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L’origine degli indoeuropei, parte terza

L’origine degli indoeuropei, parte terza

Di Fabio Calabrese

Capita, quando ci si occupa di argomenti che non riguardano la politica contingente, ma la cultura, l’archeologia, la storia (che sono ugualmente importanti per definire la nostra concezione del mondo, la bussola che ci è data dalla comprensione dell’eredità degli antenati, e credo che tutti avranno presente la quantità di energie spesa ad esempio dal Terzo Reich in questa direzione attraverso la Società “Ahnenerbe”, il cui nome significa appunto “Eredità degli antenati”), di dover aggiornare, ampliare, approfondire, a volte correggere le proprie affermazioni alla luce di nuovi dati che man mano emergono. Questo è particolarmente vero oggi, dato che non esiste un sistema di censura dalla faccia feroce e inquisitoria, ma le conoscenze di valore dal nostro punto di vista si trovano come fuscelli galleggianti in un oceano di cose futili e irrilevanti o, bene che vada, in una “cultura” dominante di tutt’altro segno, nella quale comprendere da dove veniamo per capire chi siamo e dove stiamo andando, è certamente l’ultima delle preoccupazioni, o addirittura un pericolo per un sistema mediatico-democratico volto a imporre a tutti i costi il dogma dell’uguaglianza di un’umanità di zeri.
E’ tuttavia piuttosto sorprendente che la necessità di un aggiornamento del breve saggio sulle origini degli Indoeuropei che ho appena pubblicato su “Ereticamente” diviso in due parti, mi si sia presentata così presto.
Questo scritto ha un antefatto. Poco prima di stilarlo, un aggiornamento che avevo pensato di fare a un mio precedente e più corposo saggio, “Ex oriente lux, ma sarà poi vero?”, si era moltiplicato fino a raggiungere la dimensione di quattro articoli, portando a otto quella complessiva del saggio. L’argomento è rappresentato dagli indizi e dalle prove sempre più evidenti e numerose, quanto ignorate dall’ortodossia scientifica, che dimostrano chiaramente che la civiltà umana non ha avuto origine in Medio Oriente, ma in Europa.
Questa questione ne porta con sé un’altra. Dalla conclusione della seconda guerra mondiale si è avanzata l’ipotesi che, prima del sorgere della civiltà, gli antenati dei popoli indoeuropei fossero agricoltori stanziali di provenienza (guarda un po’) mediorientale. E’ ovvio che questa ipotesi non nasceva da nessuna considerazione di ordine scientifico, ma dal desiderio di distruggere quel “mito ariano” che era stato la spina dorsale della rivoluzione culturale avvenuta fra le due guerre, togliere dalla mano degli Europei l’ascia da combattimento e sostituirla con la zappa del contadino, disarmarli anche psicologicamente perché non avessero mai più la velleità di rialzare la testa.
La notizia è arrivata il 3 gennaio, proprio un buon modo di iniziare questo 2014, pubblicata sulla rivista “Archaeology” dell’Archaeological Institute of America di Boston. Se la leggenda degli Indoeuropei-agricoltori mediorientali fosse vera, l’analisi del DNA dovrebbe mostrare un forte afflusso di geni mediorientali in Europa risalente all’età neolitica. E invece, a quanto ha potuto appurare la ricerca condotta da un team americano-tedesco della Harvard Medical School e dell’Università di Tubinga confrontando DNA fossili con quelli di europei moderni, non ce n’è traccia e il tipo dominante ancora oggi in Europa è quello discendente dai cacciatori paleolitici qui insediati da 40.000 anni e denominato “eurasiatico settentrionale”.
L’analisi del DNA è uno strumento meraviglioso che ha il potere di smentire molte idee preconcette, e la realtà ha il bruttissimo vizio di non tenere in nessun conto quello che gli uomini credono o vorrebbero che fosse vero. Ne ho avuto un esempio dalle reazioni irose suscitate da un mio altro articolo in cui citavo uno studio sul DNA, “Italiani e mandei”, uno studio che è arrivato alla conclusione, evidentemente disturbante per qualcuno, che il popolo italiano esiste come pool genico non meno coerente di quello di altre nazioni europee e che “le differenze genetiche fra nord e sud della Penisola sono state esagerate per motivi politici”. Evidentemente qualcuno più o meno leghistoide o anche di cosiddetta destra, è disturbato all’idea che si parli di Italia e di italianità.
Torniamo però ora all’argomento delle origini indoeuropee. Vi ho già menzionato in un precedente articolo il libro “Scoperte archeologiche non autorizzate” di Marco Pizzuti. Si tratta di un testo che affronta tematiche molto disparate mettendo in luce i “buchi” dell’interpretazione ufficiale considerata ortodossa, spaziando nel campo dell’archeologia e fuori da esso, si va dalle piramidi (non solo quelle egizie e dell’America precolombiana, ma anche le presunte piramidi bosniache di Visoko, che se fossero veramente artefatti e non colline naturali, sarebbero considerevolmente più grandi e antiche di quelle egizie) al mistero del Graal, ai Templari, alla fusione fredda, ai suoi legami con le trasmutazioni alchemiche, alle origini della massoneria.
Sull’interpretazione che l’autore da di alcune di queste tematiche, non mi sentirei proprio di mettere la mano sul fuoco, altre invece mi sembra che offrano dei punti di partenza per approfondimenti interessanti. Bene, scartabellando queste pagine di valore certamente ineguale, si può trovare quella che ritengo possa essere la prova definitiva non solo della falsità della teoria dell’origine mediorientale degli indoeuropei, ma del fatto che la più remota origine di questi ultimi vada ricercata nella direzione opposta, nel nord dell’Europa, nelle regioni artiche un tempo abitabili, e che semmai la colonizzazione sia avvenuta nel senso inverso, da nord verso sud e da occidente verso oriente, guarda caso, come ha sempre affermato il “mito ariano” insieme alla leggenda iperborea.
Ecco cosa leggiamo alle pagine 62 e 63:
La presenza degli Achei nel nord Europa verso l’inizio del II millennio a.c. è attestata dal graffito di un pugnale miceneo ritrovato su un monolite di Stonehenge, insieme ad altre tracce riscontrate sempre nella stessa area (cultura del Wessex, 2000 a.c.), che precedono di secoli l’inizio della civiltà micenea in Grecia.
La cronologia tradizionale effettuata con la datazione al radiocarbonio è stata corretta mediante la dendrocronologia, con risultati sorprendenti: le tombe megalitiche dell’Europa occidentale sono più antiche delle tombe circolari di Creta, ritenute loro antecedenti. In Inghilterra la struttura definitiva di Stonehenge, che si riteneva fosse stata ispirata da maestranze micenee, fu completata molto prima dell’inizio della civiltà micenea. A ulteriore conferma, nel sito di Nebra (50 km a ovest di Lipsia, nella Germania orientale) sono state recentemente ritrovate delle spade di tipo miceneo, nonché un disco in bronzo (diametro 32 cm), datato al 1600 a.c., con riportati sole, luna e stelle (tra cui si distinguono le sette Pleiadi). Esso troverebbe perfetto riscontro nei versi dell’Iliade (XVIII, 483-487) in cui Omero illustra le decorazioni astronomiche fatte dal dio fabbro Efesto sullo strato in bronzo posto al centro dello scudo di Achille: “Vi fece la terra, il cielo e il mare, l’infaticabile sole e la luna piena, e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, le Pleiadi, le Iadi, la forza d’Orione” (Iliade XVIII, 483-486).
Ciò conferma lo strettissimo rapporto “triangolare” tra mondo nordico, mondo omerico e mondo miceneo.
Per comprendere la giusta portata di queste affermazioni, sono necessarie alcune precisazioni: la dendrocronologia è una scienza ausiliaria della ricerca archeologica che studia gli anelli di accrescimento degli alberi, che in genere continuano a essere visibili nei manufatti lignei, e che risentono delle mutazioni climatiche e ambientali, in modo da risalire sempre più indietro nel tempo: è come se per studiare la storia avessimo a disposizione una serie ampia e ininterrotta di biografie di uomini in cui è possibile giustapporre almeno alcuni anni della vita di un uomo a quella di un altro, fino a risalire sempre più indietro nel tempo. E’ un metodo molto più laborioso per ottenere datazioni rispetto al carbonio 14, ma consente di avere margini di errore molto minori.
Di quell’oggetto davvero singolare che è il disco di Nebra vi ho già parlato in “Ex oriente lux”, e abbiamo visto come esso si connette al megalitismo germanico, tanto meno noto di quello delle Isole Britanniche, Externsteine e Gosek.
I Micenei, qualcuno si domanderà, cosa c’entrano? Anche qui c’è di mezzo una storia interessante e assai poco conosciuta, un’altra storia nota agli specialisti ma di cui il grosso pubblico non sa praticamente nulla: sui sarsen, i grandi monoliti di pietra grigia che formano la struttura di Stonehenge, vi sono le tracce di graffiti che l’erosione di millenni ha reso praticamente invisibili, graffiti raffiguranti armi e altri oggetti dell’Età del Bronzo, una scoperta che risale agli anni ’60 del secolo scorso, come le tavolette di Tartaria e che, come nel caso di queste ultime, in mezzo secolo ci si è ben guardati dal divulgare, perché potrebbe aprire la porta a interpretazioni inquietanti, capaci di mettere in crisi la vulgata “ufficiale” del nostro passato.
Leggiamo in “L’alba della civiltà” di Carl Grimberg a pagina 226:
A Stonehenge, nella piana di Salisbury, si erge un cerchio di enormi pietre che per secoli rimasero misteriose, non sapendosi chi avesse innalzato lo strano monumento, né quando né a qual fine.
Qualche anno fa un archeologo volle filmarle e, fosse la sua abilità di operatore, fosse il particolare favore della luce … quando sviluppò la pellicola scorse qualcosa che nessuno aveva mai scoperto prima: nelle pietre erano scalfiti i profili di armi, di asce e di altri oggetti. Poiché sono note le fogge caratteristiche di ogni paese dell’epoca preistorica, gli archeologi constatarono subito che i disegni erano di oggetti usati in Grecia nell’età del bronzo, durante il primo periodo miceneo. Forse a quell’epoca si sfruttavano già le miniere di stagno dell’Inghilterra sud-orientale”.
Il testo di Grimberg costituisce il primo volume della “Storia universale” pubblicata in edizione italiana dalla Dall’Oglio nel 1965.
Oggi ne sappiamo abbastanza di più per concludere che non furono i Micenei a recarsi a Stonehenge per scolpire sui sarsen il disegno dei loro pugnali e delle loro asce, ma che un popolo o una serie di popoli legati da una cultura e verosimilmente da un’origine comune (vogliamo chiamarli Achei? Non è il nome a essere importante) popolarono l’Inghilterra meridionale, la Germania, l’Europa del nord, e che più tardi alcuni di loro calarono nella penisola ellenica dove fondarono la civiltà micenea.
Tutto ciò ricorda molto da vicino le tesi sostenute da Felice Vinci nel suo discusso testo “Omero nel Baltico”, e non è un caso che Pizzuti lo citi con ampiezza. Gli Achei (i “biondi Achei” di cui ci racconta Omero) sarebbero stati una popolazione dell’Età del Bronzo originaria della Scandinavia dalla quale sarebbero poi migrati nella penisola ellenica. Qui avrebbero poi adattato a nuovo ambiente geografico le loro leggende, le narrazioni delle gesta degli avi, quelle stesse che poi sarebbero confluite nei poemi omerici. L’Iliade e soprattutto l’Odissea sono ricche di indicazioni geografiche: la conformazione del territorio e delle varie isole, i giorni di navigazione tra l’una e l’altra, e via dicendo, che però non trovano corrispondenza nella geografia del Mediterraneo, ragion per cui storici e commentatori dei testi omerici le hanno ritenute di pura fantasia (ma se si trattava di pura fantasia, non si capisce perché essere così dettagliati). Tutte queste indicazioni, fa notare Felice Vinci, trovano invece una corrispondenza precisa se ci si sposta dal Mediterraneo all’Europa del nord, alla zona della Scandinavia e del Baltico.
Le descrizioni dell’Iliade fanno pensare a un ambiente nordico piuttosto che mediterraneo: il cielo è sempre plumbeo, brumoso, e vi si parla di una battaglia durata un’intera notte, cosa impossibile nell’area mediterranea, e possibilissima invece durante l’estate scandinava, quando il sole non scende mai sotto l’orizzonte. La Troia scoperta da Schliemann nella penisola anatolica non lontano dai Dardanelli, d’altra parte, oggi sappiamo, non era che il primo di sedici insediamenti sovrapposti risalenti a epoche diverse, nessuno dei quali si presta a essere identificato in maniera convincente con la Troia omerica.
Come ricorderete, mi ero già occupato della teoria di Felice Vinci nell’articolo “La luce del nord”, considerandola soprattutto come esempio di quella “nostalgia del nord” di cui parlava Adriano Romualdi, di quella “inspiegabile” attrazione che di tanto in tanto sembra prendere noi europei meridionali per le terre del settentrione del nostro continente. In quella circostanza facevo notare che la teoria di Vinci è suggestiva e sembra ben congegnata, ma non sembrava avere prove archeologiche a suo supporto.
Adesso mi devo correggere, perché queste prove ci sono, o quanto meno cominciano a esserci. Sempre Pizzuti ci informa (pagina 64)  che il geografo Franco Michieli proprio seguendo le indicazioni di Vinci ha individuato presso il Capo Lofoten una grotta molto particolare che ha tutte le caratteristiche della grotta di Scilla omerica, e che cosa dire dei graffiti “micenei” sui sarsen di Stonehenge e delle spade “micenee” ritrovate a Nebra? Chiaramente, si iscrivono nello stesso orizzonte, mentre risultano incompatibili con i dogmi dell’archeologia “ufficiale”.
Più in generale, si può ipotizzare che gli antenati non solo degli Achei ma di tutti i popoli indoeuropei, fossero stanziati nell’Europa settentrionale durante il periodo dell’optimum climatico dell’Età del Bronzo tra cinquemila e tremila anni avanti Cristo. Alla fine di questo periodo, cinque millenni fa, il clima cominciò a diventare rigido costringendo le popolazioni dell’area nordica a migrare verso sud, irrompendo nelle regioni dell’Europa meridionale e dell’Asia anteriore, dove diedero vita alle grandi civiltà antiche. Tutto ciò trova conferma anche nei Veda che raccontano come gli Aryas furono costretti ad abbandonare la loro patria ancestrale, l’Aryana Veyo perché invasa dal ghiaccio e oggi in quella regione vi sono dieci mesi d’inverno e due mesi d’estate, guarda caso, proprio le condizioni climatiche che troviamo nella zona artica.
L’indoeuropeo è un iperboreo le cui radici remote non sono nell’area mediorientale ma nel lontano nord. Come faceva notare Adriano Romualdi, c’è una sottile linea di sangue nordico che unisce e apparenta tutti gli Europei e li rende tali, CI rende tali e dunque in una qualche misura iperborei. Quando questa linea di sangue si interrompe, noi non abbiamo più davanti un siciliano o uno spagnolo ma un arabo, non abbiamo più di fronte un russo ma un mongolo.

Un’eredità di sangue preziosa e oggi minacciata, che dobbiamo difendere con tutte le nostre forze. 
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Categorie: Archeologia, Cultura, Identità, Indoeuropei

Pubblicato da Fabio Calabrese il 21 Gennaio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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