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Puntualizzazioni e approfondimenti, seconda parte

Puntualizzazioni e approfondimenti, seconda parte
Di Fabio Calabrese
Proseguiamo con le puntualizzazioni e gli approfondimenti riguardanti la questione delle origini. Di cose da dire ce ne sono ancora davvero tante, non solo ulteriori riflessioni su ciò che abbiamo già visto ma, come ci apprestiamo a vedere, anche aggiornamenti veri e propri. L’abbiamo già visto: se si vuole imporre una visione delle cose precostituita, è meglio non muoversi troppo nella ricerca di elementi a sostegno, perché i nuovi fatti che emergono potrebbero costituire delle sonore smentite, sarà bene, magari, se si ha il potere di farlo, esercitare la sapiente arte della censura, cosa che l’ortodossia “storica” e “scientifica” “politicamente corretta” sembra esercitare con sempre maggiore larghezza, ma se invece i nuovi fatti che man mano emergono, vengono a confermare le nostre tesi, allora possiamo proprio pensare di essere nel giusto.

Alcune riflessioni che si possono aggiungere a quanto abbiamo visto finora al nostro discorso, sono davvero illuminanti. Io vi ho raccontato la storia della mia Ahnenerbe casalinga, e del fatto che quel primo documento che stilai per presentare le mie tesi, sebbene fosse assolutamente neutro per quanto riguarda gli addentellati politici (avevo già avuto amare esperienze che mi avevano fatto capire che per chi la pensa come noi, è meglio non esporsi troppo nel democraticissimo mondo della scuola italiana), andò incontro a reazioni fortemente negative da parte dei colleghi, praticamente tutti marxisti e/o cattolici.
In particolare, riflettendo sulla reazione di quella mia collega cattolica, un punto che allora non mi fu evidente e che mi è apparso chiaro a una riflessione a posteriori, è che a lei sfuggiva del tutto il fatto che il cristianesimo è una religione di origine estranea, non-europea. Lo stesso tipo di persone che vede nella “rivelazione” cristiana il “coronamento” della filosofia greca, idea che è il colmo dell’assurdità. Come ho spiegato più volte, il passaggio dalla concezione della divinità-fondo ontologico della realtà del paganesimo (e dell’induismo) al dio-persona cristiano non è un progresso dello spirito ma un enorme salto all’indietro, il ritorno a un rozzo antropomorfismo che cancella le vette raggiunte dal pensiero indoeuropeo (greco e indiano).
Le cose non potrebbero stare diversamente, se pensiamo che il cristianesimo è nato in quella Palestina ebraica del tutto estranea, a parte l’adozione di qualche superficiale moda ellenizzante, a quel mondo greco-classico che ha elevato la chiarezza di pensiero, la razionalità ai livelli più eccelsi. Il cristianesimo è parte di un mondo estraneo dove la fede in una presunta rivelazione divina tiene il luogo della ragione. Sarebbe utile rileggere Oswald Spengler, che sostiene che, in parte nascosta, in parte oppressa dalla presenza della civiltà classica, è esistita/esiste quella che egli chiama la cultura arabo-magica, che si fa lentamente spazio nell’ibrido mondo dell’ellenismo multietnico man mano che la cultura e la mentalità dei popoli non greci sottomessi, si fanno strada nei regni eredi dell’impero di Alessandro. Il cristianesimo rappresenta l’emersione alla luce del sole di questa cultura, di cui l’ebraismo fa indiscutibilmente parte e che, una volta tramontato il mondo classico, esploderà come un incendio con l’espansione islamica.
Ma forse pretendere che i miei dottissimi colleghi conoscano Spengler è obiettivamente troppo. In ogni caso si vede bene come le religioni abramitiche (ebraismo, cristianesimo, islam) agiscono come dei veri paraocchi mentali che impediscono anche a persone intelligenti di rendersi conto della realtà delle cose, e la persona di cui vi ho detto è una persona intelligente, sebbene anche fra gli insegnanti non manchi un numero di cretini più elevato di quanto in genere non si pensi. Altro che “credo ut intelligam” (“credo per capire”) come sosteneva “sant’” Agostino!
L’intervento di Ernesto Roli, di cui ho doverosamente preso nota e di cui vi ho relazionato, è stato un’occasione per riparlare non solo di Adriano Romualdi (un uomo, un pensatore la cui scomparsa precoce ha rappresentato una perdita gravissima per il nostro ambiente) e della sua introduzione a “Religiosità indoeuropea” di Hanns F. K. Gunther, ma anche, ovviamente, dello stesso testo di Gunther.
Ebbene, bisogna notare che il titolo originale di quest’opera è “Frommigheit nordischer Artung”, cioè letteralmente “Religiosità alla maniera nordica”. E’ un errore certamente comprensibile da parte di un autore tedesco, quello di sopravvalutare l’elemento nordico-germanico rispetto ad altre componenti del mondo indoeuropeo, ma bisogna d’altronde rilevare che la storia più recente si è incaricata di dimostrare in maniera lampante la non onnipotenza della razza. Ci può essere una “buona qualità” razziale finché si vuole, ma se essa non è supportata da un elemento culturale adeguato o addirittura per particolari contingenze storiche una popolazione finisce per assorbire una cultura in contraddizione con quella che dovrebbe essere la sua inclinazione razzialmente determinata, i risultati non possono essere che disastrosi.
L’esempio più evidente è rappresentato proprio da quella parte del ceppo nordico-germanico che è il mondo anglosassone, la Gran Bretagna, ma soprattutto quell’enorme pattumiera degli scarti dell’Europa oggi diventata  la potenza egemone a livello planetario, che conosciamo come Stati Uniti d’America. Qui occorre considerare in primo luogo l’effetto di semitizzazione spirituale prodotto dal calvinismo che è fra tutte le varianti di cristianesimo, quella più vicina alla matrice ebraica, e riguardo a questo, Silvano Lorenzoni ha scritto sulla “convergenza dei monoteismi” delle pagine memorabili, ma anche Sergio Gozzoli in “L’incolmabile fossato”, pubblicato sul n… de “L’uomo libero”, un saggio che tutti dovremmo avere letto, ha evidenziato che: 
Quello che doveva costituire l’anima stessa del « mondo americano », era proprio tutto ciò che la vecchia Europa « scartava », per una radicale inconciliabilità con la essenza profonda della sua anima civile e storica.
Dal settarismo puritano e quacchero allo spirito capitalistico e mercantilistico, dal « mondo dei Lumi » alla massoneria, dall’ottimismo razionalistico all’odio per il Trono e per l’Altare, dall’individualismo al cosmopolitismo, dalle prime banche internazionali ai fermenti rivoluzionari borghesi, si trattava di idee, tensioni e movimenti che erano sì nati in Europa, ma ai quali l’Europa poteva opporre — allora e ancora per secoli — forze ben più consistenti: i valori di una civiltà legata al sangue e alla terra, il vigore delle varie culture popolari, l’autorità morale delle Chiese, il tradizionalismo gerarchico, lo spirito ghibellino e la residua vitalità della nobiltà militare, l’istinto di conservazione del mondo contadino, il senso nazionale, gli antichi miti eroici, l’epopea cavalleresca, i monumenti letterari e artistici della Classicità, del Medioevo, del Rinascimento”.
Come si sia evoluta la situazione negli ultimi decenni, lo sappiamo. Se la capitale di una nazione è non tanto il suo centro politico ma il luogo dove vengono forgiate le idee che ne determinano la visione del mondo e ne guidano i comportamenti, allora la capitale degli Stati Uniti non è Washington ma Hollywood, la sinagoga Hollywood come è stato più volte rilevato, dove non c’è soltanto una schiacciante presenza ebraica ma lo stesso anticomunismo è parecchio malvisto, si pensi alla scarsa eco mediatica, al vero e proprio boicottaggio subito da pellicole come “Urla dal silenzio” di Roland Joffé che denuncia la tragedia della Cambogia sotto i Khmer rossi, e “Kundun” di Martin Scorsese  che ha osato mostrare l’orrore dell’invasione cinese del Tibet.  
Oggi però la contraddizione sta per risolversi, nel senso che i trend demografici stanno spostando in modo definitivo la situazione statunitense, i WASP (White, anglo-saxon, protestant) stanno per diventare una minoranza sommersa da neri e “ispanici” e gli Stati Uniti stessi una versione ingrandita del Sudafrica, ma non è che per l’Europa occidentale, con l’immigrazione la prospettiva sia molto diversa. Cosa avrebbe pensato di tutto ciò Hanns F. K. Gunther, è facile da immaginare ma è meglio non dirlo per non scadere nel turpiloquio.
Abbiamo visto che un documento davvero sorprendente è la confessione (come altro la si potrebbe definire?) di Uriel Fanelli. L’ipotesi dell’origine africana, a prescindere da qualsiasi prova scientifica, è stata inventata come argomento politico antirazzista: tutti noi saremmo venuti dall’Africa e procedendo verso nord ci saremmo “sbiancati”. Le razze non esistono o sono solo un fatto di pigmentazione dell’epidermide. Prove di tutto ciò? Nessuna!
Rimane un problema: 80-100.000 anni fa l’Eurasia era abitata da diverse popolazioni pre-sapiens o sapiens arcaiche (fra le quali l’uomo di Neanderthal è solo il più noto) che fine avrebbero fatto all’arrivo del nuovo homo africano? Le possibilità non sono molte: o si sono incrociate con esso o sono state sterminate, essendo incredibile che possano essersi estinte spontaneamente per fare posto al nuovo arrivato.
Nel primo caso, noi saremmo il prodotto di un’ibridazione (ipotesi multiregionale), col rischio magari di scoprire che i geni africani non sono dominanti e neppure molto importanti; il secondo potrebbe ben darsi, ma non fa fare una bella figura a un’ipotesi messa in circolazione non sulla base di riscontri scientifici ma per creare un clima favorevole all’accoglienza dei nuovi immigrati.
Fanelli coglie bene la difficoltà:
Adesso stanno arrivando sempre più evidenze che non solo in Europa, ma anche in Asia esistessero diversi tipi di ominidi NON derivanti dagli africani, e che le migrazioni dall’Asia era più frequenti, e che insomma, tutta la storia dei padri africani dell’umanità non aveva alcun senso. Peraltro, pochi giorni fa sono siate trovate delle orme in Inghilterra, che testimoniano la presenza umana 750.000 anni fa in Europa. Difficile continuare con la [sciocchezza] degli africani che colonizzano un mondo vuoto”.
Questa volta però il nostro “amico” è rimasto un passo indietro, perché qualcuno ha avuto un’idea geniale per risolvere il problema: tra 70 e 50.000 anni fa, un vulcano indonesiano, il vulcano Toba, avrebbe prodotto una super-esplosione. Si è fantasticato che essa sarebbe stata così potente da provocare una sorta di inverno nucleare che avrebbe portato l’umanità sull’orlo dell’estinzione, che sarebbe sopravvissuto solo un gruppo di africani che avrebbe cominciato a espandersi sul pianeta provvidenzialmente lasciato libero.
Se non si è accecati dall’ideologia democratica e antirazzista e pressati dall’esigenza di trovare un modo quale che sia per trarsi d’impaccio dalle contraddizioni dell’ipotesi dell’origine africana, si coglie subito l’assurdità di questa ipotesi: una catastrofe planetaria che avrebbe colpito selettivamente una sola specie, la nostra, senza lasciare tracce di alcun genere sul resto della fauna e della flora?
Ma il colpo definitivo alla LEGGENDA del Toba, e per conseguenza all’ipotesi africana, è venuto dal ritrovamento nell’isola di Flores, sempre nell’arcipelago indonesiano, dei resti di un piccolo uomo, l’uomo di Flores appunto, ribattezzato “hobbit”, un homo erectus caratterizzato da nanismo insulare, che sarebbe vissuto fino a 15.000 anni fa, quindi almeno 35.000 anni dopo la catastrofe del Toba, che evidentemente l’ha lasciato indenne pur essendo vicinissimo all’epicentro di quello che in teoria sarebbe dovuto essere un disastro planetario.
Per citare qualcuno, “Cari, piccoli hobbit!”
Tutta la faccenda dei pre-sapiens o sapiens arcaici, in effetti, è parecchio strana. Li ritroviamo in Eurasia, anzi per la verità soprattutto in Europa tra 200 e 100.000 anni fa, e mostrano una graduale transizione verso la nostra specie a partire dal più primitivo homo erectus, che pare essere avvenuta un po’ dappertutto, probabilmente per effetto delle stesse pressioni ambientali, poi, verso i 100.000 anni fa si afferma l’uomo di Neanderthal, con ogni probabilità perché meglio adattato al cima dell’età glaciale, fino a quando la comparsa dell’uomo di Cro Magnon anatomicamente moderno non rimette tutto in discussione. Swanscombe in Inghilterra, Steinheim in Germania, Saccopastore e Altamura in Italia, Petralona in Grecia, Fotchenvade e Tautavel in Francia, Krapina nella ex Jugoslavia, Arago e Atapuerca in Spagna. Veramente, se non fossimo illuminati dalla political correctness democratica e avessimo la bizzarra abitudine di attenerci esclusivamente ai fatti, ai reperti, alle prove, ci sarebbe di che avallare lo stravagante sospetto che la nostra specie non abbia avuto origine in Africa ma in Europa.
Ben lontano dal costituire il prototipo della nostra specie, c’è il sospetto che il nero africano sarebbe il risultato dell’ibridazione con un ominide o con un homo più primitivo, che sarebbe avvenuta attorno a 40.000 anni fa, una regressione, un passo indietro sulla via sapiens. Ebbene, a sorpresa, una traccia di questa ipotesi “fuorilegge” e politicamente MOOOOLTO scorretta, si trova addirittura in Wikipedia. Alla voce “Mescolanza di esseri umani arcaici con uomini moderni”(“Archaic Human Admixture with Modern Humans”), infatti troviamo:
I ricercatori hanno concluso che circa il 2% del materiale genetico ritrovato nelle popolazioni africane subsahariane è stato inserito nel genoma umano circa 35.000 anni fa da ominidi arcaici che si sarebbero separati dalla linea genetica dell’uomo moderno circa 700.000 anni fa… E’ stato suggerito che questa aggiunta derivi da ominidi arcaici che 40.000 anni fa abitavano l’Africa centrale…Nel 2012 i ricercatori hanno studiato con una ricerca ad alta copertura il genoma di quindici cacciatori subsahariani provenienti da tre gruppi diversi, e hanno trovato segni che gli antenati di questi cacciatori si erano incrociati con una o più popolazioni umane arcaiche probabilmente oltre 40.000 anni fa”.
La nota fa riferimento all’articolo “Prova genetica per la mescolanza arcaica in Africa” del 2011 di MF Hammer, AE Woerner, FL Mendez, JC Watkins, HL Munro. Rispettandone il senso, ho aggiustato un po’ l’orribile italiano che esce dalla traduzione automatica di Wikipedia. E se il 2% di genoma “arcaico” negli Africani vi sembra poco, tenete a mente quel che abbiamo visto riguardo ai geni identificabili come neanderthaliani o denisoviani nelle popolazioni eurasiatiche.
Spostiamoci in un orizzonte temporale molto diverso e molto più vicino a noi, dalle centinaia e dalle decine di migliaia alle “semplici” migliaia di anni fa, dall’origine della nostra specie a quella della civiltà.
Anche in questo caso quella riportata recentemente dal sito Centrointernazionale Diricercastorica è una “novità” del 1924 risalente a novant’anni fa e che soltanto in tempi recenti ha passato le maglie della censura che sembra avvolgere tutto ciò che riguarda la storia più antica dell’Europa. Non è difficile immaginare che se invece di trovarsi nella Francia centrale il pozzo di Glozel si fosse trovato da qualche parte in Egitto o in Mesopotamia, in questo secolo meno un decennio dalla scoperta, si sarebbero susseguiti mostre, filmati, conferenze, ed esso avrebbe il suo bravo posto nei libri di storia, invece di rimanere una realtà sostanzialmente sconosciuta.
Ecco quanto riporta Centrointernazionale Diricercastorica:
Nel marzo del 1924 a Glozel, il giovane agricoltore Emile di 17 anni, mentre arava il campo insieme a suo nonno, cadde in un pozzo e con sua grande sorpresa si trovò tra ossa (molte delle quali incise) urne, vasi accette e pietre incise. Rimasero delusi quando si resero conto che non c’erano tesori. Parlarono di questa scoperta al medico del paese, Antonin Morlet appassionato di archeologia, che decise di scrivere un libro sulla scoperta”.
La scoperta precipitò di nuovo nell’oblio fino al 1972, quando:
Nel 1972 Francois Henri ingegnere presso il Commissariato per l’Energia Atomica in visita a Glozel prese dei campioni e li spedì a tre laboratori stranieri, i risultati furono che tutti gli oggetti di Glozel erano antichi di 15-17 mila anni mentre le ceramiche avevano 5 mila anni. La scrittura trovata sulle ossa (17 mila anni) è un vero rompicapo come lo è il fatto che le ossa cosi antiche sono state trovate insieme a ceramiche di 5 mila anni fa”.
Dopo di che, l’oblio è nuovamente ripreso
Manufatti ed esempi di scrittura più antichi di dieci millenni rispetto alle civiltà egizia e mesopotamica, e anche alla peraltro misconosciuta cultura megalitica europea, se vi sembra una cosa così da poco da meritare una tale trascuratezza!
Vi sono molte altre cose da approfondire, io per esempio finora ho evitato di parlare delle piramidi bosniache di Visoko, perché è ancora tutt’altro che certo che siano effettivamente tali, costruzioni umane e non formazioni naturali, ma se lo sono, sono di gran lunga più grandi e più antiche di quelle della piana di Giza.
La storia più antica dell’Europa con ogni probabilità andrebbe completamente riscritta, o meglio questo sarebbe vero se il potere, che ovviamente controlla anche la cultura, o ciò che si presenta ufficialmente come tale, non fosse interessato a tutto, meno a che gli Europei prendano consapevolezza della loro specificità, di una continuità di sangue e di cultura che si dovrebbe preservare dalla sommersione nel marasma multietnico. I nuovi fatti che man mano si aggiungono, parlano un linguaggio sempre più chiaro. Quel che rimane da vedere, è se essi saranno sufficienti a risvegliare negli Europei l’orgoglio di essere tali e la volontà di lottare per avere un futuro.

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Categorie: Europa, Mondialismo, Religione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 23 Marzo 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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