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Le origini degli indoeuropei, parte seconda: la favola nostratica

Le origini degli indoeuropei, parte seconda: la favola nostratica

Di Fabio Calabrese

Noi sbaglieremmo sicuramente se pensassimo che la catastrofe della sconfitta nella seconda guerra mondiale (e ricordiamo che in realtà TUTTE le nazioni europee sono uscite sconfitte dal conflitto, comprese quelle che hanno militato nel campo antifascista, perché il suo esito ha rappresentato per TUTTI gli stati europei la perdita dei domini coloniali e DI FATTO dell’indipendenza politica, della possibilità di essere padroni del proprio destino, confiscata a favore delle due potenze realmente vincitrici, gli Stati Uniti e, finché è durata, l’Unione Sovietica) abbia significato “soltanto” un radicale cambiamento degli orizzonti politici. No, il cambiamento doveva essere del pari culturale: tutte le idee che avevano alimentato il tentativo di rinascita europeo fra le due guerre, dovevano essere bandite, ostracizzate, cancellate.

La prima vittima di questa epurazione ideologica e mentale non poteva essere che “il mito ariano”, la persuasione fin allora diffusa fra gli Europei di essere i discendenti di una fiera razza di conquistatori che aveva dato luogo alle grandi civiltà del passato con tutto il complesso delle loro creazioni tecniche, artistiche, culturali, religiose, filosofiche, letterarie, giuridiche. Una coscienza che poteva pur sempre mettere negli Europei la voglia di rialzare la testa.
Riguardo all’origine dei popoli indoeuropei, la tesi oggi prevalente negli ambienti scientifici è quella che si trattasse di popolazioni di agricoltori di origine mediorientale che si sarebbero man mano spostati verso il nord e l’ovest, verso l’interno del continente europeo alla ricerca di nuove terre da coltivare in seguito all’espansione della popolazione.
Sempre il Medio Oriente che ritorna come un’ossessione, come se veramente l’area semitica fosse l’umbilicus mundi, in più, scopriamo che in questa nuova versione gli antenati degli Indoeuropei non erano cavalieri e conquistatori nomadi, ma pacifici agricoltori sedentari, manca solo che ci vengano a dire che fossero hippy e figli dei fiori!
Noi abbiamo visto più volte quanto facilmente la scienza si presti a manipolazioni, quanto poco il fatto che un certo orientamento di pensiero sia dominante negli ambienti scientifici rappresenti una garanzia di obiettività. La manipolazione avviene in base a un metodo semplicissimo: i ricercatori “ortodossi” le cui idee sono in linea con il pensiero dominante, con ciò che fa comodo al potere, ricevono cattedre, finanziamenti, riconoscimenti, hanno agio di diffondere i loro punti di vista attraverso il sistema mediatico, pubblicare libri, tenere conferenze; gli altri no.
L’ipotesi oggi dominante negli ambienti “scientifici” sull’origine degli indoeuropei, è stata formulata da due linguisti russi,  Aharon Dolgopolskij e Vladislav Illic-Svityc, l’ipotesi del nostratico (chiamiamola così anche se forse il termine “favola” sarebbe più appropriato), ci racconta che gli Indoeuropei sarebbero stati pacifici agricoltori provenienti dal Medio Oriente, che si sarebbero espansi verso occidente non con una rapida fiammata conquistatrice, ma in maniera graduale, spostandosi una generazione dopo l’altra alla ricerca di nuove terre. Gli indoeuropei sarebbero strettamente imparentati con le popolazioni semitiche (babilonesi, assiri, ebrei, fenici, arabi) e camitiche (egizi, copti, numidi, berberi, tuareg).  Dolgopolskij e  Illic-Svityc hanno ritenuto anche di identificare una proto-lingua che sarebbe la radice comune dei linguaggi  indoeuropei, camitici, semitici, e che hanno chiamato nostratico (dal latino noster, “nostro”).
Tanto per essere precisi (un po’ di pignoleria non guasta), si può notare che  Aharon Dolgopolskij non è esattamente “un russo” battezzato nella religione ortodossa, e dopo la caduta dell’Unione Sovietica si è trasferito in Israele.
Questo punto di vista è stato sintetizzato in un articolo dell’antropologo Colin Renfrew, “Le origini delle lingue indoeuropee” pubblicato in edizione italiana su “Le scienze” nel 1991. Secondo quest’ultimo, si può parlare di un “modello di sviluppo a tre lobi”, una popolazione di agricoltori insediata nell’area mesopotamica, si sarebbe espansa in tre direzioni, verso il sud dando origine alle popolazioni semitiche, verso l’ovest, verso l’Africa settentrionale diventando gli antenati di quelle camitiche, e verso nord-ovest, verso l’Anatolia e poi l’Europa, dove sarebbero diventati i precursori degli indoeuropei.
Questo modello è stato poi complicato aggiungendo al raggruppamento le lingue dravidiche (delle popolazioni “scure” dell’India), kartveliche (del Caucaso meridionale) e uralo-altaiche, ma le prove linguistiche sono sempre rimaste scarse, legate a una ricostruzione fortemente ipotetica dei proto-linguaggi ipotizzati.
Occorre notare che questa interpretazione dell’origine degli Indoeuropei è stata fortemente contrastata da quella che è quasi universalmente considerata la più importante antropologa del XX secolo, la ricercatrice di origine lituana Marija Gimbutas, che riconduce invece l’origine indoeuropea a popolazioni nomadi delle steppe eurasiatiche caratterizzate dalla cultura dei kurgan, i grandi tumuli sepolcrali che si trovano nelle pianure a cavallo fra Europa e Asia, e che avrebbero avuto il loro più antico centro di irradiamento fra Caucaso, Caspio e Mar Nero.
Se andiamo a leggere la voce “kurgan” di Wikipedia, troviamo fra l’altro:
L’ipotesi correntemente più accettata è che i popoli indoeuropei abitassero alcune regioni della Russia meridionale attorno al mar Nero (cultura kurgan dell’ascia da combattimento, cultura di Sredny-Stog) proposto da Marija Gimbutas.
Questa ipotesi è anche supportata dai risultati delle moderne indagini genetiche di L. Cavalli-Sforza (picco in Russia meridionale della III componente principale della composizione genetica delle popolazioni Europee moderne). (…).
Sebbene i kurgan siano un fenomeno essenzialmente culturale, si osserva che, nelle steppe occidentali (ma nelle fasi antiche fino anche in Mongolia e sui monti Sajany-Altai), i cadaveri intumulati manifestano caratteristiche europoidi. In particolare, data l’alta statura, la forma del cranio ed altre caratteristiche che si ritrovano frequentemente nei kurgan, si può certamente asserire che almeno nelle prime fasi le culture kurgan furono diffuse da una popolazione europoide di tipo cromagnonoide.
Successivamente nelle regioni orientali si assiste all’apparire delle caratteristiche mongoloidi (probabilmente già nella cultura di Karasuk), come si può ben vedere nei kurgan di Pazirik, un fenomeno questo che sembra accompagnarsi alla sostituzione delle lingue iraniche in Asia centrale e in Siberia da parte delle lingue turco-mongole”.
In sostanza, i resti sepolti nei kurgan più antichi, presentano caratteristiche europidi, mentre più tardi sono sostituiti da elementi mongolici. Notiamo anche qui lo sguardo deformante dell’ipocrisia democratica: se un domani gli Italiani nativi fossero completamente estinti per essere soppiantati da immigrati allogeni, i democratici direbbero con la loro immarcescibile ipocrisia che l’italianità non è un fatto bio-antropologico ma essenzialmente culturale.
Io non giurerei sulla teoria dei kurgan, sebbene la trovi molto suggestiva; in ogni caso, invece, sono ben chiare le obiezioni a cui si presta la teoria (l’ipotesi, la favola) nostratica, le cose che non riesce a spiegare.
A colpo d’occhio, la “teoria” del nostratico sembra ricalcare troppo da vicino la leggenda biblica di Noè secondo la quale semiti, camiti e indoeuropei sarebbero discesi dai tre figli del patriarca: Sem, Cam e Jafet, per questo lato essa appare sospetta proprio per il fatto di coincidere troppo bene con certe aspettative che di scientifico non hanno nulla, ma la sua debolezza non si limita a questo.
Noi conosciamo in epoca storica esempi certi dell’uno e dell’altro tipo di diffusione di una cultura: di una cultura nomadica che si diffonde attraverso una “fiammata” di rapide conquiste e di una cultura di agricoltori sedentari che si espande lentamente pressata dall’esigenza di trovare nuove terre da coltivare. In età medievale l’impero arabo califfale e quello mongolo costituiscono esempi del primo tipo, mentre la cultura dravidica dell’India pre-ariana e quella cinese costituiscono esempi del secondo tipo (quello che i “nostratici” ipotizzano anche per gli Indoeuropei).
Una cultura di agricoltori sedentari in lenta espansione impiega molto più tempo ad assoggettare vaste estensioni di territorio in confronto alla rapidità con cui sorsero e si espansero ad esempio l’impero dei califfi o quello di Gengis Khan, ma le sue conquiste sono molto più profonde e, a quanto pare, definitive, e non lascia sostrati o popolazioni relitto, perché ha un decisivo vantaggio demografico rispetto alle popolazioni di cacciatori-raccoglitori o di allevatori nomadi di cui invade i territori, e questi ultimi in genere non anno alternativa se non emigrare altrove o esserne assorbiti.
Ciò non corrisponde affatto  a quel che ci mostra la storia dell’Europa antica dove la presenza degli Indoeuropei è un po’ a macchia di leopardo, dove la loro invasione lascia sussistere molto più che popolazioni relitto ma addirittura grandi culture ad essi non riconducibili: si pensi alla civiltà minoica e a quella etrusca. C’è di più, la presenza di popolazioni indoeuropee è più compatta nell’Europa settentrionale dove si alternano solo nell’angolo di nord-est a popolazioni ugrofinniche, e più “sfilacciata” nella parte meridionale del nostro continente, laddove se fosse vera l’ipotesi di una loro provenienza dall’area mediorientale sarebbe logico aspettarsi il contrario.
Le popolazioni non indoeuropee che sono presenti nell’antica Europa mediterranea prima che la conquista romana e poi le invasioni germaniche sul trapasso fra antichità e medioevo ne cancellassero la presenza dal punto di vista linguistico e culturale (ma non da quello antropologico, ed è assolutamente probabile che costoro siano la maggior parte degli antenati di quanti tuttora vivono nell’Europa del sud) sono davvero tante: da occidente verso oriente Iberi nella Penisola Iberica, Liguri – Aquitani nell’attuale Francia meridionale e nel nord-ovest italico, Etruschi e svariate altre popolazioni nella Penisola Italica, Pelasgi e Minoici nella Penisola Ellenica e nelle isole del Mediterraneo orientale.
Togliamo dal gruppo Sardi e Corsi, isolati nella loro insularità e fra loro strettamente imparentati (ma non dimentichiamoci che queste popolazioni hanno dato vita a una cultura molto antica e molto evoluta come quella nuragica) e un caso del tutto particolare come quello dei Baschi dei Pirenei che sembrerebbero aver occupato le zone dove ancora oggi vivono fin dalla lontana età paleolitica; le loro remote gole montane dovevano essere state da sempre un habitat assai poco attraente per le popolazioni di agricoltori della pianura, anche se sarebbe bene non dimenticare che in età antica occupavano una regione molto più estesa dei loro insediamenti attuali, fino all’estuario della Gironda e che dal loro nome antico, Vascones, deriva quello di questa regione dell’odierna Francia meridionale, la Guascogna.
Le restanti popolazioni: Iberi, Liguri-Aquitani, Etruschi, Pelasgi, Minoici costituivano con ogni probabilità un gruppo di popoli e culture strettamente affini, una realtà “mediterranea” che ordinariamente ci viene celata considerando queste popolazioni separatamente, una per una ed etichettando ciascuna con la generica indicazione di “non indoeuropea”, che potrebbe andare altrettanto bene per gli Esquimesi o i Papua. Che si tratti di popoli e di culture strettamente affini con un’unica origine, che dovrebbero essere riconosciuti come un quarto ramo “mediterraneo” delle popolazioni caucasiche oltre a quelli semitico, camitico e indoeuropeo, è quanto meno un’ipotesi che non è possibile non formulare, ed è molto difficile vedere come questa innegabile presenza, il fatto che l’Europa mantiene fin dentro l’età storica un notevolissimo sostrato pre-indoeuropeo possa conciliarsi con il tipo di colonizzazione ipotizzato dai sostenitori del nostratico.
Non è tutto. Nell’Europa mediterranea la penetrazione indoeuropea appare “a macchia di leopardo”, e questo appare particolarmente vero per l’Italia; probabilmente in relazione alla conformazione fisica della nostra Penisola, non solo stretta e lunga, ma divisa a metà e percorsa per tutta la sua lunghezza a mo’ di spina dorsale dalla catena appenninica. Nell’Italia  antica, prima dell’invasione celtica della Valle Padana e della colonizzazione greca e fenicia-cartaginese del meridione, abbiamo tre distinte penetrazioni indoeuropee: il gruppo latino- osco-umbro, cioè gli Italici veri e propri, i Veneti nell’angolo di nord-est e popolazioni illiriche nella Puglia, ma le popolazioni non indoeuropee sono numerose: Gli Etruschi innanzi tutto, poi Liguri nella parte occidentale della Pianura Padana, Reti (Ladini) ed Euganei nel Veneto, Elimi e Sicani in Sicilia.
Tutto ciò si concilia meglio con l’idea che gli Indoeuropei fossero allevatori e cavalieri kurganici piuttosto che agricoltori nostratici. La storia della Penisola Ellenica da questo punto di vista è ancora più esemplare. Gli Indoeuropei vi giunsero in quattro ondate distinte rappresentate da quattro popolazioni diverse: Ioni, Eoli, Achei (arcadi-ciprioti-panfili) e Dori che si sovrapposero a  precedenti popolazioni mediterranee: Pelasgi e Minoici. Bisogna notare che la lingua greca come parlata unitaria è nata poco per volta dalla progressiva convergenza delle lingue di queste popolazioni, e si è stabilizzata come lingua comune, koinè dialektos, solo in età ellenistico-romana-bizantina. Gli Achei sottomisero Creta ponendo fine alla civiltà minoica e, dalla fusione di elementi minoici con la loro cultura, diedero vita a quella micenea. La civiltà micenea fu poi distrutta dall’invasione dorica che portò al cosiddetto “medioevo ellenico” prima dell’emergere della civiltà classica. Che i Dori fossero conquistatori e guerrieri provenienti dal nord, in pieno accordo con la teoria dei kurgan e in totale contrasto con quella nostratica, su questo non si possono avanzare dubbi: i loro eredi in età storica, gli Spartani, conservavano caratteristiche spiccatamente nordiche.
La società di Sparta presentava una divisione in classi ereditarie che rispecchiava la diversa origine della popolazione: Gli spartiati, eredi dei conquistatori dorici, formavano un’aristocrazia guerriera, gli iloti, discendenti dei Pelasgi sottomessi costituivano una base di contadini-schiavi, mentre le attività artigianali e commerciali “di ceto medio” erano affidate ai perieci, “coloro che abitavano attorno”, e la proprietà della terra era mantenuta indivisa come un permanente bottino di guerra.
Se il popolamento del nostro continente fosse stato opera di agricoltori nostratici provenienti dal Medio Oriente (ammesso che costoro siano mai esistiti), allora ci aspetteremmo che le regioni mediorientali, essendo quelle popolate da più tempo e più intensamente, fossero anche quelle maggiormente e più precocemente progredite sulla via della civiltà, ebbene, sappiamo che, al contrario di quanto sostiene una diffusa “tradizione” ancora oggi mantenuta artificialmente in vita da un “sapiente” lavoro di censura, le cose non stanno affatto così, e non credo che sia ora necessario ripetere il contenuto degli otto articoli che formano i mio saggio “Ex oriente lux, ma sarà poi vero?”. Quello che è evidente invece è che l’ipotesi nostratica e quella della “luce da est” sono logicamente collegate, la prima costituisce, potremmo dire, una sorta di premessa preistorica della seconda.
C’è un altro argomento che mi sembra una forte indicazione a favore dell’ipotesi dei Kurgan e che falcerebbe spietatamente l’erba sotto i piedi alla teoria nostratica, anche se contiene almeno in parte un elemento emotivo. I popoli mediorientali non amano il mare e in genere non sono portati per la navigazione. Gli Egizi guardavano il mare, il “grande verde” con un misto di repulsione e diffidenza, e la stessa cosa si può dire per Assiri e Babilonesi. I Fenici furono l’unico popolo semitico marinaro, l’eccezione che conferma la regola, forse perché si trovarono a vivere in una terra stretta fra le montagne e il mare che non offriva alternative, ma è significativo e molto singolare per un popolo di marinai, che non ci fossero divinità marine nel loro pantheon.
Gli Europei furono ottimi marinai già in età antica, prima i Minoici, poi i Greci e anche i Romani non furono da buttare via.
L’età medievale conobbe l’incredibile epopea marinara e piratesca dei vichinghi. Più o meno alla stessa epoca, l’Europa si trovò a lungo sotto la minaccia della pirateria mussulmana, i corsari prima saraceni al servizio dei califfi, poi barbareschi servitori della Sublime Porta di Costantinopoli, tuttavia, molto più spesso di quanto non si pensi, costoro erano cristiani rinnegati, cioè europei.
Abbiamo poi la grande espansione delle esplorazioni europee a partire dal cinquecento, che ha cambiato irreversibilmente la storia e il volto del nostro pianeta. I Cinesi, sembrerebbe, avrebbero esplorato il Pacifico e raggiunto le coste dell’America, ma poi avrebbero abbandonato le esplorazioni rinchiudendosi nel loro mondo con una decisione per noi incomprensibile.
Il marinaio è, mi viene da pensare, l’erede più diretto del cavaliere nomade: ha sostituito la sella del cavallo con la tolda di una nave, ma la curiosità, l’istinto per l’avventura, il gusto dei grandi spazi senza confini, sono rimasti gli stessi, e rappresentano forse il retaggio più tipico dell’uomo europeo, nato forse all’ombra dei kurgan.
La linguistica non può fornire risposte definitive: in assenza di documentazione scritta, la ricostruzione di proto-linguaggi più antichi a partire da altri proto-linguaggi anch’essi ricostruiti in via ipotetica, alla fine non ci può portare da nessuna parte. Una risposta definitiva pro o contro l’ipotesi del nostratico potrebbe venire dall’analisi del DNA; se essa rispondesse al vero, sarebbe possibile rilevare una forte presenza di geni mediorientali negli Europei di oggi se, come si è ipotizzato, essi fossero perlopiù i discendenti di coloni provenienti dal Medio Oriente. Ebbene, finora una tale ricerca non è stata fatta.
Finora. La notizia è recentissima, è apparsa su “Archaeology”, la rivista dell’Archaeological Institute of America di Boston (Massachusetts) del 3 gennaio 2014. Un team misto americano-tedesco della Harvard Medical School e dell’Università di Tubinga ha reso noti i risultati di uno studio comparativo tra DNA fossili e quelli di europei moderni. Da esso risulta che questi ultimi sono in gran parte discendenti del tipo umano denominato “eurasiatico settentrionale”, dei cacciatori paleolitici che dominavano l’Europa già 40.000 anni fa, mentre non ci sono tracce apprezzabili di una recente massiccia immigrazione mediorientale. A questo punto, l’ipotesi del nostratico può essere tranquillamente relegata nel limbo delle favole, o potrebbe esserlo se la divulgazione scientifica e l’insegnamento scolastico rispondessero a criteri di obiettività e veridicità, invece è probabile che assieme alla favola complementare della “luce da oriente”, continuerà a rimanere in circolazione ancora per un bel pezzo.
La verità, dicevo, è come il sughero: appena si smette di tenerla sommersa, viene a galla, anche se non basta da sola a sconfiggere tutti gli artefatti propagandistici di un sistema menzognero. Per noi è importante sapere che quello che ci scorre nelle vene è un antico sangue guerriero, e non saremo indegni dei nostri antenati opponendoci con tutte le nostre forze all’ondata del potere mondialista che rischia oggi di travolgerlo.  
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Categorie: Archeologia, Cultura, Identità, Indoeuropei

Pubblicato da Fabio Calabrese il 17 Gennaio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Articolo molto interessante. Un punto di vista e un’analisi veramente esaustiva che però non condivido pienamente, a partire dalle sue premesse. Ovverosia, pur trovandomi d’accordo con l’autore nel definire, nei termini da lui descritti, il nostratico una favola, un’affabulazione storica atta a giustificare la tesi secondo cui – come egli stesso scrive – gli Indoeuropei sarebbero stati pacifici agricoltori provenienti dal Medio Oriente, che si sarebbero espansi verso occidente in maniera graduale, spostandosi una generazione dopo l’altra alla ricerca di nuove terre. Non me la sentirei di ridurre il nostratico, in quanto teoria linguistica, ad un mero escamotage creato ad hoc al fine di generare confusione attraverso la quale poi strumentalizzare le informazioni.
    Lo dico non perché mi piacciano i suoi artefici, ma perché da una comparazione lessicale approfondita fra lingue altaiche, uraliche, indoeuropee e anche semitiche – anche queste ultime, che possa piacere o meno – affiorano non pochi isomorfismi lessicali. Troppi per essere delle coincidenze: pronomi, numerazione, parti del corpo, utensili, etc. È impossibile qui entrare nei dettagli, ma basta prendere in mano dei vocabolari per accorgersene. Non possiamo escludere una proto-koinè linguistica.

    Prendiamo ad esempio il greco, una lingua in cui almeno il 60% del lessico non è di origine indoeuropea. Un termine come Εργασία (ergassia), stessa radice inglese di work, opera, lavoro. Perché in turco esiste una radice foneticamente simile Erk-forza? Oppure θάλασσα (Thalassa), in antico turco, mongolo Toluy, Talay; da cui Dalai Lama, mare, presente anche in thailandese Thalee. Ed ancora Psichè, affine al circasso-adyghe Pse? E tantissimi ancora.

  2. Riguardo alla strumentalizzazione post-bellica del discorso Indoeuropeo, al suo uso svilente e castrante di tutto quello che era stato mito fondante non soltanto del NazionalSocialismo ma anche di tante altre forme di orgoglio etnico e nazionale nel corso del secolo precedente, sono d’accordo, così come sull’inadeguatezza del “nostratico”, una tesi molto poco consistente. In ogni caso, rimango molto convinto della sana via di mezzo, ossia della “teoria della doppia migrazione indoueropea” (nella quale il dato linguistico ed archeologico viene “testato” con quello della genetica) e della lunga e reciproca influenza dei duetre strati di popolazione, assolutamente europoide e “bianca”, nel corso dei secoli in Europa, convivenza che ha dato vita alle civiltà storiche propriamente dette. Un primo strato proverrebbe dall’Anatolia e dal Caucaso, oltre che dal Nordafrica in epoca remotissima, post-glaciale o addirittura pre-glaciale. Non dobbiamo immaginare un Medio-Oriente “semitico” o un Nordafrica “magrebino” poiché fino a pochi millenni fa nel caso del vicino oriente e pochi SECOLI fa nel caso del settentrione africano, i popoli che vi risiedevano erano molto più simili agli odierni Europei di quanto siano simili agli attuali occupanti di quelle aree; non solo: i resti delle popolazioni Europoidi fuori dall’Europa, molte delle quali pre-indoeuropee (con nuclei addirittura “nordici”) sono tuttora evidenti in alcune minoranze etniche, a riprova della loro consistenza numerica passata. A questa prima colonizzazione europea, cacciatrice ed allevatrice, semi-nomade, di tipo umano cromagnoide, associata alle lingue di substrato, subentra poi una doppia migrazione, legata al tipo umano aurignacoide (sempre caucasoide europeo), dall’attuale EST Europeo (il Nord era poco abitabile): una parte di essa, tendenzialmente agricola, ha raggiunto l’Europa tramite il Medio-Oriente, portando con se fenotipi prevalentemente mediterranei e commistione con i tipi anatolici pre-semitici (NON semitici… il composto semitico all’epoca abitava prevalentemente l’attuale Arabia peninsulare), l’altra corrente, in parte agricola ed in parte nomadica e guerriera, l’ha raggiunta da nord-est. La migrazione “kurganica” è quindi, in questa impostazione teorica, solo l’ultima delle migrazioni del Homo Aeuropeus verso la sua sede definitiva… anche perché è piuttosto limitante pensare all’arrivo delle nostre genti in tempi così vicini a noi dall’avere praticamente già una rappresentazione storica (il “mito” Omerico, dimostrato storicamente attendibilissimo). Di fatti i Dori sono dello stesso ceppo linguistico degli Achei, come i Latino-Veneto-Siculi sono dello stesso ceppo linguistico degli Umbro-Sabellici e l’ondata gallica storica parla lingue molto simili a quelle delle primissime ondate indoeuropeizzanti nell’area celtica. (segue)

  3. (segue da altro commento) Il “nostratico” stesso, se retrodatiamo l’etnogenesi indoeuropea al Paleolitico Inferiore e lo associamo agli spostamenti dell’uomo anatomicamente caucasoide ed europoide (anche se i due termini non sempre coincidono) ha una spiegazione più razionale che quella propagandata dall’accademia post-bellica: le somiglianze, quando presenti e non tirate per i capelli, si riferiscono ad arcaici spostamenti delle genti Euro-Caucasoidi, piuttosto che il contrario; non a caso la genetica individua una larghissima diffusione di aplogruppi matrilineari euro-caucasici nella “Eurasiafrica” anche ben lontano dall’area di diffusione dei veri e propri Indo-Europei. Stessa cosa se andiamo a parlare di aplogruppi patrilineari, dove il gruppo dei popoli turanici si dimostra di fatto 34 Indoeuropeo per via patrilineare e in parte caucasoide anche per via matrilineare: non stupiscono allora le “parentele” ma non certo perché vi furono Altaici, Sino-Tibetani, Arabi o Etiopi in Europa!

    Inoltre vi è da fare una postilla su quanto oggi è chiamato “dravidico” e quale era la civiltà e il fenotipo associato ab origine a questa denominazione linguistica: “dravidico” non sono “gli indiani di pelle scura” ma un substrato linguistico molto importante dell’India, che parte A NORD, nella valle dell’Indo, associato a caucasoidi non-europodi ma fenotipicamente molto simili ai mediterranei d’Europa. La famiglia linguistica migra poi verso Sud (lasciando isole di substrato o lingue locali isolate), diventando la famiglia più diffusa del meridione indiano: oggi come oggi essa è parlata da persone di fenotipo caucasoide, anche molto simile ad un fenotipo europoide, così come da popolazioni caucasoidi NON europoidi, molto scure, e pure da entità tribali di fenotipo NE caucasoide NE europoide, ma bensì riconducibili ad un antichissimo strato australide e veddide. Per questo motivo, se la teoria “nostratica” oggi è utilizzata per affermare una parentela tra questi veddidi e australoidi con il tipo umano europoide e indoeuropeo essa è fallace, indimostrabile e traballante; così non sarebbe se si volesse dimostrare una parentela tra il Neolitico indiano di lingua dravidica e analoghi coltivatori Europei e Medio-Orientali (genti mediterranee e armenidi poi assorbite successivamente nel composto semitico): tale parentela appare come piuttosto ovvia, senza sminuire quelle che invece sono le altre correnti dell’etno-genesi dei nostri popoli.

  4. Anonymous

    Se la via di mezzo della doppia migrazione sia sana o meno non lo so. Il fatto che il dato linguistico ed archeologico venga “testato” con quello della genetica – sulla falsariga delle lucide quanto politically correct ricerche di Cavalli-Sforza – rappresenta una considerazione che, nel contesto in cui è postata, mi appare alquanto ossimorica, sprizzando positivismo, evoluzionismo biologico e, conseguentemente materialismo storico, da tutti i pori.
    Una sequela di riferimenti a fenotipi europoidi, cromagnoidi, allogruppi, Dori, Achei. Tralasciando poi il fatto che questi europidissimi elleni avessero adottato un alfabeto semitico, oltre che metà del lessico. L’alfa e la beta con esso cui inizia, altro non sono che la aleph e la beth dell’ebraico. Europa, del resto è un coronimo dall’etimologia semitica: da Erev, equivalente all’arabo gharb, occidente, da cui Magherb, in contrapposizione all’Asia, la terra degli Asi o Aesir, come recita il testo eddico. Una voce, quest’ultima, presente anche in ceceno, oltre che varie lingue siberiane.
    Circa questo mito del XX secolo, concernente la popolazione assolutamente europoide e “bianca”, nutro qualche legittimo dubbio circa il fatto che esista solo in Europa, come del fatto che tale fenotipo sia storicamente ascrivibile ai soli parlanti lingue indoueropee, kentum o satem che siano. Giustamente i berberi, con il loro alfabeto tifinaq, ne sono un esempio in Africa settentrionale. Per stare sul piano archeologico basti ricordare le culture di Afanasevo, Andronovo e Karasuk (dal IV al I millennio a.C.). Le mummie del Tarim, scoperte da Sven Hedin e Aurel Stein (II millennio a.C.) – migrazioni metapontiche o piuttosto il contrario? – di cui le altaiche o turaniche popolazioni qïpčaq ne sono gli eredi, come lo sono i fenotipicamente “bianchi”russi, geneticamente eredi dell’aristocrazia tatara, tant’è che gli altri slavi sono piuttosto “scuri”. Del resto anche gli Eftaliti ne sono eredi, come forse gli Hsiung-Nu. Si potrebbe poi parlare anche di ainu, di burusho, ket, selkupi ed altri. E gli askenaziti, sono forse fenotipicamente semiti? Essi sono turanici, eredi dei khazari.
    Di certo, a mio avviso gli europidi erano cacciatori ed allevatori, semi-nomadi, come gli altaici e non agricoltori, epigoni di civiltà da cui è scaturita la sedentarizzazione e il moderno consumismo. Ricordiamo solo l’otium e il negotium dei latini. Questo lo indica la religione, i simboli contenuti in essa, come la Lupa Capitolina che è un mito fondatore perfettamente omologo a quello altaico di A-se-na e di Ergenekon. Il loro emblema era il lupo, quindi né l’agnello né il maiale – come gli Ulfedhnar nordici ad esempio – con tutti i corollari che tale affermazione implica. Quanto ad una voce in tal senso evocativa a come Airyanem Vaêjah, la culla o il germe degli Ariani (Iranici), la cui terra d’origine fu creata dal dio di luce, ove il re Yima avrebbe incontrato Ahura Mazda, una terra dell’estremo settentrione. Unica menzione nell’indoeuropeo a questo retaggio e satem, non kentum. Curioso che per una cosiddetta somiglianza tirata per i capelli, questa radice di ariya, presente anche in sanscrito nella locuzione buddhista: Cattāri ariya-saccāni, ovvero “Le quattro nobili verità”, appaia etimologicamente molto altaica, essendo presente nella radice proto-turca arïg – come scrive Annemarie vob Gabain – e mongola aryuun, cioè puro.

  5. Anonymous

    Ma parlando di somiglianze tirate per i capelli connesse con il nostratico, se il burushaski, una lingua geograficamente vicina alle lingue dardiche, che è una lingua che ha influenzato il protovedico, una lingua ergativa con lessico e morfologia praticamente indoeuropee, può essere definito tale?
    Quindi, in merito all’affermazione “non certo perché vi furono Altaici, Sino-Tibetani, Arabi o Etiopi in Europa!”. Dimentichiamo il basco? Una lingua parlata – dicitur – da oltre 20.000 anni e le ricerche di Michel Morvan? Prestiti altaici in basco ce ne sono e molti, non sono certo frutto di contatti recenti, superano perfino il test della legge di Ramstedt, il quale confrontando comparativamente l’esito di alcune parole in lingue come: lappone, finnico, ungherese, samoiedo, turcico, mongolo, manciù e tunguso, ne evinse una legge di rotazione consonantica. Morvan trova alcune parole in basco, fra cui erhi – pollice, mongolo idem, che entrano a pieno titolo nella menzionata legge. Lo stesso, sebbene in minor misura, si potrebbe dire per l’etrusco.
    Quanto allee lingue germaniche, che forse sono le maggiormente emblematiche, esse si distinguono a tale riguardo per un vocalismo tanto ricco quanto atipico in tutta l’estesa famiglia indoeuropea. Possiedono, infatti, tratti di isovocalismo con le lingue uralo-altaiche, nella fattispecie le vocali, ü-ä-ö, che non esistono, perlomeno in maniera così articolata in nessun altro gruppo linguistico omologo all’interno della grande famiglia indoeuropea.
    Quindi l’armonia vocalica, un altro fenomeno fonologico, in base al quale alcune vocali di una parola o di una frase cambiano secondo il tipo di vocali presenti nella prima parte per un processo di assimilazione, sono un tratto isofonico ed isolettico che in molte lingue potrebbe costituire la prova di un’avvenuta contaminazione linguistica.
    L’armonia vocalica non è rara tra le lingue del mondo: si trova soprattutto nella famiglia uralo-altaica, come ad es. finlandese, ungherese, mongolo e turco. Nondimeno il cinese conosce un singolare fenomeno di armonia vocalico-consonantica, ovvero una legge fonetica secondo cui, alcune consonanti retroflesse riconoscono un abbinamento esclusivo con un vocalismo posteriore e viceversa. Anche i plurali germanici irregolari, maggiormente soggetti ad un’armonia qualitativa anziché quantitativa, ovvero ottenuti tramite addolcimento della vocale radicale, non sono scevri da tracce di una misteriosa forma d’armonia vocalica. Giunta dal semitico?
    Nella valle dell’Indo in Belucistan e Iran si parla ancora il brahui, una lingua dravidica, evidentemente nel sud dell’india l’elemento umano era di origine munda e austroasiatico e non protodravidico che è affine all’elamita. Il nostratico, che lo si voglia definire tale o no è una realtà. Questo a prescindere da dati evoluzionistici relativi ad allogruppi e fenotipi.

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