Addio signora Anita

Addio signora Anita
Di Franca Poli

Non è passato ancora un mese da quando ho assistito commossa ai funerali di mamma Ramelli, svoltisi nella stessa chiesa dove trentotto anni orsono ricordo di aver visto per la prima volta quella donna minuta con gli occhiali, reggere, con grande dignità, il pesante fardello di dare l’estremo saluto a suo figlio Sergio.

Dopo tanti anni ho sentito ancora sulla pelle quel brivido che vi correva allora, ho stretto i pugni, non è facile dimenticare, né perdonare. Troppa paura, tanta sofferenza e soprattutto il ricordo bruciante di ingiustizie, falsità, violenza e rabbia. Avevo anch’io diciotto anni allora più o meno come Sergio, come altri giovani, che ogni giorno morivano soltanto per la colpa di pensarla in modo diverso dalla massa, vittima, a sua volta, dell’”annientamento” che solo l’ideologia del comunismo è stata capace di creare e portare avanti per tanti anni, predicando costantemente odio e lotta di classe.

Chi è nato al nord, al centro, nelle regioni dove dopo l’avvento della repubblica si era stanziato il partito comunista al potere negli enti locali o peggio chi come me è vissuto nelle zone del “triangolo rosso”, dove ancora negli anni ’60 era così viva la memoria della guerra civile che si era consumata prima e dopo il 25 aprile del ’45, sa cosa significhi crescere appartenendo a una famiglia “non allineata”. Era come andare in giro con la stella gialla appuntata sul petto. Ho vissuto sulla mia pelle la discriminazione dei coetanei. Fin da piccola sei fuori dalle riunioni delle compagne di scuola, figlie di militanti, che si ritrovano e cementano le loro amicizie incontrandosi alle case del popolo dove i genitori ballano, o alle feste dell’unità dove i genitori, “eroicamente”, prestano la loro opera volontaria. Tu sei additata, allontanata, così cresci sola e cominci a ragionare e pensare con la tua testa. Impari a scegliere, a decidere e non a copiare parole e atteggiamenti. Ti senti e sei diversa. All’inizio forse ci ho anche sofferto un po’, non capivo perché i miei non frequentassero i circoli in paese, poi quando mio padre morì, anche se ero piccola, ebbi modo di constatare direttamente la “solidarietà” dei compagni e così da allora finalmente capii perché noi eravamo diversi. La solidarietà tanto decantata dal partito comunista, la bandiera del trionfo della giustizia, sventolata a ogni piè sospinto erano rivolte solo ed esclusivamente ai tesserati. Ora so che sono orgogliosa di essere cresciuta lontano dal centro giovanile FGCI, lontano dalle loro ideologie fatte con lo stampino. Sono orgogliosa di essermi formata una coscienza morale e politica per mio conto e ne ringrazio anche coloro che mi hanno costretto a usare la mia testa, a forgiare il mio pensiero.

È anche questo uno dei motivi per cui mi identificai allora con quel ragazzo dai capelli lunghi, un po’ fuori dagli stereotipi cui ero abituata coi giovani di destra, vittima di una persecuzione assurda quanto gratuita. Sergio aveva scelto di non subire i soprusi dei compagni di scuola, la stragrande maggioranza, la totalità quasi, e di continuare a pensare con la sua testa. Un ragazzo come me, normalissimo, che otteneva un buon profitto a scuola e amava giocare a calcio. Fan di Adriano Celentano e tifoso dell’Inter. Gli piaceva leggere e si interessava di politica. Aveva una ragazza con cui usciva, Flavia, e insieme a volte frequentavano la sede dell’MSI. Coltivava le sue passioni senza fanatismo, con sana emozione. Un ragazzo che “aveva assimilato”, parole della madre, “dalla sua famiglia dei valori, non delle ideologie”. E come pochi altri in quel periodo, aveva scelto la strada di iscriversi al “Fronte” per reazione, forse, contro quel che vedeva e contro le sopraffazioni quotidiane che subiva. In quegli anni bastava non aderire a uno sciopero o disertare un’assemblea o ancora rifiutare un volantino o l’acquisto del quotidiano “Lotta Continua”, per essere minacciati e venire etichettati come “eversivi” e “fascisti”, quindi nemici da abbattere.

Era piuttosto frequente venire aggrediti e tacitati ad ogni minima osservazione contraria. Successe anche a Sergio nell’ambito di una assemblea studentesca indetta all’istituto Molinari da lui frequentato, durante la quale fu sottoposto a un vero e proprio “processo”. La riunione, si trasformò in una grottesca e surreale forma di “giudizio irrevocabile” con scontata sentenza di colpevolezza. La palestra, era gremita da centinaia di studenti con l’eschimo, professori e preside presenti in prima fila e alcuni ragazzi guidavano la seduta da dietro a un tavolo posto su una pedana sopraelevata. Uno in particolare decideva a suo piacere chi potesse e chi dovesse parlare e quindi dava e toglieva la parola agli astanti. All’ordine del giorno “la necessità di condurre la lotta antifascista anche all’interno dell’istituto Molinari”. Chiunque provasse a trovare toni moderati, a placare gli animi incontrava il gelo dell’assemblea, mentre venne soffocata dagli applausi la professoressa di lettere del corso M, che aveva abbracciato la causa di Autonomia operaia, quando pronunciò con foga eresie del tipo “A Roma sono più forti i neri a Milano noi!” Sergio era stato condannato e il giorno dopo venne affisso un dazebao alla porta della sala professori “ecco perché Sergio Ramelli è un picchiatore nero”, nessuno ebbe il coraggio di togliere quell’orrendo e bugiardo manifesto che rimase in bella mostra fino ai giorni dell’aggressione omicida. Sergio non era colpevole di nulla, non era mai stato aggressivo con nessuno, né aveva partecipato ad azioni violente. Al contrario ne era stato più volte vittima proprio nell’ambito della stessa scuola e i professori lo sapevano. Ciò che è più incomprensibile è proprio l’accanimento che subì questo ragazzo senza che vi fosse nessuna causa reale e senza che nessuno alzasse un dito in sua difesa. I mezzi usati dagli studenti che assalirono Sergio erano gli stessi imparati dalle squadre partigiane: colpire alle spalle, vigliaccamente, i soggetti più deboli. Erano in otto o dieci, non ricordo bene, ad aspettarlo sotto casa sua quel giorno, lo attesero come in un’imboscata e, mentre lui ignaro legava il suo Ciao al lampione, gli sferrarono dei violenti colpi in testa con le famigerate Hazet 36, tanto in voga in quel periodo tra i militanti dell’estrema sinistra. Li chiamavamo gli “idraulici” perché andavano in giro con quell’arma attaccata alla cintola dei jeans. Era una chiave inglese di 36 o 40 cm di lunghezza, una delle più pesanti in commercio e costituiva una vera e propria arma di offesa che non richiedeva nessun permesso della Questura. In quel periodo, si verificarono più di 150 aggressioni personali con lesioni gravi, condotte a colpi di chiave inglese, senza tener conto che i dati statistici non parlano degli attacchi subiti da chi non si presentò al pronto soccorso per ricevere cure mediche, o che non sporse denuncia.

La tecnica usata e la persecuzione subita dalla famiglia Ramelli prima e anche dopo la morte del figlio, dimostrano, ove ce ne fosse bisogno, che gli assiomi imposti dalla cultura “progressista”, secondo cui la sinistra è la bandiera degli oppressi, l’unica a difendere e tutelare gli interessi dei più deboli, sono la più grande bugia mai raccontata. Avevano messo in piedi un’organizzazione del tutto simile a quella della Ghepeù in unione sovietica, con archivi fotografici, annotazioni e schede segnaletiche per catalogare tutti i “nemici del popolo”, con metodo tipicamente stalinista, appreso sicuramente studiando le tecniche dei valorosi partigiani e dei compagni comunisti del dopoguerra. Tenevano rapporti sui militanti di destra da “colpire” con i dettagli degli orari, delle abitudini personali, domicilio, luoghi di studio o di lavoro, o addirittura il nome appariva spuntato se si era provveduto all’azione punitiva con un’annotazione “picchiato dai compagni”.

Sergio non era un picchiatore, né un violento, né un eroe con la vocazione al martirio: era un ragazzo qualunque che aveva conservato negli atteggiamenti la coerenza con i suoi ideali. Aveva subito nell’ambito della scuola, dai suoi stessi compagni persecuzioni continue. Era stato aggredito, insieme al fratello Luigi costretti ad asserragliarsi all’interno di un bar furono tratti in salvo da un amico che li prelevò con l’auto. Fu spintonato, malmenato e costretto con la forza a coprire con un pennello intinto di vernice bianca alcune scritte “fasciste” comparse su un muro esterno alla scuola. Tornato a casa tutto sporco e tumefatto, per non mettere in apprensione la famiglia, non si lamentò coi genitori, raccontò il fatto con naturalezza, come se fosse la cosa più normale del mondo. Non chiese mai aiuto, è vero, ma solo perché pensava di potersela cavare da solo e di essere in grado di sopportare ogni sopruso, pur di tenere fuori i suoi cari dall’ondata di violenza che lo stava investendo.

Ognuno di noi allora pensava di essere forte e coraggioso abbastanza per cavarsela di fronte ad azioni che giudicavamo di semplice vigliaccheria, nessuno in realtà poteva immaginare anche lontanamente che la persecuzione potesse diventare così implacabile. Dopo l’ultima tremenda trovata del processo a scuola, cominciarono ad arrivare telefonate minatorie al numero di casa, e spesso Sergio veniva pedinato e minacciato. I genitori decisero a quel punto di iscriverlo a un altro istituto nella speranza si placasse l’ossessione di cui era vittima il loro figlio. Il giorno in cui Sergio abbandonò la scuola, accompagnato dal preside, dal padre e da alcuni professori, dovette subire l’ultima umiliazione: attraversare i corridoi assiepati di studenti che lo colpivano a calci e pugni, che ovviamente venivano indirizzati anche agli accompagnatori. Sergio svenne e cadde a terra, era solo un’avvisaglia della tremenda fine che gli avrebbero fatto fare. Poco tempo più tardi, il 13 marzo 1975, lo stesso ragazzo giaceva riverso sul marciapiede, proprio sotto casa sua, in un lago di sangue e con il cranio spaccato. Non era bastato lasciare la scuola da sconfitto, non provocare nessuna reazione, mai, la cieca e totale follia che ottenebrava le menti dei compagni li condusse fino a organizzare un’aggressione punitiva, condotta da persone estranee alla scuola, in modo da non destare sospetti. Così successe che Sergio venisse colpito e ucciso, anche se il coma e l’agonia durarono oltre 40 giorni, da studenti universitari della facoltà di medicina che non lo conoscevano affatto e che non lo avevano mai visto, ai quali per riconoscerlo fu mostrata la fotografia scattatagli mentre gli facevano pulire il muro. Non racconterò delle sue ultime ore, delle giornate in ospedale, e della vergognosa storia che dovette subire ancora la famiglia per il mancato permesso di eseguire i funerali. Non racconterò di quanto ancora e senza motivo si dovettero preoccupare i coniugi Ramelli, perché la persecuzione continuò anche dopo la sepoltura. Telefonate terribili giorno e notte davano loro il tormento, comparvero scritte sui muri adiacenti la loro abitazione “Sergio Ramelli adesso sei divorato dai vermi” e ancora “ 1-10-100 Ramelli con una riga rossa tra i capelli”. Infierirono senza pietà su una famiglia distrutta dal dolore. Inspiegabile tanta cattiveria che portò il padre di Sergio alla tomba in poco tempo.

Insieme a quel ragazzo morirono molti dei nostri sogni, morì in tutti una parte di noi, in quel momento di sconforto, ci sembrò se ne andasse con lui la speranza di vedere realizzati i nostri ideali, ma non si placò mai la sete di giustizia, il desiderio di sapere quegli esseri senza cuore dietro alle sbarre o meglio davanti a un plotone di esecuzione. Dopo tanta sofferenza, ne uscimmo comunque rafforzati, loro avevano perso ancora una volta.

La verità sulla morte di Sergio uscì per puro caso, dieci anni più tardi, quando oramai quasi tutti quanti noi avevamo finito gli studi ed eravamo “sistemati”, chi già con una famiglia e chi alle prese con la carriera. Così era stato anche per i suoi impuniti assassini che, dopo qualche anno, smessi i panni dei rivoluzionari erano diventati dei medici professionisti in giacca e cravatta. La fortuita scoperta di un archivio segreto conservato in una soffitta di via Bligny, portò alla luce la documentazione che si rivelò determinante per catturare gli assassini di Sergio. Oltre alle famigerate chiavi inglesi, furono reperiti: fondine per pistola, divise, detonatori, volantini e bauli pieni di carte e le famose liste su cui figuravano i “nemici”. Tra le schedature di centinaia di militanti di destra, vi era quella di Ramelli e la sua fotografia segnaletica. Poi vi erano le fotografie del suo funerale e le indicazioni delle persone che avevano partecipato o che “piangono per i fascisti”. Queste erano le annotazioni a margine con tanto di freccia indicatrice e di nomi identificativi.

Dopo l’arresto dei colpevoli arrivò, tardiva, ma puntuale la richiesta di perdono alla famiglia “Avessi ricevuto prima quella lettera, una lettera anche anonima, anche solo due righe in dieci anni, anni di ferite, mi avrebbe aiutato molto…mi avrebbe aiutato a tirare avanti…Ma l’hanno scritta dieci mesi dopo che erano stati arrestati e che la verità era venuta alla luce”. Non potè credere Anita Ramelli alla sincerità delle parole di pentimento degli assassini di Sergio, persone che subito dopo l’aggressione al figlio avevano commesso altre incursioni, come l’assalto al bar “porto di classe” dove avevano lasciato a terra diversi feriti di cui uno restò paralizzato a vita. Dopo gli arresti Anita Ramelli non accettò le scuse, ma nemmeno i risarcimenti economici proposti dagli accusati per tacitarsi la coscienza, si è battuta per avere giustizia, e trovò la forza di presentarsi in tribunale a testimoniare, a difendere l’onore di suo figlio contro tutto e contro tutti. Contro una campagna di stampa a dir poco vergognosa, per la maggior parte innocentista, garantista, perdonista, tra testate che negavano, che giustificavano, che trovavano scusanti nel contesto storico per quei poveri sprangatori pentiti, chiamati a rispondere di una così grave accusa come quella dell’omicidio o peggio che cercavano addebiti verso suo figlio o ancora che tacevano spudoratamente. La condanna arrivò e fu per “omicidio preterintenzionale”, troppo poco! La signora Ramelli in sede di corte d’Assise confermò di volere soltanto giustizia e chiese di concordare anche condanne più lievi in cambio di accuse più pesanti.

La sentenza finale fu di “omicidio volontario”, ma senza l’aggravante della premeditazione, per Costa e Ferrari Bravo gli esecutori materiali e di concorso in omicidio volontario per i loro complici. Dopo la sentenza di Cassazione del 1990,in realtà erano già quasi tutti a piede libero e di lì a poco anche i due principali colpevoli ottennero la semi libertà e l’affidamento ai servizi sociali.

Fu giustizia? Non so, non credo. Dopo tanti anni la signora Anita se n’è andata, mi piace pensare che abbia raggiunto e riabbracciato il suo Sergio e che sia finalmente in pace. Non è facile dimenticare una guerra combattuta a mani nude, non si dimenticano i ragazzi caduti, fiori strappati senza un motivo, scritte incise sull’intonaco e poi cancellate e altre sovrapposte. Dopo qualche tempo sul muro di fronte la casa di Sergio che aveva visto scritte infamanti comparve una croce celtica accompagnata da due parole “Sergio vive” e, fino all’ultimo dei suoi giorni, quello è il panorama che ha visto la signora Ramelli affacciandosi alla finestra, quello era tutto ciò che le rimaneva di suo figlio oltre al ricordo di averlo cresciuto e amato.


Mi sono identificata in quel ragazzo per tanti anni, nei suoi sogni e nella rabbia di non averli visti realizzati, li chiamarono “anni di spranga” poi divennero “anni di piombo” in realtà siamo reduci da una guerra civile, un’altra. Una guerra che era sotto gli occhi di tutti, durante la quale furono usati sempre verso i contendenti due pesi e due misure, una guerra volutamente ignorata da uno Stato complice che avrebbe avuto tutti i mezzi per farla cessare, ma non lo fece. Avvenne che una classe politica astuta e vile e una magistratura ideologicamente schierata, chiusero gli occhi e la guerra civile degenerò in terrorismo. E non ci si meravigli se ancora oggi, con l’atteggiamento distratto per non dire colpevole del potere, non si conoscono gli esecutori e i mandanti delle stragi che hanno insanguinato l’Italia. Sono passati tanti anni, sono anch’io diventata madre e ho pensato spesso a quella donna alle sue paure, all’ansia delle sue giornate quando sapeva il figlio in pericolo, poiché, col passare del tempo, anche se si finge di chiedere a gran voce la “pacificazione”, in realtà nulla è cambiato. E ancora tanti anni dopo quei giorni di “follia”, mi batteva il cuore all’impazzata nel vedere mia figlia fare volantinaggio davanti alla sua scuola e la solita stragrande maggioranza violenta strapparle i manifesti dalle mani. E questa guerra non finirà mai perché la sua origine si perde nella notte dei tempi è la lotta tra l’invidia e la giustizia tra l’odio e la ragione.

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Categorie: Anita, in memoriam, Sergio Ramelli

Pubblicato da Franca Poli il 21 Gennaio 2014

Franca Poli

Franca Poli, appassionata di storia recente, consulente del lavoro ma scrittrice e poetessa per divertimento. Scrivo, per passione da quando appena ne fui in grado pensai di vergare a grandi lettere il mio nome sui muri della camera da pranzo. Ecco scrivo da sempre e con lo stesso successo di allora.

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