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Gli uomini le rovine…le macerie

Gli uomini le rovine…le macerie

Di Mario M. Merlino

Quando Julius Evola pubblica Gli uomini e le rovine, in prima edizione, 1953, ‘ebbe una particolare eco nella gioventù’ in quanto, è sempre Evola a scriverlo, ‘sembrava che in Italia fossero presenti le condizioni per dare inizio alla formazione di uno schieramento di Destra: di Destra non nel senso politico ma anche e anzitutto ideale e spirituale’. Dopo oltre dieci anni, 1967, ne farà una seconda edizione, questa volta per Giovanni Volpe Editore (ed è questa edizione che è in mio possesso autografata dall’autore ‘con cameratesca cordialità’). Come allora, credo, dovendo constatare ‘il processo di franamento politico e morale dell’Italia’ e, aggiungo, di quella destra a cui affidava le sue concezioni ritenendole ‘l’unica esposizione di un pensiero reazionario antidemocratico e antimarxista’.
Del resto egli ne era ben consapevole se scrive nel medesimo anno, sebbene il libro venga pubblicato soltanto nel 1961, Cavalcare la tigre – che ‘sotto certi aspetti, riflette la mia stessa via; le massime e gli orientamenti in esso indicati sono anche quelli che, in genere, mi sono sforzato di seguire nella mia esistenza’ – che è, se si presta corretta attenzione, nel suo radicalismo rottura e conseguente scelta dell’a-politheia di cui, da buon aristocratico, si faceva vanto (e ciò spiega il fascino esercitato, i troppi deliranti ed esaltati fraintendimenti, quel suo divenire, nel momento più estremo della lotta armata, una sorta di breviario folle e disperato).

Qui, però, non è mia intenzione dedicarmi ad Evola e alle opere citate. E’ compito grave per le mie forze in quanto devo a lui molto – Rivolta contro il mondo moderno, Fratelli Bocca Editori, 1951, fra i miei primi libri, con buona rilegatura ad opera di una famiglia di camerati sordomuti al tempo della mia frequentazione della sezione del Colle Oppio –, come ad esempio una certa capacità di leggere e di collocarmi di fronte alle dinamiche della storia e del presente con occhi cuore e mente d’altro sentire. E, più volte, ho raccontato di quell’unica, tragicomica, occasione che mi fu fornita da Adriano Romualdi di andare a trovare il Barone nella sua abitazione di Corso Vittorio Emanuele. Devo a lui se, scegliendo quale argomento della tesi ‘il suicidio metafisico in Carlo Michelstaedter’, mi sono difeso dalle mediocri pedanti e malsane suggestioni di un esistenzialismo di maniera e dalla psicanalisi sparsa a piene mani e a portata d’ogni imbecille, dove al confessionale s’è andato sostituendo il lettino dell’analista – in entrambi i casi espressione consolatoria da ‘rivolta degli schiavi’ (fu per ringraziarlo dell’indiretta ispirazione che gli telefonai e mi giunse la sua voce spenta e stanche le sue parole, ormai prossimo alla fine). E, ormai allontanatomi, quell’anarco-fascismo a me così congeniale nel suo apparente provocatorio contraddittorio accostamento (proprio sabato scorso, trovandomi nei pressi di Pistoia a presentare Ai confini del nero, mi è stata sollevata la domanda sulla possibilità di far coabitare un’idea libertaria con il fascismo, inteso ancora e riduttivamente movimento d’ordine).

E’, invece, mia intenzione soffermarmi su quel titolo de Gli uomini e le rovine. Perché, nel corso di pochi decenni, come una valanga che prende velocità nel precipitare a valle, una ridefinizione di quella immagine, atto ancora di fiducia e di orgoglio, si necessita. L’immagine, cara ad Oswald Spengler, simboleggiata dal soldato romano che, fedele alla consegna, non abbandona il posto di guardia mentre Pompei è sommersa dalla cappa di fuliggine e di lava del Vesuvio in eruzione. Fiducia nella presenza, pur se minoritaria, di esseri capaci di incarnare valori quali il rispetto al comando ricevuto e orgogliosi di dimostrarsene degni in ogni caso, duplice essenza del dovere verso se stessi e il mondo esterno (guai a coloro che ironizzano su quel soldato che monta la guardia al bidone di benzina!). Perché i ruderi dell’antica città campana si annientano essi stessi, ora crollando un muro ora un tetto, e coloro, i vivi presunti, che sono preposti ad occuparsene e dovrebbero prendersene cura sono tutti tesi ad interrare tonnellate di scorie contaminate, rei del suicidio di massa della propria gente, e a mantenerne il segreto quei complici portati a sedere nelle istituzioni.

Al cuore si può sempre applicare il vecchio detto: le rovine non bastano a seppellire gli impavidi’, scriveva Ernst Juenger e Ernst von Salomon, nella terza parte de I Proscritti, ne riportava la citazione. Siamo, però, tra le due guerre mondiali, per uomini che indossarono la divisa nelle trincee e non la dismisero, idealmente e armi alla mano, in quelle ‘tempeste d’acciaio’, proseguite nelle piazze e per le strade negli anni cruciali alla conquista del potere in nome della propria dignità e per la nazione tutta. Ai reduci della seconda non fu concesso tanto perché la guerra del sangue contro l’oro volle demonizzare i vinti e iniettare anche nei vincitori il germe perverso e ipocrita dell’idea della ‘guerra giusta’…

Gli uomini, simili a Titani riportati a nuova vita, si ergono in piedi tra le rovine e volgono lo sguardo all’orizzonte – ed ogni orizzonte appare loro una linea di provocazione da travalicare, confine di uno spazio angusto e concentrazionario, in cui si sentono ristretti – e hanno fame e sete delle lontananze e sfidano gli stessi dei gelosi, eroicamente illusi ancora che oltre le stelle il cielo sia popolato, come poetava Platone (e non è casuale che eviti il termine ‘filosofo’) di idee incarnanti il vero il giusto il bello. Sono uomini del Grande Meriggio, avrebbe suggerito Nietzsche che amava solo coloro che conoscono il tramontare (dopo di lui Martin Heidegger ci ha educato a distinguere il perire dall’attesa dell’alba futura).

E le rovine ne sono testimonianza (ecco perché abbiamo cercato dove si ergesse la città di Troia cantata da Omero e il miracolo geometrico delle piramidi e lo sguardo enigmatico della  sfinge nel deserto e nella jungla i templi eretti al dio Sole dove, con il coltello di ossidiana, i sacerdoti aztechi gli offrivano il cuore del guerriero vinto…e volle ancora nell’età della modernità, al termine della guerra civile, il generalissimo Franco riunire i suoi soldati e quelli della parte avversa in uno spazio comune, la Valle de los Caidos; così Raffaella Duelli, ausiliaria del btg. Barbarigo, percorse la pianura pontina a recuperare i corpi dei suoi camerati caduti sul fronte di Anzio e a cui nessuno interessava – nel darsi e fornirci una storia di vincitori là dove s’era e si è l’unico popolo che festeggia, il 25 aprile, la propria disonorevole sconfitta – pietosa umana sepoltura…).

Le rovine erano il muto e nobile ordito dell’universo nel quale i vincitori e i vinti erano sotto lo stesso cielo vittime designate del medesimo destino che, imperscrutabile, dà ad alcuni il trionfo ed altri trascina nella disfatta. Le rovine palpitano, per chi ha mente e cuore adatti a percepirne l’eco, ancora delle emozioni di sentimenti e voci e stridio di armi di popoli ormai scomparsi e che, nella pietra, hanno lasciato il segno del loro passaggio (si rilegga il passo analogo in Volo di notte di Antoine de Saint-Exupéry). Al contempo esse sono la dimensione dello spazio che le circonda e la misura del tempo come l’intendeva Sant’Agostino; esse appartengono alla natura, confondendosi con monti e pianure e fiumi, e si confrontano con l’animo inquieto di cui sono la geografia dello spirito nella tensione reiterata e testimonianza del proprio superamento.

Di uomini, che furono magnanimi; di rovine, che lo attestano…

Oggi conosciamo solo le macerie di cui le ruspe fanno polvere facilmente prigioniera del vento e della dimenticanza (Quando lo slavo assassino e infame raggiunse Pisino, nel cuore dell’Istria, volle annientare quanto in piedi ancora rimaneva del liceo Gian Rinaldo Carli e ne sbriciolò anche le pietre più piccole perché nulla restasse di quell’istituto tanto voluto dalle genti italianissime di quella regione…).

Macerie – e senza più l’uomo ad ergersi, ma un brulicare di informi esseri e di indistinte ombre preda delle tenebre…
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Categorie: Julius Evola, Merlino, Tempi Moderni

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 3 Febbraio 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Nietzsche E soltanto dove ci sono sepolcri, ci sono resurrezioni…possibilmente sopravvivendo al kaly yuga

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