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Sentinella del nulla

Sentinella del nulla

Di Mario M. Merlino

Anche il più umile di noi è sentinella sul fronte del nulla. Senza far proprio quel ‘deserto dei tartari’, magistralmente raccontato da Dino Buzzati (sono stato spesso seduto e a lungo alla medesima caffetteria, dove lo scrittore trascorreva le sue ore più serene, con i tavolini all’aperto al centro di Belluno. Nelle giornate di sole. E veniva a sedersi anche Jean-Paul, ormai con i polmoni corrosi dal tumore contratto nell’inferno di Dien-Bien-Fu, contemplando le ragazze passare e gli alberi e le panchine al centro della piazza e il colore azzurrino dei monti a distanza). E mi tornavano a mente il crepitio delle foglie secche sotto gli scarponi, i sassi smossi e l’odore di mare e di erba umida che il vento portava sferzandomi il volto mentre risalivo verso il Nord, sempre più a Nord, appunto dove più forte s’avverte il confine tra l’illusione d’essere qualcosa e il mistero di quel nulla che, immobile e silenzioso, respira d’eterno.
Ecco perché la solitudine lì non comporta alcun dolore, anzi, se ti chini su te stesso, accogli l’eco della lontananza e sei tu arbitro unico della gioia o della disperazione. Dal tuo essere precaria fonte d’esistenza, preda del tempo e delle circostanze, si snoda una strada che conduce altrove. Basta saperne vedere la traccia e mettersi in cammino. Perché ogni passo porta in sé un destino, è una meta; ogni passo è contro tutte le frontiere poste a sfida di coloro il cui cuore si spaura e s’arresta e di chi, al contrario, interroga se stesso e sente nascergli dentro la tentazione, il brivido d’andare oltre.
L’ho raccontato in Strade d’Europa, ultimo capitolo (paradossalmente fu il primo che scrissi e da cui scaturì l’idea di un libro intero che trovo ancora ‘bello’ nonostante non piacque a Giano Accame). Di quel viaggiare e per amore delle donne e a cercare della politica le radici e armati d’inquieta giovinezza,  così  alcuni della mia generazione forse sotto la spinta della beat generation (leggevo allora I vagabondi del Dharma di Jack Kerouac e m’innamoravo, tramite Knut Hamsun, dei fiordi e delle betulle e del cielo grigio e delle zolle di terra avide del pallido sole sotto la crosta di spesso ghiaccio). E, come molte cose della mia vita, sentiero interrotto…
Ho ricevuto dal cielo tanti doni benedetti, ma li ho rovinati e fatti a pezzi a forza di ragionare. Mi basta toccarlo con la punta delle dita, e il polline cade dal fiore’ (Per i sentieri dove cresce l’erba, 1995, stampato in Italia, edizione de Il Borghese, 1962, con il titolo più accattivante anche se del tutto arbitrario Io, traditore).
Chissà perché non sono riuscito a trovare un saggio, qualcosa di compiuto – e io stesso non ne ho scritto – su Hamsun che fu premio Nobel per la letteratura nel 1920 con I frutti della terra; che divenne famoso con Fame ove le parole divengono morsi crampi languore acido che ti sale su dalla bocca dello stomaco; che dispregiava gli USA e ne ha scritto in nome di quella libertà contro tutto ciò che è arroganza e presunzione di ciminiere e potenza del denaro; che ebbe un figlio volontario sul fronte dell’Est in una divisione di Waffen-SS scandinava; che ebbe l’ardire, divenuto follia dai giudici al servizio dei vincitori, di scrivere un necrologio alla notizia del suicidio di Hitler nel bunker di Berlino, definendolo ‘figura di riformatore del più alto rango’ (si faccia attenzione alla data, 7 maggio 1945. Follia o demenza senile egli è già novantenne e completamente sordo – o stupidità oppure – e a noi piace pensarlo – grido di sfida in nome della pietas verso il crepuscolo degli dei e il destino tragico di quel mondo da lui inteso come prossimo?). Le note di Claudio Magris, ad esempio, sono comunque le si prendere in considerazione, inadeguate e così vale per tutti coloro che si sono cimentati nella prefazione alle sue opere…
Alla faccia di Hegel e di chi nega all’anagrafe d’essere un boia impietoso, in nome de L’estrema gioia: ‘Dicono che con l’età vengono altre gioie che prima non si sono avute, dicono che vengono gioie più profonde, più durevoli. Menzogne…sono cose che dicono i vecchi, gli interessati, coloro che vantano le loro reliquie’(non sto trascorrendo una cattiva insonne notte e non ho davanti a me uno specchio, no, proteggo un’altra idea della gioia, quella dell’eterna giovinezza…). E quel suo raccontare di Vagabondi, ‘un anarchico reazionario’, come è stato definito, simile a Céline (nello spirito animatore non nei contenuti – uno legato ai boschi al vento alla solitudine dello spazio, l’altro alle strade alle osterie all’affanno e alla malattia delle città –; non nel linguaggio – ancora con squarci di poesia tardo-romantica Hamsun, mentre Céline va innovando parole discorso diretto punteggiatura –, simili nella denuncia e simili nell’amore).
Io, vagabondo… Ricorderete certo la canzone de I Nomadi (‘Io un giorno crescerò e nel cielo della vita me ne andrò…) e Augusto, il loro cantante troppo presto andatosene, con i capelli lunghi gli occhiali dalla montatura spessa. Una mattina, in piazza del mercato vecchio a Praga, degli studenti toscani mi chiesero di potersi fotografare con me per poi, al ritorno dalla gita scolastica, vantarsi d’aver incontrato un Augusto redivivo (ed io che mi ero illuso d’essere stato riconosciuto quale ‘professore nero’…). Io, un anarchico fascista.  Sentinelle del nulla, perché? 

Beh, vi do una definizione, così, tanto per il gusto dell’azzardo, della polemica, di mettermi controvento (non, ovvio, quando abbisogno di ‘mingere’ a causa di problemi di prostatite… laido masochismo…). Sempre il vecchio ‘cane morto’, con cui si deve però fare i conti e sovente chinare la testa, cioè il filosofo Hegel, poneva il diritto a fondamento della società, quasi che quest’ultima ne fosse un suo parto. Un uomo ‘è’ tale in quanto prodotto di questo passaggio (Marx, in fondo, non se ne discosta poi troppo) e, se lo nega, cioè si definisce a-narcos può solo affidare se stesso al nulla (Max Stirner docet)… Un po’ contorto, confuso, da professore che mastica e rimastica un sapere sciatto e mal digerito…

Cammino con passo lento con cautela, lo scarpone tende a scivolare sulla pietra ricoperta di muschio, ‘l’estate sta passando. Non avverto più dentro di me il mutare delle stagioni, ed esse non s’alternano più col passare dei mesi’, eppure, ecco, le luci lontane di un paesino, quattro case di pescatori, arroccato sul fiordo nascosto dalla notte, troverò un pasto caldo e un posto dove riposare… ‘tuttavia dal mondo esterno qualcosa filtra in me’… io, sentinella del nulla, vivo.
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Categorie: Knut Hamsun, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 11 Marzo 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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