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Ex oriente lux, ma sarà poi vero? Nona parte

Ex oriente lux, ma sarà poi vero? Nona parte

Di Fabio Calabrese

Torniamo ancora una volta sopra l’argomento del confronto fra civiltà europea e mondo orientale, questa volta soffermandoci in maniera particolare sull’islam. Si tratta per la verità di una tematica che non è assolutamente nuova, e sulla quale sono tornato più di una volta. Nei nostri ambienti esiste una corrente di simpatia per l’islam, legata all’opposizione nei confronti dell’occidentalismo americano-sionista; in più abbiamo anche qualche caso di conversione “eccellente”, da René Guenon a (mutatis mutandis) Claudio Mutti.
Se avete seguito i miei scritti su “Ereticamente” o altrove, saprete già che anche la mia replica a tutti costoro è ben lontana dall’essere una novità assoluta: nel diritto di guerra si distingue la cobelligeranza che implica semplicemente il lottare contro un nemico comune, dall’alleanza che richiede anche una condivisione di finalità e principi. A mio parere, nel caso dell’islam si può parlare al massimo di una cobelligeranza contro il nemico americano-sionista, perché la religione e la “cultura” islamiche rimangono qualcosa di estraneo e incompatibile con le nostre radici europee. Stiamo bene attenti, ho affermato più di una volta, che la giusta e sacrosanta simpatia per la nazione iranica e per il popolo palestinese nella loro lotta contro il mostro americano-sionista non ci lasci psicologicamente disarmati nei confronti di un’immigrazione che rovescia sulle nostre coste non il nobile popolo iranico ma la peggior feccia magrebina.

L’Iran rappresenta poi un caso del tutto particolare nel mondo islamico, e  ci torneremo sopra più avanti.
Ma soprattutto occorre non dimenticare che la radice dell’american-sionismo e dell’islam è la stessa; figli di Isacco e figli di Ismaele sono tutti nipotini di Abramo con la stessa patologia mentale monoteista intollerante. Il presunto “scontro di civiltà” è una baruffa in famiglia, e costoro possono sempre accordarsi contro il loro nemico atavico, l’Europa. Ne abbiamo avuto un esempio che ci si dovrebbe guardare bene dal dimenticare, quando il conflitto nella ex Jugoslavia si è trasformato in una congiunta aggressione NATO-islamica contro la Serbia.
Questi sono tutti concetti che io do per scontati, sui quali mi sembra che non si dovrebbe nemmeno discutere, ma c’è chi va oltre, ipotizzando contro ogni evidenza storica, addirittura presunte radici islamiche dell’Europa.
Riporto, e non è la prima volta che lo faccio, uno stralcio di Claudio Mutti:
“Quando le capitali dell’Europa erano dei buchi bui e fangosi, Cordoba era lastricata ed aveva un sistema d’illuminazione di lumi a petrolio”. Il contatto con il mondo islamico avrebbe dato – secondo Mutti e altri –  all’Europa stimoli, spunti e innovazioni che le hanno consentito di superare la barbarie dei “secoli bui” al punto che, paradossalmente, si potrebbe parlare, appunto, di “radici islamiche dell’Europa”.
Consentitemi su ciò, di replicare con le esatte parole di un mio articolo, Non abbassare la guardia, già apparso anni fa su “L’uomo libero”.
“E’ una tesi che si può far passare solo ignorando parecchie cose. Per prima cosa, l’Europa è stata terra di grandi civiltà quando la penisola arabica dove ha avuto origine l’islam, era una terra miserabile di beduini e di caprai, come lo è rimasta anche in seguito, come lo è tuttora dove non è arrivato il miracolo dei petrodollari, e come era allora e come è oggi gran parte del Medio Oriente. L’Europa aveva già ospitato la civiltà minoica, quella etrusca, quella celtica, quella greca, quella romana, per nulla dire della preistorica e tuttora misteriosa civiltà pre-celtica creatrice dei grandi complessi megalitici, da Malta a Stonehenge, probabilmente la civiltà più antica di questo pianeta.
L’Europa con cui l’islam venne a confrontarsi nella sua fase espansiva era un’Europa che non si era ancora ripresa dal caos provocato dalla caduta dell’impero romano, una caduta che è stata in gran parte determinata dalla diffusione nell’impero di una religione molto simile all’islam stesso, generata dalla stessa matrice semitica-abramitica-mediorientale.
Dopo i “secoli bui” l’Europa ha ricostruito la sua identità anche a partire dalla contrapposizione con l’islam, dalla lotta per non farsene assimilare. Poitiers, Lepanto, Kossovo Polje dove la migliore gioventù serba si immolò in uno sforzo disperato per tagliare la strada all’invasione ottomana; Kossovo Polje forse ancora più di Poitiers e Lepanto, perché il valore sfortunato talvolta risplende di una luce più nitida e pura di quella della vittoria, quando diventa sacrificio consapevole.
Quella che possiamo – molto impropriamente, sia chiaro – chiamare “civiltà islamica” fiorì là dove i conquistatori islamici vennero a sovrapporsi ad una cultura e ad un tessuto civile preesistenti: la Siria e l’Egitto già ellenistici e bizantini, l’altopiano iranico già sede dell’antica civiltà persiana, la Sicilia e la Penisola Iberica già profondamente civilizzate da Roma, l’Anatolia ed i Balcani, dove gli Ottomani sfruttarono parassitariamente sia la cultura, sia le istituzioni e il tessuto amministrativo di Bisanzio. Là dove l’islam dovette creare dal nulla, in effetti, nulla creò.
Claudio Mutti dimentica che Cordoba anche se all’epoca provvisoriamente sotto dominio islamico, era ed è una città iberica, europea. Tuttavia, io credo che questa questione dell’illuminazione e della pavimentazione non vada nemmeno sopravvalutata. Sicuramente oggi Las Vegas è pavimentata ed illuminata infinitamente meglio di quanto lo fosse Cordoba in età medievale, ma proprio gli odierni Stati Uniti ci dimostrano che si può essere dei barbari con una cultura meno che embrionale e possedere per un concorso di circostanze storiche sfacciatamente fortunato, un imponente apparato tecnologico”.
Tutto ciò potrebbe bastare, ma ultimamente (17 maggio), Maurizio Blondet ha pubblicato sul suo sito EffeDiEffe un articolo, Le tecnologie intelligenti che ci fanno idioti, che permette di aggiungere diversi tasselli al nostro mosaico.

Blondet, lo ammetto, è un autore con cui trovo difficile rapportarmi: è un cattolico a tutta prova, ex collaboratore de “L’Avvenire”, il quotidiano della CEI, ma quando non si addentra nella problematica propriamente religiosa (e talvolta anche in quella), mi lascia sorpreso per l’acutezza di certe sue analisi, a prescindere dal fatto che ha perso il posto a “L’Avvenire” per aver scritto un testo, Auto-attentato in USA in cui analizza tutti gli elementi che fanno dubitare dell’effettiva matrice islamica dell’attentato dell’11 settembre 2001 e lasciano intravedere dietro di esso la mano della CIA e del Mossad.

Blondet nel corso della sua attività di giornalista, il Medio Oriente deve aver imparato a conoscerlo piuttosto bene. Ricordo un suo articolo di qualche anno fa nel quale parlava delle donne iraniane che riescono a rendere sensuali e civettuoli perfino gli austeri e ingombranti nijab che la religione islamica impone loro di indossare. Da ciò traspare il concetto indoeuropeo della sacralità, della religione si può dire, del corpo da cui si vede che il fondo spirituale indoeuropeo sopravvive nelle genti iraniche a dispetto dell’islamizzazione, laddove le donne arabe, perlopiù di forme molto meno avvenenti, tutto sommato ci guadagnano a nascondere i loro corpi sotto sacchi informi. Queste riflessioni sulla sacralità del corpo fanno notare nello stesso Blondet un fondo di paganesimo implicito in netto contrasto con il suo cattolicesimo dichiarato, che lo rende molto più accettabile.
Tuttavia, quel che più importa, è notare che il popolo iranico è un popolo di antica origine e cultura indoeuropea che ha subito, per dirla chiara col nostro Silvano Lorenzoni “la maledizione dell’islamizzazione” che però non è riuscita a stravolgerne del tutto l’identità indoeuropea, e se noi lo prendiamo a modello della realtà islamica tipica, commettiamo un errore di valutazione gravissimo.
Cosa c’entrano le tecnologie intelligenti con l’islam? Qui Blondet ci presenta una tesi molto suggestiva: gli Arabi possedevano agli inizi della loro espansione quel formidabile fuoristrada naturale che è il cammello che, all’epoca presentava numerosi vantaggi rispetto agli altri mezzi di trasporto.
“I guerrieri di Maometto avevano il cammello. Che offriva notevoli e diversi vantaggi sul carro trainato da buoi, specie prima dell’invenzione (medievale) del basto con pettorale che permette alle bestie da soma una maggior forza di trazione. Un solo cammello può portare fra le gobbe il carico di un carriaggio trainato da due buoi, può percorrere 25-30 chilometri al giorno contro i 10-15 del carro. Un uomo solo può condurre da tre a sei cammelli, mentre a bordo di ogni carretta ci dev’essere un guidatore. Nelle zone semi-desertiche, il cammello è in grado di nutrirsi con una vegetazione povera e inassimilabile dai bovini, al contrario, tutto ciò che i bovini mangiano va bene anche al cammello”.
Questo vantaggio nell’immediato ebbe però effetti disastrosi a lungo termine, perché i beduini cammellati non ebbero l’esigenza di sviluppare la ruota né un sistema viario, non arrivarono mai a concepire lo stato centralizzato che serve a far funzionare un sistema viario, rimanendo fermi a uno stadio di organizzazione tribale, né svilupparono le molte tecnologie che in Europa derivarono dalla ruota, dai mulini ad acqua ai più complessi ingranaggi meccanici.
Le odierne tecnologie “intelligenti” o smart come si dice nell’orrido gergo anglicizzante che sempre più prendendo il posto dell’italiano, stanno avendo su di noi un effetto analogo a quello avuto dal cammello sulla cultura arabo-beduina. 
“[Osserviamo] i milanesi in metrò: tutti a fissare il loro telefonino smart. Chi guarda video, chi fa videogiochi, chi risponde a mail e vi aggiunge figurine, chi compulsa foto ricevute, chi ascolta musica con l’auricolare. Non abbiamo più bisogno di leggere. Peggio: nemmeno di consultare una carta geografica (c’è il navigatore), chiedere una strada a un passante, ricavare una percentuale o fare una divisione, consultare un’enciclopedia, fare una ricerca in biblioteca (c’è o non c’è Wikipedia?) (…) E presto con lo smartphone chiameremo a noi la nostra auto «intelligente», dovunque sia andata (da sola) a parcheggiarsi (senza bisogno di noi al volante): e tutto gratis, s’intende, purché lasciamo che la pubblicità di tutti i ristoranti e i bar e i negozi davanti a cui passiamo, avvisata dal GPS del nostro passaggio, ci inondi di offerte speciali, mescolate alle «notizie istantanee» e liofilizzate, ai tweet, alle «amicizie» di fessbuk.
…Tutta questa intelligenza elettronica rende noi più idioti. Meno capaci di acquisire competenze, di imparare, di concentrarci duramente nello studio, nel lavoro, sempre meno adatti ad usare le mani e le gambe.
Nelle case, uffici, scuole, giacche e borsette italiane pulsano in cerca di wi-fi e cellule, milioni di apparecchi elettronici. Decine di milioni di computer, tablet, iPhone, Samsung. Ebbene: nessuno di questi oggetti è fabbricato in Italia, anzi nemmeno in Europa. Li importiamo tutti, dissanguandoci di valuta, fino all’ultimo, dall’Asia Estrema. Lì sanno come si fabbricano questi prodigi tecnici, lì avanzano le innovazioni nel digitale; lì crescono accanto alle gigantesche fabbriche le università specializzate. Laggiù si sviluppa il know-how di strumenti che sono stati magari inventati in Europa, ma non sappiamo più come fare. Non ci conviene più, così dice la dottrina ideologica del globalismo, «conviene» comprarli dai Paesi dove i salari sono più bassi: ottimo vantaggio che si traduce in arretramento delle nostre conoscenze, competenze, e dunque, alla lunga, della nostra ricchezza, e financo della nostra intelligenza.
Si dice che se un cataclisma facesse affondare Taiwan, il mondo mancherebbe tragicamente di Sim e circuiti integrati, perché la punta tecnologica di questa industria è tutta concentrata nell’isola cinese. Una guerra, la mancanza di elettricità, lo spegnimento o l’esclusione da parte del nemico di alcuni satelliti da cui dipende la nostra prodigiosa capacità di «connessione», possono farci ricadere nel buio della preistoria, una preistoria in cui non sappiamo più nemmeno come procurarci il cibo, fabbricarci un arco, accendere un fuoco”.
Non si può dire che Blondet pecchi di eccessivo pessimismo, se infatti vediamo gli aspetti secondo i quali il paragone non regge, vediamo che sono tutti a nostro svantaggio. Per prima cosa, i cammelli i beduini li allevavano, non dovevano importarli da Taiwan. In secondo luogo ma di certo non meno importante, questa “tecnologia intelligente” è, per usare un termine tecnico, inutile fuffa, laddove il cammello serviva effettivamente agli Arabi per i trasporti e per le razzie.
Uno dei miraggi più falsi e più persistenti della nostra cultura, sostenuto con la forza coercitiva di un dogma religioso, è quello del progresso, continuo e illimitato, sebbene già nel 1970 nel saggio I limiti dello sviluppo il Club di Roma l’avesse confutato con un ragionamento semplicissimo: in un sistema limitato quale è il nostro pianeta, non è possibile una crescita illimitata, prima o poi i limiti del sistema devono essere raggiunti. Oggi sappiamo che i limiti sono già stati raggiunti. Le generazioni che ci hanno preceduto, dalla rivoluzione industriale ai nostri padri, avevano la fondata speranza che i loro figli avrebbero avuto condizioni di vita migliori delle loro. Oggi noi questa speranza non la possiamo più avere.
Se noi guardiamo una mostra, un convegno, una qualsiasi delle sacre rappresentazioni in cui si cerca di tenere ancora in vita lo sfiatato dogma del progresso, vi rendete conto che l’unico settore in cui continuano a registrarsi progressi di qualche sorta, è l’elettronica, ma si tratta di un campo dove quasi le uniche ricadute sociali sono di tipo ludico: non risolveremo il problema della fame nel mondo, non avremo fonti energetiche rinnovabili, non avremo una cura per il cancro, ma avremo la nuova playstation.
Peggio, l’immondizia elettronica crea una nuova forma di dipendenza. Blondet usa il termine compulsare forse senza accorgersi di quanto sia adeguato: un comportamento compulsivo è un comportamento ossessivamente ripetitivo per un impulso nevrotico, ed è esattamente quello che succede coi cellulari: tutti continuamente attaccati al telefonino, a mandarsi e ricevere SMS a scattarsi foto o, come si dice in gergo anglo-bastardo, selfie (autoscatti), a tutto discapito dei rapporti con le persone fisicamente presenti e dei contatti con la vita reale, è una nuova forma di dipendenza, come si vede bene anche dalle crisi di astinenza da cui sono colpiti molti quando non hanno il telefonino sottomano.
Torniamo però ad analizzare quel che questo articolo ci racconta riguardo al mondo arabo: è forse la dimostrazione più persuasiva non soltanto del fatto che una civiltà islamica, si può dire, non è mai esistita, ma che dove sono arrivate le conquiste arabo-islamiche, hanno portato a un generale arretramento delle tecniche, della vita civile, delle istituzioni sociali.
Consideriamo che in età antica l’Africa settentrionale era stata profondamente civilizzata dalla conquista romana.
Prima che arrivassero loro, l’intero Nordafrica era stato valorizzato e reso produttivo con millenario lavoro dai sovrani: numidi, cartaginesi, poi soprattutto i romani avevano ogni volta migliorato i suoli, arginato e canalizzato torrenti e wadi, organizzato e sviluppato l’agricoltura al punto che le popolazioni, prima sparse e semi-nomadi, diedero nascita a centri urbani fastosi, di intensa vita civile e culturale. Lo testimonia la collana di splendide città ancora quasi intatte: da Cirene e Leptis Magna in Libia a Volubilis in Marocco, da Hippona in Algeria (dove nacque sant’Agostino) a Bulla Regia in Tunisia e poi ancora Clupea, Thuburbo Maius e Thysdrus il cui anfiteatro impressiona come un Colosseo tunisino, capace di 35 mila spettatori.
Specialmente in Tunisia il clima e il terreno, naturalmente fosfatato, favorirono la coltura del frumento: nella valle del fiume Bagrada, oggi Mejerda («turbidus arentes lento pede sulcat arenas Bagrada», cantava Silio Italico) i rendimenti erano straordinari e la qualità altissima. Le foto aeree degli archeologi mostrano su vastissime estensioni costiere del Nordafrica fitti antichi lavori: piccoli sbarramenti occludevano quasi ogni spaccatura e burrone per trattenere le acque; dighe le conducevano verso le pianure, deviazioni, saracinesche e chiuse le dividevano e distribuivano minutamente nei terreni irrigui. Dovunque si trovano cisterne e pozzi per le fattorie isolate; quanto alle città, erano rifornite dai monumentali acquedotti. Insomma, Roma.
Ancor più delle infrastrutture materiali, produzione e scambi sono stati favoriti da quelle infrastrutture spirituali e politiche di cui Roma aveva il primato, e che si chiamano istituzioni, ordine pubblico, certezza del diritto. Nelle regioni sotto la sua autorità, Roma consolidava e rendeva certa la proprietà privata con le centuriazioni dei suoli, affidate ad agrimensori specializzati e competenti, i quali non solo misuravano i terreni con il loro strumento (groma), ma tenevano conto delle pendenze e produttività dei singoli appezzamenti, indicavano i tracciati dei canali di scolo e stradelle parallele per raggiungere i campi. Non basta: Roma assicurava l’ordine e la sicurezza delle strade; formidabili strade romane congiungevano fra loro le città di tutto il Maghreb, intensificando con ciò stesso i commerci”.
Su tutto questo, l’ondata beduina islamica si rovesciò come un’invasione di cavallette.
Verso il 650, gli Ommyadi si stabiliscono nei territori conquistati del Maghreb. Subito cominciano a distruggere le strade romane: i suoi lastricati non servono ai cammelli, anzi sono dannosi ai loro zoccoli molli, ma in compenso sono materiale di recupero già squadrato, prezioso per elevare moschee e fortezze. Secondo le loro usanze, i beduini tagliano gli alberi per i loro bisogni, senza il minimo scrupolo. I terreni scoperti si screpolano, le piogge dilavano l’humus, i campi coltivati, abbandonati dai contadini in fuga davanti ai predoni, diventano steppa e poi deserto. Ormai sulle alture non ci sono più i boschi, dunque nemmeno il legname per eventuali carriaggi. Le pianure non più verdeggianti, non possono più mantenere bovini. Il beduino ha creato attorno a sé il suo ambiente nativo, e ci resta felice”.   
Civiltà islamica? Decidete un po’ voi!
Quanto più ci confrontiamo con queste realtà “altre”, tanto meglio comprendiamo che le nostre radici europee sono un lascito prezioso da difendere a qualsiasi costo.



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Categorie: Archeostoria, ex oriente, Islam, Religione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 30 Maggio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    La fascinazione che la civiltà islamica esercita sui pensatori di destra ha origini molto lontane.Almeno già dall xix secolo,quando alcuni spiriti particolarmente acuti,capirono dove sarebbe finita l’Europa tra spinte socialistoidi e pietismo cristiano.Particolarmente interessante a tal proposito è “l’Anticristo” di Nietzsche,dove l’apologia della civiltà islamica(soprattutto nelle pagine finali) ha una funzione ferocemente anticristiana(come già il titolo lascia intendere).
    Concordo con Calabrese sul fatto che tale civiltà si sia sovrapposta a civiltà preesistenti già ricche (culturalmente) di loro.Così come è evidente che laddove sia entrata in contatto con civiltà indoeuropee abbia prodotto il suo meglio:il grande narratore Nezami,un poeta come Omar Khayyam,il filosofo(ma non solo)Avicenna,erano tutti di origini persiane…Un altro grande pensatore,Averroè,pur arabo,nacque nella Cordova moresca(fusione di culture,anche europee ovviamente, differenti).Un grande condottiero(ma anche politico sopraffino)come Saladino era un curdo(vale a dire,era di origini indoeuropee).
    Ma in tutto il Medio Oriente,vi è parecchio sangue indoeuropeo,oltre ad armeni,persiani,curdi,vi sono popoli che non hanno lasciato più tracce evidenti,ma che nell’Età antica erano assai presenti in tali luoghi:soprattutto in area anatolica(per me la Turchia rimane Asia,non Europa),ricordiamo gli Ittiti, ma anche la presenza di coloni greci(in età antica,ma poi anche in età bizantina).
    Tornando all’oggi concordo sul fatto che l’immigrazione di massa rappresenti un grave pericolo per l’Europa,ed io non la vedo certo positivamente(sebbene veda in chiave più negativa quella proveniente dall’Africa subsahariana che quella dai paesi arabi).Però dobbiamo porci anche il problema di quale tipo di Europa andrebbero a sconquassare tali popoli(mi riferisco sempre agli arabi musulmani,che poi arabi solo nominalmente,visto che hanno anche il sangue di decine di altri popoli differenti).Un’Europa che a me sembra irrecuperabile,giunta ormai al suo Kali Yuga,preda di lobbies di interessi tra le più varie,dove il “politically correct”è ormai a livelli talmente soffocanti e liberticidi da degenerare in ridicolo.Ebbene in un Occidente così messo,non sono del tutto convinto che un flusso di popoli da quelle aree,non possa avere un effetto benefico(penso ad esempio alle demenziali leggi sull’omosessualità).
    Ciò che noi possiamo fare,è rimanere fedeli a noi stessi e a ciò in cui crediamo,”cavalcare la tigre della modernità,senza farci scalzare da essa”.Un “Europa segreta”vive ancora nell’animo di molti cittadini europei(ahimè pur sempre una minoranza),nonostante ciò che pensano lobbisti,massoni e progressisti di varia natura.
    Approfitto dell’occasione per esprimere il mio apprezzamento per gli articoli di Calabrese che confutano le nostre presunte origini africane.Tali teorie,in effetti,puzzavano non poco di “politically correct”,signore e dominatore dei nostri tempi.
    Primula Nera

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