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Il Medico di Amburgo

Il Medico di Amburgo
Di Mario M. Merlino
Si erano conosciuti una mattina di buon’ora nel piccolo ospedale tedesco di Argenta, sul fronte del Senio, primi mesi del ’45. Guido Bonvicini vi aveva accompagnato il fratello Attilio, ufficiale del btg. Lupo X MAS. Dopo l’intervento chirurgico e la trasfusione di sangue Attilio e il fratello erano stati trasportati in un camerone che andava riempiendosi di feriti italiani e tedeschi. Vi arriva un altro marò, dalla faccia di un adolescente e una larga fasciatura al torace. Si agita, tenta di alzarsi, smania, getta a terra la coperta, poi: ‘Ehi tu. Sei del battaglione Lupo? Io sono Morandini della terza compagnia’. Fu così che Guido e Vittorio si conobbero.

Poco prima di morire Vittorio, consapevole di combattere da anni con un male incurabile, volle stampare alcuni suoi scritti, delle poesie – fra cui una a me particolarmente cara, dedicata a Piero Menichetti, ammazzato sulla riva sinistra del Po, attirato a mezzo del fiume a tradimento (ne ho tratto un capitolo in Inquieto Novecento). E mi chiese la prefazione, in una giornata di primavera a Il Campo della Memoria, durante la cerimonia annuale a commemorare i caduti del btg. Barbarigo sul fronte di Anzio e qui, dopo una lunga ed estenuante battaglia burocratica, sepolti. Non potevo, non volevo certo dirgli di no. Fra l’altro egli mi regalò copia dattiloscritta di un breve racconto, proprio sulla loro amicizia, scritto da Guido Bonvicini. Ed io lo propongo ai lettori di Ereticamente.
Molti anni dopo, mi arrivò una telefonata da una località dell’Alto Adige. Era Vittorio che annunciava la sua venuta… In una sera d’inverno dopo aver cenato, posata sul tavolo la bottiglia di grappa, rimasti noi due soli, i pensieri e le parole ci portarono a quel periodo. Ricordi questo? Ricordi quello? La guerra crea nell’animo di chi l’ha vissuta un blocco di vita che trova corrispondenza solo nel contatto con altri che l’hanno egualmente vissuta…
Nell’incontro fra due che sono stati insieme alla guerra si manifesta un vincolo che, per quanto dura l’incontro, è più forte di quello che lega una famiglia bene unita. Parlavamo già da qualche ora, Vittorio fece: ‘Lo ricordi quel medico di Amburgo?’
Dissi che ricordavo alcuni medici di quell’ospedale, in particolare uno alto e rigido, sempre inappuntabile in divisa, faceva le medicazioni tenendo in testa il berretto. Era forse quello?
‘Sì, quello’.
‘E come sai che era d’Amburgo?’.
‘Me lo disse lui’.
E Vittorio tornò indietro a quella notte di fine gennaio 1945 quando era stato ferito da una pallottola, rimbalzando su un sasso della postazione, gli era entrata sotto la scapola sinistra. All’ospedale, vedendo che c’era il foro d’entrata e non quello d’uscita, lo sottoposero alla radioscopia e, localizzato il proiettile, gli infissero nella pelle alcuni aghi per indicare la direzione nella quale si doveva operare. A notte fonda Vittorio arrivò nella sala operatoria dove il chirurgo era pronto. Questi gli rivolse la parola in italiano un po’ stentato ma comprensibile:
‘Ti fa male?’.
Vittorio rispose di no. Quello disse:
Ora sta fermo come sei. Con questa oggi sono trentasei operazioni’.
Accese una sigaretta e riprese:
‘Quanti anni hai?’.
‘Quindici e mezzo’.
Due boccate mentre preparava un’iniezione:
‘Ho un figlio della tua età ad Amburgo’. E, dopo una pausa, aggiunse a voce bassa: ‘Non ne so niente da tanto tempo’.
Finì la sigaretta; fece a Vittorio l’iniezione e lo addormentò per operarlo.
Vittorio quella sera a casa mia diceva che il nome di Amburgo non aveva per lui un significato particolare in quella notte mentre si trovava steso sul lettino in attesa di essere operato. Più tardi, quando uscì dalla guerra e anche dai primi anni del dopoguerra, lesse qualcosa e si fece un’idea più precisa. Anch’io ho letto e cercato di capire quello che era successo ad Amburgo. Dopo la visita di Vittorio, dovetti riprendere in mano i libri e rileggerli, non più come una vicenda accaduta in un paese lontano ma avendo ora davanti e ben fissa negli occhi della memoria la figura alta e legnosa del chirurgo. Ricordavo che, dopo avermi fatto uscire per la seconda volta dalla sala operatoria, mentre stavo sul corridoio io con tutto l’animo teso a quello che lì dentro stavano facendo ad Attilio, con la speranza che me lo salvassero, con un groppo al cervello che m’impediva anche di pregare, dopo ch’era passato qualche tempo, vidi scostarsi quella porta e profilarsi la sagoma alta e dura del chirurgo. Mi fece un cenno con il capo e aggiunse stentando sulle parole: ‘Va-già-meglio’.
C’è ancora oggi, al fondo dell’anima inglese, un resto di quel puritanesimo che nella lettura dei versetti della Bibbia trovava la giustificazione di qualsiasi atto. Gomorra, la città colma di peccati che Jahvè distrusse con il fuoco. La parte di Jahvè fu assunta dal capo del Bomber Command inglese sir Arthur Harris soprannominato ‘il macellaio’. Il piano curatissimo nei minimi dettagli oltre che nelle disposizioni generali – orario, direzione di avvicinamento, aerei avvistatori, segnali luminosi colorati prevedeva l’impiego di diecimila tonnellate di bombe, fra esplosive e incendiarie, durante alcune notti. Ma già alla seconda incursione…
I fuochi appiccati dalle bombe al magnesio trovarono nell’aria particolarmente secca una buona conduzione per espandersi, la saturazione degli esplosivi e degli incendi provocò correnti ascensionali d’aria surriscaldata, dalle zone circostanti grandi masse d’aria fredda si precipitarono nel vuoto e alimentarono gli incendi, poi a loro volta salendo in alto innalzarono le fiamme in turbini sempre più forti tanto che i bombardieri a cinquemila metri d’altezza si sentirono sballottare come fuscelli e il fuoco divampò sempre più alto e più ampio aumentando la temperatura che arrivò a mille gradi. Gli storici, più tardi, chiamarono questo fenomeno con il nome di Feuersturm, tempesta di fuoco. Gomorra.
L’immenso braciere continuò a divampare per molti giorni. Interi isolati erano stati distrutti in pochi istanti, nei rifugi la gente veniva soffocata dal monossido di carbonio, gli uomini furono ridotti a piccole masse di cenere impalpabile. E questi furono i più fortunati perché non se ne accorsero. Quelli che stavano nelle zone intorno agli incendi, dove la temperatura era soltanto di qualche centinaio di gradi, ricevettero vampe di calore che li lasciarono in vita spellati, disidratati, arrostiti, tentarono di salvarsi buttandosi nelle acque dell’Elba, del lago formato dall’Alster, della fitta rete di canali. L’acqua però dava un sollievo momentaneo, e le piaghe si propagavano e penetravano. Qualcosa di simile e di peggiore succedeva ai colpiti dal fosforo, che creava sulla pelle una lebbra in continua espansione, si difendevano anch’essi nell’acqua o seppellendosi nella sabbia, ma quando tentavano di uscirne erano di nuovo morsi a sangue e si vedevano costretti a tornare. Finché alla mattina passarono squadre di poliziotti e soldati, armi alla mano, a finirli.
Forse allora in quell’ospedale non si conoscevano tutti i particolari della distruzione di Amburgo, ma certo se ne sapeva abbastanza per capire che era stato un fatto enorme. Quel dottore disse soltanto: ‘Ho un figlio della tua età ad Amburgo’.
E quello che aggiunse a voce bassa era il filo di speranza che nessuno vuole mai troncare…
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Categorie: Btg Lupo, Guerra, Merlino, Rsi, Storia, X Mas

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 27 Febbraio 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. vittorio messa

    Ho un fratello che si chiama Attilio Lupo, il primo nome è per il Tenente Attilio Bonvicini, il secondo è per il Btg Lupo del quale mio padre e mia madre hanno fatto parte come volontari

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