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Opus maxime rhetoricum, quarta parte

Opus maxime rhetoricum, quarta parte

Di Fabio Calabrese
“Opus maxime rhetoricum”, soprattutto un lavoro propagandistico, questa è in ultima analisi la narrazione della storia secondo la definizione ciceroniana. Le falsificazioni e le omissioni degli storici nostri contemporanei, lo abbiamo visto, si concentrano soprattutto in due aree temporali: la prima, il tempo dalla seconda guerra mondiale a oggi, riguardo a cui ci viene raccontata una storia travisata tendente a descrivere la parte soccombente nell’ultima ecatombe planetaria come “il male assoluto” e quindi giustificare direttamente o indirettamente i crimini dei vincitori, supposti paladini “del bene” e che invece sappiamo essersi macchiati di atrocità nefande, e quindi giustificare il nuovo ordine mondiale imposto dal 1945. La seconda è invece la remota preistoria. Qui, per le finalità, appunto, dell’ordine mondiale imposto a partire dalla conclusione del conflitto e trasformato a partire dal 1991 con una svolta nettamente peggiorativa rappresentata dalla caduta dell’Unione Sovietica (Non che l’Unione Sovietica di per se stessa rappresentasse una grande positività, tutt’altro, ma all’epoca del mondo diviso, del confronto fra i blocchi, gli effetti più deleteri del comunismo sovietico e dell’american-democrazia in qualche modo si bilanciavano e si annullavano, impedendosi reciprocamente di arrivare alle conseguenze peggiori), si vuole far passare il dogma dell’origine africana della nostra specie e dell’inesistenza delle razze.

Riguardo alla prima di queste due aree temporali esiste un lavoro ampio, solido ben documentato a cui il sistema sa rispondere solo con metodi repressivi volti a bloccare la libertà di circolazione delle idee che rappresentano la negazione completa e totale di quei presupposti libertari su cui TEORICAMENTE si fonderebbe la democrazia, un lavoro volto soprattutto a sfatare la leggenda olocaustica, nucleo di tutte le demonizzazioni della parte soccombente nel secondo conflitto mondiale. Se un giorno, ipoteticamente, si potesse raccontare liberamente la verità in termini obiettivi, sarebbe difficile non ricordare ad esempio Robert Faurisson fra gli eroi del pensiero della nostra epoca, se mai ve ne sono stati.
Relativamente all’altra area temporale, quella remota, preistorica, delle origini, ho sviluppato sulle pagine di “Ereticamente” un lavoro ampio ma pionieristico. Io so di avere una cultura più ampia ed eterogenea che approfondita, e mi sembra che il ruolo a me più congeniale sia quello di un apripista, indicare dei settori, delle suggestioni forse, dove altri interverranno con maggiore competenza specialistica. Mi sembra di poter dire ad esempio che sta andando in questa direzione, approfondendo la pista da me indicata, il lavoro dell’ottimo nostro amico Michele Ruzzai.
Con quest’ultima serie di scritti, ho pensato di creare un raccordo fra queste due aree temporalmente così distanti, sempre analizzando le falsificazioni oggi correnti. Per l’antichità e l’Età di Mezzo non ci sono grosse difficoltà ma, man mano che ci si avvicina al nostro tempo la prospettiva si allarga e l’esaustività diventa un miraggio remoto. Ho concluso la terza parte parlando della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa. Dal 1919, l’anno della pace di Parigi (di cui il trattato di Versailles che riguardava la Germania era solo una componente) che decise l’assetto dell’Europa e del mondo dopo la Grande Guerra, fino al 2014, al tempo presente, passano 95 anni; non è un arco temporale lunghissimo, una vita umana potrebbe attraversarlo tutto, vi sono state persone che hanno vissuto anche più a lungo, eppure, capiamo facilmente che non soltanto gli anni del fascismo e del secondo conflitto mondiale sono stati un’epoca eccezionalmente “densa”, ma è proprio la contemporaneità che impone un allargamento degli orizzonti al punto da rendere impossibile trattare adeguatamente tutte le problematiche coinvolte. Occorrerà fare delle scelte, e non è detto che siano le migliori. Occorrerà tenere presente che sul fascismo, la seconda guerra mondiale, gli anni della Guerra Fredda esiste già un nutrito dibattito politico e storiografico, eppure qualcosa di inedito e di importante si può ancora cercare di dire.
Come ho già fatto per la terza parte di questo scritto, per non perderci nel mare magnum della storia contemporanea e dell’amplissimo dibattito storiografico che esiste intorno ad essa, la vedremo sotto un preciso angolo visuale, quello delle teorie del complotto.
Dopo la prima guerra mondiale, la comparsa dei fascismi, fisiologica reazione immunitaria ai germi di decadenza che la cospirazione demo-marxista aveva iniettato nel tessuto europeo, lasciò spiazzati democratici e marxisti nel momento in cui costoro ritenevano di essere sul punto di conseguire la vittoria planetaria. Come poteva accadere che in Italia, in Germania, in tutta Europa, persino in Francia e Gran Bretagna, “culle” europee della democrazia e del socialismo, milioni di uomini in massima parte di estrazione popolare, decidessero di voltare le spalle all’una e all’altro?
Soprattutto da parte marxista si vedono bene la difficoltà e l’imbarazzo a spiegare come mai milioni di uomini in tutta Europa provenienti in massima parte proprio dalle classi lavoratrici, voltavano le spalle alla prospettiva del “paradiso socialista” e si disponevano con tutte le loro forze a lottare contro il suo possibile avvento?
Faute de mueux, per dare una risposta a questo insondabile mistero, si ricorse a “spiegazioni” di tipo psicanalitico e psicopatologico, di cui sono esempi Psicologia di massa del fascismo di Wilhelm Reich e La mentalità autoritaria di Theodor Adorno, spiegazioni grottesche che sfiorano il ridicolo o, come nel caso del libraccio di Reich, lo raggiungono senz’altro.
Il fatto è che costoro, per comprendere davvero il fascismo, avrebbero dovuto per prima cosa rendersi conto del loro fallimento, ammettere che la loro utopia si era tradotta con l’instaurazione del sistema sovietico, in una realtà atroce e brutale, forse la peggiore tirannide mai sperimentata nella storia umana, e che a farne le spese, con privazione della libertà e miseria spesso al disotto del puro limite di sopravvivenza, come nelle carestie degli anni ’30, erano soprattutto quelle classi popolari che sulla carta sarebbero dovute essere le beneficiarie della loro “rivoluzione”.
Un’Europa divisa fra liberal-democrazie e regimi fascisti con sul lato orientale l’Unione Sovietica staliniana pronta ad aggredire i suoi vicini più deboli e a fomentare rivolte comuniste dovunque fosse possibile, aveva ben scarse possibilità di una pace durevole, ma le responsabilità della seconda guerra mondiale non sono quelle che perlopiù si ritiene che siano. A questo riguardo occorre dire che non solo la versione storica ufficiale intesa ad attribuire la responsabilità del conflitto alla Germania nazionalsocialista è completamente falsa, ma probabilmente anche le teoria del complotto non hanno generalmente scavato abbastanza a fondo. In poche parole, fu messa in atto una gigantesca cospirazione per costringere la Germania ad attaccare, e per trasformare il conflitto tedesco-polacco in una gigantesca conflagrazione che avrebbe eclissato il carnaio della Grande Guerra e dalla quale si voleva e prevedeva che la Germania stessa e i regimi fascisti sarebbero usciti distrutti.
Facciamo un passo indietro: la concezione marxista della storia, quella di cui si aureolano tanti docenti universitari che masticano materialismo storico e materialismo dialettico, esperti nei verbosi e illeggibili tomi del Capitale è in tutto e per tutto una bufala. Se essa fosse vera, se i movimenti e i regimi fascisti fossero stati quali essa ce li presenta “cani da guardia del capitalismo” e non una rivoluzione intesa a trasformare la società in concorrenza con quella marxista e altrettanto opposta al capitalismo borghese, non si capirebbe proprio come mai si sia formata quella coalizione fra liberal-democrazie e comunismo per stroncare i fascismi a prezzo del conflitto più sanguinoso della storia umana.
E’ falso che sia stata l’aggressione da parte della Germania nazionalsocialista rivolta sia contro gli occidentali che contro l’Unione Sovietica a determinare la nascita di questa coalizione, la vediamo all’opera già da molto prima, durante la guerra civile spagnola, quando gli aiuti e le simpatie occidentali andarono nettamente alla parte “repubblicana”, cioè comunista, mentre Franco ebbe il solo appoggio italiano e tedesco, come se per l’occidente liberal-democratico (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti) lo stabilirsi nell’angolo opposto dell’Europa di un altro regime comunista staliniano fosse un’inezia trascurabile.
Non è tutto, perché già negli anni ’30 gli Stati Uniti avevano iniziato a riarmare l’Unione Sovietica in vista di una futura guerra con la Germania. Questa sbalorditiva rivelazione si evince da un articolo Daniel W. Michaels apparso su The Journal of Historical Review del Luglio-Agosto 1998, che è una recensione cumulativa di tre libri di Vladimir Rezun, ex funzionario dei servizi segreti sovietici, che li ha firmati con lo pseudonimo di Viktor Suvorov: Il rompighiaccio, Il giorno M, L’ultima repubblica. In questi tre libri l’ex agente del KGB fa un’altra rivelazione sorprendente, l’Operazione Barbarossa prevenne soltanto l’attacco che l’Unione Sovietica di Stalin stava per lanciare contro la Germania e l’Europa, ma contiene anche altre rivelazioni inattese, che gli Stati Uniti avevano iniziato ad aiutare militarmente l’Unione Sovietica ben prima del 1941:
“Suvorov fa notare che gli Stati Uniti hanno rifornito la Russia sovietica di armamenti pesanti sin dalla fine degli anni 30. Cita lo studio di Antony C. Sutton, National Suicide (suicidio nazionale), Arlington House, 1973, il quale racconta che nel 1938 il Presidente Roosevelt concluse un accordo segreto con l’URSS per lo scambio di informazioni militari”.
Di tutto questo l’opinione pubblica americana era ovviamente tenuta all’oscuro, in compenso gli articoli di Walter Duranty sulle colonne del “New York Times” (mica un giornaletto di provincia) erano continui panegirici a Stalin, magnanimo benefattore e benevolo “padre” dei popoli sovietici, mentre l’Unione Sovietica stessa era sul punto di trasformarsi nella più liberale delle democrazie. Intanto, per i fascismi, soprattutto per il nazionalsocialismo tedesco, non si avevano che parole di odio e di avversione. Insomma, è ben difficile sottrarsi alla convinzione che la coalizione destinata a stritolare l’Europa fosse già stata forgiata.
I motivi che stavano alla base della politica di Roosevelt erano gli stessi che avevano deciso l’intervento statunitense nella prima guerra mondiale. Ecco come li ha riassunti il generale dei marines Smedley Butler, pluridecorato eroe della prima guerra mondiale, risolutamente contrario a un secondo conflitto dello stesso genere e (stranamente) deceduto a 59 anni nel 1940:
“Il guaio con l’America è che quando il dollaro rende solo il 6% in patria, allora diventa inquieto e va all’estero per lucrare il 100%. Poi la bandiera segue il dollaro e i soldati seguono la bandiera (…). Non voglio di nuovo andare in guerra come ho fatto [nella prima guerra mondiale] per proteggere certi discutibili investimenti dei banchieri. (…). La guerra per qualunque altra ragione [che non sia la difesa delle proprie case e dei diritti fondamentali] è solo criminalità organizzata (racket)”.
Povero generale Butler, sembra proprio che simili convinzioni non fossero idonee a garantire una lunga vita nell’America di Roosevelt!
Né i motivi della decisione britannica di arrivare a tutti i costi alla guerra con la Germania erano sostanzialmente diversi da quelli del 1914. Per gli Inglesi, la rapidità con cui Hitler rimise in piedi la Germania che all’inizio del suo cancellierato appariva economicamente e politicamente distrutta, dovette essere un’amara sorpresa.
Nel 1936, tre anni prima dell’inizio del conflitto, Winston Churchill dichiarava:
“La Germania è troppo forte, dobbiamo distruggerla!”
E dieci anni dopo, a guerra conclusa, aggiungeva con sorprendente franchezza:
“La guerra non fu solo una questione per eliminare il fascismo in Germania. Ma piuttosto per impossessarsi dei mercati tedeschi”.
Fu ancora più chiaro nel 1960, quando ammise:
“Il delitto imperdonabile della Germania prima della Seconda Guerra Mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto.”
La vera colpa imperdonabile di Hitler era quella di fare gli interessi del popolo tedesco E NON della finanza mondiale.
L’essenza della cosiddetta democrazia, è infatti la tirannia del sistema finanziario e bancario internazionale, di cui la sovranità degli stati e il potere popolare sono dei paraventi ridicoli.
A questo riguardo, l’economista Carroll Quigley docente alla Georgetown University, membro del Council on Foreign Relations, nel suo saggio Tragedy and Hope(Tragedia e speranza) del 1966 ha precisato:
«Le potenze del capitalismo finanziario hanno un altro scopo di lunga portata, niente meno che creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, capace di dominare il sistema politico di ciascun Paese e l’economia del mondo come tutto unico. Questo sistema deve essere controllato all’uso feudale dalle Banche Centrali del mondo agenti in concerto, per via di accordi segreti raggiunti in frequenti incontri e conferenze. (…) A ciascuna Banca Centrale (…) è richiesto di dominare il proprio governo attraverso la sua capacità di controllare i debiti del Tesoro, di manipolare i cambi esteri, di influenzare il livello di attività economica nel paese, e di influenzare i politici che collaborano con guadagni economici nel mondo degli affari».
Le affermazioni di Churchill trovano un preciso riscontro in quelle di uno storico della seconda guerra mondiale, il generale J. P. C. Fuller:
“Non fu la politica di Hitler a lanciarci in questa guerra. La ragione fu il suo successo nel costruire una nuova economia crescente. Le radici della guerra furono l’invidia, l’avidità e la paura.”
Testimonianze di contenuto analogo arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico, eccone due, di un economista americano e di un avvocato sionista:
“La Gran Bretagna approfittava della situazione per fare la guerra alla Germania perché il Reich era diventato troppo forte ed aveva ribaltato l’equilibrio economico europeo” – Ralph F. Feeling – Istituto Americano degli Studi Economici.
“Ho sottolineato che la sconfitta della Germania e del Giappone e la loro eliminazione dal commercio mondiale avrebbe dato alla Gran Bretagna un’enorme possibilità di ingigantire il suo commercio estero sia in volume che in profitto” – Samuel Untermeyer, The PublicYears, p. 347 (Avvocato americano e attivista sionista).
Nel 1984, un giurista britannico, il Procuratore Generale sir Hartley Shawcross ha ammesso:
“Noi abbiamo dichiarato guerra alla Germania con l’intento di distruggerla, in base al nostro principio di equilibrio del potere, e fummo incoraggiati dagli “americani” che stavano attorno a Roosevelt. Ignorammo i tentativi di Hitler di scongiurare la guerra. Ora siamo costretti ad ammettere che Hitler aveva ragione”.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, le motivazioni dell’intervento, o per essere più precisi, dell’AGGRESSIONE militare contro l’Europa, erano le stesse, prettamente economiche, della Gran Bretagna, o meglio, i governi di entrambe le nazioni agivano come manutengoli del capitalismo finanziario internazionale.
Nel 1992, il segretario agli esteri statunitense James Baker ha precisato che:
“La guerra [la partecipazione americana alla seconda guerra mondiale] era solo una misura economica preventiva”.
Già prima di lui, l’ammiraglio Daniel Lehay, ambasciatore americano in Francia, aveva ammesso:
“Mi dispiacque per il popolo tedesco. Stavamo progettando, ed avevamo la forza necessaria per portare a termine i nostri piani, di cancellare una nazione una volta potente”.
Tutto questo non rimase un’astrazione ma era destinato a trasformarsi ben presto in realtà. Il cappio cominciò a stringersi attorno al collo dei Tedeschi ben prima che essi ne fossero consapevoli.
Abbiamo la testimonianza di un giornalista e corrispondente di guerra americano, Karlvon Wiegand, che il 23 Aprile 1944 raccontò sulle colonne del “Chicago Herald American”:
“Nell’Aprile 1939 (4 mesi prima dello scoppio della guerra) l’Ambasciatore William C. Bullitt, che conoscevo da 20 anni, mi chiamò all’ambasciata americana di Parigi. Egli mi disse che la guerra era stata decisa. Egli non disse, ed io nemmeno lo chiesi, da chi. Me lo lasciò dedurre.
Quando gli dissi che, così facendo, la Germania sarebbe stata gettata nelle braccia della Russia e del bolscevismo, l’ambasciatore rispose: che cosa? Non ci saranno abbastanza tedeschi in vita alla fine della guerra che valga la pena di bolscevizzare!”.
L’imminenza della guerra, voluta, attesa, bramata, non era un mistero neppure in casa britannica.
Ricorda il prof. Michael Freund:
“Il 2 Settembre 1939 un delegato del Partito Laburista si incontrò col Ministro degli Esteri britannico Halifax nel corridoio del Parlamento: nutre ancora delle speranze? – chiese – se lei intende speranze nella guerra – rispose Halifax – allora la sua speranza verrà confermata domani.
DIO SIA RINGRAZIATO! – rispose il rappresentante del Partito Laburista britannico”. 
Per la cronaca, la dichiarazione inglese e francese di guerra alla Germania fu presentata il giorno seguente, 3 settembre.
Obbligare la Germania a scendere in guerra non era difficile: il trattato di Versailles aveva lasciato fuori dai confini tedeschi, nelle mani di Polacchi e Cecoslovacchi ingenti aree da sempre germaniche: i Sudeti, la Prussia occidentale, Danzica, parte della Slesia. Bastava indurre questi ultimi, resi forti dall’appoggio franco-inglese, a una politica di persecuzioni e assassinii contro la popolazione tedesca, e Hitler non si sarebbe tirato indietro dal difendere i propri connazionali.
Risolto nel 1938 con l’accordo di Monaco, il problema dei Sudeti con i buoni uffici del Nostro Benito Mussolini che dimostrò di essere l’unico leader europeo seriamente intenzionato ad adoperarsi per mantenere la pace, rimaneva aperto il contenzioso con la Polonia, e su quello i franco-britannici puntarono tutte le loro speranze di arrivare a una nuova guerra mondiale.
Nella mitologiaantifascista travestita da storiografia, si è fatto dell’accordo di Monaco un simbolo di vergognosa cedevolezza. Sarebbe interessante riuscire a capire cosa c’era di vergognoso nel restituire alla Germania una terra da sempre tedesca, che le era stata strappata dagli innaturali confini disegnati a Versailles, e dove la popolazione tedesca era oggetto di persecuzioni.
A questo punto, il compito di provocare l’attesa deflagrazione planetaria toccava alla Polonia.
Nel gennaio 2013 proprio la nostra “Ereticamente” ha pubblicato un bell’articolo dello scrittore Michael Walsh, Il mito della colpevolezza tedesca, dal quale ho tratto alcune delle citazioni che trovate qui, un articolo che dovrebbe aprire gli occhi a molti.
Riguardo al comportamento dei Polacchi dopo Monaco, Walsh scrive:
“La Polonia effettuò i primi atti di aggressione. Nel Marzo del 1939 la Polonia, che già occupava quella parte di territorio tedesco “acquisito” dal Trattato di Versailles del 1919, entrò in territorio cecoslovacco. Nei mesi che precedettero lo scoppio della guerra, le forze armate polacche violarono ripetutamente le frontiere tedesche. Il 31 Agosto 1939, forze armate polacche irregolari lanciarono un attacco su larga scala sulla cittadina tedesca di confine Gleiwitz.
La ritorsione germanica del 1° Settembre 1939 ebbe come risultato, di lì a poche ore e precisamente il 03 Settembre 1939, le dichiarazioni di guerra di Francia e Gran Bretagna nei confronti della nazione tedesca.
Nel caso inglese, questa dichiarazione di guerra fu costituzionalmente illegale. Non fu, come avrebbe dovuto essere, ratificata dal Parlamento”.
Nonostante la sua brevità, la storia della campagna di Polonia sarebbe probabilmente tutta da riscrivere, perché qui la retorica antifascista ha forse dato il meglio di sé deformando i fatti.Quante volte ci sono stati presentati commenti e immagini sull’episodio della brigata di cavalleria Pomorska che si sarebbe lanciata contro i carri armati tedeschi in un’azione di eroismo disperato e inutile, immolandosi per senso dell’onore, simbolo romantico di un’epoca che andava a morire spazzata via dalla guerra meccanizzata.
A livello del singolo combattente, ciò può anche essere corrisposto alla realtà, ma si dimentica che i generali polacchi, ottusi, incapaci di comprendere le innovazioni tecnologiche e legati a idee ormai anacronistiche quanto arroganti, erano convinti che grazie alla loro maggiore mobilità, le unità di cavalleria avrebbero facilmente prevalso sulle truppe corazzate, e che avrebbero potuto presto far abbeverare i loro cavalli nell’acqua della Sprea (il fiume di Berlino). La strage della Pomorska resta uno dei più eclatanti esempi di stupidità militare di tutti i tempi. Senza contare il fatto che i Polacchi contavano con ogni probabilità su di un imminente aiuto militare franco-inglese che era stato loro verosimilmente promesso e che non ci fu. Se è chi è arrogante perché è erroneamente convinto di essere il più forte, a rimanerci steso, non è il caso di commuoversi troppo.
Il modo in cui la seconda guerra mondiale ci viene raccontata, è pieno di deformazioni di questo tipo, e questo tema sarà l’oggetto della quinta parte della nostra ricostruzione degli eventi storici.

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Categorie: Economia, Guerra, Hitler, Storia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 21 Maggio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Ottimo articolo, Fabio. E grazie per le belle parole.
    Michele Ruzzai

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