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Noi Vincitori

Noi Vincitori
Di Mario M.Merlino
(Aperta e subito richiusa l’amena parentesi, non priva anch’essa di vanità personale, sul mio antenato e Viviana e il tram 19, mi ri-paludo della veste saccente di professore delle umane vicende di uomini illustri e meno e dei loro pensieri. In fondo è ben più semplice darsi al mestiere del leggi-ruba- incolla, saltando da una pagina qua ad una là, che entrare nel supermercato dell’esistenza e cercare, fra mille e altri mille prodotti, il più conveniente e atto alla bisogna. Eppure rimango un fottuto intellettuale borghese e non riesco, nonostante fisime e disprezzo, a togliere la sicura alla pistola né far mia l’affermazione, tanto radicale quanto sciocca, di Ernesto Che Guevara che invitava gli intellettuali come classe a suicidarsi…).

Si diceva, in precedente articolo, del giurista Carl Schmitt in rapporto con lo Juenger de Il nodo di Gordio e della sua teoria dello scontro terra-mare. Egli è noto, anche e soprattutto, per la definizione dell’hostis (il nemico), il quale altri non è che l’altro e l’altro altro non è che noi stessi. (Sebbene sia cattolico e al cattolicesimo abbia fatto ritorno dopo la fine tragica del II conflitto mondiale, non si confonda l’idea dell’Altro con sentimenti legati al prossimo all’amore che si deve riversargli addosso). Insomma, se le sembianze del nemico sono le nostre medesime, è nel contrasto, portato dalla diplomazia sul terreno dello scontro armato, la sua natura ed essa è di esclusivo appannaggio del sovrano con i suoi vessilli il colore delle uniformi, mentre nulla è dovuto al soldato se non l’obbedire, negatogli ogni coinvolgimento in idee o sentimenti d’inimicizia. Il nemico, infatti, è un concetto giuridico, una sorta di necessità per la natura politica dello Stato dove vige la distinzione tra amico e nemico. E, senza la quale, lo Stato perde la propria identità, il suo fine e soggiace ad altrui potestà. Guai a coloro che rifiutano a priori la guerra (è, si può ipotizzare, la neutralità del Belgio che egli tiene a mente).

Dopo quel mattatoio che fu la Guerradei Trent’Anni (1618-’48), di tutti contro tutti, per il sovrano per la religione tra ricchi e poveri città contro campagna espansione territoriale controllo del Baltico, si avvertì in Europa l’esigenza di darsi delle regole, ricondurre il conflitto ad arte del retto guerreggiare. Ecco, dunque, come le guerre del Settecento, quelle di successione, erano combattute con una ‘estetica’ dove contava più il modo di marciare dei soldati sotto il fuoco nemico, rullo di tamburi corni e pifferi, diritti alta la testa con il fucile e la baionetta innestata a distanza regolamentare una fila dietro l’altra. I generali avversari (c’è una distinzione tra ‘nemico’ e ‘avversario’ in Schmitt stesso), sovente di nobile famiglia e imparentati fra loro, si invitavano a prendere il tè prima della battaglia, si scambiavano cortesie, decidevano luogo ed ora, poi, al vinto che consegnava la spada, la si restituiva con un inchino rispettoso. Al servizio del re, chiunque egli fosse, indossando gli inglesi la divisa detta ‘a schiena d’aragosta’, azzurra i francesi, bianca quella degli imperiali di casa d’Asburgo. E, in gran parte, i soldati venivano arruolati, sborsando denaro ai signorotti, sempre bisognosi di riempire le casse sempre vuote, della Germania frantumata in oltre duecento statarelli.

Verso la fine del secolo, però, la scena della storia si arricchirà di due avvenimenti tali da cambiare radicalmente la fisionomia della vita di stati popoli e della loro economia e non solo. E da cui non si potrà tornare indietro, nonostante tutte le legittime diffidenze e contrasti (noi, che ci proclamiamo inguaribili ‘reazionari’, poco amiamo entrambi). Della rivoluzione industriale, forse, si dirà in altra occasione. Qui è sufficiente ricordare come Carl Schmitt nella dialettica mare-terra ne evidenzia la priorità rispetto all’altro accadimento, cioè la rivoluzione francese (Il primo non è casuale che si generi su un’isola; il secondo sul continente).

Tanto che ricorda come, nel 1842, un giovane hegeliano, Lorenz Stern, annotasse stupito e consapevole: ‘Nacquero allora all’improvviso in Inghilterra e, fatto singolare, proprio nel medesimo periodo in cui in Francia si facevano strada le idee di libertà e uguaglianza, le prime macchine. Con esse ha inizio un’epoca totalmente nuova per la vita dei beni nel mondo intero, per la loro produzione, consumo e commercio. Sono questi il vero potere rivoluzionario di questo mondo materiale: e da questo mondo, che essi dominano, penetrano in profondità in tutti i punti del mondo spirituale’.

Jean-Baptiste Jourdan s’era distinto nella guerra d’indipendenza americana e, successivamente, era rientrato nell’esercito dopo il 1789. A lui si deve la vittoria del 26 giugno 1794 aFleurus durante la prima coalizione (in quella guerra dove a Valmy il poeta Goethe, massone, vi scorse il nascere di una nuova era).  Si riporta come si rivolgesse all’’anima nera’ del Robespierre, il giovanissimo Louis Antoine de Saint-Just, constatando come l’esercito, da lui guidato alla vittoria sulle truppe austro-prussiane e oramai formato da soldati di leva, inebriati dalle parole incendiarie dei Giacobini, si fosse lasciato andare a nefandezze stupri rapine. La risposta fu – ed è divenuta celebre -: ‘Le guerre della libertà si fanno con odio’.

Il nemico non è più l’altro me stesso. Esso incarna il male, va estirpato, annientato, demonizzato… Dallo spirito del Terrore a Lenin di Che fare, due guerre mondiali, la Teoria del partigiano (titolo di un libro anch’esso di Schmitt), l’agguato a scatenare la rappresaglia, scempio dei vivi e dei cadaveri (piazzale Loreto docet infame). Eppure, proprio in ciò, emergono le differenze, le distinzioni. Chi assassina, ad esempio, Giovanni Berta di anni 27, il 28 febbraio 1921, gettandolo in Arno dopo avergli schiacciato le mani e il volto – nel disperato tentativo di non affogare s’era aggrappato alla spalletta del ponte  – non è della medesima razza, razza dello spirito s’intende, di chi lesto saltava sul BL 18 strappando la sicura alle bombe a mano e dando all’avversario, con greve scherzo goliardico, un boccione d’olio di ricino da bere (non intendo invadere il terreno proprio dell’amico Giacinto). Sì, anche in questo malo tempo, si leva alto l’ammonimento di Nietzsche: ‘Voi dovete andar orgogliosi del vostro nemico: allora i successi di lui saran pure vostri’… Ecco perché, avendo trovato sul nostro cammino soltanto avversari da disprezzare, rifiutiamo la definizione di vinti e, al contrario, ci sentiamo dei vincitori, comunque e nonostante tutto. E il mondo, offerto sul piatto osceno di rovine materiali e morali d’Europa, ne è riprova…

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Categorie: Guerra, Merlino, Nemico

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 17 Gennaio 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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