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Il silenzio degli scettici

Il silenzio degli scettici
Di Mario M. Merlino
Si racconta che il filosofo Pirrone avesse partecipato all’impresa con cui  Alessandro Magno, nel suo procedere ad Oriente, aveva sconfitto l’impero persiano e si era spinto fin nella valle dell’Indo. Qui egli, alla ricerca (la scepsi) di un più alto sapere, aveva conosciuto coloro a cui i greci diedero nome di ‘gimnosofisti’. Erano costoro cultori, praticando le tecniche dello yoga, della gestione del corpo nella sua articolazione e nella capacità di sopportare il dolore. Anzi, seguaci di una visione del mondo come inganno ed illusione, uno di questi ‘amanti del corpo’ volle dargliene dimostrazione dandosi fuoco. Così, almeno, si racconta. E noi, cresciuti nel reame delle fiabe e, successivamente, fra le tigri di Mompracem il bramino dell’Assam i misteri della jungla nera, amiamo credere nell’autenticità dell’episodio. E noi, giovani incerti tra la spranga e i testi di filosofia, cresciuti tra lo yoga della potenza le Upanishad e René Guénon, amiamo pensare che fu lì – in quell’incontro tra Oriente ed Occidente – che si gettarono le fondamenta dello scetticismo, di cui Pirrone fu caposcuola…

Perché furono proprio gli scettici che, per troppa brama di arrivare al vero, si videro respinti da quel principio di verità che non si concede ad alcuno e alle sue lusinghe d’amore. S’accontentarono, dunque, del vano esperire, di opinioni, già in sé fallaci, risibili nella loro pretesa d’essere supportate da abitudine ripetizione probabilità. Insomma avvertirono la necessità il gusto ed il dovere di sottrarsi alle parole – voce menzognera di idee e concetti – da scrivere con la maiuscola. E chi, al contrario, di quel principio di verità si faceva vanto possederne la chiave d’accesso, li prese in uggia fastidio discredito ed odio. Così l’andare in giro, vagabondi alla ricerca della via, si trasformò nell’immaginario dei saccenti in ignavia ed impotenza…
(Furono sdegnosi e ipocriti come quella volpe e l’irraggiungibile grappolo d’uva, adducendo la scusa che fosse ancora acerba, oppure rimasero stupiti e in piedi in tacita contemplazione d’un cielo arido e vuoto? E, anche qui, ci piace pensare in assoluto arbitrio che, preso atto della vanità di volgere lo sguardo verso l’alto si fecero peregrini – simili ai ‘raminghi’ di Tolkien – dell’oltrepassare, con la mente ed il cuore, ogni confine messo a guardia e prigione, protettivo e rasserenante di una qualsiasi trascendenza).
Un sussurro e un mormorio e il balbettare fino a scoprire, quasi fossero dei mistici senza un dio senza deità e pretese metafisiche a cui farsi proni, come il silenzio (l’afasia), solo esso, fosse il più degno ad indicare il cammino e ad ergersi a modello di retto comportamento. Di Shakespeare: ‘Posso essere racchiuso in un guscio di noce e sentirmi un re nello spazio’. E, nelle Upanishad, Il Brahma, colui che è l’infinitamente grande, coincide con l’Atman, colui che, pur essendo più piccolo del più piccolo seme di senape, si apre alla vastità del mondo e alla sua infinitudine. Il silenzio contro la parola. Tempio malatestiano di Rimini, cappella dedicata a Ixotta la donna amata da Sigismondo, ‘Tempus loquendi, tempus tacendi’…
(Un famoso monaco zen venne invitato a tenere un sermone in un lontano villaggio e, quando dopo lunga attesa si presentò, allargò le braccia le richiuse e, senza profferire parola, si allontanò. A coloro, che s’erano recati nella sua abitazione a chiedergli le risposte intorno a quesiti d’alta riflessione, Pirrone li aveva messi in modo brusco e deciso alla porta, tutto intento qual’era a spazzare il pavimento,  essendo la sorella andata a comprare uova al mercato).
Lo scetticismo diviene il confine oltre il quale non è dato andare. (Una filosofia che invita alla sospensione del giudizio, a negare la priorità della parola, è una filosofia che condanna se stessa al proprio suicidio). Anzi si può e si deve confinarlo in una sorta di terra di nessuno. Ad esso si addice, ad esempio, l’ironia mista ad aspri accenti di dispregio da parte del filosofo Cartesio, che non conosceva la fiaba de Il re è nudo!, e non poteva prevedere la domanda dell’ultimo degli sciamani, Martin Heidegger, il quale si chiede ‘perché esiste l’Essere e non il Nulla?’… Dice Cartesio che lo scettico rinuncia a ricercare il retto sapere senza alcun tentativo per una sorta di pre-giudizio insito nella natura stessa del suo essere. Condanna di intellettuale viltà, condanna senza appello. E Cartesio, che pure fu figura umanamente mediocre, si trovò a rappresentare, dopo Galilei, la entrata del pensiero nella modernità con tutta la potenza del razionalismo, compresa la equiparazione ragione-bene, premessa della ghigliottina e della Vandea del secolo XVIII e, nel XX, del gulag e dell’ospedale psichiatrico per i dissidenti…
Pirrone riporta in Grecia, dunque, l’immagine e l’orrore del corpo avvolto dalle fiamme, l’odore aspro della carne e la cenere e il mucchietto d’ossa annerite; conosce il sudore e la fatica e la fame e, soprattutto, la sete, sì, le labbra screpolate la lingua gonfia, mentre attraversa il deserto persiano. E tutto questo è l’essenza del nostro essere, la più vera e viva e dolorante… di che dire, allora, intorno alle idee e ai concetti? Un vano ingannevole chiacchierio, una maschera bella ove si nasconde il brulicare famelico dei vermi, pronti a banchettare sul nostro cadavere in decomposizione. Meglio sarebbe stato non nascere affatto, aveva sentenziato il sileno nel bosco al re Mida interrogante sul senso dell’esistenza. E, siccome vivere è destino imposto agli uomini dal fato, meglio raccogliere dal mondo, con gli occhi e le mani il gioco delle piccole cose quotidiane, rigettare la bramosia delle passioni e l’inganno della parola…
Eppure Pirrone ha visto il giovane dio della guerra, Alessandro, scendere da cavallo per condividere con i suoi soldati la polvere lo sforzo i muscoli, che vorrebbero cedere buttarsi a lato del cammino stendersi per sempre; l’ha visto rifiutare la ciotola d’acqua, così preziosa e rara, che gli è stata offerta perché egli è un soldato fra i soldati, ma è, in primo luogo, il Capo, colui che ha sognato in grande e ha voluto rendere quel sogno in realtà tramite i suoi uomini a lui fedeli. Questo, forse, solo la poesia e la musica possono raccontarlo, non la filosofia. E Pirrone, allora, tace, eleva il silenzio a virtù e l’affida ai suoi seguaci, a coloro che verranno dopo di lui, oggetto di derisione e disprezzo, relitti abbandonati nel grande alveo ove scorre il vorticoso flusso, presuntuoso e arrogante, dell’inutile sapere…
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Categorie: Filosofia, Merlino, Pirrone, Scetticismo

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 30 Gennaio 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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