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Napoleone

Napoleone
Di Mario M. Merlino
In guerra, il miglior calcolo del genio è l’audacia’, leggo. (Aggiungo che, spoglio il termine dal suo vitalismo, dal sapore della polvere da sparo e dal ritmo dei tamburi, ciò vale per chiunque e in qualsiasi circostanza. Quante donne sono entrate in me, fugace visione di uno sguardo, e ho buttato via l’occasione di costruire con loro un intreccio, magari incontrate sul tram o fra i banchi del mercato, solo perché ho esitato, ho perso l’attimo per un moto di pudore o chissà per quale altra forma di ritrosia…).

Leggo da Napoleone – Giudizi e pensieri, il primo di una collana dal titolo I grandi di tutti i tempi, ed. Mondadori 1965, libricino dalla copertina rossa e rigida, di cui non ricordavo affatto il possesso. Una antologia di pensieri, appunto, con tutto l’arbitrio della scelta del curatore, che mi confermano di come sovente siano banali gli uomini che hanno segnato la storia quando si danno a cercare l’immortalità nella frase da scolpire nella dura pietra (Un tempo mi soffermavo volentieri davanti alle iscrizioni a firma del Duce e mi riempivo la mente e il cuore del loro lapidario dire; oggi per riflettere di come sono stupidi e vani gli antifascisti e di come il marmo sia refrattario alle forme dell’ottenebramento degli uomini. Questi ultimi illusi di vincere il tempo e destinati, al contrario, a scomparire).

Si tramanda come il grande compositore Ludwig van Beethoven, alla notizia che Napoleone s’era proclamato imperatore, stracciaivoltaresse la dedica della sua terza sinfonia, che a lui era dedicata e, genericamente, la volgesse ad un eroe qualsiasi. L’Eroica, appunto. L’uomo, preda del tempo e del momento storico (dice lo stesso Napoleone: ‘In generale gli uomini sono fatti dalle circostanze’, riprendendo l’Ecclesiaste e prima che Marx lo riducesse ad un prodotto delle condizioni sociali). Poi, con l’avvento dei 33 giri e dei CD, la copertina del disco riprodurrà il quadro di Jacques Louis David (1800) con il generale Bonaparte a cavallo, avvolto in un mantello giallo, mentre attraversa le Alpi al Gran San Bernardo, proteso ad indicare la via per la conquista dell’Italia… E, chissà, se il titano della musica si sente rivoltare da tale arbitrario accostamento!

Per un istante vide calare la notte sulla tetra pianura del 18 giugno 1815 e la fattoria della Belle-Alliance gli apparve, circondata di fumo… Anche laggiù era la fine. A che pro spiegare ai suoi camerati che, per gli storici tedeschi, la Belle-Alliance era Waterloo’. Da I leoni morti di Saint Paulien che fu libro di formazione per molti di noi e che venne ad alimentare il mito della battaglia di Berlino, mito caro ad Adriano Romualdi che, ’68 e dintorni, si illuse essere da contrappeso agli slogan della contestazione. E quel libro si lega alle mie vicende processuali, a quel pomeriggio del 12 dicembre, poche ore prima d’essere arrestato. Fu lì, presso quella fattoria, che, calando la sera, forse per la prima volta, Napoleone si fece incerto e diede ordine di sospendere i combattimenti e di riprenderli il mattino successivo, consentendo agli inglesi, ormai allo stremo, di riorganizzare le forze. (I leoni morti con cui, riuscendo alfine a convincere un Vopo al valico di frontiera, il check-point Charlie, mi misi inutilmente a cercare nella Berlino orientale, oltre il muro, i luoghi dell’epopea degli ultimi difensori di Berlino, i combattenti della Charlemagne).

Per anni, insegnando storia, ho letto la figura di Napoleone quale proseguo di quella conquista politica della borghesia, iniziatasi con la convocazione degli Stati Generali in Francia nel 1789. Nel furore delle fazioni in lotta fra loro nella volontà di emergere della classe nuova nella conquista di nuovi territori e mercati un uomo geniale ha saputo coagulare intorno a sè tutte le forze, misura del tempo e dei bisogni, e mostrare come, qualunque sia la nostra valutazione lo schierarsi (ho sempre avuto particolare ammirazione per il ‘diavolo zoppo’, come lo definisce Sergio Romano e Napoleone pur servendosene ‘Siete merda in un guanto di seta’, cioè il Talleyrand così per il principe di Metternich – vi sono delle pagine esemplari ne La rovina di Kash di Roberto Calasso, nonostante provenga da famiglia risorgimentale), vi sono uomini che incarnano la storia o, se si vuole essere hegeliani, la storia abbisogna di uomini simili.

Vi è, però, un’altra citazione, che vorrei prendere in considerazione, nella sua estrema sintesi: ‘La storia dipinge il cuore dell’uomo’. Dipingere è il dare vita, caratterizzare qualcosa che già si propone, certo, ma ancora in forma indistinta. Come i soldatini di gesso che, logorati dall’uso, armato di pennello e colori diluiti nell’acqua, rivitalizzavo da bambino. (Nel dramma l’Aiglon di Edmond Rostand, il cameriere dipinge di nascosto i soldatini del figlio di Napoleone, di fatto in stretta sorveglianza in una villa dell’Impero asburgico, con i colori dell’esercito francese affinché rimanga nella memoria del principe bambino il senso d’appartenenza alla patria lontana e sconosciuta).

Dipingere il cuore non la mente. La storia non si rivolge alla ragione ma là dove i nostri sentimenti si dipartono. La ragione immutabile, quale luogo privilegiato del conoscere idee e concetti, se ne frega elevando il qui ed ora a categorie eterne, se ne frega delle passioni che nascono e ci travolgono e muoiono dove lo scorrere dei giorni si snoda. Illusa, va da sè, perché o la storia è meramente inquietudine e kaos e, quindi, priva di finalità, cioè in totale assenza d’ogni logica e casualità; oppure è la dove l’azione umana trova adempimento, nulla contando l’esito, perché ci si gioca tutto e niente, il tempo quale cifra dell’uomo con i sentimenti le ragioni le illusioni e gli inganni prede tutti del contingente. (E, qui, Napoleone, simile a Cortès il conquistatore brucia le navi delle sue origini illuministe per approdare sui lidi ancora ignoti del romanticismo).


In fondo – a fondo di queste note – rimane l’interrogazione ultima sul senso delle azioni umane e sulle azioni umane in quanto tali. Liberi da atti di adorazione sudditanza giustificazione tentazioni consolatorie. Sempre da Napoleone traggo questa massima: ‘In guerra, quelle che mancano sono sempre le scarpe’. Noi, soli e felici e vagabondi, abbiamo attraversato le strade d’Europa a piedi in autostop dormendo negli ostelli in sale d’attesa di stazioni o avendo per tetto direttamente il cielo stellato (dalla Romania sono tornato con fogli di giornale arrotolati ai piedi, avendo regalato ogni paio di calzini, per evitare vesciche con gli scarponi). Abbiamo appreso che le nostre emozioni, il sangue le ossa e la carne, vivono e ci parlano e antecedono sovente i pro e i contro del pensiero calcolante. Così abbiamo costruito la nostra storia, senza metafore e metanoie, con o senza l’audacia del genio?, e abbiamo dipinto il cuore, fin dalla nostra adolescenza, con il colore nobile e guerriero del nero…
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Categorie: Merlino, Napoleone

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 20 Aprile 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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