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Il tema del Demone personale

Il tema del Demone personale

“A proposito della parte principale/più nobile dell’anima che è in noi, della parte che – noi diciamo – risiede nella sommità del capo, bisogna pensare che il Dio l’ha data a ciascuno di noi come Demone, la quale abita sulla sommità del nostro corpo, e ci solleva da terra verso la nostra affinità celeste, come piante celesti e non terrene.” (Platone, Tim. 90a)

Quando si intraprende l’analisi di una Triade divina, è poi necessario portare a compimento l’opera, innalzandosi, come attraverso i diversi gradi di una mistica iniziazione, verso la sommità di essa, il vertice puro ed incontaminato dal quale è possibile apprezzare maggiormente non solo il ‘panorama’ ma anche la strada percorsa per giungere fino a quella vetta – una sensazione davvero stupenda, sensazione che, per analogia, tutti gli amanti delle escursioni in montagna conoscono bene! Avendo quindi analizzato in primo luogo la via del “Divino Amante”, ed essendo poi passata ad illustrare il conseguimento della vera Eudaimonia grazie alla Philo-Sophia, sarebbe ora necessario “proporre quella virtù” e quella pratica, ossia la Teurgia e la Fede,  che appunto concludono l’ascesa, anzi, il ritorno a quella vetta su cui splende la Luce del Bene in sé – oppure, impiegando la metafora nautica, presso il Porto dell’Eusebeia, sempre calmo ed uniforme, dove non si ode più il “ruggito delle correnti profondamente risuonanti.”

Allo stesso tempo, è sempre bene considerare e soppesare, da un lato, la serietà della materia da esaminare e, dall’altro, la nostra personale capacità di occuparci di un simile tema: a conti fatti, mi è parso evidente che sarebbe stato davvero sciocco tentare di condensare e divulgare le luminose verità ed “integre apparizioni” che ci hanno tramandato gli Antenati e gli stessi Dei attraverso gli Oracoli, a proposito della Teurgia Ieratica e della Fede e del “silenzio unitario” in un breve articolo! Allo stesso tempo, la serietà di questo Sito, unitamente alla preparazione dei lettori, hanno reso necessario uno sforzo in questa direzione, anche per amor di completezza: per questo, ho deciso di non affrontare direttamente il discorso mistico riguardante .la Teurgia, se non per brevi cenni, concentrandomi invece su un’entità superiore che riguarda tutti gli esseri viventi molto ‘da vicino’, se così possiamo dire, proprio quell’entità attraverso la quale si realizza il contatto con gli Dei e la liberazione dell’anima, ossia – come si evince facilmente dal titolo – il Demone personale di ciascuno.

La questione, per ammissione degli stessi Maestri, Giamblico incluso (cf. De Myst. capitolo IX), è “questione complessa e soggetta ad obiezioni varie” – in sostanza, esistono due dottrine relative al Demone personale, e quella migliore è proprio quella che lo considera oggetto della Teurgia, lo invoca a partire dalle Cause superiori senza ricorrere a metodi che trovano la loro applicazione nel mondo del divenire, venerandolo quindi in modo più universale ed al di sopra della natura (al di là dei vincoli di Heimarmene, come vedremo in seguito). Platone appunto definisce tale parte dell’anima come “la più nobile”: è il ‘fiore dell’anima’ che può arrivare a cogliere il Nous divino, quanto c’è di più alto e nobile nell’essere umano, ed è il ‘medium’, “l’ambasciatore” fra gli esseri incarnati e gli Dei stessi, e, soprattutto, “è a causa di questa specie di anima, fra le specie di anime che si trovano in noi, che siamo in grado di innalzarci e di volgerci completamente verso l’alto.” (Pr. in Tim. fr. 206r)

Utilizzando poi il validissimo metodo delle negazioni, Giamblico dimostra che il Demone non ci è stato assegnato dalla “figura della genesi” (la carta stellare della nascita) e che quindi non è rintracciabile attraverso solamente la conoscenza di quest’ultima; inoltre, non essendo stato a noi assegnato dalla fatalità (Heimarmene- norme encosmiche, leggi della fatalità cosmica), è attraverso la sua conoscenza ed i sacrifici resi ad esso che noi possiamo liberarci dalla “necessità fatale”. Perciò, si deve trarre la conclusione che “il Demone personale di ciascuno non viene assolutamente dalla figura della genesi propria, ma ebbe un principio ancora più antico di questa” – è per questo che chi ottiene la conoscenza del suo Demone può dirsi certamente felice, infatti “lo prenderebbe a guida per allontanare la fatalità”; esattamente quello che intende anche Platone quando afferma che il Demone personale ci solleva verso “la nostra affinità celeste”, indicando la via di ascesa delle anime verso l’ordinamento celeste, ordine della “rivoluzione celeste” di Urano, dove le anime sono liberate non solo dai vincoli di Heimarmene, ma anche da quelli Demiurgici e Cronii; l’affinità propria di ciascuno altro non è se non, come abbiamo spesso ripetuto, il divino coro di appartenenza, nostro e del nostro Daimon, la serie divina da cui siamo discesi nel mondo del divenire.

Quanto detto finora necessita di una digressione sulle “Leggi fatali imposte alle anime”, un tema spiegato in modo straordinariamente chiaro dal divino Proclo; colgo così l’occasione per diffondere la conoscenza di un altro testo mai tradotto in italiano, il “Commento al Timeo” (per i passi citati di seguito, in particolare cf. in Tim.IV 272 e ss. L’edizione di cui mi sono servita è “A. J. Festugiere, Commentaire sur le Timee – 5 vol.- Paris, Vrin.”)

(Il Demiurgo) indicò la natura dell’universo, e disse loro(alle anime) le leggi fatali (nomous te toùs heimarmenous eipen autais)” (Tim. 41e)

Anche Proclo, commentando questa frase fondamentale, impiega dapprima il metodo negativo e ci spiega quali sono le dottrine errate a proposito di Heimarmene: in primo luogo, quella dei Peripatetici, che la vedono come “disposizione naturale particolare” (tèn merikèn physin), ma tale natura particolare non è né stabile né eterna, mentre Heimarmene ha entrambe queste caratteristiche. Nemmeno la teoria di Aristotele (del suo commentatore soprattutto, Alessandro di Afrodisia), secondo cui Heimarmene sarebbe l’ordine delle rivoluzioni cosmiche, è corretta, perché “assolutamente, una cosa è la causa dell’ordine (ossia, Heimarmene stessa) e un’altra è l’ordine (di tutte le rivoluzioni cosmiche e relative leggi).” Non è neppure la Natura tout court, come sostiene Porfirio, in quanto tutte le cose che si determinano ed avvengono in natura hanno tutte la loro causa nella preesistenza di Heimarmene, e questo vale anche per quelle che non sono determinate dalla Natura (ma sono determinate dalla Fortuna cosmica: nascita, gloria, ricchezza, etc). Infine, non valida è anche un’altra teoria di Aristotele secondo cui sarebbe l’Intelletto del Tutto: tale Intelletto è superiore ad Heimarmene in quanto “produce in un sol colpo” tutto ciò di cui è causa; in altre parole, “non ha assolutamente bisogno, nella sua amministrazione (del Tutto), di progredire secondo un certo ciclo ed un incatenamento continuo e ben regolato, ma questo è invece proprio di Heimarmene, l’incatenamento/concatenazione delle cause multiple, l’ordine, la produzione ciclica.”

Segue poi la spiegazione della dottrina corretta a proposito di Heimarmene: essa è sì la Natura, ma la Natura divina (entheon), “colma di irradiazioni divine, intellettive e psichiche”. Sono gli ordinamenti degli Dei detti “Guide delle Moire” che donano le potenze sorte da Loro stessi “alla vita unica della Fatalità.” Moiragetes è epiteto di Zeus ed Apollo a Delfi (cf. Paus. x. 24. § 4); Zeus Moiragetes era rappresentato anche su un rilievo, proprio nel santuario arcadico di Despoina (cf. Paus. viii, 37 § 1). “Hoi Moiregetai (Moraioi Theoi kaì Daimones)” sono sempre menzionati in connessione con Heimarmene, con la Natura divina (theias physeos) e con imprigionamento e liberazione dell’anima (cf. Pr. in Alc. 24; Herm. in Phaedr. 141) Ecco perché è soprattutto Zeus ad avere l’appellativo di Moiragetes: è il Demiurgo a raccogliere tutti gli elementi che costituiscono Heimarmene e a trarne una potenza unica, colma del divino (entheon), una potenza dunque uni-forme e composta, allo stesso tempo, di una molteplicità di cause, “potenza unica polimorfa”. Essa dipende interamente dalla provvidenza (Pronoia) degli Dei Superiori e dalla bontà del Demiurgo, per questo è colma del divino ed è anche “ordine anteriore alle cose ordinate.”  Quindi, Platone ci ha tramandato la vera natura di Heimarmene, ossia la Natura guidata dal Demiurgo: è per questo che Zeus rivela “la natura del tutto” alle anime, in quanto ne possiede in sé il Principio, e può rivelare le “leggi di Heimarmene” perché le contiene tutte in sé in forma unificata (infatti, nell’iconografia, Zeus Moiragetes tiene le tre Moire in una mano sola, indicando il modo unitario in cui ricomprende in sé tali Principi). Proclo spiega anche che esistono due periodi della vita del cosmo, opera del Demiurgo, uno precedente e guidato solo dall’Intelletto, ed il secondo guidato invece dalla Provvidenza e da Heimarmene: essa “presiede ai mondi e alle opere…” e da essa dipendono anche tutte le altre concatenazioni e rivoluzioni nel mondo encosmico, come affermano anche gli Oracoli (fr. 70): “l’instancabile Natura governa sia i mondi che le opere (kosmon te kaì ergon), in modo che il cielo possa ruotare, facendo discendere il suo eterno percorso, e che il veloce Helios possa passare attorno al centro.” Detto in altri termini, Heimarmene riguarda il sensibile, prima di lei è “la Madre delle Moire”, le “ginocchia di Ananke”. Dunque, secondo il divino Proclo, Platone ha dimostrato le tre successive Cause dell’ordine: Adrastea, nella sommità degli Dei Intellettivi, Ananke, la Necessità Hypercosmica, ed Heimarmene, la Fatalità Cosmica. Questo si accorda perfettamente con la Teologia Orfica: in essa si dice appunto che il Demiurgo viene allevato da Adrastea, che si unisce ad Ananke e che genera Heimarmene; come Adrastea è quella Dea che abbraccia tutte le forme di Leggi, dal primissimo Thesmòs divino, così Heimarmene è la Dea che abbraccia tutte le leggi (nomoi) encosmiche, le stesse leggi che il Demiurgo inscrive nelle anime affinché agiscano in accordo con il cosmo, leggi che determinano anche la sorte che tocca a ciascuna anima in relazione alle diverse vite prescelte. Colui che sceglie una vita contraria al bene indicato dal Demone personale si dirige “verso il luogo oscuro (skoteinon) e privo del divino (atheon)”, l’anima che invece segue le norme della pietà religiosa, ed onora quindi il proprio Demone, “si innalza al Cielo”: proprio perché tutte le anime sono colme di queste leggi fatali, esse non possono che dirigersi verso il ‘luogo’ cui queste stesse leggi le inviano, in conseguenza delle loro scelte ed azioni. Questa è la proprietà della Provvidenza divina nei confronti delle anime: gli Dei “guidano dall’interno gli esseri sui quali vegliano”, e così ne consegue che le anime sono mosse dagli Dei attraverso le leggi e le potenze che sono state ‘seminate’ in tutte le anime, sia quelle che salgono sia quelle che discendono. Visto che le anime parziali sono guidate secondo tali leggi fatali, ne consegue che tali leggi preesistono in modo intellettivo ed indiviso nel Demiurgo, perché “l’unica Legge divina siede accanto a Lui”, ed esistono parimenti anche nelle anime divine perché è sempre secondo tali leggi che esse dirigono il cosmo intero. Naturalmente, in questa cornice, si mantiene saldo il “principio di responsabilità” per le anime parziali/incarnate, principio di cui avevo parlato nel precedente articolo, secondo cui appunto si potrebbe anche dire che in realtà siano le anime a muovere se stesse, dal momento che è solo la scelta dello stile di vita a causare il loro spostamento in un ‘luogo’ colmo del divino o privo di esso – questione molto complicata e spiegata perfettamente da Proclo stesso: “grazie alla legge (di Heimarmene), le anime assegnano a se stesse il rango appropriato alle azioni che esse hanno precedentemente compiuto.” La Legge di Heimarmene è pertanto la “legge encosmica” che le anime ricevono in sé quando scendono in questo ordinamento: quando Zeus “dice” le leggi alle anime, le inscrive in esse perché “le parole demiurgiche penetrano nella sostanza stessa delle anime”. Egli, quindi, da un lato pone le Leggi Demiurgiche negli “Dei giovani” affinché creino direttamente il cosmo, e dall’altro pone le Leggi di Heimarmene nelle anime parziali prima della loro discesa nell’encosmico. Bisogna ricordare che questa di cui si parla è la “prima discesa”: possono esistere numerose discese per le anime parziali, ma ne esiste solo una che è comune a tutte ed è appunto la prima.  Questo perché tale è esattamente la caratteristica che accomuna tutte le anime parziali, ossia il fatto di non poter “dimorare in alto” in modo immutabile e di dover “cadere sotto lo scettro di Heimarmene” almeno durante questa prima discesa, essendo così esposte a tutti i pericoli che la discesa nel mondo della genesis e l’avere una relazione con un corpo ed una vita sensibile comportano. E’ sempre una questione di virtù, di agone e di responsabilità: se le anime vivono bene, possono purificarsi “anche quaggiù” da tutti i vincoli che la Fatalità cosmica impone alle anime incarnate – al contrario, se esse scelgono il “genere mortale di vita” (quello che non guarda alle realtà divine), diventano schiave di Heimarmene ed essa se ne serve “come di cose prive di ragione”, ancora una volta, i “cani senza ragione” degli Oracoli. E’ dunque così che le anime discendono nel regno encosmico di Heimarmene, essendo prima passate per le Moire, come insegna anche il mito di Er:  “il mito fa dipendere dalle ginocchia di Lachesi la cura provvidenziale rivolta alle anime particolari, in quanto da un lato Ella muove eternamente il Tutto con le mani come con delle potenze più elevate, dall’altro tiene “sulle ginocchia”, ad un livello inferiore, le cause dei periodi ciclici delle anime. Ecco perché l’Araldo celebra Lachesi in modo particolare come “figlia di Necessità”: “ecco il discorso della vergine Lachesi, figlia di Ananke”. Dal canto suo, Cloto è detta tessere per le anime le conseguenze determinate dalle loro scelte e distribuire a ciascuna di esse il destino che le spetta; e dopo di lei, Atropo è detta conferire ai destini che sono stati tessuti il carattere dell’immutabilità e della determinazione, segnando così il compimento dei decreti delle Moire e l’ordine del Tutto che discende fino a noi.” (Pr. Theol. VI 23, 107)

Da questa discesa in poi, si può dire che la sorte dell’anima dipenda solo dalle sue scelte e dal suo genere di vita, ed è per questo che è possibile notare tanta varietà nei destini umani, essendo davvero numerosissime le strade e le scelte che un’anima può intraprendere una volta che sia venuta a trovarsi a vivere nel mondo del divenire – Proclo le riassume in quattro possibilità ed altrettanti risultati:  la sorte più felice è quella dell’anima che sceglie la potenza divina cui appartiene (conosce se stessa ed il suo Demone, e lo onora di conseguenza), e vive la vita corrispondente seguendo la via che da essa dipende (ad esempio: un’anima che appartiene alla potenza medica del Sole e sceglie quindi di vivere come medico nella vita sensibile, manifestando tutte le virtù che caratterizzano questa serie divina – il suo destino è naturalmente quello di ascendere nuovamente alla sommità Heliaca). Un’anima può anche scegliere la potenza divina cui appartiene in senso generale, ma può non vivere in accordo con l’aspetto specifico e non realizzarne quindi le virtù (ad esempio: un’anima che appartiene alla potenza intellettiva/filosofica e sacerdotale di Zeus ma nella vita sceglie di occuparsi di politica, scendendo di livello e mancando quindi il raggiungimento dei beni più perfetti – questo potremmo definirlo come “dilemma di Yudhishthira dopo la battaglia” fra la vita ascetica e la necessità di governare la patria per il bene comune: appunto, una questione di ‘necessità’). Un terzo caso si ha quando un’anima non sceglie la potenza divina, ma sceglie la stessa vita ed arriva alle stesse virtù (ad esempio: sempre un’anima filosofica del coro di Zeus che scelga una vita connessa con la catena di Atena, intesa come ‘amante della Sapienza’); ultimo caso è la “differenziazione estrema”, ossia quella dell’anima che ‘sbaglia’ completamente e non sceglie né la potenza, né la vita né le virtù cui doveva tendere (l’oblio totale del coro divino di appartenenza, la completa ignoranza a proposito di sé e del Demone personale: chi non “fa le proprie cose” non conosce se stesso e non possiede neppure la chiave per la liberazione dell’anima).  Perciò,  la vita delle anime divine e demoniche è “indipendente e libera … trascendente ogni forma di necessità”; sono le anime parziali a possedere sì il libero arbitrio, come abbiamo detto in precedenza, “perché appartiene ad esse per essenza”, ma in esse c’è anche la legge immanente del Tutto, ciò che è stato fissato da Heimarmene e la “legge fatale” che spinge le anime alla continua discesa nel cosmo. E’ quanto scrive Proclo stesso nell’Inno ad Aphrodite: “Altri (Eroti), a causa dei voleri che allontanano il male e degli atti provvidenziali del Padre, desiderando accrescere l’universo infinito con la generazione (nascita), fecero sorgere nelle anime un desiderio verso l’esistenza terrena” – il Demiurgo dunque inscrive le Leggi Fatali nelle anime e le invia nel cosmo per la stessa completezza e perfezione della sua demiurgia.

“E chi (delle anime) vivesse bene il tempo che le spetta, tornando di nuovo nella dimora dell’astro ad essa affine, vivrebbe una vita felice e abituale (secondo la vera natura dell’anima)” (Pl. Tim. 42b)

Coma abbiamo già spiegato diverse volte, l’anima parziale possiede diverse caratteristiche (sintetizzando: la parte della sensazione, “sensazione che risulta da affezioni violente”; la parte dell’epithymia, la facoltà appetitiva e la “mescolanza di piacere e dolore”; infine il thymos, la parte irascibile). Tali sono dunque le potenze conseguenti alla generazione ed esse si sviluppano nel vivente incarnato in successione temporale: “non appena vista la luce” venendo al mondo, si sviluppa la sensazione, poiché non si potrebbe nemmeno parlare di ‘essere vivente’ se non possedesse impulsi dovuti alla sensazione; poi, il vivente sperimenta piacere e dolore ed infine, crescendo, si manifesta la facoltà irascibile. Queste tre potenze sono esattamente le tre parti che devono essere guidate e dominate dalla parte divina dell’anima, ossia l’anima immateriale ed incorporea deve regnare sulle altre “forme di vita corporea”, le potenze sopra nominate. Bisogna tener presente la straordinaria scena nell’Odissea (Libro XX), quando Odisseo, dopo aver assistito alle malefatte dei pretendenti ed aver anche visto le ancelle concedersi allegramente ad essi, viene colto da ira e si domanda se alzarsi ed ucciderli tutti senza indugiare più a lungo: “il suo cuore latrava dentro di lui e, come una cagna con i cuccioli latra e mostra i denti quando si avvicina uno sconosciuto, così il suo cuore latrava per l’ira, al vedere gli atti che venivano compiuti; ma egli si batté il petto e disse: sii saldo, cuore mio …” Ecco perché tutti i Maestri hanno sempre considerato Omero un Teologo divinamente ispirato! In questo passo, ad esempio, ci insegna in modo poetico quello che Platone rivela in modo filosofico nel Timeo: la cagna con i cuccioli (ancora, i cani ctoni) che latra è esattamente il thymos, che Odisseo controlla grazie alla prudenza insita nella parte migliore di lui, quella forma di ‘astuzia/prudenza’ che lo salva sempre dalla morte, ossia dalla vita mortale, e lo consegna alla natura divina manifestandolo come Eroe. Cosa accade dunque quando Odisseo frena la sua parte irascibile e zittisce i latrati della cagna? “Atena scese dal cielo nelle sembianze di una donna …”: quando le istanze e le potenze mortali vengono controllate e dominate dalla parte demonica ed eccellente che è la sommità dell’anima, allora quest’ultima si mette in contatto con gli Dei stessi e, in questo caso, con la Fonte della Potenza Intellettiva che dà alle anime la forza di risollevarsi verso il Padre, il puro Nous, accogliendo in sé i beni incontaminati che spettano a tutte le anime quando ascendono. Le parole della Dea spiegano il resto: dapprima lo biasima, perché tutti i suoi beni sono intatti e dunque non ha ragione di tormentarsi; in altre parole, i mortali non hanno ragione di essere così infelici, perché devono sempre tener presente e ricordare a se stessi che la provvidenza degli Dei ha conservato, e continuerà sempre a conservare completamente al sicuro, tutti i beni destinati alle anime felici: “questa è la tua casa, e la tua sposa è al sicuro al suo interno, e così anche tuo figlio che è un giovane uomo di cui qualsiasi padre sarebbe fiero.” La risposta di Odisseo è appunto la risposta dell’anima incarnata che aspira al meglio ma ancora teme “le gelide correnti della dimenticanza”, memore delle sue sofferenze nel vasto mare, e pensa di non poter quindi tornare ad essere ‘sovrana nella propria Patria’ perché troppo grande è il numero dei nemici: anche data l’assistenza della provvidenza degli Dei e la forza insita nell’anima stessa, grazie alla sua reale natura, una natura regale e superiore a quella di qualsiasi pretendente, come sarà possibile sconfiggere non solo questi ultimi, le passioni infime basilari, ma anche tutti i loro ‘parenti ed amici’, tutte le altre sotto-passioni e loro conseguenze che, nel mondo del divenire, si moltiplicano a dismisura? La replica di Atena non ammette risposta – deve essere meditata in silenzio – infatti gli versa subito dopo un sonno profondissimo, ed in tale replica è nascosta un’Idea sulla quale bisogna appunto meditare senza ulteriori commenti perché, giunti a questo punto, ritengo sia doveroso lasciare a ciascuno la possibilità di trarre le dovute conseguenze del presente discorso: “Non sono forse una Dea, e non ti ho sempre completamente protetto in tutti i pericoli?”

Dunque, quando le anime riescono ad ottenere il dominio sulle istanze mortali, avendo ordinato la loro “vita interiore”, esse vivono come dovrebbero, ossia in accordo con la loro vera natura – “se, al contrario, vengono dominate esse scivolano nell’ingiustizia.” Quando perciò esse obbediscono “alla Legge e agli Dei”, significa che la parte divina in esse ha trionfato, in quanto solo l’anima divina obbedisce per natura alla Giustizia e agli Dei e, quando ciò avviene, tutte le altre potenze insite in noi non possono che inchinarsi al “Re” – infatti, come promesso da Atena, questo è anche l’esito finale del ritorno di Odisseo in Patria: riottenere la casa, la sposa e la signoria incontrastata.

Concludiamo perciò il discorso su Heimarmene e sulla sorte delle anime: anche l’ascesa di cui parla Platone nel Timeo ha luogo sia a causa della libera scelta dell’anima che è discesa nel mondo del divenire sia a causa delle norme imposte da Heimarmene. Infatti, da un lato le anime devono scegliere di “vivere bene”, dall’altro è a causa di Heimarmene che esse possono fare ritorno al loro luogo di provenienza: è questa Dea infatti che “fissa le sorti per ciascuna anima” adattandole ai differenti generi di vita sopra esaminati e stabilendo, per così dire, la connessione causa-effetto. Al di sopra anche di questa Dea sono gli “Dei giovani” che amministrano il cosmo, perché sono questi Dei ad assegnare le “ricompense che ciascuno ha meritato, ed è per questo che si dice che, avanzando dal centro della sfera del Sole verso il Tutto, Dike diriga tutte le cose. Nello stesso modo in cui, nel cosmo, ‘Dike, al seguito di Zeus, punisce tutte le mancanze nei confronti della Legge divina’, così l’attività di Dike relativa alle anime castiga quelle anime che hanno dimenticato le leggi fatali e scambiato la vita peggiore con la migliore.”

Dopo aver chiarito questi dettagli, dettagli che, a mio parere, devono assolutamente essere conosciuti ed interiorizzati da coloro che aspirano alla “vita felice” ed al Ritorno, possiamo ora concludere l’analisi degli insegnamenti di Giamblico a proposito della parte divina dell’anima, attraverso cui si effettua il contatto con gli Dei e l’ascesa verso di Essi, il Daimonbenevolo.

“E se bisogna rivelarti la verità sul Demone personale, esso è distribuito a noi non da una parte sola dei fenomeni celesti, né da un elemento del mondo visibile, ma dal cosmo intero, dalla sua multiforme vita, dal suo multiforme corpo, da tutto ciò per cui l’anima scende nel divenire, ci è data una sorte individuale, che si divide per ciascuna delle nostre parti, secondo una signoria particolare.” (Giambl. De Myst. IX 280, 1- 7) Pertanto, ciascun Demone esiste in “forma paradigmatica” ben prima della discesa delle anime parziali nel mondo del divenire – infatti, la scelta delle anime si compie di fronte al trono di Ananke che, come abbiamo visto, precede l’ordine di Heimarmene. Una volta che tale scelta viene effettuata da parte dell’anima, allora il Demone personale inizia a vigilare sulla realizzazione delle diverse potenze dell’anima stessa, lega tale anima al corpo quando essa discende e ne diventa il principio demonico che se ne prende cura, governandola ed indirizzandola. Così, il Demone personale è causa per ciascuno di quanto caratterizza la vita interiore dell’anima e, in particolare, “tutto ciò  che pensiamo, lo pensiamo perché Egli ce ne ingenera i principi: facciamo ciò che egli ci mette nella mente.” Prendiamo ancora l’esempio di Odisseo che abbiamo menzionato prima: al vedere le ingiustizie dei pretendenti e delle donne nella sua casa, l’Eroe non si alza di scatto e li ammazza senza complimenti, piuttosto gli viene in mente una domanda, su cosa fosse più opportuno fare per conseguire il bene cui aspirava. Questo porsi la domanda è segno dell’azione della parte divina dell’anima, quel “fare ciò che ci mette nella mente” – è quindi il Daimon che lo frena, generando in lui la domanda sulla via più salutare per conseguire il suo scopo e la conseguente risoluzione: dominare l’anima irascibile con la sophrosyne di ordine superiore, sfuggendo ad un bene apparente (il momentaneo e non pianificato sfogo dell’ira, anche se causata da azioni palesemente ingiuste, porta sempre a conseguenze in definitiva nefaste), e raggiungendo infine il vero bene, per sé ed in senso generale (“circondato da popoli beati”, come dice la profezia di Tiresia). Così, il Demone governa l’essere umano fino a che, “mediante la Teurgia Ieratica”, non si preponga a guida dell’anima uno degli Dei “che la sorvegli e ne sia il signore”. Come avevo cercato di chiarire nell’articolo dedicato al “Divino Amante”, al vertice nella triade degli strumenti per la riconversione dell’anima è proprio la Teurgia che, attraverso la Fede di ordine superiore, ricollega direttamente al Bene. Proclo, nella Teologia (I 113, 1- 11), spiega perfettamente perché la Teurgia abbia tale elevatissima posizione, come del resto afferma anche l’eccellente Giamblico, nella liberazione dell’anima attraverso l’esercizio della parte più divina di essa: “tutte le entità sono conservate attraverso questi elementi (Fede, Verità, Amore) e si uniscono ai Principi causali originari … attraverso la potenza teurgica, che è superiore a qualsiasi forma di saggezza e scienza umana, in quanto accoglie in sé i pregi che sono propri all’arte divinatoria ed anche le potenze purificatrici dell’arte perfezionatrice dei riti e, in breve, tutti gli effetti dell’ispirazione che rende posseduti dal divino.” Il che combacia perfettamente anche con quanto affermato da Giamblico: attraverso la Teurgia, si sceglie e si prepone alla guida dell’anima un Dio, ed il Demone personale cede all’essere superiore, gli cede la signoria sull’anima e coopera con la divinità.

“Agathos Daimon, Agathos Daimon, Dio di tutti gli Dei”

Il Demone personale è individuale e non è assolutamente lo stesso per tutti, in quanto convive con ciascuno in maniera del tutto particolare e specifica: questo perché la discesa delle anime nel mondo della genesis non ammette l’universalità di ciò che è incorporeo e superiore al divenire per natura e la sua guida diretta su ciò che è parziale e che partecipa della mortalità. Perciò, come è vero che esiste un’unica divinità universale che ha nome di Agathos Daimon (cf. “Tu sei l’Agathos Daimon, il sovrano, colui che genera le cose buone, nutre ed accresce l’intera terra abitata e tutto l’universo. Tua è l’eterna via processionale in cui è fondato il Tuo nome che è di sette lettere in armonia con le sette vocali … Tu, il cui glorioso nome le Muse inneggiano” PGM XXI), così esistono numerosi Daimonesche sovraintendono alle anime parziali ed incarnate: sempre dallo stesso papiro “Tu, le cui buone emanazioni dalle stelle sono i Demoni” – è il tema dell’ascesa verso l’ “astro affine” da cui siamo discesi, grazie alla parte divina/Demone personale di cui parlava Timeo; la stessa ascesa per cui, assai significativamente, anche il divino Proclo prega le Muse: “cantiamo con inni la luce che eleva gli esseri mortali, le nove figlie dalle splendide voci del grande Zeus … che hanno insegnato (alle anime) ad affrettarsi a seguire la via che guida al di là del profondo abisso della dimenticanza, purificate a raggiungere la loro propria stella, da cui si erano allontanate, quando un tempo caddero verso le rive della nascita, rese folli dalle assegnate sorti materiali” (Inno alle Muse)

Giustamente, si pone quindi una domanda (De Myst. IX 284): se il Demone personale è esclusivamente individuale, allora perché viene invocato da tutti “con un’invocazione comune?” In effetti, tutte le preghiere rivolte al Daimonpersonale si fanno tutte invocandolo appunto come “Buon Demone”, in modo generale, come se si usasse un unico nome applicato generalmente a tutti i Demoni individuali (mantenendo saldo l’assioma secondo cui, nelle invocazioni “gli inferiori sono invocati tramite i superiori” – ad esempio: i Daimonesdella casa e del focolare domestico vengono invocati con il nome del Principio gerarchico superiore, perciò come Daimones Hestiouchoi). Ancora una volta, Giamblico e Proclo sono assolutamente concordi sulla causa di questa “invocazione comune”: si basa sulla gerarchia teurgica, secondo la quale non solo è lecito ma compiace anche le entità divine il salutare con gli stessi nomi i capi (hegemonas) ed il loro seguito. Perciò “esse (le iniziazioni) dicono che gli Angeli sospesi agli Dei gioiscono particolarmente di essere invocati con i nomi stessi degli Dei” (Pr. in RP I 91, 18) – per questo, anche nel culto rivolto al Demone personale, l’invocazione si fa pensando “all’unico Dio che è loro signore” , Dio che, “durante le operazioni sacre” (en tais hierourgiais), rivela a ciascuno il suo proprio Demone.” Come afferma il divino Proclo nel Commento al Cratilo (72, 8 e ss.), la questione della manifestazione e trasmissione dei nomi divini, i nomi da impiegare nella pratica teurgica, da parte degli Dei e dei Demoni e Reggitori cosmici, è tutt’altro che semplice e meriterebbe decisamente una trattazione a sé stante. L’importanza del nome sacro si vede benissimo in questo Oracolo (fr. 87): “Il nome sacro balza con eterno movimento circolare nei kosmoi al possente comando del Padre.” A sua volta, questo ricorda la spiegazione di Proclo nel Commento al Timeo (II 255, 24): uno dei misteri più ineffabili della Teologia è la trasmissione dei nomi da parte del Demiurgo (è la conoscenza di tali nomi che aiuta il teurgo a stabilire la relazione di simpatia, invocare la divinità e purificare la sua anima, fino ad ascendere al fuoco noerico): i nomi sono inviati nei mondi materiali dall’ Intelletto Paterno per aiutare le anime ad elevarsi nuovamente –in definitiva, posso limitarmi a dire che certamente sono gli Dei stessi che rivelano sia le classi divine ordinate gerarchicamente sia i nomi divini appropriati per ciascuna classe, e questo a causa della perfezione e provvidenza degli Dei. I nomi rivelati dagli Dei e con cui gli Dei e le Loro serie devono essere invocati “negli appropriati atti di culto” servono “ad ottenere da Essi ascolto” (cf. “la formula con cui far apparire (il Dio) ai nostri occhi (eis autophaneian)” Pr. in Tim. III 20); è quindi palese che i nomi divini non sono assegnati per convenzione ma, al contrario, essi sono strettamente uniti alla natura degli esseri e quelli che maggiormente si avvicinano alla vera natura del Loro essere sono anche i più graditi agli Dei (cf. “gradite sono le formule che rivolgono agli Dei: cambiarle non è lecito a nessun uomo in nessun modo” De Myst. VII, 260). Giamblico conclude questo difficile passaggio, constatando che, una volta che ci si sia saldamente posti in contatto con il proprio Demone personale, allora sarà questa entità che rivelerà a ciascuno il suo nome ed “il modo particolare in cui vuole essere individualmente evocato” – materia quest’ultima che non può evidentemente essere trattata in questa sede, essendo ampiamente spiegata ed applicata nei Papiri Magici Greci – invito a ricordare però l’esempio delle conversazioni di Socrate con il suo Daimon …

Concludendo questa breve nota che, come al solito, non ha alcuna pretesa di completezza in quanto è evidente che sarebbe davvero assurdo pensare di poter esaurire in un articolo tutto quello che si potrebbe dire su questo tema, vorrei soffermarmi infine su un paio di considerazioni che possiamo dedurre da quanto detto finora – considerazioni che spero aiutino il lettore soprattutto a … “conoscere se stesso, il cosmo e gli Dei.” Dai ragionamenti svolti, appare dunque chiaro che ciascun essere umano, semplificando al massimo, possiede due anime: una deriva dall’Intelligibile e partecipa della potenza demiurgica, mentre la seconda è generata dal movimento dei corpi celesti ed è questa l’anima che discende “dai kosmoi” e si accompagna al movimento di tali mondi, mentre quella che deriva dall’Intelligibile è presente in noi in modo intelligibile (come diceva appunto Platone: “la quale abita sulla sommità del nostro corpo” cf. la citazione iniziale). Tale anima, posta come sommità, è libera dal ciclo del divenire “e per suo tramite noi ci liberiamo dalla fatalità (Heimarmene) e saliamo agli Dei Intelligibili” – l’elevante ed anagogica pratica della Teurgia si compie e si realizza proprio attraverso questo genere di vita dell’anima, e ne consegue pertanto che chi ignora o chi compie ingiustizia contro la sommità della sua anima non può partecipare dei puri beni che derivano dal culto e dalla pratica teurgica. Questo perché l’ascesa si effettua sempre a partire dal livello più basso verso quello più alto (come nelle iniziazioni, non si può essere epopti se prima non si attraversano i gradi precedenti), e la Fede che ricongiunge al Bene è la virtù somma: il vivente deve quindi prima ‘innamorarsi’ della realtà divina, poi darsi al ricercare la vera conoscenza di essa, ed infine percorrere, protetto dalle precedenti iniziazioni, la Via sacra che conduce all’unione stabile con la divinità – perché è solo quest’ultima che rende stabilmente “posseduti dal divino”. Ne consegue anche che, data la presenza di questo legame con l’Intelligibile, non tutto è legato nei vincoli indissolubili della Fatalità: l’anima possiede in sé il principio che la fa volgere di nuovo alla Luce Noetica e “la unisce con l’Essere e con il Divino.” E’ secondo questo principio che ciascuna anima incarnata può liberare se stessa ed è per questo che offriamo agli Dei, unici veri governatori dall’alto sulla Fatalità, tutto il sacro culto, affinché allontanino da noi tutti i mali che potrebbero manifestarsi a causa delle norme del Fato, mali che potrebbero distoglierci dal divino ed allontanarci dalla “vera Patria” dell’anima, trattenendoci per sempre sull’isola di Calipso. Perciò, “quando agisce la parte migliore di noi” l’anima si eleva e spezza i vincoli di Heimarmene stessa perché, unendosi agli Dei Superiori, si stacca da tutto ciò che la trattiene nel divenire (i ‘chiodi’ e le “catene della vita” che ‘attaccano’ l’anima al corpo ed alla vita materiale) ed inizia a vivere una vita completamente diversa: Eracle sale all’Olimpo e all’Eroe vengono offerte le due forme di Nutrimento intelligibile, Nettare ed Ambrosia. Se dunque “non deliriamo completamente”, non possiamo che seguire questa “Via sacra” ed onorare di conseguenza il nostro Demone personale, abbandonando le forme di vita divise e mortali e volgendoci nuovamente alle beate visioni grazie alla benevolenza della Guida delle Moire, e del Dio “dolce come il miele”…

Inno Orfico – profumo del Demone

Incenso

“Invoco il Demone…grande guida che fa tremare,

mite Zeus, generatore di tutte le cose, che dà vita ai mortali,

grande Zeus, sempre in movimento, che non lascia impuniti, re di tutto,

dispensatore di ricchezza, quando dovizioso entra nella casa,

e che al contrario raggela la vita dei mortali dalle molte pene:

in te infatti sono…le chiavi del dolore e della gioia.

E dunque, beato, santo, cacciando i dolori che causano molti lamenti,

quanti mandano la distruzione della vita per tutta la terra,

concedi un glorioso dolce buon fine di vita.”

 

Daphne Varenya Eleusinia

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Categorie: Daphne Varenya Eleusinia, Demone, Platone, Religione, Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 27 Marzo 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Anonymous

    Raramente si incontra una competenza tale in materia. Un sincero plauso a questa giovane studiosa della Tradizione Ellenica. Luca Valentini

  2. E un grande privilegio avere la sua collaborazione. Grazie Daphne per l’attenzione che ci dedichi

  3. Anonymous

    Più che un semplice articolo,un vero mini saggio,dottissimo e prezioso…Una padronanza della cultura filosofica greca impressionante…E il tutto, considerato anche il difficile tema trattato,esposto con una prosa molto gradevole.Comlimenti!.
    Primula Nera

  4. Anonymous

    “…Complimenti!…”
    Primula Nera

  5. Anonymous

    Vi ringrazio immensamente per le vostre gentili parole e per i complimenti! Sono davvero un eccellente incoraggiamento a proseguire nell’opera di divulgazione dell’eredità dei nostri Antenati! E’ un onore per me poter pubblicare degli articoli riguardanti la Tradizione in questo ottimo sito, perciò ringrazio ancora di cuore gli amministratori per l’opportunità concessami e, naturalmente, un ringraziamento anche ai lettori che hanno la pazienza di arrivare alla fine dei miei scritti! In effetti, un ringraziamento speciale va a Primula Nera per il complimento sulla prosa gradevole: trattandosi appunto di argomenti ‘spinosi’, ho sempre il timore di risultare un po’ pesante nell’esposizione…perciò, sono davvero felice di sapere che questo mio timore non ha fondamento, grazie ancora! Alla prossima!
    Daphne

  6. Anonymous

    Ottimo articolo, egli ci mostra le ali com le quali l’uomo può volare verso il cielo Divino.

    Grazie!

  7. Valentina

    Articolo ben scritto e argomentato, complimenti all’autrice. L’unica nota che mi permetto di aggiungere è che sarebbe stato utile, considerato il contesto neoplatonico, precisare l’opinione di Platone su Omero e i poeti simili a lui, che non è molto lusinghiera, poiché la poesia omerica è ritenuta diseducativa. Descrivere gli dei in un certo modo secondo Platone può dare un’idea sbagliata di certe realtà a chi è sprovvisti della chiave di lettura più profonda del testo omerico.

  8. Il tema natale, il daimon, il destino
    https://www.astrologiajunghiana.it/astrologia-junghiana/tema-natale-daimon-destino/
    di Paolo Quagliarella

    Hillman ripercorre ne “il Codice dell’Anima” il mito di Er di Platone e ricorda come le anime prima di reincarnarsi scelgano, secondo quello che “era loro toccato” il kleros che può significare: pezzo di terra, spazio, nel senso di ordine delle cose, oppure eredità; secondo l’autore i kleroi sono immagini e l’Anima sceglie secondo ciò che più l’attrae. Anche le altre tre definizioni sono interessanti perché ci conducono all’associazione con il Tema Natale personale: noi ci scegliamo il nostro cielo prima di nascere.

    Cosa accade nel racconto del mito di Er? Ciascuna Anima, scelto il kleros, il tema natale, si presenta alla Moira Lachesi (parte di destino) che le associa il daimon che poi le farà da guardiano, da genio, per tutta la vita e farà in modo che il destino da lei, liberamente scelto, si compia. Subito dopo passerà dalla sorella Cloto che con il suo fuso volge il filo destinico e lo ratifica, per poi giungere dall’ultima sorella, Atropo, che lo renderà irreversibile e dal quale non si potrà tornare indietro. L’avallo finale sarà dato da Ananke (Necessità) che metterà la firma finale sul destino di quell’Anima.

    Il tema natale che abbiamo scelto è, dunque, pura forma che viene riempita, inizia a solidificarsi con il passaggio dalle tre sorelle e con l’impronta del daimon.

    Da questo possiamo dedurre che un oroscopo identico a quello di un altro, seppure nella forma (ascendente, aspetti) è naturale abbia, una volta sulla terra, un destino diverso proprio grazie al daimon che ne è il custode. Il daimon è il garante di quel destino, è colui il quale ricorderà, una volta sulla terrà, il futuro dell’Anima che quest’ultima ha dimenticato passando nella valle del Lete, della dimenticanza.

    Sembra, leggendo questa storia, che l’Anima non sia libera, l’uomo non sia libero, ma non è così, perché ha scelto liberamente il kleros inoltre il passaggio nella valle della dimenticanza, a mio avviso, permette, una volta che l’Anima vive nel mondo, in quanto soggetto, di trasformare la propria vita, attraverso le scelte. Se possiedo un bicchiere dalla forma di cuore, ma lo riempio d’acqua, anziché di vino, avrò la stessa forma, lo stesso destino, ma di liquidi diversi, una vita diversa sulla medesima linea destinica, il daimon avrà adempiuto al proprio compito.

    Proprio il genio, il daimon apre ad ulteriori considerazioni astrologiche. Possiamo generalizzare, è non errato, affermando che il daimon rappresenti l’intero tema natale di quel soggetto, di quell’Anima a cui è stato dato come garante. La domanda invece è: possiamo trovare quale sia il nostro daimon analizzando un oroscopo personale? La risposta è sì, ma possiamo capirlo con certezza, soltanto confrontandoci con il vissuto vero del soggetto e con la sua storia, quando il tempo è, appunto, entrato nella vita dell’Anima e l’ha “precipitata”, per utilizzare un termine caro alla chimica. In questo modo vedremo se il bicchiere di soggetti con il medesimo tema è stato riempito di acqua o di vino.

    L’orchestra che riempie di musica la vita dell’Anima è diretta dal daimon, dalla dominante o da un gruppo di dominanti astrologiche, che possono essere aspetti fra pianeti, posizioni angolari, non è detto che il daimon sia un solo elemento zodiacale, anzi, è l’intera trama tessuta dalla Moire.

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