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ROMA, 30 OTTOBRE 1922 (prima parte)

ROMA, 30 OTTOBRE 1922 (prima parte)

di Giacinto Reale

Un racconto storico, nel quale fatti (lo squadrismo toscano, la Marcia su Roma, la guerra d’Africa, la seconda guerra mondiale) e personaggi (Pavolini, Dumini, Muti, Perrone Compagni) rigorosamente autentici fanno da sfondo ad una trama sottilmente “gialla”: diviso in quattro parti per facilità di stampa e lettura
Buon divertimento !
Non aveva molta voglia di lavorare, quel sabato pomeriggio, l’avvocato Dante Mugnai. Andava su e giù nelle due stanzette del suo studio, vicino a piazza Santa Croce, a Firenze, nervoso, quasi irrequieto. Sistemava un quadro, riponeva in un cassetto un pratica ormai “chiusa”, dava una sbirciatina ad un’altra appena avviata e messa in bella vista.
Il clima era ancora tiepido in città. La guerra –anche se Firenze, fortunatamente non aveva subìto bombardamenti- faceva sentire i suoi effetti, con un sostanziale intorpidimento di tutte le attività, comprese quelle dei Tribunali: litigiosità in diminuzione, furti e piccole truffe pure. Proprio di una truffa si sarebbe dovuto occupare, mercoledì, in udienza: millantato credito con conseguente riscossione di oboli (modesti, in verità, ma i tempi erano quelli) da parte di un tale, Piero Batacchi.
Lo conosceva da tempo, quel Batacchi. Era stato con lui, al tempo delle squadre: un personaggio secondario, certo, nulla a che vedere con “il mago” o con Frullini, per non dire di Dumini (che brutta fine, poveretto, lui lo ricordava un po’ spaccone, ma generoso, altruista,  e poi…) o di Pirro Nenciolini (anche lui, che brutta fine, colpito in un agguato a pistolettate da altri “camerati” –prezzolati dagli agrari locali, si diceva- sulla piazza di Signa).
Per Batacchi solo alcune  scazzottature con i rossi, niente di più, e una fama rovinata dalla casuale scoperta della sua attività di fine settimana, quando si infilava in qualcuno di quei locali da ballo aperti per la smania di divertirsi dopo la Grande Guerra, e si accompagnava a mature signore, prima in un ballo e poi in una camera di qualche compiacente albergo. Di qui il soprannome di “ballerino”, non proprio affettuoso.
Adesso, dopo vent’anni vissuti ai margini, se ne era inventata un’altra delle sue: con bigliettini da visita, carta intestata e bollettario, faceva il giro dei negozi del centro e delle fabbrichette dei dintorni, mostrava la bozza di una rivista dal titolo roboante: “Fino alla vittoria”, con in copertina la riproduzione di uno schizzo di Ottone Rosai (un altro compagno d’avventure dei bei tempi, glielo aveva regalato allora) e chiedeva pubblicità, con velati accenni anche ad un “patrocinio” del Ministero della Cultura Popolare, dove c’era quell’altro fiorentino, “suo vecchio camerata”, Alessandro Pavolini.
Piccole somme, i tempi erano difficili per tutti, finché il titolare di una conceria, insospettito, non aveva fatto alcune indagini e scoperto la truffa; di qui la denuncia per il Batacchi che, ricordandosi di quel ragazzetto suo vecchio compagno di squadra, ora diventato avvocato, si era rivolto a lui, per la difesa.
Negli anni trascorsi si erano incrociati talvolta nelle aule giudiziarie; un saluto fugace e via, come per alcuni altri lì ritrovati: magri, dimessi, con un’aria inquieta, indice di un intimo tormento che la “conquista del potere” aveva acuito invece di diminuire.
Erano quelli che non si erano voluti intruppare nella Milizia, né agli ordini di Ufficiali dell’Esercito con i quali avevano già questionato ai tempi della trincea, né al fianco di tanti ultimi arrivati, che, dopo il 28 ottobre, avevano aperto finestre e portoni fin lì sprangati per scendere in piazza, a fianco dei vincitori di oggi che fino a  ieri avevano guardato con timore e disprezzo.
A tutto questo pensava l’avvocato Mugnai; ora si era seduto alla sua scrivania, ma non si decideva ad aprire quel cassetto, a tirare fuori quella cartelletta che da tanti anni ormai vi aveva riposto, a leggere quell’unico foglietto sgualcito che vi era all’interno, insieme ad una busta ingiallita, sulla quale si leggeva, oltre al suo nome e indirizzo, in alto, a sinistra, con caratteri pretenziosamente “gotici”: Ettore Dini, squadrista della “Gustavo Mariani”.
Alla fine si decise, e lesse, per la centesima volta:
«Caro Dante, domani parto per Napoli, dove Mussolini ci ha convocati, promettendoci poi il “proseguimento” fino a Roma.
Sono, però,  un po’ inquieto, e non per la fine, che si preannuncia vittoriosa,  di questa nostra bella avventura durata tre anni che sono sembrati trecento.
Da qualche giorno ho l’impressione che qualcuno mi segua, sempre e dovunque. Non si tratta, ne sono sicuro, di un avversario politico che, magari, vuole vendicarsi di una sberla,  di un cazzotto o di un colpo di bastone. Credo che ormai ne siano rimasti pochi ancora intenzionati a battersi…è qualcun altro, e non riesco a capirne il motivo.
No, anzi,  forse qualcosa c’è: alla cerimonia di  inaugurazione del gagliardetto dei nostri “cugini” nazionalisti, alla quale partecipai con te e tutta la squadra, ho conosciuto la giovane  moglie del Conte Rambaldo de Donati, una fanciulla di almeno vent’anni più giovane del marito, in origine di modesta condizione sociale, ma bella, oh, bellissima !
Per fartela breve, ci siamo visti parecchie volte, ma temo che per qualche imprudenza commessa, il Conte ora sospetti; so che è un uomo crudele e vendicativo (conosci le voci che circolano sul ruolo di “giustiziere” che si è assunto in prima persona in più di un’occasione, per vendicare vecchi torti subiti dai suoi contadini) e penso (non temo, bada !) voglia farmi fare una brutta fine.
So bene che contro una lama nell’ombra non c’è difesa; ecco perché scrivo queste righe, che affiderò al portiere del mio palazzo, con il preciso ordine, ove mi succedesse qualcosa, di recapitartele, perché tu sia informato della faccenda e decida cosa fare.
Ma, forse, sto esagerando. Basta con le preoccupazioni! Napoli (e poi Roma) mi aspettano! viva l’Italia, a noi!»… e poi la firma: Ettore
nella foto: Firenze anni venti, Lungarno e Ponte Vecchio
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Categorie: Fascismo, Racconti, Roma, Storia, trentaottobre1922

Pubblicato da Giacinto Reale il 7 Gennaio 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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