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“BARRICATE” A PARMA: mito e realtà (seconda parte)

“BARRICATE” A PARMA: mito e realtà (seconda parte)
di Giacinto Reale
Alcuni  episodi nella Storia, per una serie di motivi spesso insondabili, assumono il valore di “mito”, che a poco a poco, ne trasfigura i veri connotati, per renderli più aderenti ad una dimensione che, inconsciamente, si avvicina al favolistico: è il caso della “battaglia di Parma”, all’inizio dell’agosto del 1922…..
Balbo, partito da Ferrara nel primo pomeriggio del 3, viene fermato ad un posto di blocco al ponte sul Taro, al confine tra le province di Reggio e Parma. Occorre l’intervento del Questore di Reggio: il futuro quadrumviro gli spiega che: “quale membro della Direzione del Partito debbo recarmi a Parma per una ispezione , con l’ordine di condurre i fascisti ad uno spirito di pace”(1) , ed ottiene così  un lasciapassare per poter proseguire fino a Parma, dove, finalmente, giunge al far dell’alba del 4 agosto.
Al suo arrivo in città, la situazione è questa: gli squadristi sono saldamente padroni di tutte le zone del centro, ivi compresa stazione ferroviaria, ufficio posta e telegrafi, banche, etc; i loro avversari restano trincerati in Oltretorrente; prosegue, con tutti i mezzi (treni, camion, biciclette, cavalli, etc), l’afflusso in città di colonne fasciste.
Il Quartier Generale fascista viene alloggiato all’hotel “Croce bianca”, in piazzale della Steccata, e da qui, verso le dieci, dopo essere stato informato sulla situazione, Balbo muove alla volta della Prefettura, scortato da un centinaio di squadristi armati di tutto punto che, lì giunti, fronteggiano minacciosi il picchetto di guardia.
Al Prefetto viene posto un ultimatum: immediato sgombero delle barricate, in cambio della partenza dei fascisti; con l’occasione viene anche sentito telefonicamente Mussolini a Roma, che dà il suo consenso.
In città, frattanto, proseguono gli scambi di fucileria a distanza: i fascisti sparano dai campanili, i loro avversari dai piani alti delle case di Oltretorrente prendono d’infilata chiunque si muova per le vie del centro (in particolare via Garibaldi).
È proprio uno squadrista tiratore scelto a colpire il giovane Gino Gazzola che, arrampicatosi sui tetti di una casa vicina, cerca di snidarlo, con una  dinamica che ricorda molto da vicino la caccia ai “franchi tiratori di Mussolini”rimasti, nel 1944/45,  a difendere le città occupate dai “liberatori” (il suo nome non si saprà mai, ma sarà oggetto di “voci” che, per questo, costeranno la vita, nel 1944, sui monti dell’Appennino ad un  Capitano della GNR fucilato dai partigiani, in nome di una tardiva vendetta).  
Sull’altro fronte, a riprova della confusione imperante in città, si verifica l’episodio di un’audace incursione proprio all’albergo sede dello Stato Maggiore fascista, dove riesce ad arrivare un giovane in camicia nera, che lancia una bomba, fa parecchi feriti, e si eclissa, invano inseguito dal fuoco delle sentinelle.
Comunque, qualche ora dopo l’incontro in Prefettura (il termine dell’ultimatum fascista è stato definitivamente fissato alle ore 14), il Presidente della Deputazione Provinciale si reca a parlamentare con gli insorti: promette che non saranno effettuati arresti, non verranno requisite armi e che, una volta rimosse le fortificazioni, sarà l’Esercito a provvedere alla difesa del quartiere.
Inaspettatamente, gli uomini di Picelli sembrano accettare le condizioni, e, addirittura, fanno festa ai militari che, al comando del Colonnello Simondetti (l’Ufficiale più ben visto “a sinistra” che c’è in città),  entrano Oltretorrente, dividendo con loro si dirà una gigantesca polenta appositamente scodellata in piazza, ma nascondendo le armi (salvo qualche vecchio schioppo inutilizzabile).
I fascisti, che da torri e campanili continuano a controllare la situazione, si sentono beffati: le barricate restano al loro posto, le armi circolano ancora, l’accoglienza riservata ai militari sa di trovata furbesca.
Né basta a rassicurarli il fatto che il quartiere della Trinità, il più esposto ai loro attacchi, sostanzialmente accede alla resa e si ritrae dalla lotta.
Balbo, furioso, torna, accompagnato dal suo Stato Maggiore, negli uffici del Prefetto verso le 18, ne pretende le dimissioni e dichiara formalmente che i fascisti non partiranno finchè la loro richiesta non sarà accolta, col passaggio dei poteri all’Autorità militare. Nel contempo, ordina che cessi la tregua d’armi che i suoi uomini si erano autoimposti dalla mattina.
La decisione viene portata a conoscenza delle squadre  con un Ordine del Giorno:
“Le Autorità si sono fatte giocare dai bolscevichi scioperaioli. Si è tentato di dare alla cessazione delle ostilità un carattere di alleanza tra i soldati e i dimostranti, negatori della Patria.
Se coloro che sono preposti alla tutela del più santo patrimonio ideale che ancora possediamo, non lo sanno difendere, noi insorgiamo a difesa della dignità dell’esercito vilipeso.
All’armi, o fascisti. Riprendiamo la battaglia nel nome dell’Italia immortale” (2)
Ad esasperare gli animi arriva la notizia dell’uccisione, in un agguato, nei pressi di Sala Baganza, dello squadrista collecchiese Ettore Tanzi; manipoli fascisti partono alla volta del paese, e, nella notte, si scontrano con i sovversivi, riportando un’altra perdita, il modenese Odoardo Amadei, presente a Parma  con la sua squadra.
Giunge l’alba del 5: ormai gli squadristi presenti in città sfiorano quota 10.000, con i connessi problemi di alloggiamento, sostentamento e disciplina. Accade, infatti, che qualcuno approfitta per regolare vecchi conti personali con la devastazione di studi professionali e abitazioni private dei più noti esponenti social-comunisti.
Questo irrita molto “Pizzo di ferro”, che emana immediatamente un ordine di scomunica per i protagonisti degli episodi e si congratula invece, per iscritto, con uno dei suoi uomini che mostra di aver capito il senso della presenza fascista a Parma:
“I capi mi fiancheggiano con energia nell’opera di epurazione. Il camerata Granelli mi scrive: “Parma, 5 agosto 1922, al Comando d’azione in Parma: informo codesto Comando di aver sorpreso il fascista Rossi Alfredo abitante in Borgo Tommasini nr 28, fra i partecipanti alla devastazione dell’appartamento dell’avv. Ghidini, e di averlo schiaffeggiato”.
Bravo Granelli! la disciplina è tanto più necessaria oggi che la battaglia infuria sempre più selvaggiamente.” (3)
Il problema più urgente resta, però quello delle barricate da eliminare per poter poi fare smobilitare gli uomini. Balbo predispone, di primo mattino,  un sopralluogo per individuare i punti deboli della difesa nemica, e, soprattutto quelli meno custoditi dalle truppe, per  fare irruzione in Oltretorrente.
E, infatti, alle nove, alla testa di un gruppo scelto, composto da un centinaio  di squadristi, passa il ponte Bottego ed entra in Oltretorrente, giungendo fin nei pressi di una delle Camere del Lavoro, beffando la resistenza dei militari di guardia.  
Qui, però, si fa avanti un Reparto che presidia la barricata di via Rodolfo Tanzi, e il Comandante, Sottotenente Coruzzi, intima al ras ferrarese di tornare indietro…caso contrario, dice, ordinerà ai suoi uomini di aprire il fuoco, così come disposto da un ordine prefettizio che mostra ai fascisti.
Il giovane Ufficiale, però, che è di simpatie nazionaliste (4) aggiunge che, adempiuto il suo dovere di soldato, si toglierà la vita, per la vergogna di aver ordinato il fuoco sui suoi fratelli.
L’atteggiamento risoluto e nobile allo stesso tempo del militare non può non impressionare Balbo, pressato anche dall’arrivo del Generale Enrico Lodomez, Comandante della piazza, che lo prega di accettare un ulteriore incontro con il Prefetto, assicurando il suo intervento mediatore.
Alle 11,30 l’incontro ha luogo, sia pur nello scetticismo di “pizzo di ferro”, e si conclude con un nulla di fatto, mentre le squadre procedono alla distruzioni delle ultime sedi sovversive rimaste in piedi in città e nella provincia.
Tutti si preparano ad una notte che si preannuncia tempestosa, quando, nel pomeriggio, alle ore 16,40, arriva  da Roma il decreto di destituzione del Prefetto e del contemporaneo affidamento di tutti i poteri al Gen. Lodomez, con la proclamazione dello stato di assedio.
La notizia viene ufficialmente portata a conoscenza del Comando fascista verso la mezzanotte, insieme alle decisioni del nuovo responsabile dell’ordine pubblico che dispone, dalle 15 del giorno successivo, 6 agosto, lo smantellamento delle barricate, la consegna delle armi e l’applicazione del Codice Militare di Guerra.
È, in buona sostanza, quello che chiedono i fascisti: Balbo ordina la partenza delle squadre entro le ore 12, raccomandando il massimo ordine “per evitare nel modo più assoluto il minimo conflitto con l’Esercito, che è e deve rimanere sempre il nostro più prezioso alleato”.(5)
Viene contemporaneamente affisso in città un manifesto col quale si annuncia la partenza delle squadre, ma non la smobilitazione:
“Cittadini di Parma! I fascisti accorsi al vostro primo appello ritornano oggi alle loro case, con il convincimento di aver compiuto un sacro dovere, e pronti sempre a mettere il loro petto a vostra difesa, se, pel futuro, gli avvenimenti lo richiederanno…Viva la Patria, Viva l’Italia!” (6)
Alla fine, si contano 5 morti tra gli antifascisti e 2 tra gli squadristi
E questa è la seconda grossa bugia solitamente accredita sulla vicenda: non c’e stato nessun “bagno di sangue”, anzi, in verità, le due opposte fazioni non sono nemmeno mai venute veramente a contatto: i morti tra i difensori delle barricate sono stati colpiti da colpi di cecchinaggio partito da tetti e campanili vicini, mentre i due caduti fascisti, sono deceduti  fuori città, in un agguato e in una spedizione.
(fine seconda parte)
NOTE
(1)        Italo Balbo, “Diario 1922”, Milano 1932, pag 114
(2)        Italo Balbo, ivi, pag 125
(3)        Italo Balbo, ivi, pag 132
(4)        in: Franco Morini, “Parma in camicia nera”, Parma 1987, c’è una foto del marzo ’23, nella quale il Coruzzi appare  tra le camicie azzurre di Federzoni (pag 52)
(5)        Italo Balbo, ivi, pag 132
(6)        riprodotto in: Giorgio Alberto Chiurco, “Storia della rivoluzione fascista”, Firenze 1929, vol IV, pag 213
nella foto: telegramma del prefetto Fusco che chiarisce le istruzioni del Governo di: “impedire ogni costo invasione Borghi difesi dalle truppe 
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Categorie: Fascismo, Parma, Squadrismo, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 5 Marzo 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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