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Il Paradiso Iperboreo

Il Paradiso Iperboreo

 Di Michele Ruzzai

Avevo concluso il precedente articolo “Discontinuità nella nostra Preistoria” accennando alla “Beringia”, l’antico istmo che anticamente si trovava dove ora c’è lo Stretto di Bering e che univa la Siberia orientale con l’Alaska.
  
Io credo che rivestano una notevole importanza i dati relativi a questa zona ed alle aree prossime (come ad esempio il già citato sito di Old Crow) anche perché è stato ipotizzato, soprattutto da parte di studiosi russi, che la Beringia abbia avuto un’estensione ben più ampia di uno stretto corridoio emerso; visti gli attuali bassi fondali del Mar Glaciale Artico, che a nord della Siberia e dell’Alaska presenta in media profondità inferiori ai 200 metri (lo zoccolo continentale del Mare dei Ciukci e dello stesso Stretto di Bering ha addirittura profondità non superiori a 45-55 metri), è certo che,  per effetto della glaciazione in atto ed il conseguente abbassamento generale del livello oceanico, risultava emersa un’enorme area posta tra la penisola siberiana del Taymir ed il Canada nordoccidentale. Un’area che ora è ora coperta dal Mare di Laptev, dal Mare Siberiano Orientale, dal Mare dei Ciukci e dal Mare di Beaufort. Inoltre, anche considerando i valori medi della temperatura mondiale, che al tempo erano certamente più bassi rispetto ad oggi, e la vicinanza geografica al Polo Nord, sembrerebbe che la Beringia, sorprendentemente, abbia beneficiato di condizioni climatiche temperate – migliori di quelle attuali dello stretto di Bering – con temperature estive superiori ai 10 °C e la presenza di una consistente vegetazione composta da abeti, betulle e pioppi la cui presenza, più a nord dei loro limiti attuali, indicherebbe che persistettero lunghi periodi di clima più caldo ed umido di quanto lo sia oggi. La cosa sembrerebbe confermata anche dal fatto che nella limitrofa Siberia orientale, tra il fiume Lena e lo stretto di Bering, il fenomeno glaciale fu estremamente ridotto – come peraltro anche in Alaska e nello Yukon – presentando solo ghiacciai sui rilievi montani e di modesto spessore.

   

Dal punto di vista antropologico, sta anche prendendo sempre più corpo l’idea che, in tempi preistorici, il ruolo giocato da quest’area sia stato molto più importante di quello di semplice punto di passaggio dall’Eurasia all’America; infatti, con il nome “Out of Beringia” è stato recentemente denominato un modello secondo il quale si ipotizza che popolazioni rimaste stanziali in zona per un lasso non trascurabile di tempo, abbiano ivi subito un processo piuttosto marcato di diversificazione genetica, per partire solo in un secondo momento, ed a scansioni diverse, verso mete più meridionali, sia in direzione sudorientale che sudoccidentale. E’ evidente come, dal nostro punto di vista “boreale”, tale ipotesi sia estremamente interessante: anche se la teoria “Out of Beringia” non viene posta in reale alternativa alla “Out of Africa” (sulla quale tornerò in seguito), ma ne sottolinei al massimo una funzione di “centro di smistamento”, che fu importante ma pur sempre secondario, a mio avviso ciò non toglie che ci troviamo davanti ad un’ipotesi comunque non trascurabile di “culla” umana posta a latitudini significativamente elevate, che non mi risulta prima fossero mai state teorizzate dalla moderna ricerca scientifica.

Dallo Stretto di Bering, procedendo verso ovest, troviamo ancora diverse evidenze di presenza umana di età paleolitica a latitudini piuttosto elevate, che, anche se meno antiche di quelle di Old Crow nello Yukon, vanno tenute in debita considerazione per avere una panoramica completa dell’Artide antica.

In Siberia orientale il sito di Berelekh, posto a 70° gradi di latitudine, risalirebbe a 30.000 anni fa e dimostrerebbe che il delta del fiume Yana un tempo doveva essere più caldo di oggi, con vegetazione tale da sostenere erbivori di grossa taglia e quindi anche l’insediamento umano. Più ad ovest, Klein segnala ritrovamenti situabili tra 35.000 e 20.000 anni fa in prossimità del fiume Lena, quali Ejantsy (o Ezhantsy), Ust-Mil, Ikhine nel bacino di Aldan, mentre Kozlowski sottolinea come durante l’interglaciale di Kharga, che intercorse tra 36.000 e 22.000 anni fa e separò le due glaciazioni wurmiane della Siberia (la Zyrianka e la Sartan), vi fu una progressiva occupazione umana in area asiatico-nordorientale. Ancora Klein segnala altri siti riconducibili al Paleolitico Superiore (ma di antichità non meglio specificata) posti all’intersezione tra i monti Urali ed il Circolo Polare Artico, mentre altre fonti citano una presenza umana risalente a 40.000 anni fa nella Finlandia nord-orientale, ed ancora in Siberia oltre il Circolo Polare, ma andrebbero sottoposte ad ulteriori verifiche per definire meglio le aree in questione. Kozlowski situa genericamente tra 45.000 e 30.000 anni fa la “rioccupazione” umana della grande pianura europea fino al bacino del fiume Pechora (Russia settentrionale, anch’esso oltre il Circolo Polare Artico), datando a circa 25.000-26.000 anni fa il sito di Byzovaya nella zona degli Urali settentrionali. Infine, nella penisola di Kola in territorio russo, ricordiamo che nel 1997 il ricercatore Valerij Diomin rinvenne reperti risalenti forse a 20.000 anni fa dei quali poi stranamente non si seppe altro….

Ma, anche a prescindere dagli insediamenti umani, dal punto di vista ambientale e di quanto può essere osservato dall’analisi dei terreni, della paleovegetazione e delle faune presenti al tempo, sembrerebbe confermato che durante l’ultimo massimo glaciale (circa 20.000 anni fa) non fossero glacializzate le penisole siberiane di Jamal e Tajmyr, e quindi è molto probabile che non lo siano state nemmeno durante le fasi meno acute del wurmiano; inoltre, ancora più a nord di queste, sono state ritrovate zanne di mammuth risalenti ad un periodo tra i 25.000 ed i 19.000 anni fa, segnalando quindi indirettamente la presenza di un ambiente temperato e sicuramente adatto alla presenza umana. Evidenze simili, ed anche più antiche, sono state riscontrate all’estremo nord della Norvegia, oltre al Circolo Polare Artico, dove sono emerse ossa di lupo ed orso, databili forse a 42.000 anni fa, in una zona che invece si pensava stabilmente occupata dalla calotta glaciale. In un’area ancora più nordoccidentale, tra le varie isole del Mar Glaciale Artico che durante il Wurm sembrano non aver subito un raffreddamento ininterrotto, presentando anzi vegetazione e fauna che, almeno per lunghi periodi, fu compatibile con un clima temperato, si possono ad esempio citare la Groenlandia settentrionale – in pratica, la terra emersa più vicina all’attuale Polo Nord – che pare aver beneficiato di favorevoli condizioni fin da circa 50.000 anni fa, l’Isola di Baffin, con significativi reperti vegetali di circa 30.000 anni fa, e l’Isola di Lewis, al largo della costa nord-occidentale della Scozia, che tra 37.000 e 23.000 anni fa non risulta essere stata colpita dal fenomeno glaciale.

Le temperature, sorprendentemente calde rispetto ad oggi, rilevate durante il wurmiano su vari settori costieri ed insulari dell’Artide, sono ovviamente connesse a quelle che dovettero essere le condizioni termiche ed idrografiche del Mar Glaciale: in conseguenza del generale abbassamento del livello oceanico, il bacino fu molto più chiuso di quanto non sia già oggi perché, oltre a mancare del tutto lo sbocco verso l’Oceano Pacifico, per la barriera costituita dalla Beringia, anche nella zona di contatto con l’Oceano Atlantico vi fu probabilmente una vasta area di terre allora emerse nel settore tra Groenlandia, Islanda, Faroer e forse Scandinavia, che successivamente, in concomitanza con un periodo relativamente più freddo verificatosi tra circa 40.000 e 30.000 anni fa, iniziarono progressivamente ad inabissarsi (concludendo tale movimento forse attorno ai 6-7.000 anni fa; è un argomento sul quale torneremo in futuro). Varie analisi del fondale del Mar Glaciale Artico evidenzierebbero, infatti, che al tempo il bacino risultava essere relativamente temperato, almeno in prossimità delle coste siberiane, norvegesi e groenlandesi (quanto meno nel periodo tra 32.000 a 18.000 anni fa, secondo studi di Saks, Belov e Lapina). Inoltre, è stato giustamente rilevato che la superficie marina artica non può essere stata ininterrottamente coperta, come oggi, da una compatta banchisa polare, perché in tal caso non si sarebbe potuta verificare l’evaporazione acquea necessaria ad alimentare le precipitazioni nevose alle alte latitudini che hanno creato e mantenuto le grandi coltri di ghiaccio delle calotte.

Delle calotte glaciali, poi, è stata notata la distribuzione fortemente asimmetrica ed eccentrica rispetto al Polo Nord attuale, tanto da far ritenere alcuni studiosi che ciò potesse essere indicativo di una variazione, intervenuta nel corso del tempo, della posizione geografica del Polo (ipotesi sostenuta da Hapgood e da Wirth ma non da Tilak, e che qui mi limito solo segnalare senza ulteriori sviluppi, vista l’estrema incertezza che riguarda questo punto); in effetti vi furono aree completamente glacializzate a latitudini relativamente basse, mentre altre, come abbiamo visto, apparentemente non ne vennero mai interessate, pur trovandosi a latitudini molto elevate, probabilmente per la concatenazione di una serie di fattori di carattere altimetrico, topografico o di prossimità al mare. A titolo di esempio ricordiamo in nordamerica, tra Illinois e Minnesota, una zona di 26.000 kmq che, pur completamente circondata dalla coltre del Wisconsin, rimase sempre libera dai ghiacci. Calotte, quindi, dallo sviluppo estremamente irregolare ed i cui margini possono aver favorito, come forse avvenne con maggior probabilità nell’Asia nordorientale, la creazione di aree relativamente circoscritte favorevoli all’insediamento e, per qualche periodo, all’isolamento umano; ma, ciò, in condizioni molto diverse da quelle della tundra attuale, che costringe gli odierni cacciatori di renne in un paesaggio estremamente spoglio e quasi senza vegetazione, al contrario di quello che invece sembra essersi presentato nel Paleolitico Superiore. Se è consentito un parallelo biblico, una sorta di “giardino” che poteva sembrare appositamente creato da una divinità benevola all’interno di una più vasta area inospitale, quale viene descritta la terra di Eden.

Dal punto di vista paleoclimatologico, la glaciazione wurmiana è stata suddivisa in varie fasi sulla base delle analisi isotopiche dell’ossigeno. Lo stadio n. 3 (da 59.000 a 24.000 anni fa) secondo Klein deve aver offerto temperature relativamente miti ed, in quest’arco di tempo, Clark segnala tra 50.000 e 40.000 anni fa l’interstadiale (intervallo particolarmente temperato) denominato Laufen / Gottweig; ancora più specificatamente, Brezillon indica il periodo di Peyrards, tra 44.000 e 42.000 anni fa, che sembra corrispondere all’oscillazione climatica calda di Laufen. Tale lasso di tempo, per le datazioni già proposte nell’articolo precedente, a mio avviso potrebbe corrispondere alla fase di transizione tra Paleolitico medio e Paleolitico superiore o, quantomeno, evidenziare un momento particolarmente favorevole per la circolazione dei primi gruppi umani ad elevata latitudine, in aree ancora sopra il livello marino ma magari non più, o non ancora, glacializzate ed inaccessibili.

Oltretutto, mi sembra plausibile che il modello di un’origine boreale delle prime migrazioni umane si sia strutturato in modo notevolmente diverso da quello immaginato dalla teoria “Out of Africa”. Questa, infatti, prevede l’ipotesi di piccoli gruppi di migranti che si sarebbero spinti sempre più lontano dall’Africa, portando con sé solo una frazione della variabilità genetica globale, in gran parte però rimasta nel continente-madre fino ai giorni nostri. Al contrario, nell’ipotesi boreale, a mio avviso non sarebbero stati solo pochi uomini a lasciare la zona originaria attorno a 52.000 anni fa, ma ne sarebbe uscito un numero molto maggiore, probabilmente a causa di un primo evento macrocosmico e geoclimatico che in quel periodo colpì la zona artica (sul quale torneremo più avanti), in modo da spopolarla in larga misura fin quasi dall’inizio della sua occupazione. Infatti, se per l’Africa le attuali evidenze genetiche che, come vedremo, vengono lette a sostegno di un’origine umana sub sahariana potrebbero essere in buona parte falsate da meccanismi di carattere demografico (per esempio, una elevata densità di popolamento intervenuta in tempi mediamente recenti) è chiaro che una simile distorsione interpretativa non può applicarsi alle attuali aree artiche, che oggi risultano quasi del tutto disabitate o sono state ripopolate in tempi più recenti di quelle africane, peraltro non da popolazioni ivi originatesi ma adattatevi solo da pochi millenni; è, ad esempio, il caso degli Inuit, di evidente origine mongolide e quindi non particolarmente antica.

In altre parole, credo che l’Artide attuale non possa più rivelare chiare tracce genetiche del suo passato, perché nel corso del tempo è stata sottoposta ad una dinamica demografica (che più avanti cercheremo di approfondire) riassumibile nella probabile sequenza:

·       Primo Grande Anno: antropogenesi “incorporea” e conseguente assenza di tracce fossili
·       Inizio Secondo Grande Anno: corporeizzazione umana e prime ondate migratorie, in più fasi
·       Fine Secondo Grande Anno (e fine Età Paradisiaca): ulteriore e quasi completo spopolamento
·       Tempi recenti: scarso ripopolamento da sud.
Una cancellazione delle tracce molecolari che, ad esempio, è stato già stata effettivamente riscontrata su scala più ridotta per le migrazioni paleolitiche avvenute da est verso l’Europa, le cui evidenze si sono praticamente perse a causa, anche qui, delle varie fasi della glaciazione wurmiana, che hanno causato una massiccia ridislocazione di popolazioni verso sud ed il conseguente rimescolamento del quadro locale.

Ma se ormai, a livello molecolare, forse ben poco può essere ricostruito nel Nord del mondo, se non tenendo in considerazione il significativo dato generale che evidenzierebbe una velocità nettamente inferiore di accumulo delle mutazioni genetiche degli organismi viventi alle latitudini più elevate rispetto a quelle tropicali (con tutto ciò che consegue in merito all’attendibilità del cosiddetto “orologio molecolare” ed alla costruzione degli “alberi evolutivi” che raffigurano la reciproca posizione filetica delle odierne popolazioni umane), qualche traccia di carattere bioantropologico ancora permane, se è vero che, ad esempio, Giuffrida-Ruggeri negò l’ipotesi di un origine tropicale dell’uomo propendendo invece per una zona nettamente più boreale, rilevando un miglior adattamento umano ai climi meno caldi, che in effetti dovrebbero corrispondere all’ambiente nel quale venne alla luce, o dove rimase immerso per un periodo non breve. Impostazione recente confermata (Le Scienze, ottobre 2005) anche dal fatto che, al contrario di quanto finora sembrava stabilmente acquisito, i nostri diretti antenati avrebbero evidenziato, rispetto alle popolazioni neandertaliane, migliori attitudini a fronteggiare il clima rigido dell’Europa glaciale; e ciò anche in considerazione dell’assenza di siti di cultura mousteriana (attribuibili ai Neanderthal) a nord dei 45 gradi di latitudine, mentre invece, come abbiamo visto, reperti riconducibili al Paleolitico Superiore, e quindi “Sapiens”, sono stati rinvenuti fin oltre al Circolo Polare Artico.

Ma siccome, a mio avviso, l’approccio scientifico deve necessariamente accompagnarsi a quello tradizionale, non si può non notare, come Guenon evidenzia, che anche nei miti di ogni latitudine si trova l’affermazione di una Tradizione Primordiale giunta chiaramente dalle regioni iperboree, mentre Evola in “Rivolta contro il mondo moderno” offre una ampia carrellata delle varie terre poste nell’estremo Nord e menzionate in tanti corpus tradizionali.

Ricordiamo rapidamente Shambhala nella tradizione buddista tibetana, o la terra abitata da uomini “trascendenti” nella tradizione cinese. Poi Henry Corbin ci segnala Hurqalya nella gnosi islamica e significativamente ridefinisce in termini più corretti l’equivoco concetto di “Ex Oriente Lux” (argomento già opportunamente messo in luce anche da Fabio Calabrese), in quanto l’Oriente di riferimento, da intendersi in senso lato, corrisponde in realtà al Nord, solo in rapporto al quale deve essere stabilito, appunto, ogni corretto “orientamento”. Addirittura anche nel vecchio testamento (Isaia 14,13) si trova qualche traccia in questa stessa direzione, in quanto la dimora di Yahweh viene descritta sul “monte dell’assemblea” – quindi, evidentemente, al pari di altri Numi – che si trova “nelle parti più remote del settentrione” dove anche Lucifero vuole dimorare e farsi pari al Principio: quindi anche “luogo” dove si consuma il suo atto di ribellione, da cui infatti deriva la connotazione negativa che successivamente segnerà il Nord come “direzione del Male”.

Un interessante fenomeno di inversione semantica che si trova pure nella tradizione norrena: anche qui vi è una sede boreale, Asgard, posta in una “terra di mezzo”, Mitgard, che come Evola ricorda fu identificata con la regione nordico-continentale del Gardarike (o forse anche con la Groenlandia), tradizione nella quale è però anche presente l’idea che l’ingresso del cupo e nebbioso Niflheimr si troverebbe proprio sotto al Polo Nord. In pratica, una sovrapposizione della sede infernale con la terra artica, che anche Renè Guenon rileva analizzando la funzione del titano Kronos: identificato con il dio “positivo” dei felici Iperborei ma portatore anche di un lato malefico (che però non è l’unico; su Kronos torneremo in futuro) che verosimilmente nasce proprio dalla scomparsa del mondo iperboreo, in virtù del rivolgimento che tramuta in “terra dei morti” ogni “terra degli dèi” che si occulta.

Per rimanere nel corpus tradizionale greco, è anche notevole il fatto che sussistano due distinti miti “nordici”, quello di Thule e quello della terra degli Iperborei: secondo l’interpretazione di Levalois Iperborea sarebbe stata molto estesa sia in latitudine (dal Polo al Circolo) sia in longitudine (dalla Groenlandia alla porzione settentrionale dell’Eurasia), abbracciando un territorio che forse non fu nemmeno in continuità e magari comprese l’arcipelago delle “quattro isole a Nord del mondo”, con Thule che ne sarebbe stata la quinta, al centro. Invece secondo De Anna le due entità andrebbero tenute più separate, riservando a Thule una zona più nordatlantica o forse anche corrispondente alla Norvegia centrale, mentre invece la terra degli Iperborei potrebbe localizzarsi in un’area del nord eurasiatico, quindi più orientale. Ma forse la Thule collocata nel nord Atlantico, che nel mito potrebbe corrispondere all’isola di Ogigia e situarsi non troppo lontano dall’attuale Islanda, se non a latitudini ancora inferiori (Plutarco di Cheronea, ad esempio, la indicava ad occidente della Britannia) è solamente un riflesso secondario e derivato della vera e propria Thule polare, quella che, citando Omero, Guenon dice trovarsi là “dove sono le rivoluzioni del sole”: una terra nota anche come “Siria primitiva”, dove il sole non tramonta mai e che, non a caso, viene situata proprio “al di là di Ogigia”. Quest’isola nordatlantica potrebbe invece essere la zona originaria dei Celti, che fanno spesso un riferimento più diretto e preciso alla direzione di nord-ovest. Tale sovrapposizione di significato è stata ricordata da Evola ma, ancor di più, da Guenon, che pur accettando l’esistenza di un’Atlantide settentrionale e di una ancora più meridionale, sottolinea come “la stessa Atlantide settentrionale non aveva nulla di iperboreo”. Sotto questa luce va quindi interpretata la zona di origine, ad esempio, dei vari popoli mesoamericani (come i Toltechi), i quali ricordano una Tula che probabilmente è proprio quella nordatlantica (quindi diversa dalla Thule iperborea) e forse più attinente a quella dei Celti e dei Greci; non è infatti un caso se la sovrapposizione di significato tra i due concetti è così consolidata da far collegare, per Jean Richer, la stessa Iperborea ellenica alla direzione di nord-ovest. Tracce di una commistione che sono ravvisabili anche in Omero, il quale collocò Atlante nel paese degli Iperborei nel Nord del mondo dove si trovavano le possenti colonne che sorreggevano il tutto, quale esito finale della Titanomachia avvenuta al termine dell’Età Paradisiaca (di cui al mio primo articolo “La fine dell’età primordiale e la Caduta dell’Uomo”).

Questa localizzazione plurima si ritrova anche nella cosmografia indù, che cita il continente primordiale Ilavrita, con il monte Sumeru centrale, ma anche una terra successiva – Uttarakuru “Terra settentrionale” – non più letteralmente polare, o almeno circumpolare, ma semplicemente nordica e forse legata più al nord-ovest (ma altri elementi potrebbero invece rimandare piuttosto al nord-est, dove talvolta viene posta la sede di Indra), con le caratteristiche del primo che sarebbero state incorporate in quest’ultima. Una pluralità che, per certi versi, sembra ritrovarsi anche nei vicini iranici, che ricordano la loro Airyanam Vaejo la quale, pur situata ad elevate latitudini, dovrebbe tuttavia rappresentare una prima stazione di discesa successiva alla zona più prettamente polare; qui, infatti, i dieci mesi illuminati ed i due oscuri ne dovrebbero denotare una posizione non più centrale ed, oltretutto, un tempo ormai segnato dal ciclo stagionale, quindi anche post-edenico.

Sovrapposizione di localizzazioni plurime – tutte però accomunate dall’elevata latitudine boreale – che potrebbe stare a significare una commistione di ricordi tra la fase più antica, primordiale e letteralmente polare (probabilmente connessa al momento androginico ed incorporeo del Primo Grande Anno, di cui il precedente articolo “Il Polo, l’incorporeità, l’Androgine) e quella successiva, più o meno “circumpolare” ed ormai “fisicizzata” del Secondo Grande Anno, in merito alla quale, ad esempio, sembrerebbero particolarmente attinenti gli accenni di Duns Scoto che riteneva mortale l’uomo anche nel Paradiso Terrestre o di Frithjof Schuon, per il quale lo stesso Paradiso Terrestre era sito ormai nella dimensione corruttibile.

Comunque sia, oltre ai corpus tradizionali più strutturati delle cosiddette civiltà “superiori” non vanno dimenticati anche gli accenni mitici presenti anche tra molte altre popolazioni del pianeta. Ad esempio gli Zingari pongono il Paradiso Terrestre in Siberia, mentre simbolismi chiaramente legati all’idea del centro e dell’assialità si possono scorgere tra vari nativi nord-americani, i Pigmei Semag malesi, i Batak di Sumatra, il cui albero della vita presenta caratteristiche quasi identiche al frassino Yggdrasill della mitologia norrena. Nei suoi fondamentali studi sulle popolazioni africane, l’etnologo Leo Frobenius individuò elementi culturali che gli fecero ipotizzare un’antichissima civiltà dilagata dall’Islanda e dalla Groenlandia fino al confine meridionale della terra abitata, ricollegandosi addirittura con Boscimani e Pigmei e ponendo quindi in contatto le ritualità del paleolitico africano con quelle del paleolitico europeo. Forse anche arrivando a trasportarsi dietro pure qualche toponimo, come può essere successo con il nome di “Tula”, che corrisponde ad una località sita nell’Africa centro-occidentale.…

Ma, oltre al Mito ed al ricordo diretto dei popoli, il tema delle origini boreali fu trattato anche da diverse e dotte teorizzazioni successive; per sommi capi, il primo Medioevo vide quelle di Paolo Diacono, che sostenne essere imponente il numero di popoli originati sotto il Polo dell’Orsa, nel XVI secolo quelle di Guglielmo Postel che poneva il Paradiso Terrestre proprio sotto il Polo artico e nel XVIII secolo quelle di Jean Sylvain Bailly, con le sue ipotesi sulle origini nordiche della civiltà umana. In tempi a noi ancora più vicini, i principali autori che intervennero sull’argomento furono William Fairfield Warren, che alla fine del XIX secolo scrisse “Paradise Found. The cradle of the Human Race at the North Pole” (molto citato in questo genere di studi ma purtroppo mai tradotto in italiano), Bal Gangadhar Tilak che nei primi del ‘900 pubblicò “The Arctic Home in the Vedas” (importante ed anche segnalato da Guenon, ma circoscritto al solo ambito indù e relativo ad una scala temporale più bassa) ed il già menzionato Herman Wirth con il corposo “Die Aufgang der Menscheit” del 1928 (del quale non è purtroppo mai uscita un’edizione italiana completa).

In definitiva, le argomentazioni generali a sostegno di un’origine artica non sembrano esigue; ed è stato notato come elementi mitologici più antichi di quelli riconducibili ad una patria solamente indoeuropea (sulla cui collocazione torneremo più avanti), ma relativi al complesso dell’umanità, sembrerebbero attestati dalle tracce diffuse di un’arcaica simbologia cosmica di matrice polare – che, in generale, per Guenon è un dato anteriore a quello solare – basata secondo Giuseppe Acerbi su una più antica serie settenaria, che solo in un secondo momento venne sostituita da un’altra, più articolata, di natura zodiacale, dapprima appunto solare e poi lunare.

Infine possiamo ricordare ancora l’osservazione, già espressa in un precedente articolo, che vede il fulmineo popolamento della Terra da parte di Homo Sapiens più facilmente spiegabile proprio con l’origine in una zona boreale, che solo a guardare un mappamondo appare ben più centrale, rispetto agli altri continenti, di quanto non sia l’area subsahariana dell’Africa. Tuttavia, al giorno d’oggi – ma senza che ciò sia basato su tradizioni orali o scritte – è proprio l’Africa che viene indicata, proposta, quasi imposta da gran parte degli studiosi del settore come sede primigenia dell’umanità e quindi prossimamente vedremo se, dopo la “pars costruens” illustrata sopra (ritengo sia sempre preferibile prima delineare bene i valori positivi da difendere e solo successivamente le argomentazioni critiche da mettere in campo contro gli avversari culturali), è possibile strutturare una “pars destruens” per attaccare l’ormai onnipervadente teoria “Out of Africa”.
                                   

        Bibliografia consultata per il presente articolo:

  
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·       Luigi De Anna – Thule. Le fonti e le tradizioni – Il Cerchio – 1998
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·       Mircea Eliade – Immagini e simboli – TEA – 1997
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·       Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana – Jaca Book – 1994
·       J. Feiner / M. Lohrer (a cura) – Mysterium salutis – Queriniana – 1970
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·       Leo Frobenius – Storia delle civiltà africane – Bollati Boringhieri – 1991
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·       Vincenzo Giuffrida-Ruggeri – Su l’origine dell’uomo: nuove teorie e documenti – Zanichelli – 1921
·       Arturo Graf – Il mito del Paradiso Terrestre – Edizioni del Graal – 1982
·       Renè Guenon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987
·       Renè Guenon – Il simbolismo della Croce – Luni Editrice – 1999
·       Renè Guenon – La crisi del mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1985
·       Renè Guenon – Simboli della scienza sacra – Adelphi – 1990 
·       Graham Hancock – Impronte degli Dei – Corbaccio – 1996 
·       Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965
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·       Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985
·       Bruno Martinis – Continenti scomparsi – Edizioni Mediterranee – 1994
·       Martino Menghi – L’utopia degli Iperborei – Iperborea – 1998
·       Claudio Mutti – Hyperborea – in: Vie della Tradizione, n. 125 – Gennaio/Marzo 2002
·       Steve Olson – Mappe della storia dell’uomo. Il passato che è nei nostri geni – Einaudi – 2003
·       Stephen Oppenheimer – L’Eden a Oriente – Mondadori – 2000
·       Raffaello Parenti – Lezioni di antropologia fisica – Libreria Scientifica Giordano Pellegrini – 1973
·       Jacopo Pasotti – Ritmo doppio per l’evoluzione ai tropici – in: Le Scienze – Giugno 2006
·       Mario Quagliati – Lo strano caso dell’antenato pigmeo – in: Hera – Dicembre 2004
·       Jean Richer – Geografia sacra del mondo greco – Rusconi – 1989
·       Jean M. Riviere – Kalachakra. Iniziazione tantrica del Dalai Lama – Edizioni Mediterranee – 1988
·       Frithjof Schuon – L’esoterismo come principio e come via – Edizioni Mediterranee – 1997
·       Luca Sciortino – Una grotta per due – in: Le Scienze – Ottobre 2005
·       Mircea A. Tamas – Agarttha transilvana – Edizioni all’insegna del Veltro – 2003
·       Bal Gangadhar Tilak – La dimora artica nei Veda – ECIG – 1986
·       Bal Gangadhar Tilak – Le regioni artiche e la “notte degli dei” – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984
·       Bal Gangadhar Tilak – Orione: a proposito dell’antichità dei Veda – ECIG – 1991  
·       Jean Marc Vivenza – Dizionario guenoniano – Edizioni Arkeios – 2007
·       Spencer Wells – Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie – Longanesi – 2006
·       Les Whale – La saga dei Bock: un’antica capsula temporale – in: Nexus, n. 43 – Marzo/Aprile 2003
·       Colin Wilson – Da Atlantide alla Sfinge – Piemme – 1997

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Categorie: Tradizione, Tradizione Primordiale

Pubblicato da Michele Ruzzai il 21 Aprile 2014

Michele Ruzzai

Le Origini dell’Uomo, la sua Preistoria, le sue Razze. Sono temi che cerco di esplorare seguendo coordinate non evoluzionistiche, ma ciclico-involutive, monofiletiche e boreali, traendo spunto dai pensatori del “Tradizionalismo integrale” e dal Mito, senza tuttavia dimenticare quanto può dirci la ricerca scientifica correttamente interpretata. Non sono né un accademico né uno specialista. Sono solo un appassionato che non pretende di insegnare nulla a nessuno, se non, scrivendo questi articoli, provare a mettere un po’ di ordine tra i tanti appunti raccolti in anni di letture…

Commenti

  1. Maria Elena Cataluccio

    Grandi complimenti per un contributo magistrale

  2. http://inglinga.blogspot.it/2016/10/ur-hyperborea-and-at-al-land.html

    AT-al-land –

    Mentre Ur-Iperborea era situato nella più a nord (del tempo), Al-al-terra è venuto dopo questo ed è stato nel nord-ovest. Ciò che restava dell’antica Razza Iperborea, ora un po ‘misto a sangue, si sarebbe mosso verso il basso nella zona che conosciamo come Al-al-terra – la’ Homeland razziale ‘. Forse sparsi ancora di più, ma non sappiamo per certo perché questo è tanto tempo fa. Il Mahabharata cita un Atala – l’Isola Bianca – che sarebbe anche l’isola di Albion. (*)

    I popoli di Atala erano di carnagione chiara e sono stati dedicati a Narayana che era un aspetto del dio Vishnu. Questo è forse interessante dal momento che il make-up del nome ci dà un indizio per i prossimi eventi –

    N – t il suo era un antico glifo del Serpente, qui raggiungendo verso l’alto verso il cielo.

    Ar (a) yan (a) – Aryan.

    Il serpente era un antico glifo di conoscenza e saggezza, e anche la capacità di rigenerare, dal momento che getta spesso la sua pelle, rigenerando così se stesso. È interessante notare che qui il Serpente è N che raggiunge verso l’alto . Con la ‘caduta dell’uomo’ il Serpente è stato fatto per ‘mentire sulla pancia’, cioè diventare una ‘Z’, e quindi la N-ioni (N – Aeon) divenne Z ioni di litio (Sion). Il serpente non è più raggiunto verso l’alto verso il cielo, si trovava sul ventre di continuo in tutta la Terra – il mondo materiale. L’originale serpente di conoscenza, saggezza e immortalità era il Serpente ariana. Una terra di sette isole, situato nel West, era conosciuto con il nome Amentet dagli egiziani. Questi “Serpent-ariani ‘si possono trovare nella Naga dell’India, il’ serpente piumato ‘(Quetzalcoatl) delle Americhe, Votan dei Maya (della stirpe di Chan, o” razza di serpenti). (**)

    Una serie di catastrofi, raggiungendo nel corso di migliaia di anni, affondò il continente di Al-al-terra, gli ultimi che sono circa 3.000 a 4.000 anni fa; 5.000 anni fa, le Isole Fortunate affondato intorno Doggerbank (o meglio, suppongo che questo è accaduto). Sappiamo che molte parti delle terre affondavano, uccidendo migliaia e migliaia di persone, ma molti sarebbe sfuggito, e occulta La leggenda vuole che si sono mossi attraverso il deserto del Gobi, dove è stato creato un nuovo e vasto civiltà….buona lettura

  3. Davide Salvatore Chionna

    Le recenti ricerche in campo genetico stanno gradualmente confutando la teoria “Out of Africa” anche se le resistenze ad un cambio di paradigma in tal senso sono ancora molto forti.
    L’articolo è molto interessante e illustra bene quanto un contributo interdisciplinare, che tenga conto anche del fondamentale apporto mitico e letterario, possa essere utile a dipanare la matassa dell’evoluzione e dello sviluppo della specie umana.
    Personalmente ritengo la teoria “Out of Beringia” molto interessante e spero che le ricerche in campo paleoantropologico possano portare nuovi e sorprendenti risultati.
    Ancora complimenti a Ruzzai per l’articolo.

  4. Michele Ruzzai

    Grazie ad entrambi per le vostre osservazioni

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