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La spranga sui denti

La spranga sui denti
Di Mario M.Merlino
Mi consenta, direbbe il Cavaliere dal sorriso a trentadue denti (finti) e dal capello ben trapiantato, che io dia inizio con una citazione. Dal Cyrano de Bergerac, uno degli eroi a me più cari (da bambino ne vidi la versione cinematografica, ancora in bianco e nero, all’arena Zanarini, con mia zia e quanti pianti, allora, e, forse, tuttora un groppo alla gola mi prende ché, si sa, i vecchi sono fragili e facili a commuoversi, come ricordava Pier Paolo Pasolini nella sua ultima poesia in friulano…). E, sebbene mi sia stata più congeniale, in questi tempi ‘plebei’ (altro fu il manganello delle squadre, di cui Lei è impareggiabile cultore, che mi permetto definire ‘aristocratico strumento irriverente e libertario’) la spranga, con Lei adopererò la nobile arma dello spadaccino dal gran naso. E me ne deve minimo un caffè avendola equiparata – il bastone è per i servi riottosi – al nobile lignaggio di cui mi faccio vanto per sangue e per titoli acquisiti sul campo…
Ecco, ed io gitto con grazia il cappello,/ poscia comodamente, pian pianino,/ mi libero del mio vasto mantello/ che mi attabarra, e lo spadon sguaino… Meglio v’era tacer, signor mio bello!/ Dove t’infilzerò, dimmi, Giacinto (nell’originale: tacchino)?…

Bene, anzi malissimo. Lei ha osato invadere il terreno, di cui incontrastato protagonista mi feci (E venne Valle Giulia n’è la memoria che, in origine, si doveva chiamare ‘la spranga sui denti’, da cui venni dissuaso dall’amico Luciano Lanna e da Giovanni Pennacchi, ritrovato dopo quarant’anni e perso per un banale stupido incidente). In termini calcistici: fallosamente è entrato a gamba tesa… E non contento di provocare ‘l’ira funesta’ con i suoi ricordi, vi è tornato una seconda volta e con quel titolo, ahi, con quel titolo… Roma, 16 marzo 1968: ma fu un ‘suicidio’? (con fine modestia o malcelata ironia utilizza il punto interrogativo, quasi volersi scusare e, al contrario, entrando nell’altrui tana estrae i pungiglioni dell’istrice).
Certo Lei vi prese parte a quella mattina stupida e falsa – e, riconosco, il dono della penna nel tratteggiare gli eventi, parziali come sono sempre gli occhi del testimone coinvolto. E, dunque, non Le farò le pulci con il rilevare un certo numero di inesattezze, anch’esse parte della concitazione del momento e della memoria tardiva (Lei ha almeno Frodo a farle da badante mentre io, come le tre scimmiette, non ci vedo non ci sento e mi strascico da sempre una esse modello Romagna. Ma a quale involontario torto s’è dato, a quale inconsapevole inganno e disastro ha partecipato…
Così il signor G (ha la presunzione e l’arroganza di accostarsi al teatro del grande Giorgio Gaber?), giovin fanciullo della Bari ‘nera’, se ne viene a Roma su una scalcinata corriera per dare il suo contributo alle trame e agli intrighi della dirigenza missina. Nobile e generoso l’intento perché, ignaro dei retroscena, vuol essere spalla a spalla dei camerati in pericolo (e solo, solo per questo il mio cuore generoso l’accoglie in fraterno abbraccio). Ma – a distanza di quarant’anni ed oltre – non può la dietrologia accontentarsi di una sorta di ‘scampagnata’ sgangherata mal diretta condotta e ridotta a subire dagli avversari l’oltraggio d’essere barricati nella facoltà di Legge e, ciò che è peggio e non perdonabile, applaudire con gesto liberatorio e di sollievo i celerini tardivi e gratificanti qualche manganellata qua e là…
Eh, no, Giacinto mio (ha notato che sono passato al tu, ma non s’illuda in gesto confidenziale e quasi amicale, no, è il rimprovero verso i tanti miei studenti quando, solitamente impreparati, subivano l’inascoltato rimbrotto e un bel quattro sul registro!), dopo quarant’anni ed oltre la dietrologia si nutre dei retroscena e delle strategie, anche perché – ne sono convinto – il 16 marzo rappresenta un segnale, allora non percepito, di quella stagione di furore e ferocia che ne seguì poco dopo… Fummo tutti involontari  carnefici e vittime, illusi d’essere protagonisti…
Un racconto personale. Incontro anni dopo Giulio Caradonna, che veniva descritto quale artefice di quella mattina con i ‘pugilotti’ (gli Angelino Rossi da te citato, non ricordo se ci fosse anche Alberto, già a capo dei Volontari). Gli chiedo la ragione di quella presenza. Mi dà la sua versione. Era stato chiamato dal segretario Arturo Michelini che gli aveva imposto di andare e, alle sue perplessità, l’aveva minacciato di non metterlo in lista alle prossime elezioni. Piccole miserie della vita democratica… Aggiunge, però, dell’altro e questo, mi sembra, ci porta nel cuore degli avvenimenti. Michelini? Mi stupisco. Era venuto, si diceva, a vedere quanto stavamo combinando a Valle Giulia e ci aveva fatto pervenire la sua approvazione. Ed ecco la sua risposta: Ad inizio d’ogni legislatura veniva depositata una richiesta di scioglimento del Movimento Sociale, ma non se ne faceva nulla perché… gli USA avevano bisogno di garantirsi la presenza di un partito anticomunista, di uno zoccolo duro, diffidando della DC e delle sue aperture ‘a sinistra’. Ciò spiega, fra l’altro, la costante emorragia dell’ala più sociale e anti-americana che si verificava ad ogni congresso e non…
E tanto basta o, meglio, tanto e altro vi sarebbe da sottolineare sull’equivoco che ci pesò addosso e da cui tentammo di sottrarci, illusi forse sinceri nel nostro tentativo senza immaginare quanto fango sangue sbarre chiavistelli ci sarebbero piovuti addosso…
Parli della fotografia, più volte riproposta, dove si vede Giorgio Almirante sulle scalinate di Giurisprudenza circondato e protetto da giovani armati di bastoni (reali aste delle bandiere tricolori o ricostruiti per rinnovare l’idea di ‘mazzieri’ fascisti, come ritieni). Bene, anzi malissimo – e questo non ti riguarda. Almirante venne per farsi notare quale capo dell’ala radicale e attivistica del partito (Michelini, malato, sarebbe morto pochi mesi dopo e Almirante si proponeva alla successione), dopo un lungo silenzio e assenza maturati durante il congresso di Pescara (estate ’65). E non ebbe neppure il ‘buongusto’ di rimanere, come fece Caradonna, a condividere con noi la tristissima sorte d’assediati all’interno della facoltà. Credo, anzi ritengo che fosse anche lui, insieme a Cesare Mantovani e Cerullo, le ‘anime nere’ di quel pasticcio di cui tutti fummo vittime – tu, animo generoso, partecipe ed io vittima ignara…
Caro Giacinto, Ereticamente ci ha offerto lo spazio e il destro per tornare alla nostra giovinezza – e da Brasillach ho appreso a tenerla stretta fra le dita anche se ormai s’è resa cenere –, non abusiamo però dei suoi lettori. Io mi fermo qui e… ti rinnovo, al di là di qualche mia battuta di troppo, la stima e l’affetto e, soprattutto, a Frodo…
P.S. – Non fu un ‘suicidio’ ma intenzionale omicidio verso la speranza di essere partecipi ai venti del cambiamento, fedeli all’idea che il fascismo è ‘immenso e rosso’ e non a grattar la rogna dei piccoli pavidi borghesi… E, permettimi, valeva comunque tentare nonostante le riserve i pericoli che tu hai sottolineato, ma questo si comprende semmai dopo e non durante…

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Categorie: Grande Guerra, Guerra, Libreria, Merlino, Sapienza, sedicimarzo68, trentaottobre1922, Valle Giulia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 15 Febbraio 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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