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Foibe “full time”

Foibe “full time”

Di Gianluca Padovan

Recentemente il signor Leonardo Cribio, Capogruppo Comunale di Zona 9 di «Sinistra per Pisapia» del Comune di Milano, ha comunicato su Facebook quanto segue: «Nelle foibe c’è ancora posto». Utili riferimenti li si può reperire anche in Internet.
Bene, direi che l’affermazione richiede necessarie meditazioni e valutazioni sulla bontà della stessa, non foss’altro perché l’ha espressa un “politico”, quindi persona eletta dal popolo in sua rappresentanza.


Procediamo per gradi nell’analisi. In primo luogo, dal punto di vista strettamente tecnico, Leonardo Cribio ha perfettamente ragione. Ma non affrettiamo i passi e dirimiamo, per chi di carsismo e di storia non se ne intende, che cosa sia la foiba. Dal Vocabolario della Treccani traiamo quanto segue alla parola foiba: «In geografia fisica, tipo di dolina; nella regione istriana, grande conca chiusa (derivante da doline fuse assieme) sul cui fondo si apre un inghiottitoio» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, vol. II, Roma 1987, p. 477). Quindi, a tutti gli effetti, si parla di grotte, essendo la dolina un tipico fenomeno carsico. Ancora sullo stesso alla voce infoibare leggiamo: «Gettare in una foiba, e più in particolare ammazzare una persona e gettarne il cadavere in una foiba, o farla morire gettandola in una foiba (il verbo è nato e s’è diffuso alla fine della seconda guerra mondiale)» (Ibidem, p. 864).

Qui si coglie lo spunto per ricordare che, oltre all’Istria, anche l’attuale Italia è caratterizzata da numerose aree carsiche ricche di grotte. Non saprei quantificare i milioni di metri cubi sotterranei esistenti in Italia, ma direi che possano essere parecchi. Un esempio per tutti: la Grotta Noè, definita una delle più belle grotte del Carso, presenta una imboccatura del diametro di metri 32 x 26, per una profondità iniziale, in verticale, di metri 60. Il fondo ha un diametro di metri 50, con un cono detritico alto circa metri 12 (dati tratti dal sito speleologico seppenhofer.it, del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer).
Un veloce e approssimativo calcolo mi dice che, a conti fatti, il solo pozzo principale della Grotta Noè potrebbe contenere all’incirca mezzo milione di cadaveri. Una bella passeggiata in montagna non la si nega a chicchessia, poi un bel salto nel vuoto (ad esempio proprio nella Noè) garantisce, almeno ai primi centomila, la dipartita mediante semplice spinta alle spalle. Per i restanti, magari, occorrerà provvedere con una bastonata in testa o un più consono colpo d’arma da fuoco alla nuca.
Quindi si, certamente, in Italia possediamo ipogei bastanti ad accogliere, volendo, tutto l’intero popolo italiano. E qui Leonardo Cribio ha proprio ragione: di posto, sotto terra, ce n’è per tutti.
In qualità di cittadino mi permetto, però, di fare rilevare a Leonardo Cribio, nonché a tutti coloro i quali desiderano sostenere o appoggiare la sua affermazione, che il riempimento delle grotte mediante cadaveri determinerebbe l’immediato inquinamento degli acquiferi carsici. In buona sostanza, l’acqua potabile risulterebbe compromessa sotto il profilo organolettico e batteriologico. Sotto altro profilo, invece, mi lascio tentare dal fare osservare il danno che ne deriverebbe alla Comunità Speleologica: con le grotte piene di cadaveri le esplorazioni delle stesse subirebbero un fatale arresto.
Andiamo ora a considerare un aspetto puramente pratico e quindi economico. Se un consimile risulta d’impiccio per svariate e variegate motivazioni, la soluzione migliore è toglierlo di mezzo, ovvero ammazzarlo. In pratica, piaccia o meno, il cosiddetto “problema” è tosto risolto alla radice. Sorge il primo fattore, quello dei costi: affissione dell’annuncio funebre, funerale, fiori, posto al cimitero, benzina per gli spostamenti casa-cimitero-casa nell’andare a mettere altri fiori (quindi altri costi) sulla tomba del caro estinto, ecc. Pertanto «infoibare» la gente potrebbe essere una soluzione: niente di quanto enunciato poc’anzi è implicato, quindi innanzitutto niente spese.
Volutamente, in questo contesto, s’ignora il significato deontologico dell’ammazzare un consimile, magari a tradimento, oppure dopo che questi ha reso le armi, o perché colto da eventi al di là della propria portata. Il motivo? È presto detto: si andrebbero a toccare valori umani e spirituali non alla portata di tutti, quali il rispetto per la vita, l’onore, il valore, la dignità e la comprensione. Ma non banalizziamo e torniamo al punto: «Nelle foibe c’è ancora posto».
Un tempo in talune comunità animiste colui (o colei) che assassinava un proprio simile era soggetto a sanzioni: essere bandito dalla comunità, scontare una pena segregato, rifondere tramite beni materiali la famiglia dell’ucciso, passare un certo lasso di tempo al di fuori della comunità per potersi purificare in quanto l’assassinio lo aveva “macchiato”, reso “impuro”.
Per la tradizione cattolica vigono i dieci comandamenti, il quinto dei quali recita: «Non uccidere».
Si potrebbe continuare ancora, ma limitiamoci a considerare la costituzione italiana, per la quale l’articolo n. 2 afferma: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle forme sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Il successivo, l’articolo n. 3, principia con: «Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, ecc.». Ancor’oggi, seppure più “slavatamente” d’un tempo, l’assassinio è considerato un reato punibile a termini di legge.
Ancora la costituzione italiana, alla Parte I, Diritti e Doveri dei Cittadini, all’articolo n. 13 dispone: «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, nè qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. (…) È punita ogni violenza fisica e morale, ecc.».
Pertanto in alcun caso, ovvero in nessuno dei casi possibili, è contemplato l’assassinio e men che meno l’infoibamento.
Constatato che «Nelle foibe c’è ancora posto» occorrerà considerare, a questo punto, l’aspetto ascientifico dell’esistenza dell’essere umano sulla Terra, ovvero esaminare l’affermazione di Leonardo Cribio dal punto di vista prettamente filosofico-religioso.
Mantenendo validi gli assiomi «la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tu rimani tale e quale» e «la religione è l’oppio dei popoli», si deve necessariamente capire se il corpo umano è tale e basta, oppure se è mosso dalla cosiddetta energia vitale. Ovvero comprendere se esiste un qualche cosa chiamato spirito, anima, o semplicemente energia, che risiede nel corpo umano e lo fa muovere nonché pensare, sentire, provare emozioni… in parole povere vivere.
Altra precisazione: il corpo materiale di un pagano, o di un cristiano, o di un ebreo, o di un animista, di un agnostico, oppure di un mussulmano, parrebbero tutti indistintamente mossi dal medesimo sconosciuto fattore, sia esso reale o solo supposto o millantato. Qualcuno afferma che ciò avviene in virtù del fatto che una non bene identificata energia li muove. Ma ciò, lo ricordo, è ascientifico. Sotto un’altra chiave di lettura tutti gli esseri della Terra hanno in comune la capacità di respirare aria, bere acqua e mangiare, dando luogo a processi chimico-fisici generanti calore, quindi energia e gas. Tra gli esseri viventi la differenza tra un uomo, una donna e uno gnù è data in primis dal fatto che i primi due esseri hanno la possibilità di essere accolti in seno ad un partito politico (e magari venire eletti dal popolo), mentre il terzo essere vivente, ad oggi, ne è escluso.
Taluni sono propensi a credere che l’essere umano sia generato da Dio, altri che lo sia senz’altro, o che in ognuno di noi risieda uno spirito divino il quale deve compiere il proprio percorso di apprendimento sulla fisica terra o, meglio, sulla Madre Terra.
Sia come sia, ognuno di noi, su questa Terra, esiste, vive e poi? Muore. Poco importa, nell’ottica scientifica e scientista, che cosa questo implichi o possa implicare. In una certa misura poco importa come si muoia, basta che lo si faccia o, come sottinteso da Leonardo Cribio, poco deve importare che qualcuno ce la procuri, questa partenza, o questa “fine”.
Il fatto che noi si possieda un’anima (con buona pace per gli “scientisti”), ovvero quell’energia indicata come vitale e magari dotata pure di coscienza e sentimento, nemmeno m’imbarco nel cercare di spiegarglielo al nostro Leonardo Cribio.
Quanti invece credono che l’essere umano non solo abbia un’anima, ma sia soggetto innanzitutto ad altre leggi, identificate come cosmiche o divine (ma nell’essenza più stringente il significato e il valore non cambiano), valutino meglio e più attentamente l’affermazione di Leonardo Cribio: «Nelle foibe c’è ancora posto».
Se Leonardo Cribio crede che qui si viva e nulla più, consentendo ad ognuno una propria arbitraria libertà d’azione, meglio se avvallata da ordini militari o, meglio ancora, da una direttiva di partito, si deve ricordare che volenti o nolenti abbiamo un Codice di Procedura Penale e una Costituzione.
Ad ogni buon conto non posso esimermi dal definire il signor Leonardo Cribio una persona che ignora un po’ troppi fattori ed è inquadrabile, ancora una volta mediante il vocabolario, come «ignorante», ovvero come colui «che non conosce una determinata materia, che è in tutto o in parte digiuno di un determinato complesso di nozioni» (Ibidem, p. 747). Difatti, nell’affermare che «Nelle foibe c’è ancora posto», ignora, o non considera (ma, in definitiva, la sostanza non muta), come dall’infoibare sorgano fattori di grave dissesto ambientale quali l’inquinamento delle acque sorgenti e di falda, a cui s’aggiungono la violazione in senso ampio dei diritti umani, la contravvenzione alle leggi civili e penali, tralasciando, per praticità d’esposizione, la mancata osservanza di taluni dettami religiosi.
Alla luce di quanto esposto, per concludere, il risparmio in termini economici derivanti dall’infoibamento, piuttosto che dall’ordinaria sepoltura, risultano trascurabili. Inoltre, il detrimento dell’attività speleologica, per i fattori già enunciati, nemmeno lo considero. Come parimenti non considero in tale ambito il rispetto per la vita altrui, il valore, l’onore, la dignità e la comprensione per il semplice e pleonastico motivo che chi afferma «Nelle foibe c’è ancora posto», come ha fatto il nostro Leonardo Cribio, dimostra di possedere una discutibile percezione delle intrinseche qualità umane, estrinsecabili nel vivere civile e comunitario.
Ad ogni buon conto di una cosa sono certo: tutti dobbiamo morire.
E non vi è alcuna persona fisica, si badi bene, nessuna che ci sia accanto nel trapassare: trattasi di un momento tutto e solo nostro.
Caro il mio Leonardo Cribio, anche tu morirai e in quell’attimo, se non vi sarai giunto prima per esperienza, per sentimento o per ragionamento, indubbiamente e sicuramente comprenderai il sostanziale significato di ciò che hai affermato.
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Categorie: Foibe, Padovan

Pubblicato da admin il 2 Marzo 2014

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