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Fedeli alla giovinezza

Fedeli alla giovinezza

Di Mario M. Merlino

Che cos’è la giovinezza? La domanda è pretenziosa ed è pretenziosa ancor più la risposta. Non mi cimenterò, dunque, né ripercorrerò quanto s’è detto e scritto, nei secoli, sull’argomento. Come intorno al bambino. Una grezza materia da forgiare, come fa il vasaio con la creta, affinché si renda in lui il carattere atto a divenire adulto (una sorta di seconda vita o rinascita tanto che gli si impone un nome nuovo come nelle tribù dei nativi d’America, ad esempio, o negli ordini monastici) oppure, in esso, si trova già in nuce tutta la complessità di quando l’età lo renderà grande. Albero e foglia, per dirla con Tolkien, che preferisco nella sua capacità d’interpretare il reame delle fiabe (il reale sta lì, il resto è oblio e abitudine) rispetto alle pulsioni di cui si nutre – e ci nutre – il doktor Freud, che pure ha detto cose sgradevoli con sgradevole accento presuntuoso ed arrogante ma cose con le quali bisogna pur fare i conti…

29 gennaio 1945: ‘Le mur est froid, la soupe est maigre./ Mais je marche, ma foi, très fier,/ Tout résonnant comme un roi nègre,/ Paré de ses bijoux de fer’ (Il muro è freddo, la zuppa è scarsa, ma io cammino, in fede mia, assai fiero tutto tintinnante come un re negro, ornato dei suoi gioielli di ferro. – mia la traduzione da I poemi di Fresnes –). Cella dei condannati a morte, la luce sempre accesa, indossando un vestito con sotto sette chili di catene che non gli vengono mai tolte (‘Etrange est l’habit qu’on m’impose/ Et bizarre le double anneau’ – strano è l’abito che mi è stato imposto e assai bizzarri questi doppi anelli). Ancora pochi giorni, ancora poche notti. Poi la mattina del 6 febbraio la porta si aprirà e per l’ultima volta e il suo inquilino verrà trasferito al forte di Montrouge, là dove l’attendono dodici bocche di fuoco, avide del suo sangue, il sangue d’un poeta…
Ne Il fascismo immenso e rosso (1990) Giano Accame lo aveva definito ‘il poeta dei balilla’ e confessava di non riuscire ‘a leggerlo senza un senso di profondo disagio’ perché nulla è rimasto, oggi, dei suoi sogni degli ideali e della poesia che lo animava mentre ‘allora era bello credere ai giochi e sperare in una giovinezza che non fosse disposta a lasciarsi banalizzare in pochi anni’. E, nonostante questo disagio questa distanza, mi raccontava la figlia Barbara che, poco prima che morisse, consunto da un tumore ai polmoni, si facesse leggere proprio quelle poesie scritte alla vigilia della condanna a morte e della sua esecuzione. E rammento come quel libro si elevasse a immagine della libertà auspicata e ritrovata tanto che non volli che mia madre me lo portasse nel carcere di Regina Coeli perché dovevo poter ritrovare i suoi versi nella mia stanza…
Dimenticavo… Mi è così familiare, così prossimo, che me ne dimentico il più delle volte, eppure, per coloro che non lo conoscono, si richiede, oserei dire, si necessita ricordarne il nome. Di quel fratello che mai ho avuto e, nonostante ciò o proprio per questo, il più caro e che un tempo consideravo un fratello più grande e che, eternizzato dalla morte all’età di trentacinque anni, è divenuto il più giovane. Robert Brasillach, intendo.
Tutto in lui racconta della giovinezza. In primo luogo se stesso, in quelle immagini di ragazzo troppo cresciuto e mai diventato adulto, con una vena triste e pensosa quasi fosse presago del tragico destino che gli dei malvagi gli avevano decretato, invidiosi della gioia (ne Il nostro anteguerra così aveva definito la gioventù tentata dal fascismo ‘spirito anticonformista per eccellenza, antiborghese sempre, irriverente per vocazione’) e della ricerca della felicità possibile. I protagonisti dei suoi romanzi (da La ruota del tempo: ‘E noi viviamo in quella eminente dignità del provvisorio che tanto dispiace ai borghesi’); le poesie (‘O giovinezza perduta in fondo a questa nebbia,/ ritornerai prima che sia troppo tardi/ per scongiurare ancora le tempeste?’); la riflessione (una sezione de I sette colori porta proprio questo titolo ed è una interrogazione sulla giovinezza e su quei trent’anni che indicano la sua fine nell’età adulta); insomma tutto l’insieme, quel misto d’inchiostro e di sangue, che sono andati a mescolarsi e per sempre.
L’inchiostro e il sangue: l’illusione di vincere il tempo e la morte, il primo; la vita che pulsa nel nostro corpo e che ci impone d’essere fedeli ad essa, il secondo.
Ecco perché non posso non voglio non devo sottrarmi alla domanda, se si presenta e bussa alla porta il domandare non può essere scacciato né si può dire di non essere in casa, ma anche, parimenti, non posso non voglio non devo proporre risposta alcuna perché, in caso contrario, verrei meno al senso delle mie scelte, all’essere comunque su quella linea ideale ove mi sono sempre giocato tutto o niente. Universale e necessaria, direbbe la filosofia. In quanto ognuno si trasforma inconsapevole carnefice e vittima del proprio destino e, confrontandosi con lo specchio immaginario di se medesimo (simile a quel Ritratto di Dorian Gray, avventura e condanna), ne trae forza fedeltà scontento dimenticanza a suo piacimento o vincolante catena che sia. Però mi viene a mente una considerazione, simile a rapida pennellata, di Giovanni Papini e che ho avvertito, per istinto più che per riflessione, adatta al mio essere così e non altrimenti: ‘L’unico segreto perché l’anima non muoia – e non corrompa il corpo con la sua corruzione – è di rimanere fedeli alla propria giovinezza’… 
Ecco perché, ancora una volta, trovo conforto all’ombra di quel fratello sconosciuto ed amato. Incontrato, per caso o perché così doveva essere, in una mattina a piazza Fontanella Borghese, studente inquieto e disattento di ginnasio. Sui banchi ove, in assoluto disordine, i libri s’ammucchiavano in attesa di occhi e mani curiose. Hanno fucilato un poeta, questo il titolo del libro dalla carta ingiallita e modesta… e fu subito amore… amore in nome dell’amicizia della gioia di vivere soprattutto della giovinezza, già, verso quella giovinezza già, verso quella giovinezza che cerco di non soffocare sotto capelli e barba bianca, di proteggere dallo sguardo e il passo stanco, di esaltare nonostante la ferocia impietosa dell’anagrafe…


6 febbraio 1945 – 6 febbraio 2014.
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Categorie: Brasillach, Giovinezza, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 6 Febbraio 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Anonymous

    Sono parole che commuovono, poemi di un grande uomo e di un grande poeta, quasi ci rincuorano negli anni oscuri che viviamo. Robert Brasillach R.I.P.

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