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Animalismo moderno, segno dei tempi

Animalismo moderno, segno dei tempi
Di  Fabio Mazza

Uno dei fenomeni attuali più significativi, quale segno dei tempi, è indubbiamente l’animalismo, inteso come la militanza per i “diritti” degli animali. Si va sempre più diffondendo una “sensibilità” per l’animale, normale portato della simpatia che esso ispira in linea di massima all’uomo attuale. Sensibilità che, partita da un sacrosanto riconoscimento dell’animale non più come mera res (come fu per almeno un certo periodo dei secoli industriali e come per molti versi è tuttora, nella civiltà che ne ha fatto oggetto di sfruttamento da catena di montaggio), ma come essere senziente, e quindi sensibile, si è trasformata gradatamente in qualcosa di affatto diverso.
In primis è d’uopo uno sguardo su un fenomeno affermatosi col primo liberalismo nel 1700, ma che trova antecedenti illustri nella visione del “diritto naturale” del 1600. Si cominciò, in quei tempi, a sostenere che l’essere umano avesse determinati diritti che gli sono connaturati dalla nascita e che sarebbero inalienabili e intangibili. In quell’epoca ci si riferiva soprattutto al diritto di proprietà e di libertà, binomio prediletto della rampante casta mercantile, o borghesia. Gradualmente a tale primigenio binomio si affiancarono altri “diritti fondamentali” che, a detta dei loro sostenitori, lo Stato doveva solamente riconoscere, in quanto preesistenti ad esso. Che all’epoca ci si riferisse solo ad una determinata classe, ad un dato sesso, ad una certa razza, poco importa, perché, come la storia insegna, una china è tale proprio perché porta al basso e, una volta imboccatala, non è certo facile risalirla. Da qui nei secoli successivi, passando attraverso “libertà, uguaglianza e fraternità” di francese memoria, e le prime costituzioni, tra cui quella americana che ebbe l’ardire di sancire un fantomatico ed improbabile “diritto alla felicità”, si è giunti, dopo gli sfaceli dell’ultima Guerra e il tracollo delle forze che avrebbero potuto imprimere diversa direzione alla Storia, alla proliferazione attuale dei diritti, alla ideologia diritto-cratica.
L’impulso è stato dato con le costituzioni moderne, tra cui quella italiana, che all’epoca si preoccupava di riconoscere alcuni diritti o libertà  fondamentali, ma i cui compilatori, di certo, non immaginavano la deriva a cui il sentiero avrebbe portato. Si cominciò a parlare di diritti, di libertà personale, di corrispondenza, domiciliare; fino ad arrivare a sostenere che esista un diritto alla felicità, alla serenità d’animo, ad avere figli a tutti i costi e in qualunque situazione, a non invecchiare (o ad essere considerati diversamente giovani), ad amare chiunque o qualunque cosa ci passi per la mente; e magari un giorno si sosterrà un fantomatico diritto di non morire.

Ora, con il “progresso sociale”, l’uomo occidentale ha cominciato ad estendere questi fantomatici diritti naturali, dapprima – nei secoli del liberalismo – a tutti gli uomini, successivamente a uomini e donne, poi ad uomini di tutte le razze, secondo la tendenza livellatrice e tendenzialmente anti-gerarchica di tali asserzioni. Questi diritti non possono esistere, perché nessuno può garantirli veramente. Chi potrebbe infatti garantire un diritto alla felicità? Un diritto alla serenità? Un diritto ad avere figli? Sono condizioni che dipendono da fattori ben diversi rispetto ad una decisione legislativa o ad una dichiarazione di principio.

Infine è stata la volta degli animali. E con spirito tipicamente moderno e tipicamente occidentale, l’uomo attuale ha passato il segno dimenticando quella famosa “mezza misura” su cui tanto i greci quanto i latini hanno tanto insistito, sembra, inutilmente.
Si è arrivati cosi a delle vere e proprie degenerazioni per le quali, per molti autodefinitisi “animalisti”, l’animale è diventato più importante e più meritevole di considerazione dell’uomo, sulla base di un assunto intellettuale demenziale che suona più o meno cosi: “l’uomo è un essere abbietto e crudele, l’animale invece è buono e nobile e non fa del male, quindi è migliore dell’uomo”. Ora, che dietro a questo ragionamento si celi uno dei tanti “segni dei tempi” andremo presto a spiegarlo. Ci preme però prima fornire una breve disamina della visione e considerazione dell’animale che fu propria di quello che chiamiamo “mondo della Tradizione”, ovviamente in linea generale e approssimativa, sia per lo spazio concessoci, sia per la ragione fondamentale che molte furono le civiltà tradizionali, in secoli e latitudini diverse.
Per l’uomo della Tradizione l’universo era animato. Il Kosmos era pulsante, vivo: si era nell’ “innocenza del divenire”. Prima che mentalità economiciste e considerazioni basate sul mero profitto invadessero la mente e il cuore dell’uomo, specie europeo, e lo portassero alla pazzia (perché non in altro modo si può definire la malattia che gli ha ottenebrato il giudizio), non esistevano uomo e natura, ma esisteva l’uomo nella natura, l’uomo come parte di un tutto più grande. Ciò non si risolveva però in un panteismo spurio e in una sorta di animismo, come credono molti “professori” e accademici, bensì in una visione unitaria e organica, sì, ma anche gerarchica dell’esistente. Era normale quindi per l’uomo considerarsi un essere privilegiato, inferiore agli Dèi prima, a Dio poi (e ciò anche prima della rivelazione cristiana e della concezione della “creazione” come molti si ostinano a negare), ma superiore agli altri esseri. Basti far parlare Platone: «Ci fu un tempo in cui esistevano gli dei, ma non le stirpi mortali. Quando giunse anche per queste il momento fatale della nascita, gli dei le plasmarono nel cuore della terra, mescolando terra, fuoco e tutto ciò che si amalgama con terra e fuoco. Quando le stirpi mortali stavano per venire alla luce, gli dei ordinarono a Prometeo e a Epimeteo di dare con misura e distribuire in modo opportuno a ciascuno le facoltà naturali. Epimeteo chiese a Prometeo di poter fare da solo la distribuzione: “Dopo che avrò distribuito – disse – tu controllerai”. Così, persuaso Prometeo, iniziò a distribuire. Nella distribuzione, ad alcuni dava forza senza velocità, mentre donava velocità ai più deboli; alcuni forniva di armi, mentre per altri, privi di difese naturali, escogitava diversi espedienti per la sopravvivenza.  In quel momento giunse Prometeo per controllare la distribuzione, e vide gli altri esseri viventi forniti di tutto il necessario, mentre l’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi. Intanto era giunto il giorno fatale, in cui anche l’uomo doveva venire alla luce. Allora Prometeo, non sapendo quale mezzo di salvezza procurare all’uomo, rubò a Efesto e ad Atena la perizia tecnica, insieme al fuoco – infatti era impossibile per chiunque ottenerla o usarla senza fuoco – e li donò all’uomo» (Platone, Protagora).
Ciò, in una concezione sana e normale quale era quella di quelle Civiltà, non significava che l’animale andasse torturato e strumentalizzato (questo è anzi uno dei portati della modernità, con la sua concezione massificata e il suo considerare qualsiasi cosa, viva o inanimata, in termini di possibile guadagno e di utile), ma nemmeno consisteva nell’attribuirgli caratteristiche e sentimenti propri dell’uomo, o mancargli di rispetto a tal punto da trattarlo come un proprio pari. L’animale andava piuttosto trattato con riguardo, per il fatto che da lui dipendeva la vita e la salute dell’uomo stesso. Fa specie dover ricordare esempi lampanti come quella dei popoli solari delle Americhe, che vivevano in simbiosi e in rapporto strettissimo con il bisonte, animale sacro, incarnazione della divinità, ma che non di meno veniva ucciso per il sostentamento della comunità; o pensiamo alla venerazione tributata a determinati animali da parte di egizi, indiani e tutti i popoli del Nord tra cui gli stessi greci e romani, che non per nulla agli Dèi sacrificavano animali, cosa che per la concezione di quei popoli era tutto tranne che uno spregio, vista l’importanza fondamentale del rito. Nessuno di questi, a fronte di un animale innanzi a sé, lo vedeva come un tenero e dolce pelouche, ma lo considerava, appunto, per ciò che era, e vedeva indubbiamente la sacralità che emanava da esso. Da qui il ricorrere di divinità in forme animali, di teofanie del Divino e di associazioni a Deità dei vari animali presenti, a diverso titolo, in tutte le civiltà tradizionali. In ciò possiamo vedere come l’uomo antico non vedesse l’animale come mero essere vivente, e nemmeno con un buonismo sentimentalista assurdo e intimo sintomo di decadenza, ma come parte di un mondo pulsante e adombrante significati supermondani. L’animale, con le sue caratteristiche, i suoi istinti, i suoi ritmi, adombrava ritmi e significati cosmici.
Al contrario l’uomo moderno ha una visione sfaldata e sentimentale dell’animale, lo snatura profondamente, dimentico di qualsiasi significato superiore. Non sa, non può sapere, vista la sua visione materialista dell’esistenza, che in ogni animale di una determinata specie vive un Ente che comprende lo spirito e l’essenza di quell’essere. Secondo Massimo Scaligero (Tecniche della concentrazione interiore, pag.46, Edizioni Mediterranee, Roma) in ogni Leone della terra vive un Ente che è lo stesso dietro la Vita, le caratteristiche, le peculiarità e gli istinti di tutti i Leoni della terra. Conoscere davvero un animale significa entrare in contatto con questo Ente, che è la sua parte più autentica, quella, diremmo, libera dalla contingenza della forma, che vive anche senza la forma. Forma a cui invece si blocca l’uomo moderno, incapace di pensare altro che trascenda ciò che può essere pesato, contato e misurato. La visione organica di quei popoli poneva quindi l’animale sul giusto piano, lo rispettava con moderazione, con sobrietà ed equilibrio, che vedeva in esso una teofania e una concretizzazione di Enti e forze superterrestri, comprendendone probabilmente molto più di quanto qualsiasi moderno animalista possa mai comprendere.
Pensieri che indubbiamente possono risultare difficili a chi vive in una società consumista, abituato a considerare il bene e il male solo in termini di benessere materiale e di ciò che si può toccare con mano e che non ha mai dovuto procurarsi cibo, ma che può acquistare costosissimi prodotti in negozi specializzati e sentenziare con la puzza sotto il naso, di fantomatici diritti animali.
Tornando alla visione attuale dei molti animalisti, è giusto segnalare la presenza di alcuni gruppi e correnti sani che si riallacciano alle idee sopra esposte, e che non a caso provengono da determinate esperienze e visioni del mondo, che vogliono appunto sottrarre gli animali alla strumentalizzazione moderna tipica della mentalità economicistica e mercantilistica degli ultimi secoli. Solo in tale significato un certo “animalismo” potrebbe avere un suo senso e valore, nel ricondurre l’animale ad una dimensione sua propria, al suo giusto posto, considerandolo con rispetto e tutelandolo, ma senza inutili sentimentalismi, specie alimentari, cosa che gioverebbe anche all’essere umano che con lui si relaziona, che con lui vive, che con lui si sostenta.
Ma queste sono correnti minoritarie, perché la maggioranza degli animalisti segue in pieno la china attuale e si pone sulla falsariga delle molteplici rivendicazioni che, lungi dal condurre all’Alto e ad un’ elevazione, conducono invece in basso, nonostante non lo diano, a prima vista, a vedere.
Si è infatti passati dalle prime rivendicazioni in favore degli animali, fino ad un certo punto giuste e sacrosante a fronte di una società moderna che li strumentalizza come bestie da super produzione, togliendogli qualsiasi dignità, ad un ribaltamento delle prospettive per cui, in soggetti “figli dei tempi”, si è arrivati a porre prima la bestia dell’essere umano, sulla falsariga del ragionamento per cui gli animali sarebbero migliori del crudele uomo, come prima facevamo notare. Questo atteggiamento mentale, lungi dal denotare intelligenza e sensibilità, dimostra solo il livello sub-umano di questa “civiltà”, la mancanza totale di punti di riferimento, non anche spirituali e metafisici, ma proprio valoriali e di percezione della realtà. Infatti paragonare animali ed uomo è di per sé ridicolo, perché, udite udite, l’uomo non è un animale. Asserzione tanto banale quanto rivoluzionaria, oggi, che andrebbe insegnata nelle scuole e scolpita nella pietra.
Ciò è facilmente comprensibile. Sarebbe come paragonare uomo e pianta e decantare le meraviglie delle piante, perché più nobili e meno invasive per il mondo dell’essere umano. È un paragone assurdo che solo una mente disturbata come quella dell’uomo occidentale attuale può partorire, ma spiegabile se poniamo mente al fatto che da due secoli la superstizione darwinista ha convinto l’uomo che egli non è altro che uno dei tanti esseri che popolano il pianeta, un animale come tanti, una secrezione accidentale partorita dal “caso” (misteriosa entità che gli scientisti mettono sempre di mezzo quando non riescono a spiegare qualcosa). Se queste sono le premesse, è tanto più naturale che prima o poi si dovesse arrivare a pensare che animali e uomo non sono solo uguali ma, anzi, a ben pensarci, l’animale è migliore dell’uomo stesso: più puro, più istintuale, più libero, più tenero e “buono” (dimenticando che la natura animale non è né buona né cattiva, è semplicemente animale e istintuale, come qualsiasi documentario può confermare). Ciò,come molte altre correnti attuali di pensiero, sintomatiche di un modus interiore ormai diventato patologico, segna un’ ennesima caduta di livello, traccia un sentiero che, lungi dal condurre ad un’ elevazione, ad una miglior conoscenza dell’animale e tramite essa del Cosmo e dell’uomo stesso, porta invece ad una involuzione, ad uno scivolamento verso la materia, verso l’animalesco, l’istintuale e il sub-personale, ad un’ abdicazione al livello prettamente umano, scambiata invece per conquista di libertà e di spontaneità.
Perciò nulla quaestio per i sostenitori di questa visione nell’insultare e minacciare di morte chiunque provi a ricordare che sì, va bene, è giusto evitare la crudeltà verso gli animali, ma se mangio una bistecca non sono un essere crudele; se uccido un animale per cibarmene e non per mero divertimento, non sono un assassino. Secoli e secoli di rapporto con gli animali più sano di quello attuale, perché basati sulla comprensione della vera natura degli stessi, vengono considerati barbarici e bui mentre il verbo neo-illuminista dell’animalista-vegetariano (che guarda caso viene di norma da aree politiche da sempre convinte di essere detentrici della verità, del bene e della giustizia) sarebbe destinato a “liberare” l’animale. Magari, facciamo notare noi, “liberarlo” come è stata “liberata” la donna, e tutte le razze e gli uomini del mondo, che ora possono fruire dei suoi “meravigliosi” frutti. Tutto ciò si pone sulla falsariga di una sistematica, scientifica e mirata strategia, volta a far perdere all’uomo il senso di sé e ad abbassarlo, a sporcarlo e a renderlo inconscio della sua vera essenza e del suo ruolo sulla terra.
Per queste persone è inconcepibile quel senso della distanza,della differenza,della ontologica diversità tra uomo e animale propria dei tempi che furono e che, lungi dal significare sottomissione e sopraffazione, dovrebbe portare un uomo “integrale” a prendere coscienza della propria posizione e della propria responsabilità verso gli esseri inferiori del cosmo, posizione che anzi, in un uomo reintegrato nel giusto senso di Sé, porterebbe ad un miglior rapporto tra uomo e bestia.
Non mancherà molto, sull’onda di un individualismo sentimentale anarchico e impazzito, che vedremo uomini pretendere di legalizzare e riconoscere per legge il proprio amore con animali, sulla scorta di altri riconoscimenti connotati da un assurdità intrinseca che solo l’uomo attuale, degenere e dimentico di ogni forma e ordine, può non riconoscere. Queste brevi note per inquadrare uno dei tanti segni dei tempi, di cui l’uomo della Tradizione deve prendere coscienza.
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Categorie: Animali, Diritti, Fabio Mazza, Natura, Tempi Moderni, Tradizione

Pubblicato da admin il 8 Gennaio 2014

Commenti

  1. Parlo da modesto studioso delle tradizione, ma questo articolo è bieca generalizzazione, in cui dal sentimento moderno di rispetto e difesa per gli animali si passa alla zoofilia … in cui gli animalisti moderni sono descritti come involuti esseri vittime del consumismo ed irrispettose della tradizione … in cui il rispetto per gli animali pare aver origini non piu’ lontane del 1600…
    si parla di tradizione e di culture antiche come esempio per l’uomo moderno;
    si parla di antica Grecia e antica Roma, con sacrifici di animali agli dei…
    Vorrei ricordare, giusto per inciso, che i Romani eressero una statua a Pitagora per onorarlo, essendo considerato l’uomo piu’ saggio di tutti i tempi … di Pitagora, famoso per la sua opposizione alla dieta carnea, sono le parole “Mai sacrificare animali agli Dei o ferire animali ma promuovere in tutti i livelli una cultura di rispetto e protezione nei loro riguardi”…
    Ovidio riporta le parole seguenti di Pitagora “Come può meritarsi una condanna a morte un essere innocuo non dotato di astuzia e di inganno, innocente e ingenuo? Ingrato davvero è colui che ha il coraggio, a campo arato, di staccare il suo bue dall’aratro e legarlo alla corda del macello, compiendo somma iniquità e oltraggio verso chi ha lavorato onestamente per lui. E guardatevi bene dall’infliggere strazianti sofferenze e trattamenti crudeli ai piccoli delle mucche. Fateli piuttosto giocare con i vostri bambini. Guardatevi bene dal cibarvi dei poveri vitelli che belano e piangono alla ricerca di latte e tenerezza”.”
    Potremmo parlare di tutti quei savi che, illuminati dalle parole e azioni di Pitagora, ne seguirono le tracce …Seneca,Plutarco, Porfirio, lo stesso Platone …
    …potremmo anche ricordare la Tradizione Orfica e relativa metempsicosi…
    e poi oltre ed oltre

    Siamo arrivati al punto cui, siccome molti “Vip” abbracciano per modo il vegetarianesimo e l’animalismo (senza in realtà neanche sapere di che si tratta) si fa di tutta l’erba un fascio da buttar al fuoco…
    Qual’è il motivo che porta ad attaccare senzientemente tutti coloro che provano rispetto e partecipazione al dolore di tutto cio’ che l’uomo, tanto osannato, strazia, uccide, annichilisce, deturpa (invito ad una visita in un qualsiasi allevamento intensivo per rendersi conto co come sia l’uomo moderno)? qual’è il subdolo motivo che porta ad avvicinare il sentimento di difesa della vita degli animali alla esecrabile zoofilia?

  2. Anonymous

    Ma l’ha letto l’articolo? No perchè mi pare che sia chiaro che si distingue tra animalismo sano,con rispetto della bestia e deviazioni vegan-animaliste moderne. Detto questo su quello che ha scritto ci sarebbe da discutere..i romani e i greci sacrificavano animali,i munera gladiatori se li ricorda? Platone e Seneca non hanno mai parlato di non mangiare carne,e se ci sono riferimenti al regime vegetariano riguardano vie esoteriche e non consigli per la collettività. In ogni civiltà sana,anche indo-arya e non solo cristiana come molti possono pensare,l’uomo è al centro dell’universo e l’animale va rispettato ma gli è inferiore. Se non si riconosce questo assunto si cade nell’inversione sub umana moderna. L’AUTORE

  3. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  4. non è mia prassi o passatempo commentare testi senza leggerli con attenzione.
    In merito alla sua distinzione tra differenti correnti animaliste, se per un inciso di poche righe lei parla di alcuni gruppi sani, correnti minoritarie, l’articolo non si rivolge a loro, ma a quella che lei definisce la maggioranza degli animalisti, a cui sono rivolte tutte le sue critiche…
    ad ogni modo, l’esempio da me riportato di Pitagora voleva porre l’attenzione su figure elevate, culturalmente e spiritualmente illuminate, di cui gli stessi romani, sebbene praticassero sacrifici, avevano alto rispetto, figure elevate che non posso riconoscere nei munera gladiatori (sebbene gli si riconoscano differenti valori)…
    Resta il fatto che le civiltà sane (nelle quali non posso annoverare quella cristiana), come Lei giustamente suggerisce, portavano rispetto per gli animali … puo’ considerare Tradizionalmente illuminata la civiltà nella quale viviamo, e il rapporto di quest’ultima con il mondo animale, o piuttosto una degenerazione? sono i pochi animalisti da criticare, o piuttosto una civiltà massificata dove la gente ingurgita quello che gli viene somministrato e tratta il resto del creato come carta igienica?una civiltà dove qualsiasi suggerimento esoterico della tradizione come potrebbe essere il veganesimo, che l’intelligenza e saggezza riscoprirebbe e rivolgerebbe alla collettività, viene altresi’ perseguitato, denigrato e eradicato (proprio come fecero i cristiani coi testi di Pitagora)?
    Perdoni ancora l’ardire, ma dubito fortemente che un animalista chiederà mai il diritto di copulare con un qualsiasi animale … faccia un giro in un allevamento di maiali o vitelli, e mi dica di che risma sono quei sordidi individui che provano sollazzo da pratiche da Lei descritte

  5. Anonymous

    Per info, Pitagora suggerisce l’uso alimentare della carne per chi praticava attività agonistiche impegnative (il pancrazio greco), vedesi la Vita Pitagorica di Giamblico. Ritengo che l’articolo del sig. Mazza sia al quanto equilibrato e ben distingua il giusto rispetto verso gli animali dalle isterie animaliste moderne (vedesi le critiche su facebook alla ragazza di Bologna ancora in vita grazie alla sperimentazione genica sui topi). Complimenti. M.C.

  6. Anonymous

    credo che quello che lei sostiene sia stato considerato nell articolo,dove infatti gli animalisti vengono considerati figli della modernitá. dell animale esiste sia la strumentalizzazione da catena di montaggio moderna,sia la strumentalizzazione animalista. penso non ci si comprenda per ragioni terminologiche..approfitto per introdurre una tematica:fatto salvo Pitagora,come mai i romani misero al bando i pitagorici? l autore

  7. in risposta all’anonimo delle 18:49, mi risulta che l’ingresso nella scuola pitagorica, con Pitagora ancora in vita, fosse permesso solo dopo un esame che comprendeva varie prove, fra le quali Non era compresa la lotta corpo a corpo perché Pitagora affermava che era pericoloso sviluppare l’orgoglio e l’odio con la forza e l’agilità: “L’odio ci rende inferiori a qualsiasi avversario” …
    Oltretutto se nella Vita di Pitagora di Giamblico si riportano le linee di vita di Pitagora e si afferma
    “C’è appunto affinità di natura tra noi e gli animali, giacché questi, dal momento che hanno in comune con noi la vita e gli stessi elementi e la mescolanza che di questi si compone, sono legati a noi uomini come fossero nostri fratelli.”
    oppure ” Pitagora viveva in questo modo, astenendosi dall’alimentarsi con carne di animali e prosternandosi davanti agli altari incruenti, e desiderando che anche gli altri cercassero di non eliminare ciò che è di natura simile a noi (riferito agli animali)”
    e ancora “Pitagora stabili anche un’affinità di natura tra gli uomini e gli animali, prescrivendo che gli uomini considerassero gli animali loro propri parenti e amici, in modo da non commettere ingiustizia contro nessuno di essi né ucciderlo né mangiarlo.” mi domando come sia possibile quello che Lei afferma.
    In risposta all’autore, Lei continua a sostenere che gli animalisti siano da considerare figli della modernità, e non accoglie le differenze che io Le suggerisco anche in merito all’origine legata alla Tradizione di un certo sentimento…
    Se poi vuole aggiungere altra carne al fuoco, posso solo dirle che dal mio punto di vista non tutto quello che i romani fecero fu da annoverare tra le doti della Tradizione romana…
    ad tal scopo le riporto le parole di Evola a tal riguardo:”L’idea pitagorica era che il potere politico dovesse essere soggetto ad un gruppo di uomini in possesso della sapienza, quindi, più o meno, di adepti: come si sa, è la stessa idea che difenderà Platone e che riflette il regime di quelle organizzazioni sociali tradizionali, specie orientali, ove una casta sacerdotale deteneva la suprema autorità. Si vuole pertanto che l’ultimo insegnamento di Pitagora agli iniziati fosse quello circa l’esercizio dei pubblici poteri (si cfr. Agostino, De Ord., II, 20, 25, con la lode espressa, a questo proposito, da Varrone).
    Il pitagorismo della Magna Grecia passò, a tale riguardo, anche all’azione pratica. A Crotone, sede della scuola pitagorica, il Consiglio dei Mille, che reggeva la città, per un certo periodo fu effettivamente controllato da un etaire, dal Consiglio dei Trecento costituito da uomini che, già iniziati da giovani alla dottrina, sarebbero rimasti legati a Pitagora da un giuramento segreto. Lo stesso regime cercò di affermarsi in altri centri della Magna Grecia: distinto dalla tirannide, che anzi Pitagora avversava (si vuole che egli lasciasse Samo, sua patria, a causa della tirannide ivi esercitata da Policrate), esso aveva il carattere di una oligarchia a sfondo teocratico-sapienziale. Sembra che questi sviluppi politici del primo pitagorismo siano stati la causa della sua rovina. Rivolte del popolo fomentate – si dice – da uomini a cui era stata negata l’iniziazione e da una fazione avversa, democratica, del Consiglio dei Mille provocarono un massacro dei Pitagorici a Crotone e una persecuzione che presto si estese ad altri centri. Finì così la scuola, dopo appena quarant’anni di vita”

  8. Anonymous

    Come è possibile affarmare certe cose? E’ necessario studiare prima di scrivere ed esprimere giudizi. Pitagora sconsiglia l’alimentazione carnivora per coloro che intraprendono un percorso iniziatico, ma per gli atleti (vedesi Milone, il famoso lottatore greco che si presume sia stato molto vicino al filosofo di Samo) consiglia l’uso abbandonante di carne. Pertando, la “dieta” era ricollegata agli scopi da raggiungere e l’immagine di Pitagora vegetariano o vegano è la solita panzana modernista. Ecco i riferimenti: Giamblico Vita Pitagorica 25, ma anche La Sapienza di Pitagora, p. 824-5 di Vincenzo Capparelli, ma anche in Porfirio e Diogene). Sul resto, non vedo cosa c’entri col tema dell’articolo, al di là del fatto che si citi Evola, notoriamente antipitagorico, e si affermi che la Tradizione Romana non inglobi la storia dei romani, della serie storia e tradizione, a mio uso e consumo. Quando non si hanno temi per argomentare, è preferibile starsene in silenzio, invece di divagare su altro. M.C.

  9. Anonymous

    “sulla falsariga del ragionamento per cui gli animali sarebbero migliori del crudele uomo” (cit.)

    Al di là delle distorsioni dell’animalismo moderno l’antropocentrico Aristotele sosteneva però la stessa cosa, l’uomo che non è Uomo (Vir) ovvero è un subumano inconsapevole lontano dai principi dell’ordine cosmico è il peggiore e più crudele degli animali, se invece è un uomo consapevole, in linea con l’ordine e l’armonia del cosmo, l’uomo superiore sapiente, allora è il migliore degli animali.

    «L’uomo coltivato è il migliore degli animali, ma, isolato, è il peggiore di tutti; perchè l’ingiustizia è più pericolosa se armata, e l’uomo reca dalla nascita l’arma dell’intelligenza e ha doti di carattere che può usare per i fini più bassi. Quindi, se non ha doti morali, è l’animale più selvaggio e corrotto, pieno di avidità e di concupiscenza» (Aristotele)

    Franz

  10. Pur condividendo l’impostazione di fondo dell’articolo, non ne condivido alcune conclusioni non secondarie, che mi sembrano paradossalmente contraddirne l’impostazione stessa. Mi allineo pressoché in toto alle posizioni espresse da A.C.M., che ho piacere di ritrovare inaspettatamente su queste pagine e cui porgo un cordialissimo saluto, e mi ritrovo in pieno nella citazione aristotelica riportata dall’utente Franz. Scendendo nel dettaglio, vorrei precisare che là dove non mi ritrovo nelle posizioni dell’Autore è nel fatto che egli sembri non rilevare come la peraltro giustamente stigmatizzata reificazione degli animali, indubbio e profanissimo Segno dei Tempi almeno tanto quanto la loro idolatria puramente e solo materialistica, sia già pienamente compiuta e quindi operante anche nello stesso, fin troppo banale – e proprio in tale banalità sta la subdola trappola, a mio modesto avviso – atto del comprarsi una “bistecca” – termine, non a caso, coniato sulla falsariga dell’americano e commercialissimo “beef-steak”, e sappiamo quanto la “civiltà” americana, quella consumistica “par excellence”, capace di quantificare e monetizzare qualunque cosa, rappresenti dal punto di vista della Tradizione, l’apice in senso inverso, vale a dire l’Abisso, dell’allontanamento dal Centro dell’autentica Tradizione Primordiale, in cui sta disastrosamente culminando questo però apparentemente interminabile Kali Yuga. Pare sfugga, all’Autore dell’articolo, che proprio l’essersi abituati a pensare di poter “fruire” liberamente di parti di creature viventi considerate alla stessa stregua di manufatti industriali semplicemente sborsando qualche volgare banconota ormai priva di quella sacralità che anche la moneta aveva nel passato tradizionale – “mi dà un bell’etto di filetto..?” – nelle quali creature – e lo ricorda egli stesso, e qui ravviso la contraddizione insanabile – vive e si manifesta un Ente Spirituale trascendente e intangibile dalle brutture mondane, è essa stessa una reificazione figlia di questo Yuga terminale. I Pellerossa del Nordamerica, discendenti della Diaspora Atlantidea – opportunamente citati nell’articolo stesso – avevano un atteggiamento di ben altra consapevolezza nel rapportarsi alla carne di cui pure si cibavano, e non mancavano mai di propiziarsi quel cibo sacro di nome e di fatto con
    sacrifici e ringraziamenti a quell’Ente o Spirito Animale che dir si voglia che provvedeva a sostentarli concedendo loro di poter cacciare un numero di Suoi “riflessi”, o “riverberi” terreni – intendendo con questo indicare i singoli esemplari frutto del medesimo Stampo Spirituale – che fosse congruo con le esigenze di quelle popolazioni. – continua –

  11. Ma di certo, e proprio per questo, essi non si sognarono mai di “comprar bistecche” almeno finché non vennero definitivamente contaminati dal “civilizzato” uomo bianco ormai completamente degenerato. A tal proposito sembra opportuno rammentare, che, secondo gli stessi Pellerossa, quando essi furono costretti nelle riserve, privati delle loro tradizioni, quelle venatorie incluse, e indotti a nutrirsi della carne prodotta industrialmente, quel cibo carneo frutto di un “patto sacro” con lo Spirito dell’Animale che prima donava loro forza e vigore non meramente fisici, successivamente, venendo a mancare il patto stesso, in grado di sospendere in virtú di quel “quid” sovrannaturale di cui era portatore e da cui esso stesso scaturiva, le leggi puramente meccaniche cui è soggetta la manifestazione semplicemente biologica della Vita, divenne foriero delle medesime malattie di cui è fin troppo carica l’odierna popolazione occidentale, avvezza ormai a considerare la carne come una semplice merce. Perché se la carne non è “sacra”, insegnano di fatto tutte le tradizioni sciamaniche, che per quanto in parte dirazzate esse stesse in confronto a ciò che dovevano esser state le primeve civiltà di cui, come notava Evola, esse non costituiscono che “residui degenerescenti”, pur tuttavia conservavano e tuttora conservano laddove sopravvivono, la consapevolezza, magari in alcuni casi solo “subliminale”, che solo se frutto di un patto sacro la carne può essere compatibile con la fisiologia grossolana del corpo umano, di certo non “attrezzato” per nutrirsi regolarmente di alimenti animali, a differenza di quello dei veri carnivori, e da cui, in condizioni “profane”, può esserne solo intossicata. Ma qui il discorso si farebbe lungo ed esulerebbe in parte dal punto di partenza; chi vuol capire capirà. L’evidenza è d’altronde piú che eloquente. Il fatto poi che si citi – con piena ragione – che il regime vegetariano – ma di fatto intendendo quel che oggi viene definito “vegano” – fosse e a tutt’oggi sia, in àmbito iniziatico, considerato il piú efficace per lo sviluppo delle facoltà superiori dell’Uomo, senza apparentemente avvertire l’estrema significatività di questa notazione, è cosa che lascia perplessi; perché seppur scevra dal sentimentalismo oggi imperante, e senz’altro sigmatizzabile, nei gruppi “animalisti”, cui solo è delegata la difesa del rispetto degli animali – ma questa non è forse una colpa di tutti coloro che, pur disapprovando, nulla oppongono, neanche nelle proprie scelte alimentari, agli scempî quotidianamente compiuti dalle “bestie solo umane” ai danni di esseri senzienti e, come ampiamente detto e condiviso, riflessi di Enti sovraterreni?, e che di conseguenza volentieri indulgono, senza che l’ombra d’un dubbio ne sfiori le vacillanti consapevolezze, al “consumo della innocente fettina”? Ed è una banale legge di compensazione che ad un eccesso ne segua un altro, diametralmente opposto…- essa costituiva un precetto sí pragmatico e con profonde motivazioni di “fisiologia occulta”, ma nondimeno strettamente connesso al rispetto tributato alla Natura Ultima di ogni Ente Animale incarnantesi e manifestantesi in tutti gli animali terreni.

  12. Infine, non si comprende perché nell’articolo si neghi e si contesti la maggior purità ed istintualità dell’Animale rispetto all'(u)om(uncol)o di questi tempi infelici quando nel brevissimo giro della stessa frase si ammette esplicitamente che la sua natura è “semplicemente animale e istintuale (sic)” – e quindi sicuramente piú pura! – di quella invece tutta artificiosa e degenerata dell’attuale umanità, in balía dello “scaligeriano” Spirito di Avversione che in essa alberga e che immancabilmente proietta al di fuori di sé come altro da sé senza pertanto riconoscerlo, con le disastrose conseguenze che sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederle. Rinnovando la condivisione della citazione aristotelica, ed esprimendola con altre parole, concludo dicendo che solo l’Uomo, se scorda di poter essere un dio, diventa una Bestia, mentre l’Animale, che giammai può s-cordare la propria natura spirituale giacché ad Essa aderisce in ogni istante della sua esistenza terrena, e con Essa è quindi perennemente in a-ccordo, sarà sempre “naturaliter” superiore a un uomo bestiale. Dipende solo da noi su quale gradino della gerarchia volerci collocare, essendo lungi dall’essere un diritto di nascita per un’umanità – a proposito di diritto-centrismo… – che non voglia né sappia piú come raggiungerlo.

  13. Torno sull’argomento solo per una breve parentesi sul commento dell’anonimo M.C. del 12 c.m. Se lei, che commentando su queste pagine si pretende evidentemente alfiere della Tradizione, non coglie l’insensatezza ottusa e tutta figlia di quest’Era spiritualmente decadente che la cosiddetta “sperimentazione animale” – paludato eufemismo che sostituisce con “correttezza politica” anch’essa tutta moderna il ben piú crudo, ma assai piú aderente alla realtà, termine di “vivisezione” – non è che l’apice insuperabile della reificazione degli Animali di cui qui si parla, che nulla porta alla scienza – se ancora v’è qualcosa nella modernità che meriti di esser chiamato cosí – ma che solo sprofonda sempre piú la mente umana nell’equivoco della Materia scambiata per realtà a sé stante; se altresí non le è dato cogliere che proprio questa grottesca polemica mediatica, che su tale insensatezza si fonda ed è artatamente montata in difesa degl’innominabili interessi economici celantisi dietro l’ipocrita paravento della “ricerca per salvare vite umane” – quelle stesse vite che di fatto questo Sistema Diabolico e Satanico in senso letterale calpesta a ogni piè sospinto e per cui si preoccuperebbe tanto! – è alla medesima stregua delle altre innumeri mistificazioni mediatiche con cui si mantiene divisa quest’umanità accecata, e che tanto spesso su queste pagine sacrosantamente si pongono in evidenza, allora farebbe bene a rivolgere a sé stesso e non ad altri l’invito ad occuparsi d’altro, perché da questo semplice fatto è manifesta la sua totale misconoscenza, e di quanto si sta trattando in questa sede, e di come sia articolata la civiltà attuale. Come sia possibile non cogliere l’antiteticità di conciliare l’asserita e profonda diversità ontologica fra Uomo e Animale e l’opposta pretesa materialistica che una qualsivoglia utilità possa avere la gretta sperimentazione su fisiologie altrettanto diverse è qualcosa di talmente assurdo che non dovrebbe valer la pena di sottolineare. Eppure oggi persino questo non è dato.

  14. Anonymous

    Condivido nella sostanza quello che dici, ma vorrei fare alcune precisazioni.

    Già nel mondo antico vi furono diverse correnti che promuovevano il rispetto per gli animali e consigliavano l’astensione dal consumo di carne (vedi Pitagora e Porfirio, per esempio), quindi critichiamo pure l’animalismo moderno ma lascia da parte il vegetarianesimo in quanto non è un’invenzione moderna ma un’idea antica. e se ci pensi ha una sua ragion d’essere.

    Sul fatto che gli antichi, pur rispettando gli animali, se ne cibassero, come hai ricordato, gli indiani d’America, innamorati della loro terra, amavano molto i bisonti e inoltre chiedevano perdono al loro spirito quando li uccidevano.

    Poi: figure certamente non decandenti come Savitri Devi e Hitler erano vegetariani – un’altra cosa che può deporre a favore di questa prassi.

    Sul fatto che l’uomo debba esser considerato superiore a tutti gli altri esseri nutro dei dubbi.
    come hai giustamente ricordato, per gli antichi l’uomo era parte dell’insieme organico che è il kosmos. ma il concetto di antropocentrismo è legato soprattutto alle religioni semitiche, vedi la teologia cattolica che da sempre sancisce la superiorità dell’uomo e il suo dominio sul mondo naturale, una bufala contraddetta della palese realtà di terremoti, inondazioni, ma anche – per chi sappia coglierne la magnificenza – dalla bellezza di un tramonto o di un cielo stellato…. (quando ho la gioia di vedere simili spettacoli non mi sento animata da istinto di dominio ma, come hai detto anche tu, da anelito di trascendenza e di superamento, verso l’infinito e il senza-forma).
    Tornando al discorso della ‘superiorità’ io non mi ritengo superiore ai miei gatti, nè inferiore: sono me stessa, provo fierezza per chi sono dentro me, e allo stesso modo ogni animale è sé stesso, ha la sua bellezza, fierezza, dignità e libertà. tra me e loro c’è parità, amicizia.
    amicizia tra due ‘razze’ diverse, quella umana e quella animale, è come un ponte gettato sull’infinito e può avere delle valenze non limitate alla vita ordinaria. Vedi il concetto dei ‘famigli’.
    (non capisco poi questa necessità umana di affermare sempre la propria superiorità rispetto a qualcuno o qualcosa, nasce forse dalla paura di essere inferiori?) Ma, andando avanti, ok la critica all’animalismo figlio del materialismo, ma, proprio da una prospettiva pagana, non si può che essere favorevoli se viene promosso – magari per vie un po’ troppo moderne – un maggiore rispetto per gli animali, che hanno interiorizzato secoli di terrore (ce le ricordiamo le persecuzioni della chiesa contro pipistrelli, gufi, civette..? Una vergogna semidimenticata…).
    Quindi, trovo che almeno la parte non fanatica dell’animalismo moderno, certo per vie non Tradizionali, faccia un discorso alla fine non inutile…cioè molto di quel che essi dicono può essere recuperato perchè non è un discorso imbecille. del resto, bisogna ‘andare oltre’, ‘cavalcare la tigre’…

    Poi – a livello spirituale, non possiamo sapere se un certo animale non sia più progredito di un certo essere umano. perchè escluderlo a priori? non siamo in grado di determinarlo, se non attraverso esperienze super-sensibili. è anche da questa considerazione che, per come la vedo io, nasce il rispetto per il mondo animale. Nella non moderna tradizione incentrata sulla figura del bardo celtico Taliesin si legge ‘ero lepre quando il cane mi cacciò, ero pesce quando l’acqua mi ingoiò’….
    Inoltre, gli animali hanno fatto molto per l’uomo nel corso dei millenni, prendiamo ad esempio i cavalli: arato campi, portato persone più o meno benevole, combattuto in guerra…quindi non trovo così sbagliato affermare che abbiano dei loro ‘diritti’. Cambiamo il termine, eventualmente, diciamo una dignità, ma il concetto non è errato.
    (segue)

  15. Anonymous

    (segue)
    ancora – ci sono molte persone che dicono di seguire la Tradizione e che vanno a caccia.
    ahi ahi qui casca l’asino. l’arma da fuoco è l’antitesi della tradizione, anche e soprattutto da un punto di vista simbolico! vuoi (non dico all’autore dell’articolo, ma in generale) andare a caccia? ci vai a mani nude, come gli antichi, o massimo con armi bianche. troppo comodo sparare con un fucile al laser da 5000 euro nascosti su un albero. e non c’entra un piffero con la tradizione. senza contare che nell’attuale società non abbiamo alcuna necessità di andare a caccia per trovare cibo. Ma i cacciatori sono potenti in tutte le amministrazioni comunali e anche in parlamento, quindi lasciamoli fare, sparare a poca distanza da paesi abitati, cacciare di frodo (ce li ho beccati) e via dicendo.

    da ultimo, senti il contadino ottuso dire che il tasso è cattivo perchè gli ha mangiato due peperoni – e se gli animali ragionassero come noi, che dovrebbero pensare?

    Cordiali saluti
    pubblicatelo per favore, è un argomento interessante, ci terrei.. grazie

  16. Ilario

    Sig. Fausto, alla teoria dell’evoluzione non credono neanche più i bambini, gli scienziati Roberto Fondi o Sermonti li ha mai sentiti nominare? Da quanto scrive, non credo proprio! Dimenticare Darwin e dimenticare il neospiritualismo evoluzionista, aggiungo io!

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