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Una Ahnenerbe casalinga, terza parte

Una Ahnenerbe casalinga, terza parte

Di Fabio Calabrese

Il giorno che lo scrittore Michael Ende ha scritto nel suo romanzo “La storia infinita” che “E’ più facile dominare chi non crede in nulla”, ha probabilmente pronunciato la sciocchezza della sua vita. Sono coloro che credono a tutto i più facili da dominare. Guardiamoci un attimo intorno: noi siamo letteralmente immersi in un sistema mediatico (ma non solo mediatico, pensiamo alla scuola che da questo punto di vista è una vera agenzia diseducativa), che continuamente ci tempesta di messaggi volti ad avallare e legittimare il persistente dominio di coloro, delle forze sia esterne sia interne, che settant’anni fa vinsero il secondo conflitto mondiale. E’ chiaro che noi non avremmo fatto le scelte ideologiche che abbiamo fatto, se non fossimo animati da un testardo, irriverente, sano scetticismo.

Io mi sono dato un motto (se avessi un blasone, lo farei scrivere sul cartiglio), latino secondo la desueta tradizione dei padri: “Nullius in verba”, ossia “non giurare sulle – non credere ciecamente nelle parole di nessuno”. Si ricordate, ho scritto anche un articolo pubblicato su “Ereticamente” sull’argomento.
E’ ovvio che quella stessa indipendenza di giudizio che rivendico per me, la devo riconoscere anche agli altri. Non prestate fede cieca alle parole di nessuno, beninteso, nemmeno a quelle di Fabio Calabrese! Io non vi chiedo di accettare le mie parole a scatola chiusa. Desidero che soppesiate la validità delle mie argomentazioni nei limiti del possibile.
Il dialogo con un amico come Michele Ruzzai che rappresenta il tradizionalismo più classico, può essere interessante, e certo le ammissioni provenienti dal fronte opposto come quelle di Uriel Fanelli possono essere sorprendenti, ma cosa dice la scienza, quali sono le pezze d’appoggio scientifiche necessarie al nostro discorso?
Prima di andarle a vedere, una premessa è indispensabile: noi non dobbiamo mai dimenticare che IN DEMOCRAZIA LA RICERCA SCIENTIFICA NON E’ LIBERA, che tutte le informazioni di cui disponiamo sono quelle che in qualche modo sono riuscite a superare il filtro di una ferrea censura che ha il preciso scopo di impedire che quelle conoscenze che possono mettere in crisi i dogmi democratici dell’uguaglianza degli uomini e dell’inesistenza delle razze.
Può sembrare strano, ma di nuovo a questo riguardo ci viene incontro un documento che viene dal fronte dei nostri avversari, e ancora una volta bisogna rendere merito al prezioso lavoro di ricerca fatto da Luigi Leonini.
Recentemente, il nostro Luigi ha scovato un documento proveniente da “Internazionale”, rivista bolscevica del 6 dicembre 1996, “Scienziati razzisti”, che non è chiaro se voglia accusare gli ambienti scientifici occidentali di essere un covo di razzisti (non dimentichiamo che in Unione Sovietica era stata elaborata a opera di Lysenko una teoria “biologica” che dichiarava la genetica una pseudoscienza e che fino a tutti gli anni ’60 essa era la “dottrina ufficiale” imposta dal regime, e non è certo da escludere che i compagni “duri e puri” la pensino ancora così) o mostrare che i meccanismi di censura contro la libertà di ricerca nel cosiddetto occidente “libero” non differiscono sostanzialmente da quelli che erano in opera nel sistema sovietico.
In ogni caso, gli esempi riportati da questo articolo sono molto istruttivi, tanto per cominciare il caso di Christopher Brand, docente dell’Università di Edimburgo, autore del libro “The G Factor, General Intelligence and his implications” (“Il fattore G, l’intelligenza generale e le sue implicazioni”), testo che è stato definito dall’editore newyorchese Wiley and Sons “Un saggio critico e ben argomentato”, e lo stesso Brand “ben noto per i suoi contributi alla ricerca e al dibattito sull’intelligenza e la personalità”. Bene, è bastato che in un’intervista a un giornale Brand facesse l’affermazione che per le donne che intendono diventare madri single sarebbe bene avere rapporti con uomini intelligenti per garantire un migliore patrimonio genetico ai loro figli, per farlo precipitare dall’empireo del prestigio accademico all’inferno dei “razzisti” proscritti. La canea censoria di sinistra si è prontamente scatenata. L’editore ha ritirato il libro avendo scoperto di colpo che conteneva “affermazioni repellenti”, il corpo studentesco dell’università scozzese ha votato per la rimozione di Brand dal suo posto di insegnante (e tutti noi sappiamo bene quanto insensibili alle strumentalizzazioni, raziocinanti e obiettive siano le assemblee studentesche), e il giorno dopo il rettore Stewart Sutherland ha dichiarato che le opinioni di Brand erano “false e odiose”.
E’ interessante il fatto che questi democratici, il cui concetto di democrazia consiste nel togliere a chi la pensa diversamente la libertà di esprimersi, sembrano incapaci di distinguere fra eugenetica e razzismo, la dice molto lunga sulla mentalità di certe persone.
Altro caso interessante, quello di Arthur Jensen, psicologo della celeberrima California University di Berkeley, che nel 1967 aveva iniziato una ricerca allo scopo di dimostrare che “la scarsezza del quoziente intellettivo fra i neri (i neri americani hanno un quoziente intellettivo medio di 85 a fronte del valore 100 della popolazione bianca, ma se consideriamo i neri africani, indubbiamente più puri, questa media scende ancora di 10-15 punti) è dovuta a fattori sociali piuttosto che razziali”, esattamente quel che prescrive il dogma democratico, ma due anni di ricerche gli fecero cambiare completamente idea in proposito. Da allora, le sue pubblicazioni sono sempre state ferocemente contestate e ostacolate in ogni modo, ma questo è ancora poco, perché andò incontro a una serie di minacce alla sua incolumità fisica, e ricorda: “La reazione fu incredibile e in massima parte ostile. Dovevo prendere delle guardie del corpo, e venivo continuamente minacciato”. I tempi non sono cambiati rispetto all’inquisizione che perseguitò Bruno e Galileo, ancora oggi l’eretico mette a rischio la sua vita, solo che oggi l’inquisizione si chiama democrazia.
  
Come gli astronomi ai tempi di Galileo, il ricercatore che voglia evitare guai, deve essere opportunamente strabico, avere una cecità selettiva. Così ad esempio per lo psicologo antirazzista Stephen Rose, quegli stessi test d’intelligenza che sono largamente impiegati negli Stati Uniti nelle scuole, dalle industrie per la selezione del personale, nelle forze armate e via dicendo, se utilizzati per un confronto statistico su base razziale della popolazione, di colpo diventano solo “Stupidi giochini coi numeri”. Meglio, per la carriera e l’incolumità fisica.
Un altro di questi ricercatori “ribelli”, Marek Kohn, ha svelato l’esistenza di un “ordine antirazziale dell’UNESCO”. In altre parole, non solo la ricerca scientifica non è libera, ma deve sottostare a ordini precisi che vengono dal potere politico, e fra questi quello di negare a ogni costo le differenze razziali.
Veramente, confrontando questo articolo con quello di Fanelli, viene da pensare che “i compagni” nei momenti di lucidità siano consapevoli che la causa a cui si sono votati è una colossale mistificazione.
Tuttavia, non è, per la verità, che le rivelazioni di cui sopra ci vengano interamente nuove. Già parecchi anni fa in un articolo pubblicato sul n. 44 de “L’uomo libero” (1997), “La rivincita della scienza”, Sergio Gozzoli citava alcuni casi eclatanti, quello del sociobiologo Edward O. Wilson che, nel corso di una conferenza sulle differenze comportamentali fra uomo e donna, era stato aggredito da un commando di femministe, e quello dello psicologo Frederick K. Goodwin, cui fu impedito di presentare i risultati di uno studio decennale sulle basi genetiche dei comportamenti aggressivi nei giovani maschi americani. Al di là della questione razziale, la democrazia esige che siano censurate, nascoste, cancellate tutte le prove che indicano che il comportamento e la psiche umana hanno delle basi genetiche e non siano solo il prodotto delle circostanze ambientali, per poter forzatamente imporre il dogma dell’uguaglianza.
Io ho fatto riferimento a questi eventi e al pezzo di Gozzoli nel mio articolo “La scienza manipolata” che trovate su “Ereticamente”.
Si tratta di una storia davvero infinita, iniziata poco dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, e che dura tuttora, la persecuzione contro gli scienziati “controcorrente” non si è mai allentata. Il caso forse più recente è probabilmente quello di Bruce Lahn, genetista, ricercatore della University of Chicago, che avrebbe individuato alcuni geni connessi con l’evoluzione recente (ultime decine di migliaia di anni) del cervello umano, geni che sono presenti nei caucasici e negli asiatici, ma non nei neri. Ha dovuto abbandonare questi studi “perché controversi”; in pratica, gli è stato fatto capire che proseguendo le sue ricerche, si sarebbe messo in grossi guai.
Ne ha parlato “La repubblica” del 17 giugno 2006.
Noi dobbiamo sempre tenere presente che quel che la scienza ha da dirci riguardo alle nostre origini, non è altro che quel poco che filtra fra le maglie di una ferrea e vigliante censura. Nonostante questo, se andiamo a esaminare le cose con attenzione, scopriamo più di quello che “i padroni del vapore” vorrebbero che sapessimo.
“La repubblica” del 22.3.2005 riporta un articolo che è la traduzione di un pezzo di Armand Marie Leroi apparso sul “Times” di Londra dove si esamina la teoria avanzata nel dopoguerra a scopo propagandistico, ma “scientificamente” formalizzata dal genetista di Harward Richard Lewontin nel 1972, secondo cui le razze non esisterebbero o sarebbero semplicemente un costrutto sociale. Il ragionamento di Lewontin si basava su di una fallacia: se noi consideriamo un qualsiasi carattere dell’enorme costellazione che forma un individuo (per non parlare delle popolazioni),  esso non permette di determinarne l’appartenenza razziale, ad esempio un certo livello di melanina nella pelle, può permettere di distinguere un europeo, ma non un africano da un melanesiano, e lo stesso vale per qualsiasi altra caratteristica corporea, ma è evidente che questo ragionamento conserva una parvenza di validità solo finché consideriamo i singoli caratteri isolati, ma viene immediatamente a cadere appena consideriamo l’insieme delle caratteristiche: un certo colore della pelle tende ad associarsi a un certo tipo di occhi, di naso, di cranio, di corporatura, esistono precise correlazioni fra caratteri, e le correlazioni contengono informazioni. La stessa cosa avviene a livello genetico. Prendendo un gene alla volta, Lewontin ha evitato di vedere le razze, così come guardando un albero alla volta, si può evitare di vedere la foresta.
Sebbene sia basata su un evidente errore logico, la teoria di Lewontin è ancora quella dominante: prendete un qualsiasi testo di antropologia o di sociologia, vi racconterà LA FAVOLA che le razze e le etnie o non esistono, o sono un semplice costrutto culturale.     
La situazione è perfettamente descritta in un post della versione on line de “Le scienze” del 26 ottobre 2007:
“Le sottospecie di esseri umani [sinonimo di razze, come è spiegato più sopra] che si differenziano per colore, capelli, biochimica, tratti del viso, dimensioni del cervello e così via, differiscono in intelligenza. Biologicamente, è innegabile che questa differenza esiste, ma dirlo è un anatema”.
Tenete presente che questa non è una pubblicazione dell’estrema destra, questa è “Le scienze”. Non potrebbe essere più chiaro di così che il sistema democratico e la pretesa uguaglianza degli uomini si fondano sulla mistificazione e la censura!
Noi siamo adesso in grado di conoscere la verità “scientifica” e politicamente corretta rispetto alle nostre origini: noi tutti veniamo dall’Africa, abbiamo solo preceduto di 50-70.000 anni i migranti attuali, e con l’andare del tempo, più procedevamo verso nord, più ci siamo sbiancati. Il nostro diretto antenato, l’uomo di Cro-Magnon era africano (anche se i suoi resti non sono mai stati trovati fuori dall’Eurasia), e non si è mai incrociato coi nativi eurasiatici uomo di Neanderthal e di Denisova (anche se chissà come, geni neanderthaliani e denisoviani si ritrovano nel patrimonio genetico delle popolazioni non africane). L’ipotesi multiregionale, soprattutto nella versione di Christopher Stringer, con quella sottile linea di primitivi geni homo erectus che va a finire nelle popolazioni africane, che sarebbero quindi il frutto di un incrocio e di un regresso sulla via sapiens, spiegherebbe sia la comparsa dei caratteri negroidi che l’uomo di Cro Magnon non possedeva, sia la minore intelligenza di queste ultime rispetto a quelle bianche e asiatiche, ma naturalmente non può essere presa in considerazione, è eresia pura.
Le razze non esistono (e se proprio rischiamo di vederle, si può sempre ricorrere alla tecnica di Lewontin: guardando gli alberi uno per uno, non si vede la foresta).
Fra le diverse razze – scusate, gruppi umani – non esistono differenti livelli intellettivi. La differenza costante di quindici punti di Q. I. fra bianchi e asiatici da una parte, e afroamericani dall’altra, ma che diventa di venticinque-trenta se consideriamo africani puri, non significa niente e dipende, come ci spiega Stephen Rose, soltanto da “stupidi giochini numerici”.
Che negli europei e asiatici vi siano geni correlati a un’evoluzione recente del cervello che nei neri non si riscontra, non è vero, e se è vero, non è di dominio pubblico perché Bruce Lahn è stato ridotto al silenzio col timore, e le sue ricerche sono state censurate. Le razze non esistono, la mafia nemmeno, in compenso, è definitivamente accertata l’esistenza di Babbo Natale.
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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 13 Marzo 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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