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ROMA, 30 OTTOBRE 1922 (terza parte)

ROMA, 30 OTTOBRE 1922 (terza parte)
di Giacinto Reale
Mugnai colse la palla al balzo: “Proprio di questo sono venuto a parlarti” disse, e poi:  “ti ricorderai certamente di Alessandro Dini caduto qui a Roma, il 28 ottobre di 20 anni fa” e gli porse il bigliettino che fino allora aveva stropicciato tra le dita.
Pavolini lesse, poi rilesse, più lentamente, si alzò di nuovo e venne a sedersi sulla poltroncina a fianco di quella di Mugnai.
E’ una brutta storia –disse- ma è giusto che tu la conosca, fino in fondo”.
La sera stessa della morte del Dini –cominciò il Ministro- presero a circolare delle strane voci. Molto sommessamente, nessuno voleva inquinare l’euforia della vittoria, e poi il “calibro” del personaggio coinvolto faceva temere conseguenze per chi avesse propalato tesi senza prove. Ecco perché tu stesso non ne hai mai sentito niente.
Per farla breve, alcuni squadristi della “Mariani” si dicevano stupiti del fatto che la vittima fosse stata “attinta” –per usare il linguaggio giudiziario- da un colpo di pistola, mentre da dietro gli scuri e dalle improvvisate barricate, i nostri e i  “rossi” tiravano con i fucili, tutti. Gli squadristi, in gran parte reduci di guerra con esperienza di prima linea, sapevano ben distinguere il diverso rumore che gli spari di revolver o di moschetto producevano, e,   ricordando un unico colpo di pistola, non potevano non stupirsi che “proprio quello” avesse raggiunto il loro camerata.
La cosa, come era inevitabile,  arrivò all’orecchio di Perrone Compagni, il “ras” di tutta la Toscana, che fece subito due cose: dispose, dicendosi autorizzato dai parenti, che sul cadavere fosse effettuata un’autopsia, e ordinò a Onorio Onori,  Comandante della “Disperata”, l’uomo di maggior prestigio squadrista, ma anche il più “posato” disponibile a Firenze, di svolgere una discreta inchiesta.
Dopo che l’autopsia ebbe confermato che si trattava di un colpo di pistola e sparato non dall’alto, ma ad altezza d’uomo, Onori si mise subito all’opera: convocò ad uno ad uno gli uomini presenti alla sparatoria di San Lorenzo e si fece raccontare da ciascuno lo svolgimento dei fatti….i resoconti furono tutti più o meno concordi, ma, da parecchi  di essi, emerse un particolare che andava approfondito: nei quindici minuti che era durata la sparatoria, dopo che gli squadristi si furono appostati dietro alcuni carretti e alle cantonate, per rispondere al fuoco avversario, nessuno ricordava di aver   visto Nieri Brunetti, Satana come era soprannominato, ex ardito, decorato, temuto legnatore prima  e audace squadrista poi.
Egli era riapparso poi, quando improvviso come era iniziato, il fuoco era cessato, con  a terra il povero Dini e tre altri feriti fascisti.  La cosa era sembrata strana perché sempre, fino allora, il Brunetti  si era distinto sotto il fuoco avversario (e le occasioni, da Montespertoli in poi non erano certo mancate) per la sua irruenza e per una certa tendenza a “dare ordini”: “Tu di là, voi con me, fuoco tutti insieme quando lo dico io, fuori le SIPE, etc”, anche aldilà del suo ruolo che, in fondo, non era proprio quello di “Comandante” di squadra.
Fu così che Onori si decise a convocare Brunetti alla sede della Disperata; con lui, quella sera, fece venire due o tre “pellacce”, di quelli dei quali si dicevano meraviglie, ma che si chiamavano solo quando era proprio “indispensabile”, perché capaci di una violenza incontrollabile,  che faceva paura anche a chi stava dalla loro parte.
Brunetti fu condotto nella cantina della sede: nella sua stanzetta d’albergo, sottoposta ad una sommaria perquisizione, erano state trovate 100.000 lire in contanti….Onori poteva iniziare l’interrogatorio; se la risposta non lo convinceva, giù sberle e cinghiate….la cosa andò avanti per parecchie ore, finchè confessò: era stato lui a tirare a Dini; l’incarico glielo aveva dato il Conte de Donati, anticipandogli 20.000 lire, il resto (80.000 lire) a cose fatte.
La sparatoria a San Lorenzo gli era parsa subito l’occasione propizia; ai primi colpi si era defilato, cambiata  la camicia nera con un’altra grigia che aveva nel tascapane e avviato, passando per vicoli e vicoletti all’interno del quartiere
Non era stato difficile: il rumore degli spari lo aveva ricondotto sul posto del conflitto; la sua faccia poco rassicurante, da vero malandrino, era stata il miglior lasciapassare per le strade animate da popolo curioso; la buona mira acquisita con l’esercizio (e un po’ di fortuna) gli avevano permesso di centrare il bersaglio al primo colpo.
Poi, aveva fatto il percorso all’indietro, si era rimesso la camicia nera quando ormai era in territorio “sicuro”, giusto in tempo per partecipare all’epilogo dell’azione, al quale non aveva fatto mancare la sua disperata invocazione di “vendetta” per il camerata ucciso.
Fin qui il racconto di Brunetti; una vera patata bollente per Onori e per lo stesso Perrone Compagni al quale corse subito a riferire.
Questi si mise in treno, e la mattina dopo era a Roma. Scavalcò i molti che attendevano nel salone dell’albergo Savoia, e fu ricevuto dallo stesso Mussolini, al quale espose i fatti, nudi e crudi.
“Bene –gli disse quello- avete fatto il vostro dovere. Ripassate tra un paio d’ore e vi farò conoscere le mie decisioni”.
Un frugale pasto consumato in una trattoria nei pressi di Fontana di Trevi (“niente a che vedere con le nostre “toscane” si disse fra sé) e Perrone Compagni fu di ritorno. Per le scale  incrociò Balbo; Bianchi e De Bono; “che fossero anche loro lì per la questione” si chiese….attese un po’ e, infine fu ricevuto”.
A questo punto, silenzioso, come apparso dal nulla, entrò un Ufficiale della Milizia; si avvicinò a Pavolini e gli mormorò alcune parole all’orecchio.
Il Ministro ascoltò attento, e sussurrò, sempre a bassa voce, quasi non volesse farsi udire da Mugnai: “Dite  che arrivo subito, trattenete la persona al telefono: questione di due minuti”. Dopo di che si rivolse al suo interlocutore  : “Scusami un attimo: una seccatura, torno subito. Frattanto ti faccio portare  qualcosa” e si alzò, avviandosi, con passo deciso, verso un porticina laterale seminascosta da un tendaggio.
nella foto: 28 ottobre 1922, squadristi diretti a Roma

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Categorie: Fascismo, Racconti, Roma, Storia, trentaottobre1922

Pubblicato da Giacinto Reale il 14 Gennaio 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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