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Un inguaribile egocentrico…

Un inguaribile egocentrico…
Di Mario M. Merlino
Lascio che il computer trovi pace dopo essere stato acceso durante tutto il giorno, anche quando me ne esco a fare la spesa o a passeggiare nei pressi di San Giovanni (dietro la statua del San Francesco e dei suoi discepoli in stato di adorazione verso il centro della cristianità – frutto della firma dei Patti Lateranensi – gli zingari e gli slavi fanno un mercatino clandestino di generi alimentari, frutto di mani leste nei supermercati, ed ‘io vagabondo’ e dallo spirito ‘irregolare’ – cosa diranno i cultori del fascismo tutti ligi e severi in servizio permanente effettivo dell’ordine costituito? – necessito di queste atmosfere. Da sempre. Prima ancora che, nell’estate del 1987, a cena in un triste ristorante di Bucarest, Emanuele bimbetto di nove anni ed io, con davanti un piatto desolatamente misero, ci vedemmo offrire pezzi di fegato bollito da una vecchia zingara che, con l’unica forchetta, serviva i suoi e noi turisti un po’ sprovveduti, commossa da quel ragazzino straniero dai grandi occhi affamati…).

E non mi va di prendere dagli scaffali qualche libro, di quelli magari già iniziati e lasciati incompiuti, o appoggiati ai piedi del letto, ad esempio, Il vento contro di Stefano Tassinari, ricostruzione romanzata dell’assassinio di quattro militanti trotskisti, fra costoro l’italiano Pietro Tresso, amico di Antonio Gramsci e fra i fondatori del partito comunista il 21 gennaio 1921 a Livorno, nell’autunno del ’43, in un campo partigiano nell’Alta Loira, ad opera dei comunisti proni agli ordini di Mosca. Uno dei tanti regolamenti dei conti noti e meno conosciuti, di cui la guerra civile in Spagna li visse protagonista feroce e spietata. Del resto Lev Trotsky era stato picconato a Coyoacàn in Messico nel 1940 da un agente di Stalin, che ne aveva carpito la fiducia. Un incidente di percorso, ben poca cosa, nel cammino verso la realizzazione dell’utopia nobile e generosa del comunismo, continuano a raccontare la favola i libri di scuola e quei professori, incanagliti da una dottrina ormai racchiusa in qualche cassonetto della storia, che dà loro il compenso ad un’esistenza rancorosa e da falliti…
E’ una delle prime notti in cui si sta bene con la finestra aperta, il cielo stellato, appoggiato alla ringhiera del balconcino. Uno di quei momenti in cui ci starebbe bene la sigaretta fra le dita se non avessi smesso, oltre venti anni fa, il 29 agosto del ’92 (ero in Romagna. Mi alzo presto, mi faccio la macchinetta piccola del caffè, dal frigorifero un tocco di formaggio, di quelli che si fanno facilmente acidi, scendo in strada per una passeggiata sul lungomare in bicicletta. Uno dei pochi momenti in cui la solitudine si popola di pensieri perché scrivere richiede lo spazio protetto dalle pareti, ma pensare ‘il passo lieve di danza’… Pedalo e già con la sigaretta accesa, una nazionale semplice, rigorosamente senza filtro. Un colpo improvviso di tosse, uno sbocco – che schifo! -, butto la sigaretta – no, non fumerò più! – e così è stato).
Josè Antonio, il giovane capo della Falange, aveva l’ardire, di cui i grandi sognatori e costruttori posseggono la linfa vitale in loro, di dichiarare come ‘la via più breve fra due punti è quella che passa fra le stelle’… Alzo la testa, da vecchio professore in pensione, amante le citazioni (prima che la memoria si perda in qualche luogo oscuro e tutto vada fluttuando immerso nella nebbia), potrei sentirmi prossimo ad Emanuele Kant che, in momenti di linguaggio poetico a lui ben rari, ricordava come ‘il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me’. Figlio di un umile sellaio, oggetto d’ironia per una quotidianità reiterata pignola quasi maniacale, dalla periferia del regno di Prussia (oggi Koenigsberg ha cambiato il suo nome e si trova in territorio russo), seppe intuire e scrivere grandi cose fra cui, appunto, quel sentimento di stupore che ci attanaglia e ci spaura di fronte alla vastità del cielo in una notte stellata ma anche l’orgogliosa e ostinata consapevolezza che noi soli, piccoli e finiti esseri, abbiamo la misura della grandezza, che solo per noi tutto questo ha un senso e, in fondo, ‘esiste’…(Qualche secolo avanti Cristo un sofista, Protagora, aveva già riconosciuto essere ‘l’uomo misura di tutte le cose’, aggiungendo nel medesimo frammento ‘di quelle che sono e di quelle che ancora non sono’).
Il sangue la carne le ossa, tutto qui. Scriveva Adriano Romualdi in un breve e ormai introvabile saggio su Drieu la Rochelle: ‘Di tutte le voci del mondo rimane soltanto, aperta sul tavolo, una traduzione delle Upanishad’. Là dove la sapienza arya coglie l’identità tra l’infinitamente grande, del Brahma, signore degli dei, e l’altrettanto piccolo, l’Atman che, racchiuso nel nostro corpo, accoglie il destino del mondo il suo cominciamento la sua dissolvenza (‘più piccolo del più piccolo seme di senape’). E tutto ciò prima di mistici occidentali quali Meister Eckhart o di filosofi. Di che altro dovrei avere bisogno? Eppure da qualche parte, simile a fastidiosa mosca, la ragione cerca d’insinuarsi con la sua logica le geometrie i calcoli del pro e del contro il suo volere e darsi risposte senza arrendersi alla bellezza del domandare in sè, mistero dell’essere sentiero del nulla.
Dalla cella del secondo braccio, carcere romano di Regina Coeli, ebbi a scrivere di un grido libero e di rivolta contro il cielo se fredde si fanno le stelle e contro la terra se aride si fanno le zolle, o qualcosa del genere. E, anche allora, dalla finestra potevo vedere (solo) un rettangolo di azzurro chè ‘le sbarre, o Signore, non riescono a nasconderci il cielo’(Brasillach, Salmo I, 28 ottobre 1944). Questa notte sono io, con le braccia appoggiate alla balaustra le dita incrociate fra loro come a raccogliere e proteggere nel loro cavo chissà quale piccolo e prezioso oggetto il corpo quasi proteso verso l’oscurità un leggero brivido di frescura eccessiva, io – ‘posso essere racchiuso in un guscio di noce e sentirmi un re nello spazio’ – e questa strana commossa serenità, la serenità fragile e facile alla commozione che è tipica dei vecchi. Forse la via più breve fra due punti, l’inizio e la fine della propria esistenza, passa per le stelle se l’abbiamo saputa rendere alta ed altra in nome di… magari di quel kaos interiore che ci consente vedere ed essere noi stessi delle ‘stelle danzanti’…
E se qui, in questo minuscolo spazio tra la parete e il vuoto, con il ritmo di una nota sola, bisbigliata,  ripetuta una cento mille volte, con il battito dei denti, con la mano a piedi nudi, derviscio ruotante nel deserto, un braccio proteso verso l’alto e l’altro ad indicare il basso, facessi di me stesso il solitario interprete di una danza capace di accogliere il qui e l’altrove l’ora e il tempo il fluire di più generazioni ogni metamorfosi apparente e delle cose l’immutabile essenza, vita e morte e il loro andare oltre e più avanti in questa notte di annunciata primavera?
(Già, ma ai lettori di Ereticamente, in fondo, cosa può fregare di queste mie impudiche confessioni?)
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Categorie: Brasillach, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 11 Aprile 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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