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Lettere da Stalingrado

Lettere da Stalingrado
Di Mario M. Merlino
Diversi anni fa realizzai, non da solo, un incontro di parole e musica, a cui demmo titolo ‘La spada spezzata’. Prendemmo le mosse dal poeta greco Tirteo che fu cantore di Sparta (secondo la leggenda egli era cittadino ateniese, maestro di scuola e zoppo, inviato a scherno a difesa della città, di fatto uno spartiate: ‘Voi siete della razza di Eracle…Non vi spaventi il numero, non abbiate paura/davanti ai primi stia dritto lo scudo/e odiate la vita!…’) fino all’ultima poesia di Pierpaolo Pasolini, dal titolo Saluto e augurio, scritta in friulano, dove egli affidava ad un giovane di destra, di quella ‘Destra divina che è in noi’, la difesa dei valori e dei luoghi del mondo contadino a lui tanto cari da opporli all’industrializzazione e ai suoi guasti ambientali e morali.

Fra i brani selezionati ritrovo, sotto una pila di carte, la fotocopia tratta da Ultime lettere da Stalingrado, Einaudi, 1958. E ve la propongo così come l’ho davanti a me, nella sua interezza, magari facendo una piccola chiosa tanto per mantenere il ruolo di ‘protagonista’… E la si legga a contributo di questi giorni dove la nostra memoria non si sottrae – non vuole cedere alla facile comoda dimenticanza – a tornare là dove il nostro cuore s’indurì commosso e altero per la sorte infame assegnata ai ‘vinti’ (la fotografia di Gina, ausiliaria della Guardia Repubblicana, caduta in mano ad un branco di bestie dal nome di ‘partigiani’ è la risposta più eloquente di chi non è stato domato e rimane al servizio dell’Ideale!).

‘…Da questa maledetta città ti ho già scritto ventisei volte e tu mi hai risposto diciassette lettere. Ora ti scrivo ancora una volta e poi mai più. Ecco, l’ho detto, ci ho pensato a lungo cercando la maniera di formulare questa frase così importante e dirti tutto in modo, però, da non farti tanto male. Mi congedo da te, perché la decisione è stata presa già da stamattina. Non voglio toccare nella mia lettera l’aspetto militare della questione: è un fatto che riguarda solo i russi. Si tratta soltanto di vedere per quanto tempo ancora noi dureremo: ancora un paio di giorni o un paio di ore. Abbiamo davanti agli occhi la nostra vita. Ci siamo rispettati e amati e abbiamo atteso per due anni. E’ stato giusto, in un certo senso, che il tempo ci abbia diviso: ha aumentato il desiderio di rivederti, ma ha pure facilitato di molto il distacco. Ed è il tempo che può rimarginare la ferita per il mio mancato ritorno. In gennaio avrai ventotto anni, è ancora un’età molto giovane per una donna tanto bella, ed io sono contento di averti potuto fare questo complimento. Sentirai molto la mia mancanza, ma non sfuggirai gli altri per questo. Lascia passare un paio di mesi, ma non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli, non darti troppa pena per il loro padre. I bambini dimenticano in fretta, soprattutto alla loro età. Guarda bene all’uomo che scegli, sta’ attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa. Una cosa soprattutto: educa i bambini a diventare gente che può camminare a testa alta e che può guardare in faccia a tutti. Ti scrivo queste righe col cuore pesante. Del resto tu non mi crederesti, se ti dicessi che mi è facile scrivere così, ma non ti preoccupare, non ho paura di ciò che avviene. Ripetilo sempre e continuamente, e anche ai bambini, quando saranno più grandi, che il loro padre non è mai stato un vigliacco e che anche loro non dovranno esserlo mai’.

Un soldato tedesco, un anonimo combattente nella sacca di Stalingrado, un soldato europeo sul fronte dell’Est… e tanto basta. Non conta dove quando e quale feldgrau s’indossi, conta il cuore e la mente. Il cuore di chi non si arrende; la mente di chi conosce il perché e dà senso alla propria battaglia, al comune destino… e mi tornano a mente i versi della canzone Camerata Richard e, purtroppo, anche l’8 settembre che ruppe quello spirito, quella comunione di chi ‘camerati d’una sorte,/chi divide pane e morte,/non si scioglie sulla terra!’… Beh, il volontariato disperato spontaneo eroico dei tanti, giovani e giovanissimi, squadristi della prima ora, quel ‘partito di combattenti e di credenti’, noi non lo dimentichiamo e sappiamo che fu ben più numeroso di altri momenti di volontarismo della nostra storia e di cui ci si fa onore e vanto… E, sebbene disconosciuto,rappresenta il riscatto del tradimento il lavacro purificatore la dignità di un popolo, nonostante tutto e comunque.

Vi è in questa lettera, direbbe Ezra Pound, una straordinaria armonia di sentimenti che la rendono poesia: vi è il senso della rinuncia, liberamente determinata, di fronte all’ineluttabile che fa dell’uomo dignità sovrana – scegliere pur sapendo d’essere scelto dal tempo e dalle circostanze –; vi è l’amore che trascende l’ultimo legame per divenire animo grande, dono di un se medesimo che ormai conosce solo il riconoscere nell’altro la propria vita prossima ad essere negata; vi è uno scatto d’orgoglio che, tramite la memoria (ciò che, effimero bene, ci illude e ci conforta nel nostro avvertire la condizione d’esseri finiti anelanti l’eterno) urla oltre le macerie la neve il rombo del cannone oltre gli anni a venire, nel divenire di quella propria carne e proprio sangue (così sentiamo i nostri figli), che ci fu un soldato un uomo che non conobbe la parola ‘viltà’, estremo rifugio ed eredità…

Ecco:‘Guarda bene all’uomo che scegli, sta’ attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano’ – gli occhi, le mani… E’ questo il linguaggio del corpo di cui sovente mi soffermo a parlare. Con eleganza, certo, con garbo. Penso alle prime pagine de I sette colori dove i protagonisti percorrono il piccolo cimitero di Saint Germain de Charonne, che diverrà del suo autore luogo ultimo e rasserenante, e disvelano il sentimento che sta nascendo in loro. La lievità del gesto rammemorante rende ancor più struggente l’addio e di questo addio dobbiamo essere tutti noi fieri perché appartiene a quella razza di cui ci siamo nutriti e di cui conosciamo le comuni vie segrete del cuore come il valore e le idee che ci siamo sforzati di testimoniare…
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Categorie: Germania, Guerra, Merlino, Russia, Stalingrado

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 28 Aprile 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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