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Atlantide: il modello per immagini e simboli – II ^ parte

Atlantide: il modello per immagini e simboli – II ^ parte

“Se si vuole raggiungere la vita felice ‘si deve assimilare ciò che contempla a ciò che è contemplato’. Poiché il Tutto è eternamente felice, e anche noi saremo felici quando ci saremo assimilati al Tutto, perché, in tal modo, saremo risaliti alla nostra Causa. Perché in effetti l’essere umano di quaggiù ha la stessa relazione con il Cosmo che ha l’Uomo ideale con il Vivente-in-sé e, dal momento che là le classi secondarie dipendono sempre dalle primarie e le parti sono sempre inseparabili dagli interi e stabilite in essi, quando l’uomo di quaggiù si sarà assimilato al Cosmo, imiterà anche lui il suo modello nel modo appropriato, perché sarà diventato ‘ordinato’ (kosmios) per la sua somiglianza con l’Ordine del Cosmo, e felice perché si sarà fatto simile al Dio felice.” Proclo, in Tim. I 6

Nella prima parte di questo articolo ho descritto solo attraverso brevi cenni e rimandi la vicenda narrata da Crizia a proposito della guerra che oppose la stirpe di Poseidone a quella di Atena, e questo perché ritengo che sia impossibile dire qualcosa di sensato a proposito del ‘quadro’ che ci viene posto di fronte agli occhi, senza un’analisi della ‘cornice’ che lo contiene e che ci dà importantissimi indizi sulle conoscenze che dobbiamo essere in grado di ricavare a partire dai simboli grazie al principio dell’analogia. Per questo motivo ho scelto di dedicare uno scritto preliminare a questa cornice, soffermandomi in particolare sul significato della trilogia costituita da RepubblicaTimeoCrizia, sull’occasione e soprattutto sui protagonisti di questi dialoghi e sul tema in generale: siamo arrivati così a scoprire che, fra le numerose (e fantasiose) interpretazioni del ‘mito di Atlantide’, ve ne è solo una che si può ritenere corretta ed in perfetto accordo con gli insegnamenti di Platone e dei Teologi, ed è quella che si dimostra in grado di spiegare, a partire dai simboli manifesti (il fatto storico preso di per sé; le distruzioni cicliche nel mondo del divenire, etc), le serie divine, le loro processioni, l’intera Demiurgia ed i Principi che la governano – e, da queste ‘beate visioni’, è in grado poi di farci discendere nuovamente (infatti, movimento ascendente e discendente sono paralleli – cf. Theol. I 17, 1- 10) fino a possedere “la perfettissima scienza divina, avendo contemplato le processioni degli Dei verso gli enti e ad contempo le separazioni degli enti rispetto agli Dei”, il che è esattamente quanto ci aiuta a conseguire una corretta lettura della trilogia, anche solo della vicenda narrata dal sacerdote egizio a Solone. In effetti, questa ascesa, e conseguente discesa (dal cosmo ai Modelli, e dai Modelli al cosmo), ha anche lo scopo di insegnare all’essere umano, sempre grazie alle analogie, la via per il conseguimento della giustizia e conseguente felicità stabile e duratura, come vedremo ampiamente nel corso del presente articolo e come si può del resto intuire già fin d’ora, a partire dalla citazione iniziale: comprendendo ed assimilandosi all’Ordine cosmico, l’essere umano si ricongiunge al proprio Modello, ponendo così fine alla ‘deviazione’ che lo allontanava dai beni divini e divenendo quindi felice sotto ogni aspetto perché ‘aei eudaimon tò pan’, sempre felice è il Tutto. Tenendo dunque a mente tutti i ragionamenti presentati nella prima parte o ‘analisi della cornice’, procediamo ora da dove avevamo lasciato il discorso, ossia dalla narrazione del sacerdote: “molte sono ed in molti modi sono avvenute ed avverranno le perdite degli uomini, le più grandi per mezzo del fuoco e dell’acqua, per moltissime ragioni altre minori.” (Tim. 22c) – i periodi della vita del Cosmo e la conservazione della memoria. Come abbiamo spesso accertato, dobbiamo partire dal “fatto concreto” e da esso trarre conclusioni a proposito sia della gerarchia divina sia delle potenze che, dall’alto, si diffondono fino agli ultimi livelli del reale: per questo, ogni spiegazione relativa alla ‘Nuova Demiurgia’ e all’opposizione encosmica (‘mito di Atlantide’), viene preceduta da un discorso che illustra i periodi della vita del cosmo stesso e la varietà di tali periodi. Il fatto che Solone non ricordi che un solo cataclisma (‘mito di Fetonte’), mentre i sacerdoti hanno conservato la memoria di moltissime distruzioni ricorrenti, indica che le Cause Intelligibili, che preesistono alla generazione e manifestazione del Tutto (simboleggiate, come avevamo detto in precedenza, dai sacerdoti), conoscono e ricomprendono in sé, in modo uni-forme ed unificato, tutta la varietà che verrà poi dispiegata dai Demiurghi giovani – celebre è infatti l’esclamazione del sacerdote egizio: “voi Greci siete tutti fanciulli e non esiste un Greco vecchio” (Solone analogo alla ‘nuova Demiurgia’). Questa ‘giovinezza dell’anima’è pertanto conforme al rinnovarsi costante della vita nel mondo del divenire e alle Cause parziali, così come la ‘tradizione antica’ rimanda alle Cause superiori ed unitarie e all’intellezione stabile che ricomprende i Modelli, sempre identici, della natura e costituzione di tutti gli esseri; ecco perché tutti gli Dei che hanno direttamente a che fare con l’ordinamento encosmico sono sempre, per definizione, ‘giovani’ e, nell’iconografia, sono rappresentati appunto come fanciulli (le differenti forme di Dioniso sono un ottimo esempio, essendo inoltre questo Dio l’ultimo Sovrano dopo Zeus, secondo la Teologia Orfica). Esistono dunque differenti periodi della vita del cosmo, e questo perché nel Tutto vi sono “perpetua generazione e perpetua distruzione”: questo è il carattere dominante della sfera del sensibile che, a causa di ciò, si definisce appunto ‘mondo del divenire’, dove tutto nasce e perisce e non è mai realmente. In modo più specifico, dobbiamo constatare che uno è il divenire del mondo sub-lunare e un altro quello dell’ultima manifestazione di Urano, ossia il Cielo visibile: in esso vi sono “le figure astrali ed il movimento che ha inizio sempre di nuovo” ed è in base a questo assetto e a questi mutamenti che vengono ordinate, secondo il loro proprio ciclo, anche “le realtà immerse nella materialità” ossia nella sfera della genesis. Il Tutto è dunque costituito di parti e, mentre tale realtà complessiva rimane saldamente fissata nel “secondo natura” (i ‘generi formali’ infatti dimorano in modo permanente nel Tutto, nonostante le distruzioni cicliche), le parti, fatalmente (dal momento che siamo nel dominio di Heimarmene), sono talvolta secondo natura, ma talvolta anche secondo il contro natura (katà / parà physin): pertanto, in base a ciò, anche ciascuno dei viventi parziali e ciascuna delle regioni della terra sono conformi a natura oppure accolgono in sé la “deviazione” e si muovono verso il contro natura, in altre parole, verso la distruzione. Quindi, come abbiamo visto. distruzione e generazione nell’ambito sub-lunare risultano dalle figure del Cielo, figure che influenzano le regioni della terra ed i viventi che le abitano e che determinano creazioni, permanenze e distruzioni in esse; tali figure sono però ad imitazione delle intellezioni divine (Zeus, Demiurgo universale, come Intelletto Intellettivo), e, a loro volta, tali intellezioni dipendono dalle Forme Intelligibili (ordinamento di Phanes:  “Come dice Orfeo, con bocca ispirata dalla divinità, Zeus divora il suo progenitore Phanes, abbraccia in sè ogni suo potere e diviene il Tutto Intellettivo, come lo era Phanes da un punto di vista intelligibile.” (Pr. in Crat. 398b): è da questo livello altissimo della gerarchia divina che provengono, per tutte le realtà encosmiche fino alle ultime entità,  stabilità e conservazione. Le figure celesti visibili non fanno altro che trasmettere tale proprietà al mondo sensibile, distruggendone al contempo le parti che man mano si allontanano dai Modelli (“è fatale che, per ciò che nasce nel tempo, venga anche in successione la distruzione nel tempo”), in quanto non può dimorare costantemente nel Tutto ciò che, fatalmente, si allontana dall’ordine e dalla stabile permanenza nell’essere (“la legge di Zeus lo rigetta come indegno”): “abbiamo così detto perché si verificano delle distruzioni, sia complete che parziali, ora in un luogo ora in un altro.” (Pr. in Tim. I 106) Queste distruzioni vengono però definite ‘purificazioni’(“quando gli Dei, purificando la terra con l’acqua …” Tim. 22d): fuoco e acqua, infatti, non sono solo i principali agenti di distruzione cosmica, ma anche i fondamentali strumenti di purificazione nel culto sacro. Questi due elementi sono assai più potenti di aria e terra (elementi più affini agli uomini, poiché tutti vivono di aria e sulla terra), in quanto sono in grado di agire e di distruggere senza patire alcunché – il che, appunto, si riflette nelle pratiche di purificazione: dove vi sia la necessità di distruggere il miasma, sempre fuoco ed acqua hanno maggior potere distruttivo, così come inondazioni e conflagrazioni sono la causa delle maggiori distruzioni che si verificano sulla terra. Queste sono solo, in entrambi i casi, le cause materiali, perché la causa efficiente è negli stessi Dei: “sempre la purezza viene agli esseri secondi a partire dai primi, ecco perché anche presso Orfeo, Zeus viene invitato a portare da Creta gli strumenti della purificazione; infatti, i Teologi sono soliti sostituire Creta all’Intelligibile.” (Orph. 156 Kern). Dunque, prima di queste cause materiali, preesiste il Principio che fa buon uso degli elementi e che agisce in vista del bene, “ciò che il discorso ha giustamente attribuito agli Dei” – proprio come nel ‘mito’ di Atlantide, gli Dei decidono la purificazione dell’isola e dei suoi abitanti a causa della dismisura e della deviazione che questi ultimi avevano dimostrato nei confronti della loro originaria natura divina, così esistono cicliche purificazioni del Tutto, del cosmo stesso, ed esistono a maggior ragione Dei Purificatori che agiscono sul Tutto, governando ed indirizzando anche gli slanci violenti degli elementi verso la perfezione che proviene dall’Intelligibile. Si può dunque concludere che le cause prime delle catastrofi cicliche siano gerarchicamente disposte in tal modo: abbiamo l’ordinamento visibile dei corpi celesti con la sua influenza sulle regioni terrestri; prima ancora, l’ordinamento generale del Tutto, e prima di questo c’è la ‘Nuova Demiurgia’ che “crea sempre di nuovo e produce la generazione di tutte le cose”; ancor prima è la Demiurgia universale con i Modelli formali intellettivi, tratti, come abbiamo visto, dalle Forme Intelligibili. Ecco perché nel cosmo abbiamo, contemporaneamente, molteplici devastazioni ed una creazione sempre fiorente e che sempre si rinnova, ed ecco perché, nonostante le catastrofi, “sempre esiste, ora di più ora di meno, la stirpe degli uomini” (Tim. 23a), in quanto esistente in base alla processione immobile delle Forme divine, Forme in base alle quali qualsiasi principio/forma insita nel Tutto resta perpetuamente fissato/stabilito e sempre identico nonostante i mutamenti. Dei Hypercosmici e Dei Encosmici governano pertanto sia i periodi cosmici sia la diversità dei cicli di ascesa e discesa delle anime: le due cose sono infatti strettamente interconnesse, come dimostra il fatto che Solone menzioni proprio il mito di Fetonte, mito che si rivela essere sia una narrazione a proposito di una conflagrazione avvenuta sulla terra sia un simbolo della vita delle anime e della natura corporea in cui discendono. Come abbiamo osservato più volte, l’esegesi fisica di un mito è sempre il livello basilare, da cui poi innalzarsi verso quelli più propriamente filosofici: le due interpretazioni non sono mai in contrasto, anzi, se ben combinate, conducono appunto alla ‘perfetta scienza divina’. “Viene raccontata sotto forma di mito, ma in realtà si tratta della deviazione (parallaxis) dei corpi celesti che girano attorno alla terra e che determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco, di tutto ciò che è sulla terra” (Tim. 22d) Tale deviazione è, in primo luogo, mancanza di armonia fra le cose terrestri ed i corpi celesti, dal momento che quanto si trova sulla terra si conserva fin tanto che permane tale armonia con le divine configurazioni celesti: esattamente come per il ‘problema del male’, la distruzione (e conseguente purificazione, delle anime così come dei luoghi e delle popolazioni) avviene quando i prodotti generati si allontanano dai Modelli e non riescono più ad accoglierne in modo perfetto le illuminazioni. Bisogna anche dire che gli Dei celesti non presentano sempre le stesse configurazioni “perché diverse sono le intellezioni delle loro anime” e le configurazioni celesti visibili sono esattamente questo: ‘trascrizioni’ percepibili delle intellezioni delle anime divine celesti, segni che hanno potenza ed efficacia proprio grazie alle suddette anime. Pertanto bisogna dire che, congiuntamente, le deviazioni ed i mutamenti nelle configurazioni da un lato, e la deviazione delle realtà terrestri nei loro confronti dall’altro, portano a distruzioni pari a quella causata dalla “caduta di Fetonte”. Quest’ultimo, anima heliaca/della serie di Helios, avendo abbandonato la vita priva di relazione con il mondo del divenire, subisce una ‘deviazione’ ed entra in relazione con le cose terrene, portando con sé una distruzione sulla terra appropriata al carattere della serie divina da cui proveniva, ossia una conflagrazione (“governatore delle stelle fiammeggianti, Phaeton Helios, è lui stesso un dominatore di fuoco”): “le anime che lassù si compiacevano di brillare di luce immateriale, corrono quaggiù verso le conflagrazioni.” (Pr. in Tim. I 116) Sul tema delle distruzioni cicliche, certamente da approfondire ulteriormente, basti però quanto detto fin qui – dobbiamo ora ritornare alle acque del Nilo, causa di salvezza e di beni in ogni senso possibile: l’Egitto come ‘scrigno della memoria’. Avevamo visto, nel precedente articolo, che questo fiume sacro è analogo alla “Fonte Vivificante” e simboleggia il principio vitale che si diffonde ovunque; per gli Egizi causa di beni, dal sensibile (indagine scientifica, misurazioni, agricoltura ed abbondanza, causa di salute dei corpi, salvezza dalle distruzioni cicliche) all’elevazione delle anime: “dalla cura provvidenziale del Nilo viene la salvezza” – la primissima Causa vivificante non solo conserva se stessa permanendo eternamente, ma fa anche in modo che tutto ciò che ‘scorre’ dalla sua Fonte si mantenga e sia conservato in prosperità, raggiungendo infine la salvezza (Soteria), da cui viene l’epiteto “Salvatrice dei mortali” per la ‘Dea Fontale’, e “Salvatore” riferito al Dio del Nilo (Tim. 22d). Nel corso delle età, attraverso le distruzioni cicliche che sono avvenute in varie parti della terra, gli Egizi sono dunque stati salvati sia dalla situazione generale del paese (soprattutto, corrispondenze astrali, posizione e clima) e dalla presenza del Nilo sia dagli Dei che hanno ricevuto in sorte tale regione secondo “l’iniziale piano del Demiurgo” – e, attraverso la loro salvezza, si è conservata la memoria, non solo a proposito della storia del paese ma anche quella relativa a tutte le azioni grandi ed ammirevoli presso tutti i popoli di cui avevano notizia: “se ve n’è sia qualcuna che sia onorevole, o grande, o che si sia distinta per qualche altra ragione, sono state scritte qui nei Templi e vengono conservate.” (Tim. 23a) La raccolta di tutti gli avvenimenti, (un patrimonio storico quasi inimmaginabile!), non serve come conoscenza fine a se stessa, anzi: da un lato, aiuta a cogliere le similitudini ed i fatti ricorrenti, in un arco di tempo di migliaia e migliaia di anni – questo porta inevitabilmente al riconoscimento dei Modelli che regolano sempre il divenire e la vita encosmica – dall’altro, conduce altrettanto inevitabilmente alla capacità di prevedere il futuro. Ad esempio, osservando che certi eventi si verificano sempre in coincidenza con certe configurazioni astrali, è facile prevedere quando si manifesteranno accadimenti identici: in ogni ambito, la conoscenza delle cause porta sempre alla deduzione degli effetti prodotti dalle cause stesse. C’è di più: come bisogna ammettere, per una singola anima, vite differenti e la possibilità di ricordare tali vite passate, così bisogna fare anche per una singola popolazione (come dimostrerà il sacerdote, parlando della ‘vita precedente’ di Atene prima del diluvio); come per un individuo il ricordo delle vite precedenti serve a perfezionare l’anima (cf. Giamblico, Vita di Pitagora 63), allo stesso modo per i popoli il ricordo delle diverse età serve a conseguire sapienza ed assennatezza. Che tali memorie siano conservate nei Templi è in analogia con l’Ordine universale: il cosmo “è il più sacro dei Templi”, in cui permangono i Principi che conservano il Tutto, e la registrazione di tutte le antiche imprese nei Templi simboleggia la costante permanenza dei suddetti Principi e la ‘memoria’ del Dio/classe sacerdotale che trasmette stabilità anche alla Nuova Demiurgia/Solone, che a sua volta la diffonde su tutti gli esseri, mettendoli a parte dei beni della memoria stabile/permanenza nell’Intelligibile. Al contrario, le popolazioni che, a causa delle distruzioni cicliche, perdono la memoria del passato, divengono sempre di nuovo preda dell’oblio, e ‘fanciulli nell’anima’: “ecco che di nuovo, nel solito spazio di anni (rivoluzioni fisse e periodi cosmici), come una malattia giunge il terribile diluvio dal cielo, e di voi lascia soltanto coloro che sono inesperti di lettere e di arti, sicché diventate di nuovo dal principio come giovani” (Tim. 23b). Tutto ciò è straordinariamente simile, seguendo il filo dell’analogia, a quanto accade alle anime che sono ritornate nell’ambito della genesis: avendo abbandonato la vita intellettiva, sommerse dai “flutti della dimenticanza”, cadono nell’oblio e scordano completamente le visioni ed intellezioni che avevano avuto, al seguito degli Dei, dei perfetti Intelligibili; questo processo avviene dunque sia nel mondo sensibile (cicli cosmici, regioni, popolazioni) sia nella vita delle anime – infine, “di nuovo, gli Dei che vegliano sul rinnovamento portano facilmente una guarigione completa e riconducono allo stato conforme a natura” (Pr. in Tim. I 126)

“In quel tempo, Solone, prima dell’immane rovina causata dalle acque, la città degli Ateniesi era la migliore in guerra e, soprattutto, sotto ogni punto di vista, era governata da ottime leggi: ad essa si attribuiscono le imprese più belle e le costituzioni migliori fra quelle di cui noi abbiamo accolto la tradizione sotto il cielo.”(Tim. 23c) – Atene ancestrale ed Atlantide, opposizione delle due potenze ed azione di Atena.

Come avevo sottolineato nel precedente articolo, tutta la narrazione è, contemporaneamente, sia una storia vera sia un’indicazione sull’opposizione cosmica ed il conseguente Ordine del Tutto, una storia quindi che, da un lato, narra vicende accadute ad esseri umani, ma dall’altro contiene in sé i simboli dei Principi universali e della loro opposizione, un’opposizione di base che si ritrova costantemente, fra gli Dei (Limite/Illimitato), negli intelletti (identità/alterità), nelle anime (circolo dell’Identico e del Diverso) e nei corpi (cielo e mondo sub-lunare). In ognuno di questi ambiti, sempre il Principio superiore ha la meglio, ordina e fa dipendere da sé ciò che è inferiore: questa è l’azione specifica di Atena, cui rimandano le imprese e le costituzioni degli Ateniesi che, proprio per questo motivo, vengono citate come esempio del dominio dell’elemento superiore e della sua attività ordinatrice del Tutto, non a partire dalla Nuova Demiurgia ma dalle “Potenze Universali” da cui questa Demiurgia è proceduta. Ecco perché il sacerdote proclama che parlerà e narrerà ogni cosa per il bene di Solone (provvidenza che colma le potenze inferiori, azione elevante), per lodare la città e, di conseguenza, i suoi abitanti (sfera di azione della Dea nel Tutto, potenze ordinatrici delle opposizioni universali), e “soprattutto in onore alla Dea che ebbe in sorte questa (Sais) e la vostra città” (Tim. 23d), facendo così risalire ogni attività ed ogni dominio sulla guerra universale alla sommità di Atena, legando insieme parziale e totale e riconducendo tutte le cose alla Dea “secondo un’unica catena”. Non è il caso di soffermarsi ora sull’analisi delle parti ‘ottenute in sorte’, ossia i luoghi illuminati dall’alto dalla cura provvidenziale di una divinità, in questo caso Atena; mi limiterò dunque a sintetizzare quanto ho esposto in dettaglio altrove (Proclo, Inno ad Atena, commento vv. 20-25): ciascun luogo sulla terra appartiene ad una divinità “secondo le divisioni celesti” e, tanto più un luogo è favorito dalla posizione dei corpi celesti e dalle suddivisioni della stessa sfera celeste, tanto più sarà adatto a ricevere una maggiore illuminazione da parte della divinità. In aggiunta a questo, “è poi la Natura universale che inserisce, in ciascuno di questi luoghi illuminati, certi simboli divini grazie ai quali questi luoghi partecipano spontaneamente della natura divina” – in altre parole, l’arte sacra e la telestica si applicano anche ad intere regioni che, grazie ai simboli posti in esse, assumono determinate caratteristiche (ad esempio, “il clima mite delle stagioni”) che poi influenzano ovviamente anche la natura degli abitanti di queste regioni illuminate (Proclo commenta con amara ironia: persino durante la sua epoca, l’Attica e coloro che vi dimoravano dimostravano più sapienza rispetto ad altri, motivo per cui l’Accademia continuava lì a prosperare). L’Atene ancestrale, dunque, conservava intatti i simboli della potenza della sua Dea ed è solo per questo motivo che a tale città appartenevano sia le costituzioni che le imprese più belle: se una regione, al contrario, abbandona la sua natura originaria non può che allontanarsi anche dalla cura provvidenziale e dai beni che la Dea spontaneamente rendeva manifesti – lo stesso discorso si applica, evidentemente, anche alle anime individuali. Nel V secolo a.e.v. Atene incorse esattamente in questo errore: i cittadini abbandonarono la Patrios Politeia e scambiarono la ragione e la vita assennata, doni specifici di Atena, con la bramosia e con l’ingiusta potenza, con i risultati che tutti conoscono; ancor peggio accadde quando volontariamente si cercò di annientare l’anima del paese rimuovendo la statua di Atena dall’Acropoli: non bisogna infatti dimenticare che i Templi ed i luoghi sacri sono l’anima di un paese, come ricorda Libanio in modo davvero struggente, e che l’Acropoli rappresenta non solo l’altezza gerarchica della serie di Atena ma anche la cura provvidenziale della Dea rivolta a coloro che dimorano nell’ambito della genesis – allontanandosi da essa, Atene andò incontro alla propria distruzione, senza nemmeno bisogno di un cataclisma, come nota tristemente Proclo stesso: “non ci sono quasi più abitanti in questo luogo dell’Attica, benché non si sia verificato né un diluvio né una conflagrazione, bensì perché un’orribile empietà ha quasi completamente annientato la razza umana”. Platone ha quindi scelto di proposito una narrazione che potesse insegnare, a partire da immagini e fatti storici, i fondamentali principi teologici ed etici ad un tempo, universalmente validi: infatti, durante le Panatenee, per lodare la Dea, si usavano tenere dei ‘discorsi panatenaici’ che esaltavano la vittoria degli Ateniesi – e dell’Ellade in generale – contro le innumerevoli armate dei Persiani; esattamente la stessa cosa ritroviamo nel Timeoe nel Crizia. Atene sconfigge le orde dei barbari provenienti da occidente: “come l’armata dei Persiani si era slanciata da oriente contro gli Elleni e contro gli Ateniesi in particolare, così Platone ha presentato la guerra Atlantica come proveniente da occidente, in modo che tu possa vedere Atene correggere, come a partire dal centro, le armate dei barbari che, dai due lati, avevano gettato su di lei i loro flutti disordinati.” (Pr. in Tim. I 172) Per mezzo dell’analogia fra le cose umane e quelle divine, dobbiamo comprendere che questi avvenimenti non discendono da altro se non da quel modello mitologico celebrato “nelle Tradizioni Patrie e nei Misteri di Atene”, ossia la Titanomachia: gli Ateniesi rappresentano sempre le potenze Olimpiche, mentre gli abitanti di Atlantide, nel contesto della guerra che li contrappose agli Ateniesi, rappresentano le forze titaniche, quelle forze che causano lo smembramento di Zagreo, ossia la processione divisa nel Tutto a partire dalla Demiurgia indivisibile di Zeus. Del resto, i loro rispettivi nomi indicano cosa rappresentino in realtà: gli Ateniesi hanno lo stesso nome della Dea che preserva intatto il cuore di Dioniso, mentre gli Atlantidi hanno un nome che rimanda direttamente ad Atlante, che la volontà di Zeus ha posto “nei luoghi occidentali” (cf. “a tutti [Poseidone] assegnò il nome: al più anziano e re diede quello appunto da cui trasse denominazione anche tutta l’isola ed il mare chiamato Atlantico, dato che colui che per primo allora regnò si chiamò Atlante” Crizia 114a). Tenendo quindi conto di tutte le divisioni proposte (Dei dell’Olimpo/Titani; permanenza/divenire; anime razionali/anime irrazionali; mondo celeste/mondo sub-lunare; etc.), ciò che si trova al di qua delle Colonne di Ercole rappresenta la parte migliore, più elevata ed unificata, mentre tutto ciò che si trova al di là è analogo alle cause inferiori “perché là è il vero Oceano della Dissomiglianza”, la vita materiale che man mano si allontana dalla perfezione ed unità divine e che procede verso la molteplicità e la frammentazione. Questo intendono i Teologi, e gli Orfici in particolare, quando narrano della vittoria degli Dei sui Titani; questo indicano i Pitagorici quando delineano le due serie parallele di opposizioni, in cui la serie migliore ‘vince’ ed ordina quella inferiore; lo stesso rivela Platone, quando afferma che grande nel Tutto è la parte assegnata all’Illimitato, ma che le misure del Limite dominano su tutte le forme di illimitatezza. Anche nel nostro caso, come risulta ormai evidente, dobbiamo far corrispondere la ‘dismisura’ (hybris) degli abitanti di Atlantide alla serie dell’illimitatezza, e alla divisione e alla degradazione che si verifica con la discesa dai principi superiori a quelli esclusivamente materiali: tutto ciò che discende nel mondo del divenire, fatalmente, “supera la misura” (exybrizein), “ed un modello di questo ci è rivelato dai Teologi attraverso queste parole: Titani dai malvagi disegni, dal cuore colmo di incredibile dismisura.” (Orph. fr. 119 K.) Per questo Atlantide è posta nell’Oceano Occidentale, in quanto quest’ultimo rappresenta la materia stessa, appunto “l’Oceano della dissomiglianza”, immagine dell’Illimitato, dell’irrazionalità, della dismisura e del principio dell’alterità; per questo è la serie migliore, la potenza Atenaica, a porre un fine alla processione illimitata verso la materia, all’incessante divisione: i Titani sono vinti dagli Dei, l’alterità viene infine ricondotta all’unità attraverso l’identità, il movimento attraverso la quiete, le anime irrazionali vengono vinte ed ordinate da quelle razionali, e l’intero mondo del divenire è ricondotto all’unità, da cui risulta un cosmo uni-forme composto di limitanti e di illimitati. “Molte e grandi sono le imprese della vostra città che noi ammiriamo … ma fra tutte, ve ne è una che le supera per grandezza e valore: dicono infatti le scritture quanto grande fu quella potenza che la vostra città sconfisse, la quale invadeva tutta l’Europa e l’Asia al contempo, procedendo dal di fuori dell’Oceano Atlantico. Allora infatti quel mare era navigabile e, davanti a quell’imboccatura che, come dite, voi chiamate Colonne d’Eracle, aveva un’isola … in quest’isola di Atlantide vi era una grande e meravigliosa dinastia regale che dominava tutta l’isola e molte altre isole e parti del continente … tutta questa potenza allora, radunatasi assieme, tentò di colonizzare con un solo assalto la vostra regione, la nostra e ogni luogo che si trovasse al di qua dell’imboccatura. Fu in quella occasione, Solone, che la potenza della vostra città si distinse nettamente per virtù e per forza … sottoposta a rischi estremi, vinti gli invasori, innalzò il trofeo della vittoria ed impedì a coloro che non erano ancora schiavi di diventarlo, mentre liberò generosamente tutti gli altri, quanti siamo che abitiamo entro i confini delle Colonne d’Eracle.” (Tim. 24e – 25d) – Storia ed analogia: conclusioni. Come abbiamo detto, non ci sono dubbi sul fatto che Atlantide si trovasse nel ‘mare esterno’, al di là delle Colonne d’Eracle, anche perché, come abbiamo appena visto, l’Oceano occidentale è assolutamente adatto a livello simbolico; del resto, lo stesso Proclo non mostra dubbi in proposito e parla di “alcuni racconti di viaggiatori” e di quello che avevano visto nel mare esterno: sette isole consacrate a Persephone (con ogni probabilità, le isole Canarie), ed altre tre isole, consacrate a Plutone, a Poseidone e ad Ammone, i cui abitanti avevano conservato la memoria di Atlantide “come di un’isola di enorme grandezza, che era realmente esistita laggiù” (in Tim. I 177). Tutti, sia i resoconti degli esegeti sia Crizia stesso, affermano che tale fu la potenza di quella stirpe discesa da Poseidone che non solo dominava la regione al di là, regnando su tutte le isole dell’Oceano occidentale, ma anche “governando regioni al di qua (delle Colonne d’Eracle), fino all’Egitto e alla Tirrenia” (Crizia 114c). Come però avevo preannunciato nella prima parte di questo articolo, non è mia intenzione analizzare nel dettaglio il dato storico in sé (certamente vero e quindi meritevole di indagini accurate ad opera di esperti: ad esempio, la questione dei diluvi e il fatto che quello di Deucalione sia solo il quarto a partire da quello che trasformò per sempre la terra dell’Attica), quanto piuttosto cercare di vedere a cosa rimandi la vicenda presa nel suo senso complessivo, proprio prendendo le mosse da dettagli significativi presenti nel testo. Ad esempio, la menzione delle Colonne d’Eracle non contiene solo un’indicazione geografica importante: date le serie di opposti, vi è la necessità che tali serie siano separate le une dalle altre ad opera delle delimitazioni demiurgiche, in modo che i generi che sono nel cosmo non si mescolino ma siano al contrario mantenuti distinti. Specchio di questa potenza divina della serie di Zeus, di Eracle guardiano della non mescolanza dell’elemento migliore con quello inferiore, sono appunto le Colonne che separano l’Oceano e l’elemento puramente materiale e veramente irreale da tutto ciò che invece è contenuto al di qua. L’estensione e l’immensità dei domini di Atlantide e dello stesso Oceano, rispetto alla concentrazione e alle relativamente scarse dimensioni del Mediterraneo e delle terre libere dal dominio occidentale, sono proprio un segno dell’estremo allontanamento dalle Cause prime, perché tutto ciò che procede verso l’estensione illimitata si allontana dalla perfezione uni-forme, si accresce quantitativamente ma diminuisce sempre più in potenza, mentre ciò che è più prossimo al primissimo Principio causale si riduce quantitativamente ma possiede straordinaria potenza rispetto a tutto ciò che è proceduto verso l’illimitatezza. Ciò nonostante, la potenza di Atlantide al culmine del suo splendore è detta “grande e meravigliosa”, il che non deve stupirci dal momento che abbraccia, nel suo complesso, tutta la seconda serie di cui abbiamo parlato; dieci re la governano, perché tutte le cose sono comprese dalla decade degli opposti, tanto che i dieci re originari sono divisi in cinque coppie di gemelli, ossia l’organizzazione di tutto ciò che è nel cosmo viene stabilita secondo le misure di Dike (il cinque è infatti il numero di Dike) ma la serie inferiore procede a partire dalla Diade così come quella migliore a partire dalla Monade; del resto, i dieci re sono “figli di Poseidone” perché tutto l’insieme della contesa dei contrari e della guerra cosmica appartiene sempre alla Demiurgia mediana, quella del Dio che domina sulla generazione e sulla corruzione e su tutte le forme di divenire. Dunque, di entrambe le serie viene celebrata la potenza, ma quella che discende dall’Illimitato (Atlantide) è solo e ‘semplicemente’ potenza appropriata alla Demiurgia mediana che ha affinità con la Diade illimitata, mentre quella che discende dal Limite (Atene) si distingue “per virtù e per forza”, in quanto Atena è chiamata anche Virtù (Areté) nella Teologia (VI 11, 52): “Platone indica il livello di Atena Korica denominandola “signora e padrona”, celebrandola come ‘kore’ e, dicendo che essa è causa di tutta la virtù nella sua totalità, chiamandola “amante della guerra e amante della sapienza.” Atena genera la totalità della virtù ed è per questo che gli Ateniesi originari non solo possedevano la potenza e la forza guerriera, ma erano anche perfettamente padroni di tale potenza grazie all’acquisizione della summa di tutte le virtù: dal momento che, attraverso Atena, appartengono alla serie del Limite, i veri Ateniesi – e le anime parziali della serie di Atena che non disperdono i beni loro propri – sono caratterizzati dalla perfetta areté, sono in grado di dominare perfettamente le passioni, compiere atti eroici (perché il vero eroismo proviene da questa serie e si manifesta solo grazie alla virtù) e, in una parola, di usare la potenza nel modo appropriato e per il fine migliore. Ed ecco che, in tal modo, gli Ateniesi originari ebbero la meglio sui discendenti di Poseidone, i generi primi sui secondi, l’ordinamento monadico su quello diadico, e tutto ciò che è superiore per virtù e purezza su ciò che è inferiore; non solo, la serie migliore libera anche tutti coloro che erano stati resi schiavi dalla potenza dell’illimitatezza – questa è, ancora una volta, la condizione di tutte le anime individuali: come esistono Dei creatori che fanno discendere le anime nel mondo del divenire, così esistono anche Dei elevanti che liberano le anime dai condizionamenti esclusivamente materiali (l’eccessiva ‘meraviglia’ di Atlantide che certamente abbaglia e stupisce, ma troppo facilmente declina e degenera perché dimentica il ‘seme divino’). La generosità dimostrata dagli Ateniesi è dunque anche specchio dell’azione ordinatrice degli Dei che si estende su tutte le cose, azione che, come avevamo detto, si manifesta a livello parziale/storico con la sconfitta degli abitanti di Atlantide corrotta e, a livello più universale, con il dominio olimpico sulle forze titaniche. Come la Virtù, discendendo dal Limite, è causa di misura, così ciò che procede in modo illimitato e abbandona le misure di Giustizia si caratterizza infine per la dismisura: in questo modo, la volontà demiurgica giunge al suo scopo finale (“E Zeus disse”) con il trionfo dell’elemento più virtuoso e misurato: “i generi peggiori sono superati dai migliori: nel parziale, gli Atlantidi dagli Ateniesi, nell’universale i Titani dagli Olimpi, ‘e pur essendo forti, avendo affrontato chi era superiore, in cambio della loro superbia rovinosa e dell’arroganza smisurata’ dice il Teologo (Orfeo), rivaleggiando con il quale anche Platone disse che per tracotanza gli Atlantidi mossero contro gli Ateniesi.” (Pr. in Tim. I 187) Questo racconto finisce quindi per chiudersi a cerchio, perché Crizia (in perfetto accordo con la natura del Filosofo che è anche Politico, come avevamo visto ampiamente nel precedente articolo), terminata la sua narrazione, la riferisce e riconduce completamente alla Politeia esposta da Socrate ed afferma appunto che gli Ateniesi di allora erano precisamente coloro che vivevano seguendo le leggi della migliore costituzione, quella che, discendendo da Zeus ed Atena, è massimamente dotata di Virtù e che è quindi causa di beni grandissimi, quelli che appunto Socrate ha rivelato nella Repubblica. Del resto, come ho cercato di sottolineare il più possibile, gli Ateniesi che adottarono il modello più eccellente di regime politico furono e saranno sempre degni della più viva ammirazione, in quanto bello e perfetto è ciò che anche nel mondo del divenire si ‘lascia modellare’ed accoglie in sé la forma dei primissimi Modelli trascendenti il Tutto, ma è solo ciò che al più alto grado regola la sua condotta di vita in accordo con la Virtù incontaminata  che può anche divenire di conseguenza capace di accogliere e manifestare e diventare simbolo, letteralmente, dei Modelli divini. Pertanto, Timeo ‘genera’ gli esseri umani e ne spiega la natura, Socrate li educa in accordo con il Modello trascendente, e Crizia “li arma” per “l’impresa più bella” (questa è anche la ragione per cui la Repubblica viene prima del Timeo: Demiurgia permanente che guarda solo al Modello in sé e che quindi precede la spiegazione della sfera encosmica e di tutte le sue processioni ed attività): e non è forse vero che la sequenza di questi dialoghi mostra anche l’ordinamento perfetto della vita umana, così come Socrate l’ha presentato nella Repubblica? Generazione e formazione dei cittadini stabilite ed ordinate secondo i Modelli trascendenti (secondo la misura perfetta: nel cosmo come leggi demiurgiche, nella città come regime politico, nell’anima come dominio della parte divina), e conseguente ‘discesa in campo’ dei Guardiani per prendersi provvidenzialmente cura dello Stato. In conclusione, come avevo promesso all’inizio del primo articolo, siamo riusciti, in primo luogo, a mettere in pratica il metodo analogico e l’abbiamo applicato agli “Ateniesi di allora” e alla guerra che fece di loro i liberatori di tutte le popolazioni che vivevano al di qua delle Colonne d’Eracle dal dominio esterno di Atlantide. Abbiamo così visto che questo fatto storico, dal principio fino al suo epilogo, si è verificato in analogia con i Modelli divini e si è svolto in accordo con la volontà e provvidenza demiurgica, provvidenza che fissa per tutti gli esseri “i premi della virtù e della malvagità”. E’ dunque risultato immediatamente chiaro che gli Ateniesi “innalzarono il trofeo” solo in quanto rispecchiavano in quel tempo, in modo perfetto, per quanto sia possibile, la natura della Dea che presiede alla loro città e al loro stile di vita “secondo natura”, ossia quello basato sulla somma Virtù, sull’ “amore per la sapienza e per la guerra”: come ‘campioni’ dell’Ordine, recanti questo stesso ordine in se stessi, fecero fronte all’invasione causata dalla dismisura e dall’ingiustizia e, ovviamente, trionfarono. Dal momento che, in ogni ambito, finisce sempre per prevalere l’elemento migliore, il ‘mito di Atlantide’ serve anche a ricordare questo principio e a farne tesoro per il futuro: assimilandosi quanto più possibile all’elemento divino, unitario, intelligibile ed ordinato, senza corrompere il ‘seme divino’ presente in ciascuno (individui e Stati), senza farsi trarre in inganno dalla grande pluralità e ‘vastità’ dell’ Oceano della dissomiglianza e quindi senza farsi travolgere dall’hybris, si può affrontare senz’altro con eroismo il grande agone che devono combattere tutte le anime incarnate, certe della vittoria ormai, perché hanno come alleati Pallade Atena ed il Padre Zeus…

Daphne Varenya Eleusinia
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Categorie: Atlantide, Daphne Varenya Eleusinia, Filosofia, Hellenismo, Platone, Proclo, Solone

Pubblicato da Ereticamente il 16 Maggio 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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