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Alla ricerca delle origini, seconda parte L’ipotesi multiregionale e il mito iperboreo

Alla ricerca delle origini, seconda parte  L’ipotesi multiregionale e il mito iperboreo

Di Fabio Calabrese

Vediamo cosa c’è sul tavolo oltre all’ipotesi africana riguardo alle origini della nostra specie. Occorre partire innanzi tutto dai resti fossili, e poi vedere cosa hanno da dirci le nuove prove basate sull’analisi del DNA.
Lo scopo di questi articoli non è quello di un trattato di storia naturale, adesso prescinderemo dal lungo percorso durato uno o due milioni di anni che ha portato un genere riconoscibile come homo a separarsi da un ceppo di ominidi ancestrali. Attorno ai centomila anni fa c’erano svariate popolazioni di uomini con caratteristiche simili a quelle della nostra specie, che i ricercatori hanno variamente etichettato come sapiens arcaici o pre-sapiens.Il loro antenato era probabilmente l’homo erectus che aveva già alle spalle una storia di un milione di anni, una specie già differenziata in diverse varianti regionali sparse per tutto il Vecchio Mondo. Lo sviluppo di questi sapiens arcaici era stato in parte divergente, in parte parallelo, perché le pressioni ambientali a cui erano sottoposti erano dovunque simili, legate a una strategia di sopravvivenza basata sullo sviluppo del cervello, la produzione di strumenti per la caccia e le necessità quotidiane, un’elevata cooperazione sociale che permetteva a questi primati di essere eccellenti cacciatori, la capacità di previsione e di disporre di scorte per i tempi di magra, la cura della prole, la necessità di trasmettere abilità e conoscenze da una generazione all’altra. Uno sviluppo parallelo reso forse convergente dall’interscambio genetico.

Stranamente, questi sapiens arcaici si trovano soprattutto in Europa: Swanscombe in Inghilterra, Steinheim in Germania, Tautavel e Arago in Spagna, Ceprano e Saccopastore in Italia, Petralona in Grecia.
Fra tutti questi tipi umani, quello che durante la glaciazione di Wurm sembra aver avuto maggior successo, è l’uomo di Neanderthal, diffuso in Europa e Medio Oriente.
Quello che ci dice l’ipotesi dell’evoluzione multiregionale, è che o scambio genetico fra queste popolazioni non si è mai interrotto e che, insieme, hanno proceduto nella direzione dell’homo sapiens moderno.
Ora immaginiamo che una popolazione più avanzata sulla strada del sapiens si sposti alla conquista di nuovo spazio e qui incontri una popolazione preesistente, con la quale vi saranno, scontri, magari relazioni pacifiche, ma anche accoppiamenti. Quali caratteristiche presenterà a lungo andare la popolazione ibrida che ne risulterà? Quelle che alla fine risulteranno in ogni caso più vantaggiose, ossia da un lato i caratteri più avanzati, “sapiens” dei nuovi venuti, dall’altro quei caratteri di adattamento alle condizioni locali, i caratteri razziali della popolazione più antica. In sostanza, l’ipotesi dell’evoluzione multiregionale è una ripresa delle tesi già sostenute da Carleton S. Coon in “L’origine delle razze”.
Coon faceva osservare che le differenze che esistono (in termini fisici e antropologici, perché a livello di cultura e di organizzazione sociale è meglio non parlarne proprio) che dividono le diverse varietà della specie umana: il nordico dal negroide, il watusso dal pigmeo, l’uno e l’altro dall’esquimese, sono tante e tali che le circa quattromila generazioni che ci separano dalle origini di homo sapiens sono ancora poche per spiegarle, ed è verosimile che risalgano più indietro nel tempo, fin da quando un nostro precursore comunque umano, homo erectus, ha cominciato a diffondersi nelle varie aree del nostro pianeta.
Apriti cielo! Per quanto l’ipotesi di Coon sia logica e supportata da dati scientifici, contro di essa si sono subito scatenate la canea e la censura democratiche. Coon non ha sostenuto la superiorità di una razza sull’altra, né tanto meno che una di essa debba dominare le altre, si è limitato a constatare che esse esistono nella nostra specie come in molte altre nel mondo animale, che sono di antica origine, e che hanno svolto un ruolo importante nel portarci a essere quello che siamo, ma è il solo sentir nominare la parola “razza” se non in specifico riferimento a cani, cavalli o bovini, che provoca crisi isteriche nei “buoni” democratici. E d’altra parte Coon non è stato né il primo né l’ultimo scienziato che si è illuso che la ricerca potesse fondarsi su dati oggettivi e prove, a sperimentare l’ostracismo democratico, la vera inquisizione dei nostri tempi.
Un aspetto caratteristico dell’ipotesi di Coon, è la rivalutazione dell’uomo di Neanderthal: i tratti che lo differenziano dalla media degli esseri umani moderni, come la complessione tarchiata, non sarebbero un segno di primitività, ma adattamenti al clima freddo dell’età glaciale, e trovano un parallelo negli odierni esquimesi.
Per molto tempo, gli uomini di Neanderthal sono stati raffigurati nelle ricostruzioni come ominidi brutali e scimmieschi. Oggi sappiamo che queste ricostruzioni sono false, in parte dovute al fatto che lo scheletro neanderthaliano più completo che si aveva a disposizione, quello di La Chapelle aux Saints, era quello di un uomo di età molto avanzata e con gravi deformazioni alle ossa causate dall’artrite, in parte a un vero e proprio pregiudizio.
I paleoantropologi hanno tracciato una distinzione fra neanderthal “classici” e “evoluti”, questi ultimi presenterebbero in maniera meno accentuata le caratteristiche che differenziano i neanderthaliani dall’umanità odierna. Si tratta palesemente di un errore di prospettiva: i due gruppi sono contemporanei, i “classici” sono stati ritrovati tutti in Europa e gli “evoluti” tutti in Medio Oriente. Semplicemente questi ultimi vivendo in una regione dal clima più caldo, presentavano un adattamento a freddo meno marcato.
figura 1
Osservate la ricostruzione recente dell’aspetto di un bambino di Neanderthal (figura 1). Penso che nessuno di noi si vergognerebbe di averlo nel proprio albero genealogico.
Vediamo cosa ci dicono a questo riguardo le ricerche sul DNA di questi uomini fossili. Teniamo presente che si tratta di una metodologia di ricerca scientifica ancora agli inizi. Le prime analisi sul DNA dell’uomo di Neanderthal sembravano escludere che da lui fosse derivato un apporto genetico all’uomo moderno (probabilmente in obbedienza all’ipotesi dell’origine africana), ma ricerche successive hanno appurato la presenza nei moderni europei e asiatici di un’eredità genetica neanderthaliana calcolata inizialmente al 2% e attualmente rivalutata al 4%. Non è tutto, perché le ricerche hanno messo in luce l’esistenza di una terza (sotto)specie umana finora sconosciuta, diversa dal Neanderthal e dal Cro Magnon di (presunta) origine africana, i cui resti sono stati individuati nella caverna di Denisova nell’Altai. L’uomo di Denisova avrebbe dato un contributo genetico valutato intorno al 6% alle odierne popolazioni asiatiche e australoidi.
Il 4 o il 6 per cento possono sembrare percentuali molto basse, ma non bisogna dimenticare una cosa: non solo gli esseri umani, ma tutto il ceppo dei primati antropoidi sembra poco differenziato dal punto di vista genetico, al punto che molte ricerche indicherebbero fra uomini e scimpanzé una differenza genetica inferiore al 10%. Se una popolazione deriva dalla fusione di due popolazioni ancestrali che presentano per molti caratteri lo stesso gene, è impossibile dire da quale delle due sia derivato l’uno o l’altro, e se i geni e caratteri comuni sono assegnati “d’ufficio” a una delle due (in questo caso il Cro Magnon di supposta origine africana) il contributo genetico dell’altra apparirà drasticamente ridimensionato. Se fosse stata condotta una ricerca tesa a evidenziare nel patrimonio genetico degli odierni europei e asiatici i geni SPECIFICAMENTE cromagnoidi di supposta origine africana, non è escluso che il risultato sarebbe stato ancora inferiore o addirittura nullo.
In poche parole, i dati genetici CONFERMANO chiaramente l’ipotesi multiregionale.
Non è tutto, non è ancora tutto, perché noi capiamo che qualunque sia la provenienza del patrimonio genetico dell’umanità attuale, quella europea e per un altro verso quella asiatica, la vera forgia che l’ha modellata, è stato il nord, il confrontarsi con un ambiente più duro, un clima più ostile, nuovi tipi di prede, scarsità di risorse e la necessità di tesaurizzarle, sviluppando la capacità di pensare non solo all’oggi ma al futuro, sapere che dopo la bella stagione, quella dell’abbondanza arriva immancabilmente la brutta, quella della scarsità, migliorare la cura e le attenzioni per la prole per proteggere gli anni fragili dell’infanzia da un ambiente più ostile, migliorare probabilmente anche il linguaggio (e il pensiero sottostante) per consentire di trasmettere conoscenze e tecniche dalle quali dipende sempre di più la sopravvivenza. La vera patria dell’uomo moderno, soprattutto europeo, è il nord, e vediamo che questo collima pienamente con il mito iperboreo e tutti gli altri miti che fissano nell’alto settentrione la terra ancestrale con una costanza che non può essere priva di significato.
Recentemente, Bruce Lahn, docente di genetica alla University of Chicago ha individuato alcuni geni che testimoniano un’evoluzione recente del cervello umano, avvenuta negli ultimi 100.000 anni, che si ritrovano negli Europei e negli Asiatici, ma non nei neri africani. Come era prevedibile, la orwelliana “polizia del pensiero” del “politicamente corretto” democratico è prontamente intervenuta per costringerlo ad abbandonare la ricerca. La democrazia è risolutamente determinata a impedirci di conoscere ciò che contrasta coi suoi dogmi, cioè la verità su noi stessi.
Nondimeno, è evidente che mentre l’homo europeo e asiatico è andato ad affrontare le dure prove di ambienti ostili, la selezione che ha forgiato l’umanità odierna, il suo cugino africano ha potuto continuare a crogiolarsi in uno stile di vita che poco differiva da quello degli ominidi primitivi.
Ciò è stato messo bene in evidenza da uno studio di un ricercatore canadese, J. Philiph Rushton dell’Università dell’Ontario occidentale in una ricerca che l’autore ha tentato vanamente di pubblicare in forma di libro per doversi poi accontentare di farne circolare una versione ridotta on line in forma semiclandestina.
Eccone comunque un piccolo estratto:
I primi esploratori dell’Africa dell’Est hanno scritto di essersi sentiti scioccati dalla nudità, dal paganesimo, dal cannibalismo, dalla povertà dei nativi. Alcuni hanno affermato che i negri avevano “la natura di animali selvaggi, la maggior parte di loro va in giro nuda… il bambino non conosce il proprio padre, e mangiano esseri umani”. Qualcun altro ha affermato che essi avevano un naturale senso del ritmo, così che se un negro “dovesse cadere dal cielo verso la terra, batterebbe il ritmo mentre cadrebbe giù”. Altri hanno perfino scritto libri su questo argomento e hanno fatto dipinti di Africani con organi sessuali sovradimensionati.
Suona familiare? Tutto ciò è semplicemente il riflesso del razzismo? Può darsi, ma questi esempi non provengono dal colonialismo europeo del XIX secolo o dalla letteratura dell’odio del Ku Klux Klan. Questi esempi provengono dagli Arabi mussulmani, i quali per primi, 1200 anni fa (nel 700 d. C.) sono penetrati nell’Africa nera, come è stato dettagliatamente raccontato nel libro di Bernard Lewis del 1990 “Race and Slavery in the Middle East” (“La razza e la schiavitù nel Medio Oriente”)
Gli esploratori europei, parecchi secoli dopo, avranno le stesse impressioni. Gli Europei hanno scritto che gli Africani sembravano avere un’intelligenza molto bassa ed un lessico piuttosto povero per esprimere pensieri complessi. I Bianchi apprezzavano alcune tribù per la fabbricazione di ceramica, la forgiatura del ferro, le sculture in legno e le costruzione di strumenti musicali. Ma più frequentemente, gli Europei erano scioccati dalla nudità, dalle loro abitazioni superficiali e poco igieniche. I Bianchi notarono che i negri non avevano inventato ruote per la macinazione di mais o per i trasporti, non avevano fattorie di animali, nessun testo scritto, nessuna moneta e nessun sistema numerico.

I Bianchi che esplorarono la Cina erano razzisti come quelli che esplorarono l’Africa, nonostante questo le loro descrizioni dei cinesi e della Cina furono molto diverse da quelle che furono fatte, da loro stessi e dagli arabi, sui negri”.
figura 2
Non è ancora finita Osserviamo questa ricostruzione dell’uomo di Cro Magnon, l’homo sapiens di presunta origine africana che sarebbe l’antenato di tutti noi (figura 2). Una cosa è molto ben visibile: non ha per nulla caratteristiche negroidi, i suoi lineamenti sono in tutto e per tutto quelli di un caucasico. E allora, le caratteristiche negroidi da dove vengono?
C’è un’ipotesi della quale letteralmente si può dire che si è BISBIGLIATO più che parlato negli ambienti scientifici, riguardo alla quale ulteriori ricerche sono state scoraggiate e che se vera, come è probabile che sia, sarebbe tale da distruggere di sana pianta l’ideologia democratica e il dogma dell’uguaglianza razziale. 
Guardate bene la figura 3, è un grafico dell’evoluzione umana secondo l’ipotesi multiregionale nella versione di Christopher Stringer del Museo di Storia Naturale di Londra: si vedono bene i vari rami di homo erectus, antecessor, heidelbergensis. Il più spostato a sinistra è il ramo degli “hobbit” di Flores che arrivano fino a 15.000 anni fa, quasi alla nostra epoca, una sciocchezza rispetto ai tempi geologici. La nostra specie sbocca poi nel tempo presente con i tre rami di Denisova, Neanderthal e sapiens-Cro Magnon. Ma guardate bene all’estrema destra del grafico. C’è una quarta sottile linea non specificata che sbocca pure essa nell’umanità attuale, è uno dei pochi cenni sfuggiti alla democratica censura “politicamente corretta” dell’ipotesi di cui si bisbiglia a mezza voce. Questo quarto ramo sarebbe una forma di homo africano per ora sconosciuta (e a proposito della quale è chiaro che non si fanno molte ricerche) probabilmente a livello evolutivo erectus-heidelbergensis con cui i sapiens africani si sarebbero incrociati dopo la separazione dei cugini diretti a nord. E’ da qui, da questo incrocio che avrebbero avuto origine i caratteri negroidi, che sarebbero la testimonianza di un vero passo indietro sulla strada che porta al sapiens.
figura 3
La verità che la democrazia vuole negarci il diritto di conoscere, emerge infine con chiarezza: gli esseri umani e le razze umane non sono tutte uguali, il nord iperboreo è la nostra vera patria ancestrale, quella che ci ha modellati così come siamo, e queste caratteristiche caucasiche, europee che oggi il potere mondialista vuole cancellare annegandole nell’universale meticciato, rappresentano un deposito prezioso per l’intera umanità. 
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Categorie: Archeologia, Origini

Pubblicato da Fabio Calabrese il 20 Febbraio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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