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Ereticamente intervista Ernesto Roli

Ereticamente intervista Ernesto Roli
A cura di Fabio Calabrese
Vuole presentarsi, parlarci dei suoi lavori nel campo dell’indoeuropeistica?
Mi rimane sempre molto difficile parlare di me stesso. Forse perché ho poco da dire. Potrei dire in realtà tante cose, ma di importanti ce ne sono poche. L’argomento posto dalla domanda, quello dell’indoeuropeistica, mi riporta indietro di qualche anno, alla prima metà degli anni ’60. Da quel momento in poi mi sono sempre aggiornato, data la passione che nutro per essa, ma anche per rimanere al passo con i miei studi particolari che compio tutt’ora sugli Ittiti, sugli Etruschi e sui Romani. Senza voler peccare di presunzione mi ritengo un buon competente in questo campo, ma non certo uno specialista, al punto di poter dire, in coerenza con la mia preparazione fattami insieme ad A. Romualdi, cosa c’è di nuovo e di serio in questo settore e quanto c’è invece di superfluo, di speculativo o peggio ancora in mala fede. La mia adesione a questo argomento nasce sui banchi di scuola nei primi anni del liceo. In quei tempi la mia passione per Roma mi fece indagare sui Latini. Poi scopersi che il mondo romano era in opposizione con il mondo etrusco e questo mi permise di indagare anche su di esso. Lo scopo che mi prefissai era quello di individuare le origini dei Latini e quelle degli Etruschi. Quando conobbi A. Romualdi, finito il liceo e agli inizi dell’università (’63), ero già ad un buon punto della mia ricerca, in questo facilitato dal fatto che ho iniziato a frequentare il Gruppo Archeologico Romano. Nel gruppo avevo infatti la possibilità di studiare direttamente i materiali delle culture italiche e di fare ricerche concrete. Ho diversi articoli pubblicati sulla rivista ufficiale del gruppo “Archeologia”, sui temi sopra indicati. Ad ogni modo la mia conoscenza con Adriano mi ha aperto un mondo nuovo. Lui era più anziano di me e molto più preparato sull’argomento. In realtà mentre io ero forse più addentro gli argomenti italici, lui era indubbiamente più preparato su argomenti germanici ed europei in genere, avendo egli tra le altre cose, la fortuna di conoscere il tedesco.

Il nostro risultò comunque un sodalizio costruttivo, perché ci scambiavamo diversi tipi di informazioni. Ad ogni modo decisi anche io di portare avanti parallelamente alla mia ricerca, anche lo studio sugli Indoeuropei, perché capii che non potevo certo risolvere il problema dei Latini senza conoscere quello indoeuropeo. Adriano in seguito decise di pubblicare un saggio sugli Indoeuropei da allegare al libro del Hans F. K. Gunther: “Religiosità indoeuropea” e io decisi di pubblicare un saggio sull’origine dei Latini per conto del Gruppo Archeologico. Divergenze con i censori del gruppo a me avversi, mi fecero saltare il progetto, che comunque tutt’ora conservo in un cassetto. Decisi così di collaborare a tempo pieno con Adriano al suo progetto. Spesso gli ho trasmesso i miei risultati sui Greci, sui Latini, sugli Etruschi e sugli Ittiti. Questi ultimi li avevo incominciato a studiare sin dal liceo in quanto affascinato dal loro spirito guerriero. Lo studio degli Ittiti mi permetteva inoltre di conoscere l’Asia Minore e così pensavo di poter risolvere anche il problema degli Etruschi. Per ritornare ad Adriano, abbiamo studiato insieme anche alcune etimologie di voci indoeuropee e sovente lui ha dato ragione alle mie idee. Nel suo libro riconosco che vi è qualcosa di mio e questo grazie alla sua onestà e alla stima e alla amicizia che vi era tra noi. I miei studi sugli Indoeuropei comunque andarono avanti anche dopo la pubblicazione di “Religiosità Indoeuropea” (1970) e anche dopo la sua scomparsa (1973). Li ho conclusi senza precisi sbocchi editoriali, nonostante diversi progetti, intorno gli anni ’80. Presi questa decisione perche la conoscenza che avevo acquisito sull’argomento, ritenendola sufficiente, mi ha consentito di affrontare il problema delle origini di Roma, della sua topografia e della sua religione in maniera molto concreta. Ho molto da pubblicare sull’argomento e al più presto, perché ritengo di aver individuato il sito di importanti monumenti della Roma arcaica, altrimenti sconosciuti.

Contemporaneamente ho portato avanti gli studi sugli Etruschi che mi hanno permesso di indagare il mondo anatolico e di affrontare un argomento sempre a me molto caro: Come è caduto l’impero ittita? E’ questo un tema sul quale sto ancora lavorando. Ora sono in procinto di pubblicare la seconda edizione del libro da me pubblicato nel ’05, “La caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia – Omero nell’Egeo”, che penso che risolverà molti problemi irrisolti di storia antica, di geografia anatolica, di geografia omerica e della guerra di Troia. Debbo ammettere che senza le conoscenze sull’argomento “Indoeuropei”, acquisite grazie ad Adriano, non avrei mai potuto affrontare il tema. Adriano in pratica ha avuto il merito di aver elaborato una teoria nuova, ma nello stesso tempo antica, perché vera, sull’origine degli Indoeuropei, che io ho condiviso con lui e per questo mi ritengo un suo continuatore sull’argomento. Oggi fortunatamente la maggior parte degli specialisti in materia si sta orientando, senza saperlo, sulle sue posizioni.
Le sue posizioni sembrano in netto contrasto con quella che è oggi “l’ortodossia scientifica” ufficialmente più accreditata, in particolare con le tesi di Colin Renfrew. Cosa ci può dire a questo riguardo?
Il discorso si fa molto interessante. In realtà le tesi del Renfrew oggi per fortuna non godono più di molto accredito. Mi spiego meglio. Le tesi del Renfrew sono il frutto di teorie elaborate precedentemente da altri. Si tratta di Vere Gordon Childe (1892 – 1957) e di Marija Gimbutas (1921 – 1994) i quali nonostante la loro indiscutibile competenza e conoscenza nel campo archeologico, hanno creato in realtà più confusione che risolto i problemi della paletnologia europea. E’ bene fare il punto della situazione di questa disciplina a partire dagli inizi del secolo scorso. Fino alla fine della seconda guerra mondiale prevalevano le teorie tedesche sull’origine nordica degli Indoeuropei. Il Kossinna era il principale sostenitore di questa teoria. Ad esso si oppose sin dal 1926 il Childe il quale non poteva accettare per motivi ideologici la tesi nordica del Kossinna, ritenuta troppo tedesca e filo nazista. Il Childe sostenne che gli Indoeuropei provenivano, secondo lui, dalla zona delle steppe russe ed ucraine posta tra il Mar Nero, il Caucaso, il Mar Caspio ed il Volga. Sempre secondo lo studioso anglo australiano la loro cultura di appartenenza era quella detta dei Kurgani (tumulo, in russo), detta anche delle Tombe Ocrate, per l’uso di cospargere i corpi, posti in cassette di pietra all’interno del tumulo, con ocra rossa. L’ocra facilitava la decomposizione dei cadaveri e si fissava sullo scheletro. Naturalmente dopo la guerra si è assistito al tramonto delle teorie del Kossinna e al diffondersi di quelle del Childe, che nel frattempo aveva aderito al marxismo – comunismo. Il Childe aveva inoltre, sin dal 1936, elaborato la sua teoria sulla c.d. “Rivoluzione Neolitica”. In pratica sosteneva che il Neolitico era stato una vera e propria Rivoluzione, dettata da “necessità economiche”. Quanto tutto ciò sia non solo superato ma anche in netto contrasto con la realtà storica, lo ammettono anche i suoi più accaniti sostenitori. In effetti non ci fu alcuna rivoluzione, ma una lenta e progressiva trasformazione del sistema aggregativo degli uomini mesolitici, dovuta a motivi religiosi, culturali, politici e di potere. Le nuove datazioni radiocarboniche, questa sì la vera rivoluzione, hanno inoltre messo in crisi anche la sua teoria kurganica, in quanto hanno rivelato date più antiche nel nord che nelle steppe. A. Romualdi nel suo libro sugli Indoeuropei lo ha contestato più volte mettendo in risalto tutto ciò. Il Childe, rifugiatosi in un totale scetticismo e sentendosi oramai superato, si suicidò in Australia nel 1957. A rinvigorire però la tesi kurganica apparve una sua discepola, la Marija Gimbutas. La studiosa di origini baltiche, dal 1956 al 1993 scrisse una serie di articoli sulla Cultura dei Kurgani. In pratica è lei la vera responsabile della elaborazione della teoria della migrazione degli Indoeuropei dalla cultura kurganica in tutta Europa, nord compreso. A dir il vero essa aveva molti argomenti più seri del Childe, anche se poi si sono rivelati inconsistenti, sempre per via delle date radiocarboniche. La Gimbutas poi elaborò le famosa teoria della Dea Madre, sostenendo una specie di femminismo neolitico pacifista, distrutto dagli Indoeuropei violenti, armati delle asce da combattimento e provenienti dalle steppe. Sostenne inoltre che certi segni sui vasi neolitici erano una anticipazione della scrittura ad ideogrammi. Anche la Gimbutas fu demolita dalla realtà dei fatti portati avanti da studiosi più concreti. Fu demolito il suo femminismo, poi la sua teoria sulla scrittura ideogrammatica e infine, tramite le date radiocarboniche, anche la teoria kurganica, a favore del nord Europa. Dopo di lei, ecco il migliore, si fa per dire. Intorno il 1980 appare sulla scena Colin Renfrew (1937 e tuttora vivente). Costui resosi conto che la teoria kurganica faceva acqua da tutte le parti, in alternativa alla Gimbutas si inventò letteralmente la teoria anatolica. Secondo lui gli Indoeuropei sarebbero originari dell’Anatolia fin dal VII millennio. Da questa regione si sarebbero irraggiati per trasmissione culturale (sic) e non per migrazione fisica verso l’Europa, portando con se le conquiste della rivoluzione agricola del Neolitico orientale. Ci risiamo. Secondo lui questi agricoltori erano gli Arii. Bontà sua. La sua teoria è stata esposta nel suo libro “Archeologia e linguaggio. Il puzzle delle origini indoeuropee”, Laterza, Roma – Bari, 1989. Il Renfrew ha goduto una certa popolarità tra gli sprovveduti e tra gli amanti di novità e di alternative alla tesi nordica. Questo fin tanto che gli ittitologi non gli hanno dimostrato che le lingue indoeuropee in Anatolia sono più recenti di quelle non indoeuropee. In pratica hanno facilmente dimostrato che gli Ittiti, i Luviti e gli altri popoli indoeuropei sono degli invasori; sono una minoranza aristocratica e guerriera e che non vi è traccia di Arii in Anatolia, o meglio vi sono scarse tracce solo in zone ristrette verso l’Eufrate. Il Renfrew, come tutti gli archeologi che sono a digiuno di problemi linguistici, ha fatto un figura barbina di fronte al primo linguista che lo ha messo di fronte alla realtà dei substrati. Il concetto di substrato è l’unica verità veramente in grado di dimostrare qualsiasi teoria, ed è da tutti accettata. In Anatolia abitavano popolazioni preindoeuropee egeo anatoliche, hattiche, urrite e caucasiche, sottomesse in seguito dagli Ittiti. Se gli Indoeuropei fossero partiti da quella regione essi sarebbero stati la stragrande maggioranza della popolazione, invece erano una piccola minoranza. L’averli poi identificati poi con i popoli neolitici è stata la più grande gaffe che possa essersi inventato. Era infatti chiarissimo a tutti che i gruppi neolitici che si sono diffusi in Europa proprio dall’Anatolia nel VII millennio, erano associati a popoli preindoeuropei. La stessa cosa ha fatto il Vinci dalla parte opposta dello scenario. Quando si elaborano teorie bisogna avere conoscenza delle lingue, delle etimologie corrette e conoscere la realtà dei substrati, per capire quale popolo viene prima e quale popolo viene dopo. In Scandinavia non solo non vi è alcuna traccia linguistica di popolazioni preindoeuropee, ma anche di altre popolazioni indoeuropee (Achei o Greci o Elleni) prima di quelle germaniche. Più chiaro di così. Pertanto anche il Renfrew è stato demolito facilmente da studiosi più rigorosi e specialisti e non gode più nel campo scientifico di alcun appoggio. Solo in Italia è amato ancora da qualche sprovveduto. In conclusione posso dire con certezza che oramai gli specialisti nel campo dell’indoeuropeistica, sono in gran parte orientati verso la teoria nordica. Zitti zitti, quatti quatti, sono tornati all’ovile. In pratica la zona di origine degli Indoeuropei è quella elaborata agli inizi del novecento. E’ la zona dove si è manifestata la cultura mesolitica di Maglemose, situata tra il Reno, il Baltico e la Vistola; Jutland e Svezia meridionale comprese. Essa si è sviluppata poi in quella di Ertebolle e questa nella cultura Megalitica Nordica. Da questa cultura è nata quella neolitica del Bicchiere Imbutiforme, detto Trichter Becher Kultur (TRB) in tedesco. Il bicchiere si è evoluto poi nella Cultura della Ceramica Cordata e in quella delle Anfore Globulare. Entrambi queste culture possedevano le famose e meravigliose Asce da Battaglia. E’ da queste culture che gli Indoeuropei si sono diffusi in tutta Europa. E’ ciò che aveva sempre sostenuto Adriano Romualdi, ma nessuno lo conosce. Del Renfrew conviene proprio non parlarne più.
Qual’è la sua opinione sull’ipotesi di Felice Vinci, della sua collocazione nel Baltico della zona di origine dei poemi omerici?
Questa è una domanda che prevedo susciterà qualche polemica soprattutto con l’“amico” F. Vinci, con il quale ho già avuto vivaci confronti. Tuttavia non posso certo evitare la risposta per quieto vivere, perché da parte mia è doveroso informare i lettori su come nascono certe impostazioni equivoche e fantasiose. Vengo subito al dunque, anche se debbo precisare che rispetto a miei precedenti studi, nella risposta che in questa sede fornisco vi sono alcune modifiche che tuttavia non intaccano la sostanza del discorso.

L’argomento di partenza della teoria baltica è un passo tratto dal: “De facie quae in orbe lunae apparet” (“Il volto della Luna”) di Plutarco, il quale in realtà è un trattato di filosofia. In un dialogo tra tre filosofi, si cita un famoso verso di Omero (Od.,VII, 244): “lungi nel mare giace un isola, Ogigia”. Nel dialogo, uno dei tre filosofi aggiunge la propria opinione, affermando che l’isola “si trova a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente”. Da questa affermazione è stata tratta l’opinione che la famosa Ogigia omerica, l’isola dove Ulisse viene tenuto prigioniero dalla ninfa Calipso, si debba identificare con l’immenso arcipelago delle Faroer.
Bisogna a tale proposito fare due obiezioni, prima di iniziare la confutazione della teoria.
La prima consiste nel fatto che prendere in esame una citazione così tarda di Omero, non è molto felice, dal momento che il metodo tradizionale insegna che per raggiungere la verità bisogna risalire il più indietro possibile. Io mi rifaccio ai preomerici, ai Micenei, agli Ittiti, agli Egiziani, ecc, e non certo ad una fonte di età augustea, perché può riservare delle brutte sorprese. La seconda consiste nel respingere decisamente il metodo di estrapolare un passo dal contesto. Esso non è corretto, perché non fa capire il significato del passo scelto.
Detto ciò bisogna indagare cosa intendeva effettivamente Omero con Ogigia e dove era situata la sua isola. Per Omero Ogigia è una sola isola (Od., VII, 244), “Un’ isola, Ogigia, è lontana nel mare”. Pertanto non certo l’enorme arcipelago delle Faroer.
Era considerata l’ombelico del mare, situata là “in mezzo alle onde, dove è l’ombelico del mare” (Od., VII, 244; I, 50).
Era abitata dalla ninfa Calipso, la quale secondo Omero era figlia di Atlante (Od., I, 50-54; VII, 245). Evidente è il riferimento a una posizione centrale dell’isola, al suo ruolo di centro ideale, visto che Atlante rappresenta l’asse che sostiene il cielo. Mai è detta da Omero essere in Occidente. Per i Greci è noto che il centro del mondo, l’omphalos, era situato nel Mare Egeo. Su ciò non possono esservi discussioni.
I Greci però, man mano che estendevano le loro conoscenze geografiche, spostavano verso
l’esterno, verso l’occidente i confini simbolici del mondo, compreso certe località come Ogigia, Il nome di Ogigia viene dato cosi alla Beozia, poi all’Egitto, poi all’isola di Malta.
Ai tempi di Strabone (I sec. a.C.) l’Egeo e il Mediterraneo erano ampiamente conosciuti. Pertanto lo storico greco seguendo il processo di occidentalizzazione delle località egee, colloca l’isola genericamente nell’Oceano Atlantico.
Ritornando a Plutarco (I sec. d.C.), ci si rende conto che le cose in realtà sono po’ diverse. Nell’opera citata infatti, avviene un dialogo tra tre filosofi nel quale si cerca di ridefinire la materia lunare (paragonata ad Ogigia), come “miscela di astro e di terra”, per decidere poi se è possibile conoscerla fisicamente o teologicamente. Ebbene uno dei filosofi afferma che l’isola si trovava a cinque giorni di navigazione a occidente della Britannia. Questa potrebbe coincidere con la Thule di Pitea; “ultima Thule” in Virgilio. La Thule di Pitea infatti è a sei giorni di navigazione dalla Britannia. Autori moderni pensano di identificare l’isola di Thule con le Farøer o con l’Islanda, ma non tutti sono d’accordo. Le isole Farøer non erano però conosciute dai Romani e ciò è piuttosto significativo. Pertanto potrebbe valere l’idea che Thule era un luogo ideale, ipotetico, filosofico. Era il confine del mondo (Thule = etr. Tular = confine) non raggiungibile che in interiore. Concetto questo applicabile anche all’isola di Ogigia di Plutarco. E’ stato quindi Plutarco a chiamare in onore di Omero, l’isola di Thule col nome di Ogigia. A cinque giorni di navigazione a occidente dalla Britanni infatti non c’è nulla. Bisogna concludere che la Ogigia omerica nell’Atlantico del nord è un’isola che non è mai realmente esistita.
Un altro argomento veramente sorprendente utilizzato per dimostrare che la geografia omerica non è possibile rintracciarla nel Mediterraneo, consiste nell’apparente incongruenza della localizzazione dell’isola di Pharos. Viene citato a tal proposito Strabone, che si domanda come mai l’isola di Pharos, ubicata proprio davanti al porto di Alessandria, da Omero venga invece inspiegabilmente collocata ad una giornata di navigazione dall’Egitto (Od.,IV, 355). Pertanto l’omerica Pharos viene identificata con la baltica Faro (da pronunciarsi Fooroe, che in danese significa “isola lontana”). La domanda di Strabone è legittima, ma quell’ inspiegabilmenteproprio no. Bisogna ricordare un piccolo particolare, che Alessandria non esisteva all’epoca di Omero. Per uscire da quest’altro tranello, bisogna partire dal nome del fiume Nilo.
Il nome del fiume egiziano per eccellenza il Nilo è un nome greco: Neilos, in gr. è valle del fiume. Omero non lo cita mai. Lo chiama infatti Egitto.
Il nome del Nilo in egiziano invece è Itheru = il grande fiume. Il termine Itheru dà origine a *Ipheru che a sua volta dà origine al greco *Pharo, reso al maschile come Pharos, e al copto Phiaro, il canal grande. L’omerica isola di Faro era pertanto una isola, che prendeva il nome dal fiume stesso. Era situata alla foce del Nilo a una giornata di navigazione da esso ed è oggi scomparsa (Omero, Od. IV, 351). Faro era probabilmente uno scalo commerciale cretese prima di giungere in Egitto. In Omero era la sede del dio marino Proteo. E’ probabile che l’isolotto, divenuto rifugio delle foche, si inabissò progressivamente nel corso dei secoli, ma definitivamente dopo l’epoca di Omero che ancora ne conserva la memoria. La Faro ellenistica invece ne è solo un ricordo. Si conosce infatti da studi geologici che tutta la costa egiziana ha subito nel corso dei secoli questo processo di inabissamento. Persino molti monumenti di Alessandria sono oggi a diversi metri sotto il livello del mare. Per questo motivo la Faro omerica è scomparsa. Bisognerebbe tracciare la linea di costa del paese africano all’incirca nel 1200 a. C. prima di affermare che l’isola non esiste a un giorno di navigazione da essa, per andarla poi a cercare nel Baltico.
La Faro (Fooroe) baltica quindi, nome medioevale, non ha nulla in comune con Pharos, nome greco – egiziano (1200 a. C.).
E’ interessante ora affrontare un argomento che fa crollare il castello di sabbia della tesi baltica.
Supponiamo per un istante che Ogigia sia le Farøer, come da essa sostenuto.
Quando Ulisse parte da Ogigia, Calipso (Od.,V, 277) gli consiglia come rotta di tenere l’Orsa a sinistra. Ebbene cosa sostiene la tesi dello scenario omerico nel nord? Ulisse si dirige verso est e arriva in Norvegia, dove sempre secondo questa tesi si trova Scheria la terra dei Feaci. Tale direzione Ulisse la prende perché secondo la tesi baltica Ogigia è supposta ad occidente. E’ un grosso errore basato sui commentatori moderni di Omero che a loro volta si basano su quanto affermato da storici tardi come Plutarco, senza averlo però capito.
In realtà nell’orientamento polare tenendo l’Orsa a sinistra la circumambulazione è da destra a sinistra; verso occidente. Ulisse infatti vede nel cielo le Pleiadi a destra, Boote a sinistra e al centro l’Orsa. Quest’ultima gira in senso antiorario intorno alla stella polare. La circumambulazione pertanto và, come già detto, da destra a sinistra. Da oriente a occidente e non viceversa. Si veda R. Guenon: “La Grande Triade”, (cap. VII, “Questioni di Orientazione”), Ediz. Atanor, Roma 1951. Senza però scomodare il Guenon, basta una normale conoscenza dell’astronomia per capire ciò.
Un’ultima considerazione si impone. Il primo ed unico popolo storico che Ulisse incontra all’inizio del suo viaggio è quello dei Ciconi situati in Tracia. Questo popolo è conosciuto da tutti gli storici del mondo greco – romano. La Tracia sappiamo dove è situata. Non certo in Finlandia. Pertanto non vale la pena discuterci sopra. Si può aggiungere però che Ulisse conosce il loro sacerdote che Omero dice di chiamarsi Marone, nome tipicamente etrusco. Che ne pensano i baltici? Anche gli Etruschi erano situati in Finlandia? Dopo di che Ulisse si imbarca sulla costa e arriva a capo Malea che si trova a sud del Peloponneso (dato geografico incontrovertibile) e dopo averlo doppiato (Od., IX, 79) afferma: “E oramai sano e salvo giungevo alla terra dei padri”. Questo è un particolare importante sfuggito ai sostenitori della teoria baltica, in quanto dimostra che Ulisse, di fatto, si sta dirigendo verso le isole ioniche. Ma per loro Ulisse naviga tra le isole danesi.
Troppe sono le assurdità della tesi baltica la cui confutazione rimando alla logica esposta nella seconda edizione del mio libro sugli Ittiti. Si può concludere però questa esposizione con un prova al negativo. Si sa che il termine mare (mare, lat., mari, germ.) non esiste nel greco. Il greco conosce thalassa, che riceve dagli indigeni, oppure pontos (la strada), pelagos (il liquido), okeanos (il vasto). Se i greci fossero arrivati dalla Scandinavia, come sostenuto dalla tesi baltica, conoscerebbero il termine mare. Invece non lo conoscono. I Greci giunti sul posto in pratica non conoscono neanche le navi. Sono stati i Cretesi o gli Egiziani ad insegnare loro la costruzione delle imbarcazioni. La realtà è che la loro zona di origine non va oltre la Turingia – Sassonia, come sostenuto sia da A. Romualdi che da G. Devoto.
La realtà è che una simile tesi, oltre che affascinare gli sprovveduti e gli amanti dei miti nordici a prescindere, senza però averli capiti, e senza avere capito soprattutto che in questa sede non c’entrano nulla, serve a vendere libri e anche alla gioia delle agenzie turistiche dei paesi nordici, come sostiene P. Janni (“Miti e falsi miti”, Ediz. Dedalo, Bari, 2004). Tutti noi siamo sostenitori della tesi delle origini nordiche degli Indoeuropei. Un conto però è dire che essi con le loro migrazioni hanno diffuso i principi della Tradizione, i miti sul cammino interiore dell’uomo, una visione del mondo eroica ed aristocratica; infine valori virili e guerrieri. Un conto è invece dire che certi fatti “storici” si sono svolti direttamente nel nord e che poi li hanno trascritti nelle sedi di conquista. Non è in questo modo che i Greci hanno il concetto di storia. Inoltre i Greci non avevano certo l’atlante geografico in mano per stabilire dove porre i siti precedenti. Inoltre non tutti i nomi geografici in Omero sono greci o indoeuropei. La maggior parte di essi in realtà sono nomi locali indigeni che non potevano esistere in Finlandia. In pratica non sono stati i Greci a portare nel sud i nomi dei luoghi della loro storia, ma è stata la tesi baltica a trasferire nel nord i luoghi omerici, basandosi su equivoci, su assonanze linguistiche o su etimologie sbagliate e sulla non conoscenza dei substrati linguistici.
La tesi baltica in realtà è una tappa di un processo di attacco alla tradizione classica omerica virgiliana da parte di una certa massoneria anglo sassone che ha avuto inizio nell’ottocento inglese con lo scopo di demolire il mondo romano cattolico e favorire il laicismo sovvertitore. In ultima analisi spostare il centro dall’attenzione culturale dal Mediterraneo al Nord. Per gli artefici di questo processo, anche il paganesimo nordico va bene. Ma non è un paganesimo tradizionale che viene divulgato, bensì un paganesimo “costruito” appositamente. Evola infatti mise in guardia certi ambienti dall’equivoco sul “neo paganesimo”, perche ne aveva capito la matrice massonica ed ingannatrice. Questo è il motivo per il quale tanti giovanotti sprovveduti non addentro ai dati scientifici, archeologici e linguistici, non accompagnati da una corretta visione dei miti e della storia, abboccano a certe deviazioni. Soprattutto nell’ambiente di destra nostrana impregnata di mitologia da stadio hooligans e di celtismo da discoteca. Non si può certo dire che la tesi baltica sia una cosciente espressione di tale corrente mistificatrice, certo inconsapevolmente ne fa parte.
Che tipo di connessione vede fra i suoi interessi storico-archeologico-culturali e quella che chiameremmo un’attività ideologico-politica?
Da un punto di vista teorico non vi è alcuna connessione. Evola ha indirizzato i suoi studi sulle origini della tradizione nordico aria, effettuati sia su “Rivolta contro il mondo moderno”, sia su vari giornali e riviste (scritti sugli Iperborei e sugli Indoeuropei sono stati raccolti da Alberto Lombardo nei Quaderni della Fondazione Evola, N. 37, dal titolo: Il “Mistero Iperboreo”, Roma 2002), in pratica a tutti coloro che provando interesse per l’argomento potevano essere correttamente indirizzati verso la conoscenza dei valori tradizionali. Di fatto però l’areache poteva in un qualche modo avere interesse per questo tipo di informazione era certamente quella che si rifaceva al mondo della Tradizione e ai suoi valori. E quest’ area non era certo quella di una sinistra sovversiva, laica e progressista.
Anche Adriano si è comportato nella stessa maniera. Il suo pensiero e le sue opere erano rivolte a tutti. Non disdegnava tuttavia confronti anche con chi non la pensava come noi. Nei centri che abbiamo fondato (“Rivoluzione Conservatrice” e “Il solstizio”) la frequentazione era però riservata solo a particolari elementi perché lo scopo dei gruppi era quello della formazione di uno stile di vita e quello della acquisizione di una visione del mondo e della vita tradizionale. Lui faceva lezioni praticamente nella sede dei gruppi ai militanti e poi conferenze di tipo storico, archeologico e culturale nelle sezioni del M.S.I, del Fuan – Caravella, di Ordine Nuovo, etc. L’ambiente era abbastanza recettivo e diversi amici e militanti sono stati avvicinati in questa maniera.
Personalmente fino a che lui era in vita, non ero in grado di affrontare un tipo di impegno del genere. Ero uno studioso molto riservato. Dopo la sua scomparsa, pur condividendo il suo metodo e avendo acquisito da parte mia certe capacità, ritenevo che oramai l’ambiente si era abbondantemente sfaldato per cui certe frequentazioni non erano più possibili, anche se teoricamente l’ambito di riferimento era sempre lo stesso.
Pertanto per me era più utile rivolgermi agli iscritti dei Gruppi Archeologici d’Italia, certamente più idonei a recepire certi discorsi.
Debbo dire inoltre che il c. d. nostro ambiente si disperse e si sfaldò progressivamente, abbandonando certe tematiche un tempo molto care. Anzi debbo dire che dal ‘73 in poi esse interessavano relativamente. Al contrario anzi incominciavano a prevalere le simbologie anglosassoni, i miti nordici, celtici, gli hooligans, i Beatles, etc. Un terreno molto fertile per strane teorie baltiche. Per cui l’ ho mandato a quel paese da questo punto di vista e mi sono dedicato a studi personali. Una connessione quindi c’è stata e in teoria c’è ancora. In pratica però non c’è più, se non in ambienti ristretti. Non sono l’unico a dirlo.
Vuole parlarci di Adriano Romualdi, una figura di intellettuale importante della nostra “area” ma che può non essere noto soprattutto ai lettori più giovani, e del rapporto che ha avuto con lui?
E’ opportuno dare al lettore, che si interessa delle questioni omeriche, qualche chiarimento su questo autore, affinché si capisca che non può essere citato o utilizzato a sproposito, da coloro che vogliono avvalorare le proprie tesi.
Personalmente ho conosciuto Adriano Romualdi nei primi mesi del ‘63. Siamo diventati amici perché entrambi ci interessavamo di studi di storia antica, di archeologia e di indoeuropeistica. In generale studiavamo le origini dei popoli indoeuropei e in particolare dei Latini, dei Greci, degli Ittiti, dei Germani. Inoltre, eravamo interessati anche alle origini degli Etruschi, come popolo italico. Adriano era più anziano di me e naturalmente molto più preparato ed esperto. Tuttavia, aveva molta stima nei miei confronti e spesso passavamo intere giornate a parlare dei singoli popoli e delle loro origini; inoltre delle migrazioni dei popoli e delle civiltà indoeuropee. Io spesso gli suggerivo ipotesi di soluzioni a vari problemi, che lui accettava riconoscendomi il merito.
Ad ogni modo verso la fine del ‘63 lo aiutai concretamente ad aprire un circolo culturale che lui chiamò “Rivoluzione Conservatrice”, successivamente trasformato in “Il Solstizio”. Il suo scopo era quello di preparare un gruppo di giovani su tematiche varie che andavano dalla cultura e spiritualità greco – romana, alla filosofia, alla storia antica e recente, alla politica. Si facevano anche escursioni in montagna dove era abitudine accendere fuochi rituali. In definitiva voleva creare una classe dirigente da porre in alternativa a quella che imperava nell’allora MSI, “dove vigeva carrierismo ed ignoranza”. Debbo dire che riuscimmo a mettere su un buon gruppetto. Pubblicavamo degli opuscoletti di vario orientamento culturale chiamati “Collezione Europa” che ha ottenuto un discreto successo. Si trattava di presentazioni o passi scelti di autori di “destra” ai quali voleva dare una divulgazione capillare.

Adriano, quando ha pubblicato la corposa “Introduzione” al libro di Hans F. K. Gunther: “Religiosità indoeuropea” (1970), ha chiesto la mia collaborazione. Insieme abbiamo letto le bozze e io qualche suggerimento glie l’ho potuto dare. Ho l’orgoglio di affermare che parte di me esiste in quel saggio. Il libro fu apprezzato sia da G. Devoto, che da J. Evola. Il Devoto, da tempo scomparso, resta comunque tuttora il più grande linguista ed indoeuropeista italiano; quello più vicino alle nostre tesi. Non ha nulla a che vedere con i vari Semerano. Dopo la scomparsa di Adriano, io ho proseguito le sue ricerche approfondendo l’origine dei Latini e degli Etruschi. Studi che ho ancora in cantiere. Per questo ho affrontato il problema degli Ittiti, dato il legame storico e mitico che lega questi popoli. Adriano amava gli Ittiti in maniera particolare, perché sosteneva che essi avevano costituito la prima civiltà indoeuropea del modo antico in Anatolia e che si erano sacrificati per difendere l’Europa dagli influssi asiatici.
Adriano era un uomo pratico e concreto, che si è sforzato di diffondere in un determinato ambiente, la conoscenza delle civiltà indoeuropee da un punto di vista scientifico, storico,
archeologico e spirituale. Non ha certo diffuso le fantasie e le astrattezze cui, a volte, portano i miti, se non saputi correttamente interpretare da menti pratiche, come ad esempio J. Evola. Di questo lui né era convinto; ed è vero. Alcuni infatti, appena sentono parlare di Artico, di Nord, di Iperborei e simili, si entusiasmano in maniera irrazionale e finiscono con l’accettare qualsiasi tesi, senza riflettere sui possibili inganni e tranelli da parte di chi non sa interpretarli o da parte di chi li usa in mala fede (equivoco del “neopaganesimo”).
Dispiace infine constatare come tanti “amici”, appartenenti alla sua generazione e che hanno conosciuto i suoi scritti e la sua autorità in materia di indoeuropeistica, oggi giorno abbiano dimenticato i suoi insegnamenti, per inseguire strani mitomani che di scientifico non hanno alcunché. E’ il segno dei tempi.

Dato che dalla scomparsa di Adriano ad oggi, non sono stati fatti progressi di rilievo nel campo dell’indoeuropeistica, “Religiosità Indoeuropea”, deve intendersi ancora una valida base per qualsiasi discorso di paletnologia europea, insieme a “Origini indoeuropee” di G. Devoto, al “Vocabolario delle istituzioni indoeuropee” di E. Benveniste e alle opere di G. Dumezil.
Questi autori costituiscono una base solida dell’indoeuropeistica, da un punto di vista archeologico, culturale, linguistico, filologico, storico ed istituzionale. Scostarsene significa cadere in pericolosi tranelli.
Adriano tuttavia non si è interessato solo a problemi di archeologia, ma anche a problemi di storia antica, di storia moderna, di storia del Fascismo, della guerra mondiale, dell’Europa. Gli Indoeuropei erano il presupposto per una visione spirituale e politica dell’Europa e questa visione coincideva con il Fascismo. Adriano aveva stabilito una equazione: Indoeuropei – Europa – Fascismo. Crollato il Fascismo è crollata l’Europa e quindi anche il mito degli Indoeuropei. Da li bisognava rincominciare. Riscoprire gli Indoeuropei significava riscoprire i presupposti della nostra civiltà, della cultura europea. Platone, Nietzsche, Evola, Spengler, Drieu la Rochelle, Gunther ed altri, erano da lui studiati come esponenti principali del pensiero europeo. Tutto era in lui in funzione dell’Europa. Non certo l’Europa attuale.

Come fanno i giovani di oggi a conoscerlo se già ai suoi (nostri) tempi l’ambiente di destra era in sfacelo e dopo il ’68, con la restaurazione del MSI, tutto o quasi si orientò verso il carrierismo politico. Ai nostri tempi noi abbiamo avuto la fortuna di avere un riferimento come lui. Dopo la sua scomparsa alcuni di noi hanno portato avanti determinati studi, ognuno nel proprio campo di interesse. Dopo di lui però la destra culturale non ha più prodotto alcuna mente veramente incisiva ed affascinante. Nessuno gli è concretamente succeduto, anche se a dir il vero, oggi vi sono tantissimi bravi studiosi che hanno ripreso la voglia di contribuire alla rinascita di un cultura alternativa. Non possiamo quindi meravigliarci se i giovani, in un simile contesto, si sono orientati da soli o sono stati guidati da quei pochi che hanno continuavano la memoria o intrapreso nuove strade. I giovani di oggi sono forse più meritevoli di noi, in quanto noi abbiamo avuto la fortuna di vedere ancora qualche sprazzo di luce, mentre loro vivono veramente in un mondo oscuro. Ad essi consiglio, se vogliono veramente conoscere Adriano, il libro di R. Sideri: “Adriano Romualdi – L’uomo, l’opera e il suo tempo” (2012). Inoltre di leggere i suoi libri.
Adriano e lei siete stati in contatto anche con Julius Evola. Ce ne vuole parlare?
Per quanto riguarda Evola, io l’ho conosciuto tramite Adriano. Spesso eravamo a casa sua a Corso Vittorio, dove parlavamo di problemi esistenziali e di problemi storici ed archeologici.
Si complimentò con Adriano per il suo libro “Religiosità indoeuropea” (1970), tanto che ne fece una favorevole recensione. Evola, strano a dirsi, era uno studioso molto realista. Alcuni, recentemente, se ne sono appropriati in maniera indebita. E’ poco serio tirarlo per la giacca per cercare di dare una patente di legittimità alle proprie tesi. Al contrario Evola non avrebbe mai condiviso tesi fantasiose e non scientifiche. E’ stato l’unico infatti, a saper coniugare mito e scienza. Sapeva che ai miti in se, non è facile dare una collocazione temporale o spaziale, ma con la sua conoscenza dei dati scientifici ed archeologici, ha saputo equilibrare le due cose. Per i miti diceva, vi è il tempo mitico, per la scienza vi è la cronologia, cioè il tempo storico, anche se difficile da interpretare.
Evola conosceva perfettamente l’archeologia nordica. Conosceva i vari archeologi tedeschi e le loro teorie. Conosceva H. Gunther, G. Kossinna, H. Krahe, W. Darrè e tutti gli altri. Conosceva G. Devoto e altri archeologi indoeuropeisti italiani e stranieri. Per questo condivideva la posizione centro – nord europea della formazione dei popoli indoeuropei, come da Adriano sostenuto e come da me ripetuto in quanto da loro ereditato in maniera convinta. Mai Evola avrebbe avvallato l’assurda tesi della origine degli Elleni dalla Scandinavia.
Ricordo che un giorno Adriano ed io, siamo andati a casa di Evola. Erano i primi mesi del 1973.
Adriano aveva con se un libro di un certo Gilbert Pillot intitolato: “Il viaggio segreto di Ulisse” ,
del 1972. Costui sosteneva che Ulisse aveva navigato nell’Atlantico e che la famosa isola di Ogigia della dea Calipso, doveva identificarsi con l’Islanda. Era una specie di precursore delle tesi baltiche.
Evola e Adriano sorrisero, ribadendo l’assurdità dell’idea, visto che a sostegno di tale ipotesi non veniva fornita alcuna prova, né si faceva riferimento ad alcun autore precedente o contemporaneo ad Omero. Alla fine Adriano, consegnandomi il libro, mi disse : “Ernesto pensaci tu a demolire queste fandonie”. Questo libro, da me smarrito, l’ho poi ricuperato recentemente grazie ad un amico. A dir la verità io poi, tra un impegno ed un altro, non ho potuto fare alcunché. Poi Adriano morì in un tragico incidente automobilistico (11 Agosto 1973) ed io, non dando alcun peso alle tesi sostenute dal Pillot, soprassedetti all’incarico. Dopo la morte di Adriano sono andato a trovare Evola insieme ad un amico comune del gruppo, Enzo Zitelli. Ricordo che Evola ci guidò in un silenzioso ricordo mentale di Adriano. In seguito ho continuato a vedere Evola con il quale ho cercato di portare avanti il ruolo svolto nei suoi confronti da Adriano: quello di divulgare il suo pensiero e le sue opere. Inoltre facevo con lui esercizi meditativi. Dopo la sua mors triumphalis ho provveduto a collaborare insieme ad altri ad organizzare la “Fondazione Evola”, che ho frequentato per alcuni anni fino a che è rimasta a Corso Vittorio.
Julius Evola studioso delle origini indoeuropee e Julius Evola maestro della Tradizione, due aspetti di una figura di intellettuale di cui oggi si tende forse a sottovalutare la complessità. Qual’è il suo pensiero al riguardo?
J. Evola a dir la verità non si può considerare uno studioso delle origini indoeuropee. Egli è stato uno studioso della Trazione (o delle Vie della Tradizione) che ha saputo ordinare, interpretare e coniugare miti tradizionali e studi storico archeologici, quelli che erano stati fatti sino ai suoi tempi, con un rigore scientifico che è valido tutt’ora. Determinati miti di certi popoli sono stati da lui interpretati alla luce della dottrina tradizionale delle “quattro età”, come realtà esoteriche e saputi collocare nei rispettivi periodi. A queste collocazioni nel tempo mitico, ha saputo accostare ricerche scientifiche ed archeologiche. Il tutto senza scantonare mai in teorie o interpretazioni personali. Da questo punto di vista ha seguito molto da vicino certi interpreti della Tradizione. Si tratta di una “scuola” che comprendeva soprattutto il grande R. Guenon. Inoltre H. Wirth, B. G. Tilak, F. d’ Olivet, W. Wilser, K. Penka, il misterioso Geticus ed altri. Non si trattava ovviamente di una scuola vera e propria ma di studiosi animati dalle medesime intenzioni. Da loro apprese dell’esistenza di certe tradizioni che conservavano la memoria di una dimora polare artica, retaggio di quell’età dell’oro presente in tutte le tradizioni indoeuropee e non. Questa “scuola” racchiuse questa memoria non tanto e non solo in un insegnamento di carattere scientifico, quanto più in una dottrina d’ordine tradizionale a carattere esoterico. Purtroppo tanta gente ha avuto il torto di considerare l’artico in senso geografico, per cui il riferimento alla Norvegia era in loro costantemente presente. Di fatto il nord geografico è stata solo l’ultima tappa dei popoli indoeuropei, occupata (o rioccupata) solo dopo le glaciazioni. Questi popoli infatti seguivano le renne nei loro spostamenti verso il nord (circa 10.000 a. c.). Spesso in studi usati a proposito, ma anche a sproposito, si fa sempre riferimento alla “tradizione artica dei Veda”, ma non si capisce che l’artico per la tradizione aria, sono i “sapta riksa” che sono i sette orsi. Ciò corrisponde ai “septem triones”(settentrione) o sette buoi della tradizione latina. Ma i setti orsi in realtà sono i sette sapienti, come i sette buoi sono coloro che arano il cielo, cioè scrivono nel libro della sapienza celeste. Gli Aria dicevano quindi di essere originari della sapienza celeste e i Latini di possedere il libro divino. Questo è il significato esoterico dell’artico. L’età aurea è esistita per quei popoli che possedevano quella sapienza. Prenderlo alla lettera è da ingenui. Che poi possa essere effettivamente esistita una dimora settentrionale dei popoli tradizionali, come qualcuno dei suddetti ricercatori ha effettivamente ipotizzato, questo è un concetto da retrodatare eventualmente a prima delle glaciazioni; per cui esula dalle nostre ricerche storiche, archeologiche e scientifiche. Evola per conto suo prendendo spunto da elementi scaturiti dagli studi scientifici del tempo, li ha considerati sotto una luce spirituale ben distinta dalla trama materialista della scienza moderna. Studi con i quali Evola intese avallare sia il mistero iperboreo delle origini, che quello della mitica Thule, che già gli antichi trasmisero ai posteri, velandolo a volte con gli aspetti del mito.
Per quanto riguarda l’altro aspetto di Evola, maestro della tradizione, esso è forse il più concreto ed interessante. Evola è stato insieme a R. Guenon, ad A. Reghini e a pochi altri, tra i principali interpreti e maestri della scienza tradizionale. Si è occupato di tutte le dottrine tradizionali. Come si sa ha studiato il Buddismo, il Taoismo, la Tradizione Ermetica, il Mistero del Graal, il Pitagorismo la Cabala, la Tradizione Romana e tante altre tradizioni. Naturalmente Evola come tale è seguito da quei pochi che conoscono gli argomenti trattati e che seguono le relative discipline. Inoltre è seguito dai molti che da un punto di vista “culturale” sono interessati a conoscere queste varie dottrine senza particolari approfondimenti “interiori”. Infine ai tanti giovani che a lui si sono rivolti, ha dato consigli su come orientare l’attività “culturale” dei rispettivi gruppi; ad altri su come impostare certe ritualità operative romane; ad altri ancora su come compiere esercizi spirituali. Quanto sia rimasto di tutto ciò non posso sapere. Esistono però gruppi e persone che nel dovuto ricambio generazionale, hanno continuato su questa strada, e questo lascia ben sperare. La cultura ufficiale in realtà non tende a sottovalutare i vari aspetti di Evola, bensì ad occultare e ad ostracizzare i suoi scritti e il suo pensiero, considerato troppo “romano” troppo “fascista”, troppo “indoeuropeo”, troppo “razzista”. In un recente convegno a Roma sulla sua figura condotto da G. de Turris, l’unica polemica suscitata da un “provocatore” presente, è stata sull’Evola razzista, nonostante de Turris sia stato chiarissimo a smentire questa fola entrata oramai nell’inconscio collettivo. Potenza della propaganda. Evola a tutti coloro che gli chiedevano quale fosse la via da seguire per una realizzazione interiore, ha consigliato sempre ad ognuno la facoltà di seguire la propria strada, come dire “io ho indicato più strade, sta ora in te cercare quella che ti è più consona”. Più chiaro di cosi.
Su quale strada lui si era orientato si sono dette sempre varie opinioni. C’è chi ha sostenuto che lui seguisse la via magica, altri la via della mano sinistra o della dissoluzione (Cavalcare la Tigre). Altri ancora il Buddismo, oppure la via della meditazione, se non la via della contemplazione. Per quanto io l’abbia conosciuto, ho sempre avuto la sensazione che fosse un eclettico.
Quali prospettive vede per il futuro, esiste un ricambio generazionale per questo genere di studi?
E’ una domanda alla quale è molto difficile rispondere, soprattutto perché è molto complessa. In essa si parla di “prospettive per il futuro”, di “ricambio generazionale”, di “genere di studi” (probabilmente quest’ultima parte della domanda si riferisce sia gli studi indoeuropeistici, sia a quelli di dottrina tradizionale).
Per rispondere non posso esimermi dal ricorrere ad esperienze personali. Comincerò dall’ultimo aspetto quello sugli studi tradizionali. Da un punto di vista realizzativo purtroppo oramai ognuno opera per conto proprio. Non sono a conoscenza di gruppi riservati che operano collettivamente. Da un punto di vista della ritualità romana purtroppo debbo dire che, considerando la moltitudine di improvvisati che si ritengono “sacerdoti” della tradizione, sinceramente è meglio astenersi e operare da soli o con uno o due amici fidati. Da un punto di vista degli studi tradizionali, debbo dire invece che per quanto ne so io esistono giovani e brillanti studiosi che approfondiscono molti aspetti di quanto già detto e pubblicato. Questo è molto positivo, perché il filone continua, anche se tenue. Altri giovani, raccolti in gruppi culturali o pseudo politici, svolgono una funzione meritevole, che è quella di diffondere, divulgare e approfondire le opere e il pensiero non solo di Evola o di Adriano, ma di tanti altri testimoni della tradizione.

Per quanto riguarda la prosecuzione degli studi sull’indoeuropeistica sinceramente non ho visto un ricambio. Tutto si è fermato ai tempi di Adriano. Pochi sono i continuatori delle tesi su esposte. Spero con la seconda edizione del mio libro sugli Ittiti di dare il mio modesto contributo. A dir il vero voglio segnalare un mio carissimo amico che opera in questo campo. Si chiama Mario Giannitrapani, il quale in appendice ad in un quaderno della “Fondazione Julius Evola” dal titolo: Il “Mistero Iperboreo” a cura di Alberto Lombardo di Genova (Quaderni di Testi Evoliani ,N. 37, del 2002), ha fatto una pregevole postfazione tenendo conto degli ultimi studi e scoperte in materia.
Pertanto ha aggiornato sia le posizioni di Adriano che quelle di Evola a questi recenti studi. Ha fatto anche critiche ad entrambi, ma con molto equilibrio ed onestà. Lo consiglio.
In generale cosa posso dire? Io nella mia ricerca nei vari settori della conoscenza, ho avuto la fortuna di entrare in contatto con quei maestri che ai miei tempi era possibile incontrare. Parlo non solo di A. Romualdi o di J. Evola, ma anche di Massimo Scaligero, di Pio Filippani Ronconi, di Claudio Alari e di qualche altro. Con loro si è sviluppato una serie di esperienze concrete. Con ciò, si badi bene, non voglio assolutamente far credere chissà che casa. Sono ben conscio dei miei innumerevoli limiti e mancanze. Ho avuto solo la fortuna di farmi una esperienza ed una conoscenza. Voglio dire inoltre che scomparsi quei “maestri”, nonostante le ricerche da me e da altri effettuate, non è stato possibile sapere dell’esistenza di altri. Comunque è evidente che certe forze si sono occultate. Loro sono stati gli ultimi in Italia a mantenere in evidenza il proprio nome. Stiamo vivendo gli ultimi, speriamo, tempi di un buio totale. Quanto durerà questo buio non saprei dirlo. Adriano scrisse questa piccola frase in un segnalibro delle “Edizioni del Solstizio” (casa editrice da lui fondata nel 1964): “In linguaggio astronomico Solstizio d’Inverno è il giorno in cui il sole tocca il punto più basso dell’eclittica, quasi come se si allontanasse e sprofondasse nella notte. All’epoca delle grandi glaciazioni, l’umanità di razza bianca rimasta sul continente europeo celebrava in questo giorno la morte e la resurrezione del sole. All’alba dopa la notte più lunga dell’anno, fuochi a forma di ruota salutavano il sole invitto dall’abisso. Oggi, sull’orizzonte dell’Europa, è Solstizio d’Inverno, un interminabile inverno di servitù e di vergogna. Ma noi crediamo, noi vogliamo credere all’imminente resurrezione della luce.” Anche noi ci vogliamo credere.
A che punto siamo di questo lunghissimo inverno? Non lo so. Qualcuno me lo dica, per favore.
Comunque tanti giovani hanno preso in mano la fiaccola della Tradizione, anche se i maestri non sono manifesti. Quando però tornerà a splendere la luce, allora i maestri torneranno a manifestarsi e queste schiere di giovani avranno finalmente le loro guide spirituali. Allora si potrà concretamente tornare a sperare in una nuova era.

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Categorie: Adriano Romualdi, Devoto, Ernesto Roli, Indoeuropei, Intervista, Julius Evola

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 Maggio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Complimenti, intervista estremamente interessante.
    Per quanto riguarda più specificatamente il discorso sugli Indoeuropei, personalmente trovo molto significativo il punto della loro datazione, che va ben oltre al quadro piuttosto recente proposto da Vinci (che postula dei gruppi ellenici già chiaramente strutturati) ma anche a quello calcolitico della Gimbutas e pure a quello neolitico di Renfrew; il livello mesolitico accostato ai maglemosiani è già più vicino a quello paleolitico che anche Devoto (il quale, in “Origini indoeuropee”, non escludeva un carattere “prevalentemente settentrionale” dei nostri Avi, tanto da ricordare anche le tesi di Uhlenbeck su possibili connessioni indeuropee-eschimesi) arriva a sfiorare, quando accenna alle tesi di Sera e di Obermaier. In merito al tema più generale delle origini nordiche, mi permetto solo di segnalare che, oltre ad una possibilità preglaciale – sulla quale mi pare che Roli sospenda il giudizio – vi è anche quella legata ai vari “interstadi” relativamente temperati, oltre che ad una dislocazione della calotta wurmiana molto eccentrica rispetto al polo, con aree sorprendentemente deglacializzate a latitudini elevatissime che l’attuale ricerca geologica e paleoclimatologica sta man mano scoprendo. La possibilità di un’origine effettiva, e non solo attinente al piano “mitico-spirituale”, dall’estremo Nord, viene peraltro adombrata anche da Mario Giannitrapani – favorevolmente citato da Roli – proprio nell’interessantissimo quaderno “Il Mistero Iperboreo” (assieme ad una possibile datazione paleolitica della famiglia indoeuropea), che ipotizza una provenienza “circumartica” dei Cro-Magnon ed una loro pigmentazione cutanea non necessariamente ridotta ai minimi termini.
    Ancora complimenti
    Michele Ruzzai

  2. Anonymous

    Un’intervista di altissimo livello, complimenti a Fabio Calabrese, ad Ernesto Roli ed ovviamente ad Ereticamente! Limes Romae

  3. Ezzelino

    Ringrazio innanzi tutto Fabio Calabrese per la pregevole iniziativa e la professionalità con cui ha condotto l’intervista ad Ernesto Roli. Ritengo che il Roli faccia bene a ricordare figure storiche come Julius Evola e Adriano Romualdi, che rischiano di passare nel dimenticatoio, proprio nel “nostro ambiente”, che è piuttosto distratto. Mi ha sorpreso e colpito l’evidenza riservata a tutti quei particolari culturali ed umani inediti, che hanno caratterizzato i due pensatori così strettamente collegati tra loro. Il Roli non è nuovo nell’evidenziare certi punti fermi sul mondo indoeuropeo divulgati da Romualdi, ancor prima che uscisse per il pubblico il libro del Renfrew. Bisogna essere gratitudine a Romualdi se il “nostro ambiente” ha conosciuto la grande civiltà Megalitica ed Eneolitica Nordica e poi la successiva Civiltà del Bronzo in Scandinavia, con le sue magnifiche incisioni rupestri. ottima, inoltre, la sua sistematica confutazione delle tesi sulla collocazione baltica dell’epos omerico. Non c’è bisogno infatti di scomodare il Renfrew a sostegno di una tesi che, per quanto suggestiva, non ha basi scientifiche né storiche né archeologiche, partendo essa da un grossolano errore di direzione del viaggio di Ulisse, dovuto alla collocazione atlantica dell’Ogigia di Plutarco, l’ultimo degli ultimi degli interpreti di Omero.
    Comunque un grazie a Fabio Calabrese, ad Ernesto Roli e alla redazione di EreticaMente.

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