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Una Ahnenerbe casalinga, seconda parte

Una Ahnenerbe casalinga, seconda parte
Di Fabio Calabrese
Riprendiamo la nostra disamina, procediamo oltre nel chiarire quel che allo stato dei fatti presenti possiamo ancora dire sull’ “eredità degli antenati” che andiamo man mano riscoprendo, nel segno e con lo scopo di riscoprire e difendere la NOSTRA identità, di guardare al passato per avere un futuro.

Sarà per prima cosa utile allo scopo di evitare equivoci, brevemente “ripassare i fondamentali”. Come certamente avrete notato, nei miei scritti ho parlato spesso di civiltà europea, evitando scrupolosamente i termini “Occidente” e “civiltà occidentale”. Io penso che tutte le volte che qualcuno parla di occidente in senso diverso da quello di “punto cardinale coincidente con la direzione del tramonto” o addirittura lo scrive con la maiuscola, abbiamo motivo di considerare la cosa con sospetto.

Questa terminologia aveva un significato fino a un secolo fa, quando indicava l’Europa più le sue propaggini extraeuropee: le Americhe e l’Australia, ma in seguito alle due guerre mondiali in conseguenza delle quali il baricentro dell’occidente si è spostato dall’Europa agli Stati Uniti, essa ha del tutto cambiato di segno. Di fatto, oggi “occidentalismo” significa  la stessa cosa che atlantismo o filo-americanismo, qualcosa che non è assolutamente possibile avallare, che equivale per l’Europa all’accettazione di una mortificante dipendenza, una dipendenza che, come quella da sostanze stupefacenti, compromette sempre di più la nostra salute, infatti assistiamo al progressivo svuotamento della cultura europea, man mano sostituita dagli stereotipi anche molto bassi, che ci provengono da oltre oceano, hollywoodiani o altro.

Come se non bastasse, oggi parlare di Europa è diventato molto più difficile che nel passato. Oggi non si usa quasi più il termine “europeismo” che è diventato un’etichetta che può coprire cose troppo diverse, e provoca (giustificate!) reazioni di ostilità nella maggior parte delle persone, poiché con esso spesso e volentieri si indicano i sostenitori di quella pseudo-unione europea che è la UE. Occorre ribadire con la massima energia che LA UE NON E’ L’EUROPA, che è un’accolita di burocrati al servizio del potere mondialista, che ha lo scopo di dissanguare economicamente i popoli europei e di favorire la loro cancellazione etnica attraverso l’incoraggiamento dell’immigrazione e del meticciato. I veri, non diciamo europeisti, diciamo EUROPEI, si contano fra coloro che si oppongono alla UE: i movimenti cosiddetti euroscettici e populisti, come Alba Dorata in Grecia e Jobbik in Ungheria.

Sperando che su tutto ciò nessuno nutra dubbi di sorta, torniamo al lavoro della nostra piccola Ahnenerbe casalinga.

Un problema che mi è stato segnalato dalla redazione di “Ereticamente” riguarda un collaboratore che si è aggiunto da poco, Michele Ruzzai, che si è anch’egli dedicato a scandagliare il problema delle origini. Non c’era il rischio che io e lui, affrontando le stesse tematiche, finissimo per produrre articoli-fotocopia uno dell’altro? Li ho tranquillizzati: la nostra impostazione è abbastanza diversa perché non ci sia un rischio simile. Ruzzai ha in sostanza sviluppato un commento alla dottrina tradizionale indiana dei quattro Yuga, le quattro età del mondo, mentre io sono andato a esaminare le teorie scientifiche, o che ci vengono presentate come tali, sulle nostre origini: quella che vorrebbe la civiltà nata da qualche parte in Medio Oriente fra Egitto e Mesopotamia, la teoria “nostratica” che vorrebbe i popoli indoeuropei originari da popolazioni di agricoltori mediorientali, quella che vorrebbe la nostra specie, homo sapiens, di origine africana.

Semmai si potrebbe forse pensare che vi sia un problema contrario, un possibile motivo di frizioni dovuto a un’impostazione molto diversa su queste tematiche. E’ ben vero, infatti, che ho analizzato queste teorie ma che io chiamerei piuttosto leggende o favole “scientifiche” sulle nostre origini, la provenienza orientale della civiltà, l’origine mediorientale degli indoeuropei e quella africana della nostra specie, per dimostrarne tutta la traballante inconsistenza, ma è anche vero che io ho cercato di basare la mia risposta alle questioni delle origini piuttosto sull’indagine di tipo scientifico che sul mito e la tradizione, e che a mio avviso, influenzati dalla strumentalizzazione che ne è stata fatta “a sinistra”, noi sbagliamo nel respingere il darwinismo, idea che sembrerebbe ostica e difficile da accettare per un tradizionalista “integrale” e ortodosso.

In realtà, non c’è neppure questo pericolo. Michele Ruzzai è anche lui triestino, siamo entrambi in contatto con un circolo, un’associazione molto informale dove più volte sia io che lui abbiamo tenuto delle conferenze per illustrare e approfondire la nostra visione del mondo. Vi assicuro, un ambiente niente male di cui fa parte fra gli altri anche Gianfranco Drioli, l’autore del libro sulla Ahnenerbe (quella vera) pubblicato da Thule Italia, e più di una volta abbiamo avuto ospite Silvano Lorenzoni.

Poco tempo fa, ho tenuto in questo circolo una conferenza, dove fra le altre cose ho esposto gli stessi concetti che trovate nella terza parte di “Alla ricerca delle origini”, “Rifacciamo i conti con Darwin”. Il naturalista inglese è stato (volutamente?) frainteso. Il punto centrale della sua teoria è il concetto di selezione naturale, ossia la sopravvivenza del più riuscito, del più adatto, concetto tutt’altro che democratico. Per evoluzione (termine che non usa quasi mai) non intende la tendenza all’ascesa del vivente verso le “magnifiche sorti e progressive” ma la trasformazione delle specie nel tempo per effetto della selezione naturale. Che Darwin sia stato frainteso, era anche l’opinione del biologo francese Jacques Monod, che ha indicato gli autori di questo fraintendimento/falsificazione: Karl Marx, Henry Bergson, Teilhard De Chardin (un bel terzetto, come si vede: due ebrei e un gesuita).

Julius Evola, ho spiegato nella conferenza come nell’articolo, ha sviluppato un’alternativa non creazionista all’evoluzionismo: la comparsa nella storia della vita di tipi man mano più complessi e “superiori” sarebbe il prodotto non di un’evoluzione, ma della caduta nel piano materiale di entità progressivamente più elevate, sicché dal punto di vista ontologico, non si tratterebbe di evoluzione ma di decadenza. Questa soluzione ha però un difetto, è di troppo difficile comprensione per dei ragazzotti che si sono scoperti tradizionalisti perché hanno letto qualche pagina di Evola, magari solo “Orientamenti” e che, in mancanza di meglio, finiscono per ripiegare sul creazionismo, quindi sul ritorno alle religioni abramitiche. E’ questo a mio parere che spiega come mai molti abbiano visto nel pensiero di Julius Evola una specie di ponte per tornare verso il cattolicesimo e andare a intrupparsi fra i tradizionalisti cattolici, sono quelli che di Evola non hanno capito un’acca!

Michele Ruzzai che era presente alla conferenza, ha assentito decisamente, soprattutto riguardo alla mia spiegazione della metamorfosi da evoliani a cattolici di certi personaggi.

Sembra proprio che le recenti scoperte sul DNA e il crollo della leggenda dell’origine africana stiano creando un atteggiamento nuovo. Persino un cattolico intransigente come Maurizio Blondet si è chiesto in un recente articolo come mai “i compagni” accettino il darwinismo biologico ma non quello sociale. In realtà costoro non accettano nemmeno il darwinismo biologico ma la versione falsificata, pseudo-scientifica MBT (Marx-Bergson-Teilhard) dell’evoluzione.

La nostra Weltanschauung non richiede un totalitarismo di tipo staliniano. Vi deve essere concordia sul piano dell’azione, ma apporti culturali e sensibilità personali differenti sono ammissibili e direi doverosi. La situazione è opposta a quella della democrazia, dove l’azione politica può partire nelle direzioni più caotiche e inconsulte (legate perlopiù a interessi personali), ma se andiamo a considerare le cose in termini di visione del mondo, troviamo un’uniformità, una piattezza, un’incapacità di elevarsi al disopra dell’interesse personale o di gruppo, spaventose.

Una persona che da sempre svolge un lavoro altamente meritorio nella nostra “Area” è Luigi Leonini, che fra le altre cose si va pazientemente a spulciare i siti dei nostri avversari alla ricerca di cose che possono tornare utili a noi. Ultimamente, il buon Luigi ha segnalato un articolo di Uriel Fanelli apparso sul sito Keinpfutsch: “Dialettica e propaganda” del 10 febbraio, che si occupa proprio del crollo dell’ipotesi dell’origine africana. Naturalmente, l’intento di Fanelli è esattamente l’opposto del nostro, SCONSIGLIA i compagni antirazzisti dall’usare ancora argomenti basati su di essa, visto che le più recenti scoperte scientifiche l’hanno definitivamente sbugiardata. Nondimeno, la lettura dell’articolo si rivela parecchio interessante. Apprendiamo in primo luogo che essa è stata fin dall’inizio formulata non in base a risultanze scientifiche ma per motivi prettamente di propaganda ideologica.

In passato, dopo la seconda guerra mondiale, si cerco’ di costruire un insieme di dialettiche che consentissero all’uomo della strada di combattere le ideologie basate sull’idea di razza(…).
Innanzitutto, raccontarono una stravagante storia di diete, pesce e carne, secondo cui un negro che arrivi dall’Africa e colonizzi l’Europa diventerebbe bianco perché cambia dieta. Come se in Africa e in India mancassero zone dove la gente ha la pelle nera, ma fa freddo e si mangia pesce. O carne. O chissà cosa: l’Europa non e’ cosi’ unica da avere condizioni irripetibili, e non si capisce come mai in Africa tutte le pelli siano scure, nonostante il continente offra un bel coacervo di climi ed alimentazioni”.

Una storiella costruita senza prove, o in contrasto con le prove disponibili.

[Gli antirazzisti] si inventarono una storia secondo coi gli africani avrebbero popolato l’europa, spazzando via i neanderthal, che a detta loro sarebbero stati “culturalmente inferiori” perche’ avevano tecnologie peggiori(…).
Anche questa storia era senza fondamento alcuno. La “migrazione” fu ricostruita praticamente senza scheletri, solo notando la diffusione di strumenti “africani” dentro l’ Europa, senza curarsi del fatto che il clima stesse cambiando, che quindi cambiassero gli animali da cacciare, i tipi di legna a disposizione e che le zone ove trovare selce si stessero scongelando, insomma, alla fine era tutta [un imbroglio]. Tracciando i DNA si vide poi che semmai questa “migrazione” era arrivata dall’Asia.
La stessa migrazione fu ricostruita in maniera assurda. Si decise che siccome i monili africani si diffondevano in Europa, non potesse essere concluso che il clima europeo stesse cambiando e richiedesse tecniche simili. No, doveva essere una migrazione. Insomma, siccome ci sono iPhone ovunque, veniamo tutti da Cupertino. La quantità di reperti, poi, sul piano statistico non bastava a dire nulla”.

Insomma, una favola assurda che non stava in piedi in nessun modo, presentata però come se avesse tutti i crismi della scientificità, e che ancora adesso cercano di rifilarci come l’ortodossia “scientifica” e politicamente corretta sulle nostre origini.

Questi antirazzisti quando decidono di essere sinceri hanno davvero il potere di sorprenderci, e quello di Fanelli non è il solo caso. Ad esempio, il libro “Diversità genetica e uguaglianza umana” scritto negli anni ’60 dal genetista di origine ucraina Theodosius Dobzhansky è considerato un classico dell’antirazzismo, eppure ci troviamo l’affermazione che negare l’esistenza delle razze perché esistono individui razzialmente indefinibili, frutto di ibridazioni remote o recenti, è come negare l’esistenza delle città perché la campagna fra di esse non è spopolata, ma vi sono fattorie e paesi.

Non basta, perché nel libro c’è anche una tabella che riporta i coefficienti di correlazione (cioè i gradi di somiglianza) dei quozienti d’intelligenza di persone con vari gradi di parentela. Apprendiamo che persone geneticamente estranee allevate insieme (come nel caso di figli adottati) hanno una correlazione del 24%, mentre gemelli monozigoti separati alla nascita hanno una correlazione del 75%. Davvero, non occorre altro per concludere che l’intelligenza è per tre quarti dipendente da fattori genetici e solo per un quarto da fattori ambientali. Ma se la componente genetica è così importante, abbiamo tutti i motivi di aspettarci differenze di livello intellettivo notevoli tra gruppi razziali, che ovviamente sono geneticamente diversi, a prescindere da qualsiasi fattore ambientale ed educativo.

Conclude sconsolato Fanelli:
Morale: il castello di carte crolla. (…). Nessuna delle argomentazioni prodotte per contrastare i razzisti e’ integra. Nessuna è più efficace. Nessuna funziona più. E’ possibile, assolutamente possibile, che continuando a ricostruire i tasselli della specie umana salti fuori quel che molti sospettano sempre di più e sempre più spesso”.

Il motivo di questo scacco è evidente le nuove ricerche sul DNA che hanno dimostrato fuori ormai da ogni dubbio la presenza nelle moderne popolazioni europee e asiatiche di geni dell’uomo di neanderthal e di un altro homo finora sconosciuto, l’uomo di Denisova: è il crollo dell’ipotesi africana, la conferma di quella multiregionale e la vendetta postuma di un ricercatore la cui opera è stata finora ostracizzata e misconosciuta: Carleton S. Coon.

Non serve aggrapparsi al fatto che i geni specificamente riconoscibili come neanderthaliani o denisoviani nel nostro DNA abbiano una frequenza bassa (rispettivamente il 4 e il 6%), perché ci spiega Fanelli:
Possiamo discutere di quanto poco sia quel 3% del genoma, ma quando uno scimpanzé differisce da noi di ancora meno, anche questa strada e’ sbarrata”.

Io, se permettete, ve l’avevo già spiegato un po’ meglio e con maggiore ampiezza:
Il 4 o il 6 per cento possono sembrare percentuali molto basse, ma non bisogna dimenticare una cosa: non solo gli esseri umani, ma tutto il ceppo dei primati antropoidi sembra poco differenziato dal punto di vista genetico, al punto che molte ricerche indicherebbero fra uomini e scimpanzé una differenza genetica inferiore al 10%. Se una popolazione deriva dalla fusione di due popolazioni ancestrali che presentano per molti caratteri lo stesso gene, è impossibile dire da quale delle due sia derivato l’uno o l’altro, e se i geni e caratteri comuni sono assegnati “d’ufficio” a una delle due (in questo caso il Cro Magnon di supposta origine africana) il contributo genetico dell’altra apparirà drasticamente ridimensionato. Se fosse stata condotta una ricerca tesa a evidenziare nel patrimonio genetico degli odierni europei e asiatici i geni SPECIFICAMENTE cromagnoidi di supposta origine africana, non è escluso che il risultato sarebbe stato ancora inferiore o addirittura nullo”.
“Alla ricerca delle origini, seconda parte: l’ipotesi multiregionale e il mito iperboreo”.

Fino a quando non ci sono fatti accertati, fino a quando si naviga nella nebbia (cosa che non pone certo al riparo da qualche brutta collisione) si può lavorare di fantasia e inventarsi tutto quello che si vuole, ma quando i fatti compaiono, quando la nebbia si dirada, per qualcuno è un amaro risveglio. Questo nuovo strumento, l’analisi del DNA, sta distruggendo una serie di preconcetti consolidati; ad esempio, sembra che qualcuno sia rimasto molto disturbato da una ricerca di cui vi ho parlato tempo addietro e che dimostrerebbe come le distanze genetiche fra Italiani del nord e del sud della Penisola siano nettamente minori di quel che finora si è supposto, e che nel nostro meridione non si riscontrerebbe quella presenza di geni di origine mediorientale che i ricercatori si erano aspettati di trovare in conseguenza della colonizzazione cartaginese nell’antichità e/o delle invasioni arabe medievali. L’una e le altre sembrano aver inciso ben poco dal punto di vista genetico.

Ancora più importanti gli esiti di una ricerca tedesco-americana resi noti all’inizio di quest’anno, che dimostrano che gli Europei di oggi sono in sostanza i discendenti dei cacciatori-raccoglitori che popolavano il nostro continente già nel paleolitico, e non si riscontra proprio quel forte afflusso di geni di origine mediorientale ipotizzato dalla teoria del nostratico, che ne esce definitivamente smontata. Adesso siamo in grado di seppellire anche la leggenda dell’origine africana e il suo “politicamente corretto” ipocrita.

Le ricerche continuano, e dell’ultima ha dato notizia “Archaeology News” di gennaio, riguarda una comparazione fra il DNA degli antichi Etruschi, quello dei toscani moderni e delle popolazioni anatoliche. Oggi un’impronta genetica etrusca, a quanto pare, si mantiene in Casentino, nella zona di Volterra ma non in altre zone della Toscana, ma la cosa più interessante che questa ricerca ha messo in luce, è che non c’è nessuna traccia di una derivazione anatolica degli Etruschi, che era stata ipotizzata in passato da vari ricercatori, la civiltà etrusca, alla luce di questi dati, si caratterizza come una civiltà italica autoctona, che raccoglie direttamente l’eredità delle culture terramaricola e villanoviana. E’ chiaramente un altro scrollone, l’ennesimo, alla leggenda della “luce da oriente”.

Le ricerche della nostra Ahnenerbe casalinga continuano. E’ importante sapere da dove veniamo per capire dove ci troviamo e quali strade occorre intraprendere per avere un futuro.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 9 Marzo 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Francesco Manetti

    Io spero che Fabio Calabrese un giorno possa raccogliere anche su carta questi straordinari scritti! Di sicuro sarò un dei primi acquirenti del futuro, ipotetico, sperato libro sulla Ahnenerbe nostrana. Francesco Manetti

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