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Evoluzione, progresso, tradizione

Evoluzione, progresso, tradizione

Di Fabio Calabrese
Dopo il bell’articolo di Michele Ruzzai sul concetto di evoluzione, sulle sue ambiguità e sulle strumentalizzazioni che ne sono state fatte da parte della sinistra (provocando dalla parte “nostra” un rifiuto reattivo più comprensibile che meditato), è forse il momento di riprendere in mano la questione con alcune nuove osservazioni.
Si può accettare l’idea di evoluzione almeno nel senso ristretto di trasformazione delle specie animali nel tempo, e contemporaneamente non credere al dogma del progresso? Sebbene questo sia esattamente il mio pensiero al riguardo, per molti questa è una contraddizione incomprensibile.

Mi è capitato ultimamente di leggere con un certo divertimento una citazione di Charles Fort che vi riporto:
“Armonia, equilibrio, ordine, regolarità, stabilità, consistenza, unità, realtà, sistema, governo, organizzazione, libertà, indipendenza, anima, essenza, personalità, entità, individualità, verità, bellezza, giustizia, perfezione, chiarezza.
Ritengo cioè che tutto ciò che è chiamato sviluppo, progresso o evoluzione, sia un movimento in avanti, o un tentativo in avanti, verso questo stato per cui, o per gli aspetti del quale, ci siano tanti nomi, tutti i quali sono riassunti nell’unica parola: ‘positività’ ”.
Charles Fort è l’autore del Libro dei dannati, un testo che è una raccolta di fatti inspiegabili alla “luce” della scienza contemporanea, ed ha indubbiamente espresso idee scientifiche molto particolari, ma è chiaro che a questo riguardo, sul tema dell’evoluzione non ha fatto altro che esprimere la convinzione più diffusa nella nostra epoca. La fede nel progresso, ha osservato qualcuno, ha dato consistenza a quella che ai tempi di Darwin era ancora una teoria con poche prove a suo sostegno, e la teoria evoluzionista a sua volta è sembrata dare giustificazione scientifica a quella che era una vaga aspirazione moraleggiante od un concetto derivato dall’osservazione di un arco temporale relativamente ridotto all’interno di una sola cultura.
Il fraintendimento era una tentazione troppo forte, ma in realtà si trattava e si tratta di niente altro che di un equivoco. Per comprenderlo, basta solo considerare la scala dei tempi: l’umanità anatomicamente moderna esiste da almeno 50.000 anni (anche tralasciando certi ritrovamenti che la daterebbero a 70 – 100.000 anni), un tempo almeno decuplo di quello delle più remote civiltà conosciute (ma forse venti volte tanto), mentre la nozione di progresso si può applicare al massimo agli ultimi due o tre secoli della cosiddetta cultura occidentale.
Ma questo è ancora forse l’aspetto meno importante se non per il fatto che, considerando l’evoluzione culturale come un aspetto marginale dell’evoluzione biologica di una specie senziente, nel breve periodo (e alcuni secoli sono un breve periodo) vi possono benissimo essere fenomeni involutivi, le civiltà possono benissimo crollare o isterilirsi, e questo può essere benissimo vero per la nostra civiltà a cui l’evoluzione biologica non garantisce alcuno “sviluppo progressivo”.
Potremmo persino arrivare ad affermare l’eretica idea che non solo coloro che come Charles Fort hanno sostenuto l’identità di evoluzione e progresso non hanno capito nulla, ma che i due concetti sono addirittura antitetici.
Evoluzione” in senso darwiniano non significa che il divenire e il trasformarsi delle specie biologiche nel tempo avvenga in modo del tutto casuale (né che vada a realizzare un “progetto” in esse immanente), ma che segue l’implacabile logica della selezione naturale che conserva le piccole variazioni favorevoli alla sopravvivenza ed elimina i meno adatti. La selezione non è solo il carnefice degli inadatti alla sopravvivenza ma, attraverso l’accumulo delle variazioni favorevoli, crea i tipi superiori. E’ una concezione che trova una sorprendente anticipazione in un pensiero antico di ventisette secoli, il ruolo creativo del conflitto era già stato intuito dal grande Eraclito:
“La guerra è madre e regina di tutte le cose”.
Questo pensiero è esattamente l’opposto di quel buonismo e pseudo – umanesimo che caratterizza lo spirito “progressista” che vorrebbe dare tutto a tutti prescindendo dalla capacità e dal merito e finisce per distribuire solo patacche svalutate. Per fare un esempio che tutti possono facilmente capire, basta vedere come la mentalità “progressista” che ha abolito qualsiasi criterio selettivo e meritocratico, di “progresso” in “progresso” ha ridotto la scuola italiana.
Il concetto darwiniano di evoluzione come trasformazione delle specie prodotta dalla selezione naturale come adattamento alle pressioni ambientali non implica minimamente l’idea di evoluzione come sviluppo ascendente. Facciamo un esempio addirittura banale: immaginiamo che il clima di una regione diventi più caldo: la selezione naturale favorirà negli animali una pelliccia meno folta e sagome più snelle, in modo da aumentare il rapporto superficie/volume e favorire la dispersione di calore. Immaginiamo che poi il clima torni a irrigidirsi. La selezione favorirà pellame folto e sagome tozze. Dov’è lo sviluppo ascendente in tutto questo?
Di più, i due concetti sono addirittura antitetici, o almeno sembra essere questa l’opinione di uno dei più importanti naturalisti del XX secolo, Konrad Lorenz.
Alcuni ecologisti del genere che io chiamo “angurie” (verdi di fuori e rossi di dentro) hanno cercato di accreditare un’immagine di un Lorenz di sinistra. C’è di mezzo forse la confusione fra etologia ed ecologia, ma bisogna ricordare che anche l’appropriazione delle tematiche ecologiche da parte della sinistra è uno scippo ideologico. L’interesse per le tematiche ambientaliste si sviluppò in Germania fra le due guerre, legato al movimento dei Wandervogel (uccelli migratori), e poi confluì nel nazionalsocialismo che ebbe, lo ricordiamo, una delle legislazioni animaliste più avanzate al mondo, mentre la sinistra continuò ancora a lungo a celebrare come “progresso” ogni sorta di scempio ecologico.
Costoro tuttavia ignorano (deliberatamente?) che altri autori di sinistra, forse di maggiore spessore, soprattutto filosofi e scienziati (o presunti tali) hanno avuto e hanno nei confronti di Lorenz un atteggiamento durissimo, è stato ripetutamente accusato di essere un fascista e un razzista, perché non ha mai negato l’influenza dei fattori ereditari sul comportamento. Si possono ricordare il feroce attacco portato contro Lorenz dal Stephen Jay Gould nel libro Questa idea della vita, ma anche l’attacco ancor più duro portato contro di lui dallo scrittore italiano Marco Paolini nel corso di una trasmissione televisiva su RAI 3 nel 2010.
Il fatto che durante la seconda guerra mondiale Lorenz abbia indossato la divisa della Wehrmach e fatto onorevolmente il suo dovere di combattente, non è certo valso ad alzare le sue azioni presso gli intellettuali “progressisti”. Se c’è una parentela ideologica che si può attribuire al padre dell’etologia, è senz’altro con noi, non con i “compagni”.
In L’altra faccia dello specchio, che è forse della ricca produzione di Lorenz, il testo maggiormente teorico e filosofico, egli spiega che il termine “evoluzione” è probabilmente del tutto inadatto per indicare la concezione naturalistica darwiniana nel suo originale e reale significato, infatti si tratta di un termine che indica il passaggio all’atto di qualcosa che era presente in potenza, un termine di cui facciamo un uso corretto ad esempio quando parliamo di “età evolutiva” in riferimento all’età della crescita, perché l’adulto è esattamente ciò che il bambino è destinato a diventare in base al suo sviluppo naturale, ma che applicato al divenire biologico nel suo insieme, implicherebbe che gli stadi finali del processo sono già presenti “in nuce” o in potenza nelle forme iniziali e che quindi esso sia la realizzazione di un progetto più o meno provvidenziale, quanto di più lontano è possibile immaginare dal pensiero di Darwin.
“Quando si tenta di esporre il grande processo del divenire organico e, nello stesso tempo, di dar conto con precisione della sua natura, ci si trova ogni volta ostacolati dal fatto che il patrimonio lessicale della lingua si è formato in un’epoca in cui l’unico tipo di evoluzione conosciuto era l’ontogenesi, cioè il divenire individuale degli esseri viventi. Termini come evoluzione, svolgimento, sviluppo ecc… indicano tutti, anche etimologicamente, il dispiegarsi di qualcosa che c’era già prima, in una condizione implicita o non appariscente, come è il caso del fiore rispetto al bocciolo e della gallina rispetto all’uovo. A questi processi ontogenetici i termini sopraindicati si attagliano in misura soddisfacente. Essi diventano però disperatamente insufficienti non appena si tenta di dar conto dell’essenza del processo della creazione organica, il quale consiste proprio nel fatto che continuamente qualcosa di nuovo acquista esistenza, qualcosa che prima semplicemente non esisteva. Perfino il bel termine tedesco Schoepfung (creazione) indica etimologicamente qualcosa di già esistente che viene “attinto” da un serbatoio anch’esso già esistente. Alcuni filosofi dell’evoluzione, avvedutisi dell’insufficienza di questi termini, introdussero la parola ancora peggiore “emergenza” [“emersione”], la quale secondo la logica della lingua, evoca l’idea di qualcosa di già preformato che compaia improvvisamente, come una balena che compaia alla superficie di un mare che fino a pochi attimi prima appariva vuoto a chi l’osservava in modo, letteralmente, superficiale”.
La cosa migliore e più onesta sarebbe probabilmente quella di abbandonare formalmente il termine “evoluzione” e limitarsi a parlare del divenire delle forme viventi, ma potete essere sicuri che questo è proprio quello che non avverrà. Scherziamo! In questo modo c’è il rischio di mettere in luce il carattere aristocratico della selezione naturale. Meglio, molto meglio per qualcuno tenersi il concetto di evoluzione con tutte le sue ambiguità che rendono la storia naturale compatibile con una visione “democratica” e “progressista”.
Che il concetto di progresso sia a sua volta una somma di ambiguità e, per la parte in cui è possibile darne una definizione, qualcosa di totalmente falso, questo è un punto che abbiamo già visto altre volte, ma sarà meglio tornarci brevemente sopra. Fra le molte fole (gli si farebbe veramente troppo onore a chiamarle miti) che formano la mentalità contemporanea prevalente, c’è quella che la storia avrebbe un senso di marcia indirizzato verso una crescente positività, una progressione nell’aumento di conoscenze, potere sulla natura, benessere, libertà, diritti che nel suo insieme viene appunto chiamata “progresso”. Questa idea si salda a tal punto con quella di una trasformazione rivoluzionaria della società che i termini “progressista” e “di sinistra” sono spesso usati come sinonimi intercambiabili.
E proprio qui sta il paradosso. Ammettiamo che questo concetto abbia un valore limitato e ristretto all’accumulo di conoscenze tecnico-scientifiche, che sembra l’unico campo in cui esso ha un qualche significato, e guardiamo ai “bei” tempi in cui esistevano l’Unione Sovietica e i regimi satelliti: società del tutto immobili e sterili, dove l’unica reale fonte di innovazione tecnologica era rappresentata dallo spionaggio industriale nei confronti dell’occidente. E’ vero che l’Unione Sovietica ha potuto in alcuni settori sopravanzare gli Stati Uniti e il mondo occidentale negli anni ’60, mandando per prima satelliti orbitali e un uomo nello spazio, ma questo è avvenuto unicamente perché alla fine della seconda guerra mondiale i sovietici hanno potuto mettere le mani sugli scienziati e sui progetti tedeschi in misura maggiore di quanto non abbiano potuto fare gli Americani.
Per il resto, il progresso non è che un idolo sterile destinato a dare delusioni sempre più gravi ai suoi adoratori. Che in un sistema limitato come è il nostro pianeta, vi possa essere una crescita illimitata di disponibilità di risorse ed energia, di consumi, di benessere a disposizione di una popolazione umana costantemente crescente, non lo si può pensare che a prezzo di una crassa ignoranza o una totale follia, o almeno così starebbero le cose se la credenza nel progresso non avesse assunto la valenza di un dogma religioso.
Poniamoci all’altro capo della scala: in che senso si può attribuire un valore euristico, cioè conoscitivo a cose che appaiono evidentemente lontane dal pensiero contemporaneo prevalente, come la tradizione e il mito, soprattutto se verso le tematiche cosiddette esoteriche, un prudente riserbo è l’atteggiamento di gran lunga più consigliabile?
Un tempo, molte scuole filosofiche: pitagorici, platonici, aristotelici, ritenevano che vi fosse una parte non divulgabile, cioè esoterica, delle loro dottrine, e non parliamo della tradizione ermetica e alchemica in età medievale, ma oggi chiunque può entrare in una libreria o un negozio “di un certo tipo” e acquistare libri che lo renderanno edotto di “dottrine segrete” di qualsiasi specie. Il meno che si possa raccomandare, è la diffidenza verso questo esoterismo da supermarket che puzza di ciarlataneria lontano un miglio.
Ultimamente ho fatto una piccola inchiesta, ho presentato le “sei tesi eretiche” sulle nostre origini, che sono quelle che ho sintetizzato in Puntualizzazioni e approfondimenti, ad alcuni intellettuali del nostro ambiente fra quelli maggiormente interessati al problema delle origini, e mi ripropongo di esporvi in un prossimo articolo le osservazioni di alcuni di loro. Riguardo a valore euristico dei miti, per adesso, vi propongo il commento certamente autorevole di Ernesto Roli.
E’ un discorso pericolosissimo, perché non tutti sanno o possono interpretare correttamente i miti e soprattutto saperli applicare all’indagine storica e scientifica. Si conoscono tanti esempi di individui che si ritengono degli iniziati e interpretano i miti a proprio uso e consumo. Il mito è un messaggio occulto che l’iniziato trasmette a chi ha orecchie per capire; non è pane per tutti”.
Una cautela che non si può che condividere. Tuttavia, studiando il problema dell’origine della nostra specie, in contrasto e a smentita dell’ipotesi africana (basata, come sappiamo, non su dati di fatto ma su ESIGENZE IDEOLOGICHE antirazziste), mi è apparso chiaro il ruolo che deve aver giocato il più severo ambiente nordico nella formazione almeno della varietà eurasiatica della nostra specie, imponendo lo sviluppo di capacità di preveggenza, strategie per l’utilizzo di nuove risorse, cura della prole, in una parola intelligenza. Tutto ciò coincide chiaramente con il mito dell’origine iperborea sostenuto da svariate culture umane.
La filosofia greca presocratica è forse la più vicina al sostrato mitico del pensiero ellenico, alle radici indoeuropee, e qui troviamo la grande intuizione di Eraclito: “la guerra è madre e regina di tutte le cose” che sembra preludere alla scoperta di Darwin della selezione naturale che non è solo il carnefice degli inadatti, ma è essa che gradualmente costruisce i tipi più elevati. Veramente al confronto “un’idea moderna, dunque un’idea falsa” appare il creazionismo abramitico comparso sulla scena europea sette secoli più tardi. Se le acquisizioni della scienza e della filosofia, e le intuizioni del pensiero mitico e della tradizione sapienziale si avvalorano a vicenda, allora il discorso diventa molto credibile.
Io non ho alcun motivo di negare che la mia cultura abbia una base tradizionalista.
Come credo molti di noi, sono stato un attento discepolo di Julius Evola, credo di aver letto, e non in modo superficiale, tutti i suoi testi che sono riuscito a procurarmi, aggiungendoci Gunther e Spengler (compreso il voluminoso, non facile, ma illuminante Tramonto dell’Occidente), ho fatto anche in modo di incontrare il Maestro di persona, ma già allora dovevo essere un evoliano atipico, infatti, a differenza – a quanto pare – di molti altri, non ho mai provato il desiderio di “approfondire” il pensiero di Evola nella direzione del tradizionalismo cattolico.
Poi, poi a un certo punto ho dovuto prendere la mia strada. Un maestro, anche il più grande, non può fare altro che indicarti la via, ma la strada la devi percorrere con le tue gambe.

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Categorie: Evoluzionismo, Tradizione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 14 Aprile 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    E’ veramente singolare che molti di coloro che furono discepoli di Evola,cercarono poi di approfondirne il pensiero in un’ottica vicina al tradizionalismo cattolico.Era una cosa che ignoravo…ma mi rimane incomprensibile!.Evola fu sempre piuttosto ostile al Cristianesimo,basterebbe leggersi la sua opera più importante”Rivolta contro il mondo moderno”,ed in particolare il capitolo”Sincope della tradizione occidentale” feroce contro il Cristianesimo,come solo il Nietzsche dell'”Anticristo”seppe essere.Tra l’altro alla fine di tale capitolo,si associava apertamente la figura di Gesù alle forze infere della dissoluzione…forze rappresentate bene dall’asino che Gesù cavalcò nella sua entrata a Gerusalemme.In tante tradizioni(Evola ne cita alcune egiziane,indiane e greche)l’asino ha rappresentato sempre un simbolo infernale.Questa interpretazione da parte di Evola portò,tra l’altro,ad una presa di posizione di Guenon contro questo punto di vista .Rimane pertanto “complicato”coniugare tradizionalismo cattolico ed Evola.
    Primula Nera

  2. Anonymous

    “Primula”. Sfondi una porta aperta. Io sono convinto che il pensiero di Evola e il cristianesimo, di cui il cattolicesimo tradizionalista è comunque una variante, non si concilino affatto, e che coloro che hanno pensato di approfondire il “tradizionalismo integrale” in questa direzione, non hanno approfondito un bel nulla, ma l’hanno solo tradito.
    Fabio Calabrese

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