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L’origine degli indoeuropei, quarta parte (L’opinione, le ricerche, il contributo di Ernesto Roli)

L’origine degli indoeuropei, quarta parte  (L’opinione, le ricerche, il contributo di Ernesto Roli)
Di Fabio Calabrese
Io credo che se avete seguito almeno in parte gli oltre cento articoli che ho pubblicato su “Ereticamente”, abbiate imparato a conoscermi, e sapete che mi sono cimentato con una grande varietà di tematiche che vanno dalla politica alla filosofia, alla religione, all’antropologia, alla preistoria, e che testimoniano una cultura più vasta che profonda. Io concepisco la mia funzione come quella di un apripista, lasciando poi ad altri, più specialisti di me, ulteriori approfondimenti, perché – lo sappiamo tutti bene – c’è tutto un contesto culturale, una Weltanschauung da ricostruire dopo le censure e le mistificazioni di parte democratica. Non ho quindi motivo di preoccuparmi se mi troverò a dover ritrattare alcuni punti particolari dei miei scritti, considerando anche che non ho mai avuto la pretesa del dono dell’infallibilità.

In particolare, dopo la pubblicazione della terza parte de “Le origini degli indoeuropei”, ho ricevuto una cortese lettera da Ernesto Roli, unitamente ad alcuni estratti di un suo libro attualmente non più in commercio, di cui però l’autore sta preparando una seconda edizione, in cui mi spiegava gli elementi che inducono a ritenere scarsamente attendibili le tesi enunciate da Felice Vinci in “Omero nel Baltico”, alle quali ho forse dato troppo credito, scritti che comprendono anche un’intervista da lui rilasciata a Giovanna Canzano.

Io penso che voi ricorderete che mi sono occupato di “Omero nel Baltico” in due articoli. In “La luce del nord”, sempre su “Ereticamente”, avevo menzionato la tesi di Vinci non tanto per avallarla, ma come un interessante esempio di quell’attrazione che noi uomini dell’Europa mediterranea proviamo talvolta per il mondo nordico, in maniera bruciante e apparentemente inspiegabile, ma facevo notare come, per quanto le si possa riconoscere una potente forza suggestiva, le prove archeologiche a suo sostegno sono più nulle che scarse. In seguito alla lettura di quanto riferisce Marco Pizzuti in “Ricerche archeologiche non autorizzate” mi è sembrato fosse il caso di rettificare quest’ultimo giudizio, perché a quanto pare, il geografo Franco Michieli seguendo la ricostruzione geografica di Vinci, avrebbe individuato presso Capo Lofoten una grotta che presenterebbe le caratteristiche dell’antro della Sibilla descritto da Omero. Forse sono stato un po troppo precipitoso, come “prova” rimane certamente vaga, e lo stesso testo di Pizzuti è una sorta di variegata antologia di tutti i punti oscuri della ricerca archeologica che mette insieme questioni di certo meritevoli di approfondimento ulteriore a interpretazioni che appaiono fantasiose.

Ma per prima cosa, chi è Ernesto Roli? Perché dare alla sua opinione un peso più autorevole di quello di molti altri, soprattutto dei membri di un establishment accademico che, l’abbiamo visto più volte, è di certo più interessato al mantenimento delle proprie posizioni di potere che alla ricerca della verità, e con cui grazie a Cielo, Roli non ha niente a che fare?

Ernesto Roli è stato amico e collaboratore di Adriano Romualdi, assieme a lui ha lavorato alla stesura di quella corposa introduzione a “Religiosità indoeuropea” di Gunther, che di fatto è più ampia dello scritto dello studioso tedesco, ne costituisce un complemento oserei dire indispensabile per il lettore non di cultura germanica, e rimane ancora oggi una base validissima per chi voglia approfondire tutta la questione indoeuropea. In più, Roli ha conosciuto personalmente Julius Evola, che è stato prodigo di incoraggiamenti per il lavoro di Romualdi e il suo.

Direi che con queste credenziali, il punto di vista di Ernesto Roli merita di essere ascoltato e valutato con la massima attenzione.

Vediamo per prima cosa il racconto che Roli fa di se stesso e dei suoi rapporti con Romualdi nell’intervista di Giovanna Canzano:
“Ho conosciuto Adriano Romualdi nei primi anni sessanta. Siamo diventati amici perché entrambi ci interessavamo di studi di storia antica, di archeologia e di indoeuropeistica. In generale studiavamo le origini dei popoli indoeuropei e in particolare dei Latini, dei Greci, degli Ittiti, dei Germani e di altri. Inoltre, eravamo interessati anche alle origini degli Etruschi, come popolo italico. Adriano era più anziano di me e naturalmente molto più preparato ed esperto. Tuttavia, aveva molta stima in me e spesso passavamo intere giornate a parlare dei singoli popoli e delle loro origini; inoltre delle migrazioni e delle civiltà indoeuropee. Io spesso gli suggerivo ipotesi di soluzioni a vari problemi, che lui accettava riconoscendomi il merito. Quando ha pubblicato la corposa introduzione al libro di H. F. K. Gunther: “Religiosità indoeuropea”, mi ha chiesto la collaborazione. Insieme abbiamo letto le bozze e io qualche suggerimento glielo ho potuto dare. Ho l’orgoglio di affermare che parte di me esiste in quel saggio.
(…)
Dopo la scomparsa di Adriano, io ho proseguito le sue ricerche approfondendo l’origine dei Latini e degli Etruschi. Studi che ho in cantiere. Per questo ho affrontato il problema degli Ittiti, dato il legame storico e mitico che lega questi popoli. Adriano amava gli Ittiti in maniera particolare, perché sosteneva che avevano costituito la prima civiltà indoeuropea nel modo antico e che si erano sacrificati per difendere l’Europa dagli influssi asiatici.”

Riguardo al rapporto con Julius Evola, Roli riferisce in un breve scritto dedicato al barone siciliano:
“Per quanto riguarda Evola, io l’ho conosciuto tramite Adriano. Spesso eravamo a casa sua a Corso Vittorio, dove parlavamo di problemi esistenziali e di problemi storici ed archeologici.
Si complimentò con Adriano per il suo libro, tanto che ne fece una favorevole recensione”.

Ho l’orgoglio di poter affermare che in quella casa di Corso Vittorio ci sono stato anch’io, sia pure per una visita fugace. Sarebbe stato bello poter incontrare Romualdi e Roli, ma non si può chiedere troppo agli dei.

Torniamo al nostro argomento: cosa obietta Roli alla tesi di Vinci? Prima di tutto, che essa non è poi così originale come perlopiù si crede.
   “Ricordo che un giorno Adriano ed io, siamo andati a casa di Evola. Erano i primi mesi del 1973. Adriano aveva con se un libro di un certo Gilbert Pillot intitolato: “Il viaggio segreto di Ulisse”, del 1972. Costui sosteneva che Ulisse aveva navigato nell’Atlantico e che la famosa isola di Ogigia della dea Calipso, doveva identificarsi con l’Islanda. Era una specie di precursore delle tesi baltiche. Evola e Adriano sorrisero, sostenendo l’assurdità dell’idea, visto che a sostegno di tale ipotesi non veniva fornita alcuna prova, né si faceva riferimento ad alcun autore precedente o contemporaneo ad Omero. Alla fine Adriano, consegnandomi il libro, mi disse: “Ernesto pensaci tu a demolire queste fandonie”. Questo libro, da me smarrito, l’ho poi ricuperato recentemente grazie ad un amico. A dir la verità io poi, tra un impegno ed un altro, non ho potuto fare alcunché. Poi Adriano morì in un tragico incidente automobilistico ed io, non dando alcun peso alle tesi sostenute dal Pillot, soprassedetti all’incarico”.

Questo Pillot non è neppure stato il solo precursore delle tesi di Vinci, in un altro scritto, Roli ricorda:
“L’idea non è nuova. Si conoscono alcuni autori che hanno collocato Omero in diversi punti del nord. Negli anni sessanta un certo Robert Philippe, sulla rivista “Pianeta”, parlava di Ulisse in Bretagna. In seguito (1972) un certo Gilbert Pillot ha posto l’itinerario d’Ulisse in Atlantico sino all’Islanda. Poco dopo Jurgen Spnuth sulla rivista “Nouvelle Ecole” ha parlato dei Popoli del Mare che provenivano da Mar del Nord. Per ultimo un certo F. Vinci parla di Omero nel Baltico”.

Il vero problema, secondo il nostro autore, però, non è la scarsa originalità della tesi vinciana, ma la sua inconsistenza. Nello scritto “Equivoci baltici”, ci spiega:
“Un argomento utilizzato per dimostrare la presenza di Ulisse nel XVIII sec. in Scandinavia, è tratto da un passo di Tacito, scrittore romano del II sec. d. C., (Germ, 3, 2), che recita cosi:
“Alcuni poi credono che anche Ulisse in quel suo lungo e leggendario peregrinare sia giunto a questo oceano e abbia toccato le terre germaniche…..”

Come al solito, estrapolare i passi dal contesto non è corretto, perché si possono commettere gravi errori e non permettono al lettore di avere un quadro completo e preciso.

Se si legge attentamente l’intero capitolo terzo, in realtà Tacito ci dice che presso i Germani sono venuti prima Ercole e poi Ulisse. Aggiunge che Ulisse fondò la città di Asciburgo, dove innalzò un altare dedicato al padre Laerte. Inoltre parla di iscrizioni sepolcrali in lettere “greche”, situate tra la Germania e la Rezia.

A questo punto è opportuno spiegare che i miti marciano soprattutto con le gambe degli uomini. I Greci, pertanto, hanno diffuso i loro miti da sud a nord. Prima in Sicilia, poi in Campania, nel Lazio e in Etruria. Sono stati, infatti, gli Etruschi che con la loro espansione verso nord hanno diffuso i poemi omerici attraverso l’Emilia, il Trentino e passi alpini, giungendo nella Rezia, dove sono state trovate le iscrizioni di cui parla Tacito, dette dai linguisti moderni retiche. E’ poi dalla Rezia che certe influenze grafiche sono arrivate sino in Scandinavia, dove le iscrizioni locali sono conosciute come runiche.
(…)
I Greci poi viaggiavano moltissimo e hanno diffuso i loro miti in ogni parte del mondo, da nord a sud, dalla Norvegia sino in Mauritania. Immaginiamoci l’opera di diffusione della civiltà e della cultura greca, che ha svolto la città di Massilia in tutte le Gallie e in Britannia (Pitea). Tante città europee vantano Ercole, o Ulisse, o Diomede, o altri eroi greci, come eroi fondatori, per glorificare le loro origini. Lo hanno fatto certamente anche i Germani di Asciburgo.

Anche per quanto riguarda Roma, autori greci sostengono che a fondarla sia stato Ulisse. Poi però è prevalso il mito di Enea, perché più congeniale ai Latini, ma anche esso diffuso nel corso del VI sec. dai Greci. Questo mito però si ispira comunque, allo scenario egeo anatolico di Omero.

Come si fa a dimostrare l’esistenza di un avvenimento (Guerra di Troia) posto, secondo una propria ipotesi, nel XVIII sec. a. C. in Finlandia, citando un autore romano del II sec. d. C., le cui conoscenze risalgono, al massimo, ai Greci del II o III sec. a. C.?”.

Vi sono però anche motivi per non accettare la collocazione “classica” nell’Egeo delle vicende omeriche.
“Quando si dice che nell’Egeo è difficile rintracciare un coerente percorso del viaggio iniziatico di Ulisse, questo è vero. Io, però, ho spiegato varie volte che ciò è dovuto al fatto che intorno all’anno mille a. C., i Dori penetrando nell’Egeo hanno stravolto la terminologia topografica della regione. Per questo i ricercatori e gli studiosi di Omero dall’ottocento in poi, prima comunque della scoperta del mondo ittita, non ci si ritrovano con la
geografia omerica e ricostruiscono arbitrariamente il percorso del viaggio di Ulisse”.

E precisa ancora:
“Molti storici oggi nutrono seri dubbi sul fatto che la città scoperta da Schliemann sia effettivamente la Troia omerica. Ilios, infatti, non corrisponde alla descrizione che Omero ci dà della città: grande, opulenta, circondata da possenti mura e capitale di un vasto impero. Occorre quindi dare nuove risposte a queste palesi incongruenze archeologiche”.

L’epopea omerica va, secondo Roli, collocata in un contesto geograficamente più vicino a quello classico rispetto agli scenari baltici, ma non coincidente con esso, quello anatolico-ittita. Come racconta in un altro scritto: “Origini dell’epos omerico”:
“Verificare l’Iliade con le tavolette ittite, come noi abbiamo fatto, è veramente sorprendente.

Un altro studioso, l’austriaco Raoul Schrott ha concretamente ipotizzato l’origine assira del termine “Omero”, e questo ci aiuta a concretizzare la nostra tesi che di seguito esponiamo. Abbiamo parlato nei nostri precedenti saggi di due guerre di Troia, sapientemente fuse da Omero nei suoi poemi. La prima, combattuta dai Popoli del Mare contro Hattusa nel 1180 e la seconda combattuta dai coloni greco eolici contro Wilusa – Ilios, intorno l’anno mille.

Quando gli Ittiti fuggono dall’Anatolia, incalzati dai Popoli del Mare e dagli Ahhijawa (prima guerra), una parte di loro si rifugia in Cilicia e in Siria dove danno origine ai c. d. regni neoittiti. Uno di questi Adana, ora Karatepe in Cilicia, è il più probabile erede dell’archivio ittita. Qui convivono tre culture: quella ittito – luvia, quella greca e quella assiro – aramaica. Una città importante nel IX sec.. Ebbene lo Schrott, ha fatto rilevare che qui esistevano degli scribi assiri, detti ben omerim. Noi sappiamo che Omero in greco non significa nulla; anzi i Greci non sapevano nemmeno dove era nato. Pertanto i Greci d’A. M. si rivolgono ad uno di questi omerim e gli chiedono di cantare la loro guerra, quella contro Vilusa – Ilios (seconda guerra). Questo omerim accetta, prende tutto il bagaglio storico anatolico, orale o in tavolette, arruola gli Ahhijawa tra i Greci (Achei), si ispira alla letteratura mesopotamica, diffusa dagli Assiri, incarica scribi greci a stendere materialmente l’opera, mette un pizzico di fantasia ed ecco l’Iliade e l’Odissea.

La Seconda Guerra di Troia, ancora poco nota, ma che comincia a delinearsi solo ora, dati i recenti scavi archeologici a Ilios, fornisce ad Omero lo spunto per glorificare la nascente potenza greca, assommando nel suo poema due città e due guerre. La prima è quella reale, quella vera, quella di grande portata (Troia – Hattusa, 1180), la seconda è quella modesta e occasionale, di poco conto (Ilios, 980), sapientemente fuse insieme da Omero a scopo propagandistico, per esaltare le gesta dei coloni greco – eolici.

Lo Schrott, a dimostrazione della dipendenza di Omero dalla letteratura mesopotamica, cita gli studi di W. Burkert, il quale dimostra l’assoluta uguaglianza tra episodi dell’Iliade ed analoghi episodi del poema sumerico L’epopea di Gilgames.

Walter Burkert nel suo: Da Omero ai Magi”, (Venezia, 1999) dimostra in maniera inequivocabile che l’episodio della preghiera di Penelope, che essa recita avendo appreso che i pretendenti vogliono uccidere il figlio Telemaco che parte da Itaca in cerca del padre, è ispirato in maniera sorprendente ad un analogo episodio del Poema di Gilgamesh mesopotamico. “…la scena dell’Odissea costituisce quasi una traduzione del Gilgamesh, che rende comprensibile le sue particolarità”. Cosi il Burkert. Non potrebbe essere più chiaro”.

O, come ci racconta nello scritto “Troia, cerchiamola in Anatolia”:
“In Anatolia sorge a partire dal 1800 [a. C.] la civiltà ittita. Gli Ittiti costituiscono in questa regione il più vasto impero del II millennio a. C. della storia antica. La sua capitale è Hattusa, grande, enorme, con mura alte e possenti, con torri e porte con leoni. La più grande città di tutta l’Anatolia. Costruita sull’altipiano anatolico, a più di 1100 m. di altezza dove in inverno fa molto freddo. Si trova tra due grandi fiumi e ai piedi di un alto monte, sempre innevato [topografia che coincide con quella della Troia omerica].
(…).
Un altro elemento deve aggiungersi a dimostrazione che gli avvenimenti omerici si svolgono in Anatolia. Il nome di Arzawa in egiz. è detto Irtw. Facendo una possibile lettura comune della parola, si può ottenere Artia – Ortia, che in bocca greca e con la metatesi, ci rende Troie – Troia.

Intorno al 1190 l’ultimo re di Hattusa, Suppiluliumas, per tentare di rompere la Coalizione [dei Popoli del Mare, la cui espansione, prestata da Omero ai Greci, sarebbe alla base dell’epos omerico nell’ipotesi di Roli]  conquista una località, da noi posta sulla costa egea, chiamata Alasia. Poi tutto tace. Hattusa è distrutta”.

Una domanda a questo punto s’impone per forza di cose: non è questo un ritorno a quella tesi della centralità mediorientale di cui nei miei scritti ho cercato di dimostrare tutta l’infondatezza, anche aggravata, se vogliamo, dallo spostamento delle vicende omeriche dall’Egeo all’Anatolia? Non è così, perché la vera questione non è di collocazione geografica ma di stirpe. La distanza fra mondo indoeuropeo e mondo semitico rimane a ogni modo non colmata, anzi gli Ittiti sono di fatto l’avanguardia del mondo indoeuropeo in Medio Oriente, l’antemurale faccia a faccia con quello semitico, ed era questa l’interpretazione di Adriano Romualdi. Rileggiamo le parole dette da Roli a Giovanna Canzano:
“Adriano amava gli Ittiti in maniera particolare, perché sosteneva che avevano costituito la prima civiltà indoeuropea nel modo antico e che si erano sacrificati per difendere l’Europa dagli influssi asiatici.”.

Nel mio piccolo, difendere l’Europa dagli influssi asiatici, che oggi hanno assunto la forma del mondialismo che cerca di spingerci nella direzione del meticciato e della sostituzione della nostra cultura con la paccottiglia mediatica che ci arriva da oltre oceano, è il compito che anch’io mi sono assunto. 

Un punto non certo secondario sul quale fra le tesi sostenute da me e quelle di Ernesto Roli c’è piena concordanza, è l’origine nordico-europea degli Indoeuropei, in contrasto con quella che sembrerebbe essere oggi l’ortodossia “scientifica” dominante, cioè l’ipotesi (che io credo, più di questo, non dovrebbe essere considerata) “nostratica” che vorrebbe farne agricoltori di origine mediorientale strettamente affine ai semiti, togliendo di mano ai nostri antenati l’ascia da combattimento e sostituendola con la zappa del contadino, soprattutto per disarmare psicologicamente noi. Qui però va detto, né lui né io pecchiamo di eccessiva originalità, non si tratta che di ripercorrere le tesi già sostenute dagli studiosi a noi precedenti, Romualdi e Giacomo Devoto in primis, contro la relativamente recente aberrazione che si vuole imporre come ortodossia per la sua conformità all’ideologia democratica.

In un altro scritto, “Gli Elleni venivano dalla Turingia-Sassonia”, leggiamo:
“Nell’area nordica nascono la Cultura del Bicchiere Imbutiforme e poco dopo la Cultura Megalitica Nordica (3500 – 3000), che si espandono in Danimarca e in Svezia meridionale e poi in Germania meridionale ed orientale e in Polonia. E’ da questa cultura che nascono i popoli indoeuropei propriamente storici, con la nascita di due culture fondamentali, le Anfore Globulari (Germania orientale – Polonia) e la Ceramica a Corda (Turingia – Sassonia), associate entrambe alla cultura delle Asce da Combattimento (2500)”.  

Occorre ricordare che una ricerca recentissima, pubblicata su “Archaeology”, rivista dell’Archaeological Institute di Boston del 3 gennaio di quest’anno, basata sulla comparazione del DNA di Europei moderni e preistorici, ha smentito che negli Europei odierni esisterebbe traccia di quel forte afflusso di geni di origine mediorientale che invece esisterebbe se l’ipotesi nostratica fosse vera, ma possiamo essere certi che essa rimarrà comunque in circolazione: un’idea che calza a pennello con i pregiudizi democratici non finisce certo nel dimenticatoio perché è in contrasto con i fatti accertati. Se invece la ricerca “scientifica” fosse condotta con un minimo di obiettività, a questo punto si dovrebbe per forza riconoscere il valore di studiosi oggi misconosciuti: Adriano Romualdi, Giacomo Devoto, per non parlare del grande, misconosciuto e “scomodo” Julius Evola.

A questo punto, ammettiamo tranquillamente che Ernesto Roli abbia ragione, che non siano stati gli Achei a portare nel Mediterraneo la geografia baltica, ma semplicemente Vinci a portare nel Baltico la geografia di Omero, il succo delle tesi che ho sostenuto negli articoli pubblicati su queste pagine, cioè l’originalità e la centralità della civiltà (indo)europea con l’eventuale aggiunta dell’antemurale anatolico rappresentato dagli Ittiti, e il rifiuto dell’ipotesi nostratica, cioè della presunta derivazione degli Indoeuropei dal Medio Oriente, rimane intatto.


La nostra ricerca ovviamente continua, e non ha un valore soltanto accademico: sapere da dove siamo venuti ci indica dove siamo e ci consente di capire in che direzione vogliamo muoverci. Ritrovare il nostro orgoglio di europei, eredi di una grandissima civiltà, voler liberare il nostro continente dall’oppressione mondialista, è la premessa di una precisa azione politica.
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Categorie: Adriano Romualdi, Ernesto Roli, Indoeuropei

Pubblicato da Fabio Calabrese il 1 Marzo 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Il mio modesto parere, avendo letto “Omero nel Baltico” di Vinci è che vi sia un problema di fondo nella corretta contestualizzazione della cultura eroica. Secondo me, partendo dalla visione del mondo tradizionale, va distinta una “cultura omerica” da una “cultura eroica”, nel senso che, in base a una corretta comparazione mitologica, risulta evidente un comune sostrato narrativo e simbolico dell’epos omerico con le altre leggende eroiche dell’area culturale indoeuropea. Questa è una cosa che mi ha fatto riflettere parecchio. Questa coincidenza è unicamente spiegabile per via della comune origine di tale culture nel medesimo alveo culturale “eroico”, o viceversa proprio per via di quest’ultimo? In altre parole determinati temi comuni si sono sviluppati autonomamente per via della simile ascendenza culturale, o piuttosto sono retaggio di una base comune? (anche narrativa) Nel secondo caso lo scenario sarebbe il seguente: I vari racconti e le varie saghe a sfondo epico presenti nelle varie culture indoeuropee si rifarebbero ad un passato comune (una comune unità indoeuropea non è ascrivibile se non ad un periodo antecedente il 2.500 a.c., per cui si tratterebbe di civiltà di tipo “eroico”, ovvero del periodo ciclico direttamente antecedente il Kali-yuga, che, stando ai calcoli di Guènon, dovette iniziare probabilmente all’incirca attorno al 4.500 a.c.). La questione è veramente ardua, si potrebbe credere che questi vari “epos” si riferiscano a tali epoche da noi così remote (in tal caso il concordare della geografia omerica con quella baltico-scandinava rimarrebbe comunque giustificato), oppure credere che i personaggi e le vicende omeriche si riferiscano a un mondo meno lontano (XX° secolo a.c. per Vinci, XIII° per l’esegesi dominante della teoria anatolica). La mia personale opinione è che, come ho detto sopra, vada distinta una cultura “omerica” da una “eroica”. Se ci atteniamo ai dati tradizionali è evidente che le culture propriamente “eroiche” vadano situate in un contesto ciclico addirittura precedente l’inizio del Kali yuga (in ogni caso millenni prima di quel che normalmente si crede, sia nel caso della teoria anatolica, sia nel caso di quella baltica). Tuttavia è innegabile che attraverso Omero parla un mondo, in fin dei conti, greco. Il fenomeno Omero potrebbe essere letto, a mio parere, come “organizzatore” di un materiale leggendario rapsodico precedente e rifacentesi appunto a queste età remote, materiale già di per sè chiaramente alterato e “nazionalizzato” per via dell’enorme scarto temporale. In tal guisa Omero apparirebbe come un modernizzatore sia della struttura dell’epos (resa in un dialetto più comprensibile) che della cultura inerente allo stesso, rendendolo così più “attuale” e fruibile al pubblico greco. Anche accettando la tesi del Vinci (ma in fondo anche quella anatolica, che situa la guerra di Troia nel XIII° sec.) risulterebbe infatti che un originale materiale epico dovette subire costanti mutazioni strutturali, e, perchè no?, tematiche e narrative, per giungere all’epoca in cui normalmente si situa Omero (X sec.) Ovviamente questa è soltanto l’idea complessiva che ho potuto farmi della questione omerica, rimane tuttavia un tema quanto mai aperto.

  2. Anonymous

    Buongiorno,
    non vorrei tornare sull’argomento, e sembrare particolarmente polemico, ma i fatti questi sono:
    1) La Troia omerica è identificata con quella scavata a suo tempo da Schliemann
    2) E’ giusta la datazione di 1180 a.C. Il livello relativo è lo strato VIIb, con tracce d’incendio e distruzione
    3) In questo strato compaiono ceramiche evidentemente di origine europea e balcanica, pur con agganci nella nostra tarda età del bronzo peninsulare
    4) Sembra molto probabile che gruppi di armati italici e balcanici abbiano contribuito alla “fanteria” micenea nel corso della crisi generale mediterranea cd. Popoli del Mare ai quali si può collegare anche la guerra di Troia
    Alessandro Zanini

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