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Il grande imbroglio

Il grande imbroglio
Di Enrico Marino
Un tempo le banche degli stati dovevano avere nei loro forzieri una quantità di oro pari al denaro che stampavano. Accadeva, però, che spesso stampassero più denaro rispetto al controvalore in oro che in realtà possedevano. Perciò nel 1944, con gli accordi di Bretton Woods, si decise che solamente il dollaro fosse convertibile in oro e che le altre monete potessero essere scambiate con il dollaro che fungeva, in tal modo, da garante di tutte le transazioni in valuta. Gli USA, invece, stamparono quasi 90 miliardi di dollari senza detenere il corrispondente controvalore in oro, creando un’enorme inflazione globale.

Allorchè l’URSS e la Cina restituirono i dollari posseduti chiedendone il controvalore in oro, il presidente Nixon, il 15 agosto 1971, decise di abolire la convertibilità del dollaro, determinandone la perdita dell’effettivo valore che, da quel momento, fu originato dall’accettazione degli stati a considerarlo come moneta di scambio per i beni e i servizi. Nel 1971, il nostro debito pubblico era di 16 miliardi e 145 milioni milioni di euro, ma quel debito, nella realtà, non esisteva, in quanto la Banca d’Italia era, come previsto dall’articolo 3 del suo statuto, un ente di diritto pubblico a maggioranza pubblica, cioè dello Stato che poteva stampare così la moneta a suo piacimento, rimborsando in questo modo i debiti che contraeva.
Con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, la marginalizzazione della nostra Penisola, già perno indispensabile dell’alleanza antisovietica, innescò anche da noi un processo di destabilizzazione economico finanziaria funzionale alla diversa strategia globalista che si delineò man mano che venne a riconfigurare la sfera egemonica occidentale.
Il 2 giugno del 1992, quindi alcuni mesi dopo i primi arresti eseguiti dal pool di Milano che stavano per coinvolgere i vertici dei partiti dell’arco costituzionale, al largo di Civitavecchia, su uno yacht battente bandiera inglese, venne ospitata una delegazione di uomini di Stato italiani, accolti da banchieri e uomini d’affari anglo-statunitensi, per discutere di finanza. A capo di questa rappresentanza nazionale c’era Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro, il quale, in quella occasione, s’impegnò a lanciare una campagna di dismissioni dei beni pubblici. Dopo quell’incontro avvennero alcune scelte importanti, non solo di cessioni e mutamenti d’indirizzo. Ci fu ad esempio la svalutazione della lira che, di fatto, risultò un comodo affare per le finanze di Wall Street perchè per gli acquirenti internazionali il patrimonio italiano diventò meno costoso del 30%. Sempre nel 1992, con la legge 35/1992 dal Ministro del Tesoro Guido Carli, ex governatore della Banca d’Italia, inizia la cessione ad enti privati delle quote di Banca d’Italia, facendo seguito al provvedimento col quale, dieci anni prima, il Ministro del Tesoro Andreatta ed il governatore della Banca d’Italia Ciampi avevano cancellato l’obbligo della Banca di acquistare tutti i titoli di stato che venivano emessi e quindi di finanziare il debito pubblico.
Lo Stato venne di fatto a trovarsi in balia delle banche commerciali e dei mercati finanziari per collocare il proprio debito. Mai nessun altra scelta fu così scellerata, perché a seguito di questo divorzio, cominciò la crescita esponenziale del debito pubblico italiano poiché dal quel momento in poi, ad una politica di repressione finanziaria (con tassi sul debito inferiori al tasso d’inflazione in grado quindi di ridurre il debito complessivo) si sostituì una condizione permanente di tassi d’interesse sul debito sempre crescenti e ben superiori al tasso d’inflazione del periodo. E fù l’inizio di un disastro, col debito pubblico che passò così in soli dieci anni da 142 miliardi – dai 16 miliardi del 1971, perché lo stato finanziava la crescita attraverso l’emissione dei titoli – a ben 850 miliardi di debito, questa volta reale, in quanto contratto verso altri istituti bancari privati. Nel 1992, solo il 5% delle quote di Banca d’Italia era rimasto di proprietà dello Stato, mentre il restante 95% era andato in mano a banche private che le avevano acquistate dai principali gruppi bancari, quali Comit, Credito Italiano e Banco di Roma, che ne garantivano la maggioranza pubblica, mentre gli acquirenti autorizzati a comprare i titoli di stato erano banche commerciali primarie ed istituzioni finanziarie private quali IMI, Monte dei Paschi, Unicredit, Goldman Sachs, Merryl Linch.
Nel frattempo, le centrali finanziarie anglo-americane sapevano che per arrivare a conquistare i gioielli pubblici nazionali avrebbero dovuto sbarazzarsi dei vari politici (tipo Craxi) che sarebbero stati d’ostacolo a tali razzie e che in qualche circostanza si erano permessi di alzare la testa contro i loro diktat. I servizi segreti angloamericani, che erano a conoscenza dei vari rapporti tra Stato e Mafia, finanziamenti occulti ai partiti, intrecci politica-affari, passarono i documenti ai magistrati (che a loro volta sapevano ma mai avevano agito) e diedero il via libera alle indagini. Il torpore che aveva accompagnato i giudici per lustri finì in quell’istante e deflagrò Tangentopoli. Mani pulite si arresterà, sempre su impulso statunitense, solo quando il quadro dei rapporti di forza risulterà definitivamente rovesciato a favore di soggetti politici più “affidabili” e ricattabili. Sarà l’ambasciatore Bartholomew, inviato da Clinton nel ‘93, a dichiarare di aver fermato il pool per timore che si verificasse un vuoto di potere e di referenti politici. Dunque, appena prima che fossero coinvolti anche gli ex comunisti.
Il gioco era fatto: in pochi anni la svendita del patrimonio pubblico ha determinato la desertificazione di molti comparti manifatturieri di punta nei vari settori produttivi nazionali, mentre il debito è arrivato ad oggi a superare i 2040 miliardi di euro, grazie al tradimento dei politici che, dopo aver liquidato i beni dello Stato a prezzi da saldo, legalizzarono, con l’ennesimo tradimento verso il popolo, la privatizzazione della Banca d’Italia. Il governo Prodi, il 16.12.2006, modificò lo statuto della Banca all’articolo 3, facendo sì che essa non fosse più un ente di diritto pubblico, dopo che nel 2002 sempre Prodi aveva traghettato il Paese nell’euro con una spericolata e improvvida strategia di cambio. Caduta la convertibilità in oro, il denaro avrebbe dovuto essere addebitato non più ai cittadini, ma accreditato loro, in quanto esso è la misura del valore dei beni e servizi che essi producono e non è certo proprietà dei banchieri che prestano la moneta a debito e che decidono le politiche sociali degli stati. Invece, questa moneta creata dal nulla viene trasferita dalla BCE alle grandi banche commerciali private che poi la prestano agli stati ad altissimi interessi, generando un debito pubblico di fatto inesigibile e, soprattutto, frutto di una frode legalizzata. Ora dal 2012 gli stati non possono neppure più decidere quanto e in cosa spendere, grazie ai trattati del Fiscal Compact e del MES, o fondo salva stati, che è in realtà un istituto di speculazione finanziaria pronto a requisire gli ultimi beni patrimoniali degli stati in crisi.
Anche quest’anno sono stati sottratti al popolo, sotto forma di tassazione forzata, ben 90 miliardi di euro per pagare il debito derivante dal tradimento di aver venduto la sovranità monetaria nazionale e altri 50,6 miliardi di euro a causa del MES, per un totale di oltre 140 miliardi, a fronte dei 2 miliardi che sarebbero occorsi per non alzare l’aliquota IVA e strangolare ulteriormente i consumi interni, la produzione e le famiglie italiane.
In questi giorni, infine, senza il minimo dibattito politico, si è proceduto per decreto ad una riforma storica dell’assetto proprietario e della governance della Banca d’Italia. Il governo non ha detto nulla sulle possibili conseguenze del fatto che le quote di partecipazione nella nostra banca centrale diverranno liberamente trasferibili, cioè scambiabili sul mercato.
Il fatto che queste quote siano riservate a intermediari finanziari europei non dà alcuna garanzia, infatti questi soggetti possono essere a loro volta controllati da altri soggetti, anche di altra natura e non europei. Oltretutto, il limite del 5 per cento può essere aggirato attraverso accordi che permettano a un cartello di proprietari di coordinarsi tra di loro. Il senso di questa operazione sta tutto nella valorizzazione delle quote (in mano a soggetti privati) di un ente la cui funzione si basa sull’esercizio della sovranità monetaria. Lo scopo di questa valorizzazione è chiaramente quello di ricapitalizzare le banche e incassare, al tempo stesso, un po’ di soldi dalla tassazione su queste rivalutazioni, ma si tratta di un’operazione di brevissimo respiro e oltremodo pericolosa perché rischierebbe di consegnare una parte della banca centrale italiana in mano a soggetti privati stranieri. Con questa operazione il Governo sta facendo l’ennesimo enorme regalo alle banche. I ricavi prodotti da questa operazione, pur derivando dall’amministrazione di un bene pubblico, andranno a finire nelle tasche di azionisti privati e gli italiani, distratti con le vacue disquisizioni su quale legge elettorale adottare, subiranno ancora una volta l’ennesima spoliazione.

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Categorie: Banche, Economia, Euro, Finanza, Marino, Politica

Pubblicato da admin il 29 Gennaio 2014

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