Ex oriente lux, ma sarà poi vero? (Settima parte)

Ex oriente lux, ma sarà poi vero?  (Settima parte)
Di Fabio Calabrese
Io talvolta mi chiedo se esista un dio delle coincidenze e delle circostanze. Confutare la leggenda, radicata nella nostra cultura, della derivazione della civiltà umana dal Medio Oriente, dall’Egitto e dalla Mezzaluna Fertile mesopotamica e rivendicare la priorità dell’Europa, l’ho sempre ritenuto una parte importante della nostra Weltanschauung, non solo perché gli Europei di oggi hanno più che mai bisogno di ritrovare l’orgoglio delle proprie radici e della propria identità per contrapporsi alle minacce che nell’epoca presente fanno intravedere un totale sradicamento: l’americanizzazione della nostra cultura, l’immigrazione allogena, il meticciato, la prospettiva non remota dell’edificazione di un’ibrida società mondialista basata su di un livellamento in cui, spariti popoli, etnie e tradizioni, l’intera umanità si riduca al branco di servitori del potere sempre meno occulto e dal volto sempre meno sfuggente (segno che ormai si sentono prossimi alla vittoria finale) dei signori dell’alta finanza, del potere bancario e finanziario, oggi in grado di strangolare economicamente le nazioni a proprio piacere, ma anche perché il rifiuto della concezione orientaleggiante ci pone davanti al fatto inequivocabile che l’incivilimento umano è costantemente legato, per quanto indietro si possa risalire nel tempo, all’uomo caucasico di lignaggio indoeuropeo.

Lungi quindi dall’essere una questione che può interessare solo gli specialisti, gli studiosi di preistoria e di storia antica, si tratta di un vero e proprio fil rouge che collega tutti gli aspetti della nostra visione del mondo, oltre che di una chiara confutazione del dogma democratico dell’uguaglianza degli uomini.

A suo tempo, ho esposto sulle pagine di EreticaMente fatti e motivi di ordine storico e archeologico che esaminati con attenzione rendono traballante la leggenda dell’origine mediorientale della civiltà e che ancora vengono propalati come verità ovvia e indiscutibile a cominciare dai libri di testo delle scuole.

Il saggio piuttosto ampio è apparso su EreticaMente, come ricorderete, suddiviso in quattro parti. Ultimamente sono tornato sull’argomento sia – lo confesso – per un senso sempre più profondo di nausea verso gli argomenti, le miserie della politica spicciola, sia perché nel frattempo erano emersi nuovi fatti che puntavano in maniera indubbia in direzione dell’interpretazione storica da me delineata. Fra di essi, forse il più significativo, avvenuto lo scorso agosto, il ritrovamento nella località scozzese di Warren Field dei resti di quello che sembrerebbe un calendario realizzato attraverso allineamenti astronomici e risalente all’età mesolitica, che attesterebbe la priorità europea in un’altra scoperta umana fondamentale: la misurazione del tempo.

In pratica, l’aggiornamento che avevo in animo di fare, si è dovuto sdoppiare in due articoli piuttosto corposi, come avete avuto modo di vedere.

Ebbene, nel momento in cui mi sembrava di aver messo il punto finale a questa trattazione, ecco emergere a cascata dei fatti nuovi. Una parte della mia ipotesi riguarda il fatto che nelle grandi civiltà extraeuropee dell’Asia e delle Americhe, se risaliamo indietro nel tempo, troviamo alla base un elemento europide al punto che “ex oriente lux” può essere tranquillamente rovesciato in “ex Europa lux”.

Io ammetto che, in base alle nozioni comunemente diffuse, questa ipotesi può sembrare ardita per l’Asia, per le Americhe; un’antica presenza europide ben prima dei Vichinghi e di Colombo, può sembrare addirittura paradossale, e invece è proprio qui che ultimamente sono emerse le prove più recenti. Veramente ci deve essere un dio delle coincidenze. Pochi giorni dopo la stesura della quinta e sesta parte del mio saggio, è apparsa sulla rete una notizia ripresa dal Washington Post del 29 febbraio 2012. Soltanto ora è stato reso noto un ritrovamento avvenuto nel 1970. All’epoca l’equipaggio di un peschereccio che pescava nella Chesapeake Bay sollevò nella rete una zanna di mastodonte e un’ascia o una punta di lancia di pietra. Questi reperti dimenticati per quarant’anni assumono oggi un’importanza straordinaria.

Nel 1999 gli antropologi Dennis Stanford, americano, dello Smithsonian Institute e Bruce Bradley, inglese, dell’Università di Exeter hanno avanzato una teoria che certo può sorprendere molti: le Americhe, prima che dagli antenati degli amerindi, sarebbero state colonizzate da una popolazione di origine europea. I due ricercatori hanno osservato che la più antica industria litica americana, quella della cultura Clovis, non presenta nessuna somiglianza con quelle della Siberia da dove, attraverso lo stretto di Bering, sarebbero venuti gli antenati degli Amerindi, mentre è strettamente affine a una cultura litica dell’Europa occidentale, l’industria solutreana. Stanford e Bradley hanno ipotizzato che, poiché nell’età glaciale il livello degli oceani era più basso di quello attuale e un’ininterrotta banchisa artica si stendeva dal nord Europa all’Islanda e da questa alla Groenlandia, bande di cacciatori solutreani avrebbero potuto spingersi agevolmente dall’Europa all’America lungo il bordo di quest’ultima a caccia di foche e altri animali marini.

Bene, adesso sembra proprio che sia arrivata la conferma. Non solo la punta di lancia (coltello, ascia) ritrovata nelle acque della Chesapeake Bay nel 1970 è di tipo solutreano, ma poiché si suppone fosse infissa nel corpo del mastodonte, probabilmente servita per cacciarlo, è ragionevole l’ipotesi che sia coeva dell’animale. L’analisi del radiocarbonio della zanna ha permesso di determinare un’età di 22.760 anni, ma gli antenati degli Amerindi sembra abbiano varcato lo stretto di Bering solo 15.000 anni fa.

Io spero che mi perdonerete una piccola auto-promozione. Per tutti coloro che siano interessati ad approfondire l’argomento del più antico popolamento delle Americhe e dell’origine delle civiltà precolombiane, consiglio la lettura del mio articolo La storia perduta delle Americhepubblicato sul n. 7 della rivista on line La runa bianca.

La causa prima di quello che potremmo chiamare lo strabismo mediorientale, ossia della tendenza a vedere nel Medio Oriente e non nell’Europa la culla della civiltà umana, è a mio parere la centralità assunta nella nostra cultura in seguito alla cristianizzazione dalla Bibbia, che appunto in Medio Oriente è stata scritta. Quando la si smette di considerare un testo sacro, infallibile parola divina, ci si rende conto che essa non è nemmeno attendibile come testo storico, ma il suo aspetto più rilevante è l’auto-esaltazione del popolo ebraico che non trova appigli di sorta nella realtà.

Ad esempio, stando alla Bibbia lo stato ebraico dei tempi di re Salomone doveva essere quanto meno una media potenza dell’area mediorientale. Allora come mai non si trova nessuna menzione di Israele nei testi ittiti, assiri, babilonesi, fenici ma – forse – un unico ambiguo riferimento in una stele egizia la cui interpretazione è controversa?

Tuttavia noi stentiamo a renderci conto di quanto la Bibbia abbia condizionato la nostra concezione della storia non solo nell’impostazione di fondo, ma anche nei dettagli. Ad esempio, archeologi, storici e linguisti del XIX secolo suddivisero le popolazioni di ceppo caucasico e i loro linguaggi in tre rami, semitico, camitico e indoeuropeo, basandosi sul fatto che la Bibbia parla di tre figli di Noè, Sem, Cam e Jafet, di cui si suppone queste ultime siano le discendenti.

Va da sé che popolazione e lingua non sono esattamente la stessa cosa; ad esempio oggi i neri delle Americhe, gli afro-americani degli Stati Uniti che parlano inglese e quelli dell’America latina che parlano spagnolo o portoghese, parlano lingue estranee ai loro antenati africani, ma più ci spostiamo indietro nel tempo, più popolazione e lingua tendono a coincidere, e agli albori della storia non sono ipotizzabili eventi come la grande tratta transoceanica degli schiavi che tra XVI e XIX secolo ha dato origine alle popolazioni nere delle Americhe.

Semiti sono Ebrei e Arabi, ma anche numerose popolazioni antiche come Accadi, Caldei, Assiri, Babilonesi, Fenici. Camitiche le popolazioni bianche dell’Africa settentrionale, in origine anche quelle oggi arabizzate: Berberi e Tuareg, gli antichi Numidi, gli antichi Egizi, i loro moderni discendenti Copti. Indoeuropei sono Greci, Latini, Germanici, Celti, Slavi, Iranici e Indiani.

Poiché la Bibbia racconta che tutta l’umanità precedente a Noè sarebbe affogata nel diluvio universale, ci sarebbe da chiedersi, se prendessimo questo racconto come storia letterale, da dove sono saltati fuori gli antenati delle popolazioni nere e mongoliche, forse sono arrivati sul nostro pianeta a bordo di qualche UFO?

Ma il punto che più ci interessa è che questo schema tripartito basato sulla favola di Noè (come FAVOLE sono tutti i racconti biblici) non funziona nemmeno restringendoci alle popolazioni caucasiche. Anche se non è possibile riscrivere la Bibbia per aggiungere un quarto figlio di Noè, è necessario ipotizzare perlomeno un quarto ramo delle popolazioni caucasiche, un ramo “mediterraneo” che comprenderebbe Etruschi, Minoici, Iberici, Liguri e Pelasgi oltre a svariate popolazioni minori. Se prendete in mano un qualsiasi testo di storia antica, trovate quasi di continuo reticenti riferimenti a questi popoli definiti in maniera omertosa “non indoeuropei” (né semitici o camitici) con una vaghezza che potrebbe andare altrettanto bene per esquimesi o boscimani.

Questo, come ricorderete, è stato l’argomento della seconda parte del mio saggio. Bene, a quanto pare, anche su questo fronte abbiamo degli aggiornamenti.

Il 16 ottobre 2013 il bollettino on line dell’associazione Saturnia Tellus ha riportato la notizia della scoperta nella zona di Stilo in Calabria di una “Stonehenge italiana”: un villaggio megalitico dimenticato che svetta in sul confine delle province di Reggio Calabria, Catanzaro e Vibo Valentia. È il sito “sacro” del Bosco di Stilo scoperto da alcuni archeosubacquei calabresi e recentemente rilanciato sui media locali.

Ci troviamo nel cuore di quella che un tempo si chiamava Calabria Ultra, verso l’estrema punta dello Stivale, dove, inghiottito da una fitta vegetazione, dalle parti di Ferdinandea, è incastonato un sito archeologico fuori dal tempo: tutto un susseguirsi di blocchi dalle svariate forme, con simboli particolari (alcuni dei quali, forse, cuneiformi), collocati in apparente allineamento con eventi astronomici.

Saturnia Tellus riferisce l’ipotesi dei ricercatori che fanno risalire l’insediamento ai Pelasgi, l’antico e poco conosciuto popolo che avrebbe abitato la Grecia prima dell’arrivo degli Elleni, ma la storia del megalitismo italiano, in cui andrebbero inclusi anche i templi maltesi, è ancora tutta da scrivere. E neppure può mancare di suscitare interesse il fatto che anche per questo monumento, come per Stonehenge e molti siti celtici, si nota la correlazione tra l’allineamento dei monoliti ed eventi astronomici.

Io credo che in futuro sarà sempre più difficile respingere l’idea non solo dell’esistenza di popoli mediterranei appartenenti a questo quarto e misconosciuto ramo, ma il fatto che in età antica costoro sono stati portatori di un elevato livello di civiltà, e poiché gli Italiani sono tanto indoeuropei quanto mediterranei, non scordiamoci che è dei nostri antenati che stiamo parlando.

C’è di più, forse sta per tornare alla luce in intero capitolo finora ignorato della storia più remota dell’Europa.

Questa volta non si tratta di un singolo ritrovamento, ma di una ricerca complessa in corso da una quindicina di anni, e che prosegue tuttora, i cui esiti potrebbero cambiare il modo in cui consideriamo la preistoria britannica ed europea. C’è una zona del Mare de Nord subito a nord-est della Gran Bretagna caratterizzata da bassi fondali attivamente frequentata dai pescatori perché molto pescosa, nota come Dogger Bank, e da sempre i pescatori raccolgono nelle reti rami d’albero e addirittura ossa di grandi animali. Senza dubbio il Dogger Bank era terra emersa alcune migliaia di anni fa (fino a dodicimila anni fa – si calcola – fino alla fine dell’ultima età glaciale).

Secondo quanto riferisce la rivista on line Antikythera del 10 settembre 2013, che ha come fonte il prestigioso quotidiano britannico Daily Mail, i ricercatori britannici sono impegnati da una quindicina d’anni nel ricostruire questa “Atlantide britannica” da loro battezzata Doggerland.

L’Atlantide Britannica è stata scoperta da un team di sommozzatori alle dipendenze di alcune compagnie petrolifere che lavorano in collaborazione con il dipartimento scientifico dell’Università di St. Andrews.

I sommozzatori si sono imbattuti nei resti di quello che sembra un vero e proprio “mondo sommerso”, con una popolazione di decine di migliaia di persone e che potrebbe essere stato il “cuore vero e proprio” dell’Europa antica.

Grazie ai dati raccolti dai tecnici delle compagnie petrolifere, un team di archeologi, climatologi e geofisici è riuscito a mappare tutta la superficie della “terra perduta”. Secondo gli studiosi, questa antica zona d’Europa era abitata da una fauna e da una flora molto rigogliosa.

Inoltre, è molto probabile che fosse uno dei territori popolato dai mammut, specie che si è estinta proprio con la fine dell’ultima glaciazione.

Secondo il dottor Bates, geofisico, «Doggerland era il vero cuore dell’Europa. Per anni abbiamo speculato sull’esistenza di una terra perduta, a partire dalle ossa animali tirate su dalle reti dei pescatori di tutto il Mare del Nord, ma è solo grazie al lavoro con le compagnie petrolifere che siamo stati in grado di ricostruire l’aspetto e l’estensione di questa terra perduta».

Come riporta il resoconto offerto dal Daily Mail, la ricerca è il frutto di 15 anni di meticoloso lavoro sul campo intorno alle acque torbide della Gran Bretagna. Grazie a tecniche pionieristiche, gli studiosi sono stati in grado di ricostruire la flora e la fauna che popolavano l’antica Doggerland.

Inoltre, i numerosi reperti ritrovati sul fondo del mare riportano “in vita” le numerose popolazioni del mesolitico che abitavano il continente perduto. Il team di ricerca è attualmente impegnato a ricostruire le abitudini di queste popolazioni, compresi gli eventuali luoghi di sepoltura.

Una ricerca che è ancora solo all’inizio.

Forse la storia del nostro passato è tutta da riscrivere, ma soprattutto è importante riscrivere la storia del nostro futuro, lottare, impegnarci con tutte le forze per sottrarre i popoli europei a quel destino di sparizione, di morte (quasi) indolore che, attraverso il meticciato, il potere mondialista ha già scritto per loro. Noi abbiamo tutti i motivi per essere fieri dei nostri antenati, ma è dei nostri figli, e dei figli dei nostri figli che ci dobbiamo preoccupare.
    

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Categorie: Archeostoria, ex oriente, Saggio

Pubblicato da Fabio Calabrese il 3 Gennaio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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