rhetoricum, quinta parte

Opus maxime rhetoricum, quinta parte

Di Fabio Calabrese
La seconda guerra mondiale di doppifondi, di episodi poco chiariti o fraintesi ne presenta tantissimi, è letteralmente, nonostante la mole enorme di scritti sull’argomento, una sorta di buco nero fin dall’inizio. La sua causa stessa si può individuare in una cospirazione volta a spingere alla guerra la Germania.
E’ necessario fare un passo indietro: una premessa allo scoppio del secondo conflitto mondiale fu il patto di non aggressione tedesco-sovietico, ricordato anche come accordo Ribbentropp-Molotov dai nomi dei due rispettivi ministri degli esteri, tedesco e russo che ne furono i firmatari.
La propaganda antifascista che, lungi dal cessare alla fine del conflitto, ha preso il posto della ricerca storica, ha sostenuto e sostiene un’interpretazione dei sottintesi di questo accordo, che è l’esatto contrario della verità, una menzogna spudorata che nega i fatti evidenti. Si sostiene che esso sia stato stipulato in buona fede da parte sovietica e in malafede da parte tedesca; è vero esattamente il contrario.

Secondo la vulgata antifascista corrente, le intenzioni di Stalin sarebbero state assolutamente pacifiche, in quanto il despota georgiano doveva dedicarsi alla “ricostruzione” del suo vasto impero. Nulla di più falso! L’Unione Sovietica di Stalin stava conducendo una politica espansiva e fortemente aggressiva verso i propri vicini. Aveva già amputato la Romania della regione della Bessarabia, quella che oggi costituisce la repubblica di Moldavia, e la Cecoslovacchia della Rutenia subcarpatica (segnalo una curiosità, proprio di questa regione era originario “l’artista” – in questo caso le virgolette sono assolutamente d’obbligo – Andy Warhol, ma costui del destino dei propri connazionali ruteni se n’è sempre infischiato; era questo il prezzo per poter fare carriera “artistica”, essere di sinistra e omosessuale, per poter “vendere” riproduzioni di scatole di zuppa Campbell come se fossero capolavori pittorici del rinascimento, e si può richiamare un evidente parallelismo con quell’altra “grande” figura umana e letteraria che è stato Pier Paolo Pasolini, che sapeva benissimo che nell’Italia postbellica, se si voleva fare carriera letteraria occorreva la tessera del PCI, e se n’è fregato di un fratello assassinato alle Malghe di Porzus dai suoi “compagni” comunisti).
L’Unione Sovietica di Stalin, dopo di ciò, approfitterà del conflitto tedesco-polacco per aggredire e annettersi mezza Polonia, invaderà le tre repubbliche baltiche: Estonia, Lettonia, Lituania, dopo di che lancerà l’attacco alla Finlandia. Questo è quello che gli antifascisti, ignorando i fatti o capovolgendone il senso, chiamano uno spirito pacifico!
Al contrario, era tutto nell’interesse della Germania garantirsi una tregua con il nemico di sempre nella prospettiva di un conflitto inevitabile con gli anglo-francesi, per non ritrovarsi in una situazione analoga a quella de 1914-18, la lotta su due fronti che aveva già determinato la sconfitta tedesca nella Grande Guerra. Se Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica nel 1941, fu per prevenire a propria volta un attacco sovietico già chiaramente in fase di preparazione, e questo è oggi largamente provato.
All’indomani della caduta dell’Unione Sovietica, un ex agente del KGB, Vladimir Rezun, avvalendosi di materiali in possesso del servizio segreto sovietico, ha firmato con lo pseudonimo di Viktor Suvorov tre libri: Il rompighiaccio, Il giorno M, L’ultima repubblica, nei quali si portano le prove che l’Operazione Barbarossa prevenne soltanto un’aggressione sovietica contro la Germania e l’Europa occidentale. In Italia dove, stranamente, tutte le conoscenze che potrebbero nuocere all’antifascismo hanno una circolazione limitata e catacombale, i testi di Rezun-Suvorov non sono stati tradotti, però in tempi recenti è girata in internet la traduzione italiana di una recensione ai libri dell’ex agente del KGB, di Daniel W. Michaels apparsa su The Journal of Historical Review del Luglio-Agosto 1998 (non si può dire che certe cose arrivino da noi troppo in fretta!)
“Tutto ciò, però”, commenta Michaels, “Non è riconducibile solo alla smania di onnipotenza del tiranno georgiano, ma alla natura stessa del regime che si era insediato in Russia con “la rivoluzione” dell’ottobre 1917.
(…). Il Comunismo non avrebbe mai potuto coesistere pacificamente sul lungo termine con altri sistemi socio-politici. Pertanto, la guida comunista sarebbe stata inevitabilmente imposta in tutto il mondo. Questo obiettivo di “rivoluzione mondiale” era così radicato nella natura e nello sviluppo del “primo stato dei lavoratori” che rappresentava un aspetto vitale del programma sovietico ben prima che Hitler e il suo movimento Nazionalsocialista arrivassero al potere in Germania nel 1933”.
L’Operazione Barbarossa non fu che l’inevitabile conseguenza di ciò, che Stalin volesse approfittare del momento in cui la Germania era impegnata in Occidente contro i franco-inglesi, è assolutamente ovvio, così come il fatto che Hitler cercò di prevenirlo attaccando per primo, sebbene ciò comportasse per i Tedeschi il ripetersi dell’incubo della guerra su due fronti.
Occorre parlare di ciò che sta realmente dietro alla partecipazione italiana al conflitto, non c’è solo un’errata valutazione dei tempi, quando si pensava che la capitolazione della Francia avrebbe portato la guerra a una rapida conclusione. C’è soprattutto la volontà della monarchia e degli alti comandi militari che fecero fortissime pressioni in questo senso su Mussolini, alti comandi che si erano adoperati e continuarono ad adoperarsi perché Mussolini stesso rimanesse all’oscuro dello stato di impreparazione delle nostre Forze Armate che dopo aver speso mezzi ed energie in due guerre successive, quella etiopica e quella spagnola dove i falangisti avevano potuto prevalere soprattutto grazie all’aiuto italiano dato senza risparmio, si apprestavano ad affrontare il più grande carnaio di tutti i tempi con gli arsenali praticamente vuoti.
Da parte della monarchia e degli alti comandi militari si voleva la nostra partecipazione alla guerra perché si voleva la sconfitta, vista come il mezzo per liberarsi del fascismo.
E’ un’idea che forse qualcuno troverà sconvolgente, ma è documentata, e non poco: ci sono i lavori di Antonino Trizzino, soprattutto Gli amici dei nemici, dai quali risulta chiaro che gli alti comandi italiani cominciarono fin dal primo giorno a collaborare con il nemico passandogli informazioni, diramando ordini assurdi, mandando nella bocca del lupo britannico convogli senza scorta e via dicendo. Era uno sporco gioco giocato sulla pelle dei nostri combattenti, del nostro popolo, del nostro futuro, un tradimento infame con il quale casa Savoia si è bruciata per sempre le benemerenze acquisite durante il risorgimento.
Fra la capitolazione della Polonia e quella della Francia, si situa l’allargamento del conflitto alla Scandinavia. I Tedeschi dovettero intervenire per sventare un tentativo inglese di invasione della Norvegia che mirava probabilmente alle miniere di ferro svedesi. Questo tentativo, particolarmente mal condotto in termini militari, fu sul punto di risolversi in un disastro, evitato solo reimbarcando in tutta fretta il contingente britannico sbarcato a Narvik. Se ne approfittò per “fare fuori” in maniera indecente, con un’indecorosa gazzarra parlamentare, il premier Neville Chamberlein, che fu sostituito da Winston Churchill. Un episodio il cui reale significato non è mai stato chiarito, poiché le responsabilità non erano sue ma riguardavano l’imperizia dimostrata dagli stati maggiori. Retrospettivamente, si appiccicò a Chamberlein un’ingiustificata fama di arrendevolezza (aveva anche firmato per la Gran Bretagna l’accordo di Monaco, ma era stato il governo guidato da lui a dichiarare guerra alla Germania).
Io ho il sospetto che si sia voluto sostituire un uomo per bene e ragionevole con un individuo senza scrupoli, un ubriacone e un cocainomane, un individuo facilmente ricattabile e che perciò non avrebbe derogato un millimetro dal compito che il potere mondialista gli aveva assegnato: perseguire a qualunque costo e oltre ogni ragionevolezza la distruzione della Germania anche contro l’interesse del popolo britannico, come infatti poi fu.
Il primo a parlare apertamente di seconda guerra mondiale, a togliere qualsiasi illusione che il conflitto iniziato nel settembre 1939 sarebbe rimasto limitato e di breve durata, fu Charles De Gaulle nell’appello rivolto ai Francesi da Londra all’indomani della capitolazione.
“Tuttavia niente è perduto, perché questa guerra è una guerra mondiale. Nell’universo libero, forze immense non sono ancora entrate in campo. Un giorno queste forze schiacceranno il nemico. Bisogna che quel giorno la Francia sia presente alla vittoria”.
In quel momento, ricordiamolo, la capitolazione della Francia faceva presagire l’imminente conclusione del conflitto, e Unione Sovietica e Stati Uniti erano ancora neutrali, e allora i casi sono due: o Charles De Gaulle era la reincarnazione di Nostradamus, oppure era stato messo a parte dai suoi amici londinesi dell’esistenza di un piano di più ampio respiro, della doppia tenaglia, americana e sovietica, che stava per mettersi in moto per stritolare la Germania e l’Europa.
L’Operazione Barbarossa, l’abbiamo visto, fu l’azzardo disperato per prevenire un imminente attacco sovietico, ma anche l’intervento americano nel conflitto avvenne in circostanze molto diverse da come si racconta nei libri di storia.
E’ del tutto falso che il governo statunitense e l’ineffabile presidente Roosevelt, l’uomo che ha fatto di più per distruggere l’Europa, siano stati colti di sorpresa dall’attacco di Pearl Harbor del dicembre 1941.
Dopo aver provocato in tutti i modi il Giappone, che era legato alla Germania e all’Italia dal Patto Tripartito, anche per distoglierlo dall’intervenire contro l’Unione Sovietica dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa, l’amministrazione statunitense era perfettamente al corrente dell’imminente scoppio della guerra nel Pacifico, e del fatto che la prima mossa bellica nipponica sarebbe stata l’attacco alla base dove era concentrata la flotta americana.
Si misero in salvo le portaerei indispensabili alla prosecuzione del conflitto e si lasciarono le corazzate, considerate obsolete, e i loro equipaggi, a fare da bersaglio. Si fece in modo che l’ambasciatore giapponese non potesse consegnare la dichiarazione di guerra se non ad attacco avvenuto, in modo da presentare lo stesso come un vergognoso colpo a tradimento e suscitare un’ondata d’indignazione nell’opinione pubblica fin allora tenuta all’oscuro. Fu insomma la recita di un ben calcolato copione in perfetto stile hollywoodiano.
A questo punto il cerchio era chiuso e non restava che stringerlo, la macchina per la distruzione dell’Europa e del Giappone destinata a culminare nell’olocausto nucleare, si era messa in moto.
Mi sembra quasi di dovervi chiedere scusa: abbiamo iniziato questa serie di articoli con un passo ampio che travalica i secoli, e man mano che ci avviciniamo a nostro tempo, occorre concentrarsi su archi temporali sempre più ristretti, ma gli aspetti oscuri della seconda guerra mondiale, le verità negate, le versioni ufficiali in contrasto con il reale andamento dei fatti, sono tanti e tali che occorrerebbe un libro per essere esaurienti, anche perché riguardo a questa materia esiste una pubblicistica vastissima. Noi continuiamo a essere emotivamente coinvolti da questi eventi molto più che da fatti temporalmente più vicini a noi, e spero che mi consentirete di fare una scelta in un certo modo arbitraria.
Nel 2007 mi capitò sotto gli occhi un bollettino on line di un’agenzia libraria dove per caso, uno appresso all’altro, si recensivano tre testi che potremmo definire revisionisti, pur non trattandosi per nulla di pubblicazioni della nostra “area”. Mi basai su questo materiale per stendere un articolo, La storia ignorata, che pubblicai dapprima su “Ciaoeuropa” di Antonino Amato oggi scomparsa, poi sul sito del Centro Studi La Runa dove è tuttora reperibile, un articolo che ricevette parecchi consensi, e di cui vorrei riproporre ora qualche stralcio
Questo bollettino era “La bottega editoriale”, reperibile all’indirizzo bottegaeditoriale1@soveria.info che recensisce due collane “dire-fare-scrivere” e “scripta manent” dell’editore Rubettino. Nella prima troviamo la recensione del libro di Paolo Palma Il telefonista che spiava il quirinale – 25 luglio 1943, (recensione di Paolo Acanfora), nella seconda La resistenza demitizzata di Giampaolo Pansa (recensione di Francesco Fatica) e Compagno cittadino, il PCI tra via parlamentare e lotta armata di Salvatore Sechi (recensione di Carmine De Fazio).
Adesso torneremo a considerare i primi due, mentre sull’ultimo di questi tre testi riprenderemo il discorso nella sesta parte di questo scritto, dove parleremo del dopoguerra e della Guerra Fredda.
“Il telefonista che spiava il quirinale” non è un personaggio letterario, è Giuseppe Mangione, allora appunto telefonista del quirinale e che dopo la guerra acquisì una certa fama come sceneggiatore, che intercettò e trascrisse le conversazioni telefoniche del re Vittorio Emanuele III e del suo entourage attorno al luglio 1943. Le trascrizioni furono poi consegnate al noto esponente partigiano Rodolfo Pacciardi fra le cui carte sono state recentemente ritrovate.
Quello che ne emerge, è un quadro completamente diverso da quel che ci eravamo abituati a considerare di un episodio chiave della nostra partecipazione al secondo conflitto mondiale, quale fu quello del 25 luglio 1943, il “ribaltone” con cui fu soppresso il regime fascista, e che doveva preludere di lì a poco all’altro ed ancor più drammatico ed infamante “ribaltone”, l’armistizio ed il cambiamento di fronte dell’8 settembre.
Contrariamente a quel che ci è stato fatto credere così a lungo, l’ “arresto” (ma di arresto non si trattò) di Benito Mussolini quando questi, dopo essere stato messo in minoranza nella seduta del Gran Consiglio del fascismo si recò dal re per presentargli le proprie dimissioni, non fu per nulla frutto di una decisione improvvisa di Vittorio Emanuele III, ma l’esito ultimo di una cospirazione accuratamente preparata, una congiura che ebbe la sua “anima”, la sua “eminenza grigia” nel ministro Acquarone, un personaggio che finora gli storici hanno considerato assolutamente di secondo piano.
Per gli antifascisti di allora, di poi, di oggi, è sempre stato motivo d’imbarazzo il fatto che la “bieca” dittatura mussoliniana finisse in una maniera così “parlamentare”, con una votazione, ed ancora il fatto che dopo essere stato messo in minoranza dal Gran Consiglio, Mussolini si sia recato tranquillamente ad offrire al re le proprie dimissioni. E’ stato questo il comportamento di un tiranno? O non piuttosto quello di un leale servitore dell’Italia con la coscienza tranquilla, il cui torto, semmai, è stato quello di non avvertire la fosca atmosfera da congiura da basso impero bizantino che altri gli avevano addensato attorno, come spesso accade alle persone sincere e leali che non sono in grado di comprendere fino in fondo la malizia altrui? Se invece Mussolini scelse consapevolmente di consegnarsi nelle mani di chi voleva distruggerlo, può averlo fatto solo nel tentativo di evitare che per l’Italia alla tragedia del conflitto si sommasse l’altra tragedia della guerra civile. In ogni caso, la sua statura morale ne esce ingigantita: un gigante circondato da una torma di squallidi gnomi intenti solo a cercare di trarre un profitto personale dalle sventure della Patria.
In realtà questo libro aggiunge nuovi tasselli ad un mosaico che in gran parte conoscevamo già, così come sappiamo che all’uscita dal quirinale Mussolini non fu arrestato con un atto che avesse qualche parvenza di legalità, ma rapito e portato via in segreto su di un’ambulanza: è evidente che i cospiratori temevano una reazione popolare, e in tal modo confessavano involontariamente la popolarità di cui ancora godeva Mussolini a dispetto del disastroso andamento della guerra.
E non parliamo di altri fatti oscuri di quella tragica fine di luglio che sembrava anticipare sinistramente la guerra civile, come l’assassinio in un vile agguato di Ettore Muti “il più bello” e sicuramente uno dei più amati leader fascisti.
Passiamo all’altro libro che bene s’inserisce su questa tematica: La resistenza demitizzata diGiampaolo Pansa è per ora l’ultimo anello di una catena che l’autore ha iniziato nel 2003 con il bestseller Il sangue dei vinti, proseguita poi con Sconosciuto 1945 2005 e La grande bugia 2006. La resistenza, lo sappiamo, non fu un’epopea, non ebbe nulla di nobile, fu un carnaio truce e vile, fatto di attentati e di colpi alla schiena, diretta contro i Tedeschi, ma soprattutto contro coloro che dopo l’8 settembre 1943 avevano continuato a combattere lo stesso nemico, e contro quanti minacciavano di essere un ostacolo alla “rivoluzione socialista” che si pensava d’instaurare a guerra finita. La stragrande maggioranza dei militi della Repubblica Sociale uccisi da mano comunista non caddero in combattimento, ma furono trucidati dopo essersi arresi ed aver ceduto le armi, quando non erano più in grado di difendersi. Con il 25 aprile 1945 non arrivò la “liberazione” ma la mattanza. Coloro che per due anni sanguinosi non erano stati capaci di fare altro che nascondersi sulle montagne, compiere attentati, colpire alla schiena, ora, vincitori per procura grazie ai bombardieri ed ai tank americani, sfogavano sui vinti e sugli inermi la loro barbarie bestiale.
La “resistenza” non è stata altro che questo, la pagina forse più vergognosa della nostra storia bimillenaria. Noi questo lo sappiamo, lo sapevamo già ben prima che Giampaolo Pansa arrivasse a dirlo, tuttavia è un fatto molto importante che uno storico di formazione di sinistra e quindi antifascista arrivasse a dirlo, a renderlo noto al grosso pubblico tenuto nell’ignoranza per più di mezzo secolo.
Giampaolo Pansa ha iniziato questo percorso nel 2002, con un testo sui combattenti della Repubblica Sociale, I figli dell’aquila, e probabilmente a questo punto si è trovato di fronte alla verità di cosa è stata la “resistenza”, un’orrenda faida condotta soprattutto a guerra finita contro un “nemico” ormai inerme, poteva, come tanti prima di lui, insabbiare tutto, invece ha avuto il coraggio di rompere il muro dell’omertà. Come La grande bugia, La resistenza demitizzata è dedicata soprattutto a smentire gli avvocati d’ufficio della resistenza, i ben pagati megafoni e leccapiedi del regime che vorrebbero tenere la grande bugia in piedi: Giorgio Bocca, Alessandro Curzi, Paolo Flores d’Arcais, Sergio Luzzatto, ed altri esemplari del più lugubre bestiario di quanti vilipendono la storia e prostituiscono l’informazione.  
Chi mente sapendo di mentire, molto spesso finisce per darsi la zappa sui piedi, e così Pansa ha buon gioco citando un’affermazione di Giorgio Bocca, il più accanito di quanti vorrebbero confutarlo:
«Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce».
In poche parole, il solco di ostilità fra la popolazione ed i Tedeschi e i combattenti repubblicani fu creato artificiosamente, con attentati che aveva lo scopo di provocare le rappresaglie secondo la logica del “tanto peggio, tanto meglio” da parte di chi mirava a fare “la rivoluzione” e non aveva alcuna preoccupazione di quanto questa logica aberrante sarebbe costata all’Italia in termini di morti e distruzioni.
Nel libro è contenuto un omaggio doveroso ad un uomo che ha cercato invano di raccontare agli Italiani la verità: Giorgio Pisanò, autore di volumi come Storia della guerra civile in Italia e Gli ultimi in grigioverde che, nonostante un’indiscussa competenza, serietà e probità come storico non riuscì a trovare un editore abbastanza coraggioso da pubblicare la verità sul periodo più buio della storia d’Italia, allora divenne egli stesso editore, e la cui tipografia fu distrutta per ben quattro volte da quattro attentati rimasti rigorosamente senza colpevoli e che non ebbero alcuna eco sui mezzi “d’informazione”.
Da parte mia, aggiungerei un punto che sembra finora sfuggito a Pansa ed alla gran parte degli storici che si sono occupati di questi fatti. A sinistra è diffusa la leggenda, che ha sicuramente meno fondamento di quella dell’esistenza del mostro di Loch Ness, che la “liberazione” sarebbe stata opera dei “resistenti”, dei partigiani, e che gli angloamericani arrivati a cose fatte, si sarebbero limitati a togliere loro di mano il frutto della vittoria. Questa leggenda comporta una confusione fra attentati, pistolettate alla schiena nei vicoli, atti di terrorismo e via dicendo, ed azioni militari. C’è poi da stupirsi se qualcuno cresciuto in questo tipo di “cultura” abbia poi pensato di riprendere “la lotta rivoluzionaria” con gli stessi metodi? Diciamo la verità una volta per tutte: le Brigate Rosse sono state figlie legittime della “resistenza” e della “cultura resistenziale”!
Noi naturalmente proseguiremo la nostra ricerca. I fatti connessi con la conclusione del secondo conflitto mondiale e con la Guerra Fredda sono pieni di punti oscuri su cui occorre gettare luce.

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Categorie: Germania, Guerra, Russia, Storia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 26 Maggio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Friedrich von Tannenberg

    Articolo strano, a dir poco. Se su alcuni punti è singolarmente ben documentato, a dispetto della macchina propagandistica attiva sin dagli ambiti accademici, e impegnato in una meritevole azione volta a illustrare una verità vergognosamente coperta, su altri punti si fa beccare in castagna con imprecisioni e svarioni davvero macroscopici. Ad esempio, se la sintesi della crisi nippo-americana che portò a Pearl Harbor è quasi impeccabile, degna delle migliori opere scritte sull’argomento, pure noto come la dichiarazione di guerra fu effettivamente presentata poco PRIMA dell’attacco, e non dopo, anche se il ritardo non è da imputare a malafede ma a un errore dell’ambasciata giapponese a Washington, a cui il testo era stato comunicato con largo anticipo.
    Faccio poi notare, sul Patto Molotov-Ribbentropp, che l’URSS non annesse né la Bessarabia né la Rutenia cecoslovacca prima dell’Agosto ’39, e la cronologia è verificabile ovunque: la prima fu ceduta dalla Romania proprio come previsto dal Patto, nell’estate del ’40. Per la seconda, poi, i sovietici dovettero aspettare la fine del conflitto, dato che era divenuta territorio ungherese sin dall’Aprile del ’39, e fu annessa da Mosca solo nel ’45. Per il resto, che Barbarossa prevenisse un attacco sovietico, è abbastanza fantasioso. Se è verissimo che, nei geni e nella mentalità bolscevica, nessuna pace permanente col mondo non-comunista fosse possibile, ma solo tregue momentanee, non pare che Stalin pensasse a un attacco a ovest nel Giugno del’41, impegnato com’era in un’opera di repressione interna che aveva lasciato sguarnita l’Armata Rossa dei migliori ufficiali (e basta conoscere l’andamento delle prime fasi dell’offensiva per rendersi conto che i sovietici vi erano arrivati totalmente impreparati). Insomma, un po’ di attenzione ai dettagli e alla cronologia, sennò si rischia di cadere negli stessi meccanismi della propaganda ufficiale, in cui prima si stabiliscono le linee guida e si distribuiscono etichette di moralità e accettabilità, e poi si plasmano i fatti in modo che le assecondino.

  2. Anonymous

    Quando si intraprende un lavoro di vasta portata come quello costituito da questi articoli e non ci si sofferma su tutti i dettagli, si può cadere in inesattezze di cui mi scuso. Von T. se questo è il suo nome) ha ragione: la Bessarabia e la Rutenia furono annesse dall’Unione Sovietica dopo e non prima dell’agosto 1939, tuttavia questo non muta la sostanza del discorso, cioè che per Stalin l’accordo tedesco-sovietico ebbe un valore tutt’altro che difensivo, come dimostrano anche l’annessione delle repubbliche baltiche e l’aggressione alla Finlandia. I vero punto del contendere, è però se l’operazione Barbarossa fu lanciata o meno per prevenire un attacco sovietico. Che le cose stessero così, lo dimostra chiaramente una testimonianza di parte russa, quella di un ex agente del KGB, Vladimir Rezun che, sotto lo pseudonimo di Victor Suvorov ha scritto tre libri sull’argomento basati su documenti segreti del Cremlino cui aveva accesso, ma ci sono anche quelle dei molti militari tedeschi fra cui Ulric Rudel, il noto “pilota di ferro” che allo scattare dell’Operazione Barbarossa trovarono le truppe sovietiche ammassate in grande quantità immediatamente dietro la linea del fronte in una posizione pericolosa dal punto di vista difensivo, e che contribuì in misura non trascurabile alle iniziali vittorie tedesche, ma assolutamente logica nell’imminenza di un attacco. E’ vero che l’Armata Rossa aveva subito da poco una “purga” dei suoi vertici in seguito all’affare Tuhacevskij, ma quale momento sarebbe stato più logico per Stalin per attaccare la Germania se non quello in cui era impegnata in Occidente contro gli anglo-francesi? Consiglierei von Tannenberg di leggere anche il mio articolo “La grande menzogna patriottica” pubblicato sul sito del Centro Studi La Runa.
    Fabio Calabrese

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