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Ripartiamo da dove siamo nati

Ripartiamo da dove siamo nati

Di Mario M. Merlino

C’era, dicono, la ‘prima’ repubblica (e quella romana del 1849? E la RSI? Furono fuochi di paglia, una illusione, un inganno?) e venne travolta dagli scandali, autentico il ladrocinio generalizzato della classe politica, mentre ipocrita e falsa la motivazione moralistica all’ombra delle toghe, che si resero d’allora signore indiscusse d’ogni avvenimento. Con il crollo del muro di Berlino e accantonata definitivamente la ‘guerra fredda’ – fu essa presunta (la spartizione di Yalta)? o reale (Gladio bianca e quella rossa)? – si poteva fare a meno della DC e si poteva far pagare a Craxi il conto, con tanto d’interessi, per l’affronto di Sigonella, che gli USA non avevano gradito e non perdonato.

E ci si ritrovò con equa distribuzione e a macchia di leopardo i ‘vecchi’ soggetti della politica, riciclatisi, a dettare ancora le regole della spartizione delle tangenti degli inciuci a destra centro e sinistra, mandando avanti un po’ di ‘nuovi’, inesperti incapaci esosi e affamati…
E l’Europa – ci dicevano – aveva necessità di costituirsi in unità politica, pur partendo da accordi economici, per fare fronte ai mercati onnivori d’oltre-oceano e d’oriente. Così avvertimmo parole, che ci apparivano modulate sulla storia a noi cara: l’Europa-Nazione, l’Europa delle patrie. Jean Thiriart annunciava che dall’Atlantico agli Urali vi erano trecento milioni di europei e, alla morte di Adriano Romualdi, il padre raccoglieva in volume vari interventi con il titolo Le ultime ore dell’Europa, quale ‘eredità spirituale’, un mito per quella futura fondazione di cui la gioventù disintossicata dall’americanismo e dalle suggestioni marxiste si sarebbe volta inesorabilmente. E I leoni morti di Saint-Paulien divenne una sorta di breviario (lo portai nella tasca quando, nella metà degli anni Sessanta mi avventurai oltre il muro per ritrovare i luoghi della battaglia di Berlino e in essi immergere il bisogno di un’epica di riferimento).   
Ed ora eccoci qui, nell’età dell’usurocrazia (la più evidente chè la guerra del sangue contro l’oro è storia antica ed eterna), in cui ci sentiamo rimescolare le budella e voglia di defecare di tutto e su tutto mentre la mente – l’arroganza l’induce a reputarsi superiore – propone e dispone e discetta e insulta e si fa testimone della sua stessa impotenza (sono le emozioni a precedere attraverso l’azione la dottrina). Così le parole, che dovrebbero essere pietre, mostrano la loro inanità perché non colpiscono alcun obiettivo non atterrano alcun gigante Golia e si fanno dimentiche della spavalderia del giovane balilla…anzi, siccome la mente è simile allo stomaco, che si riempie e non tutto il cibo gli è salutare e necessario,  le parole dell’essere contro, quelle che vorrebbero e dovrebbero esprimere una re-azione, finiscono per essere ulteriore strumento di chi, al contrario, tutto intende con-servare (riconsegniamo al poeta il verso ‘uomini siate e non pecore matte’, cioè essere tutti sotto il comune dominio).
Confesso: non volevo andare a piazza del Popolo, mercoledì scorso, per non dare la stura a qualcuno di puntare il dito e contar favole come, nella cosiddetta ‘rivolta dei forconi’, ci fossero, all’ombra e poi neppur tanto, i vecchi arnesi d’ogni ‘strategia della tensione’ (come ha articolato, ad esempio, Il Messaggero, mi dicono). L’ombra del dinosauro, insomma…
Poi, poi un fremito di giovanilismo – ‘battete in piazza il calpestio delle rivolte’ poetava Vladimir Majakovskij, il futurista russo caro a Marinetti, appassionatosi a Lenin, ai vagoni dipinti con cui trasportare l’Armata rossa in lungo e largo, poi deluso dalla rivoluzione bolscevica, che preferì lo sciatto realismo socialista, e, probabilmente, venne ‘suicidato’ da Stalin. Ed eccomi fuori della metropolitana…
(Lunedì mattina dal macellaio, mercato rionale di via Tor de’ Schiavi, la madre di una mia ex alunna – con la netta la sensazione che volesse solo darsi tono e attaccar bottone – mi diceva d’essere ispettrice di polizia e di essere da sempre su posizioni avverse alle mie. E lo credo bene, le ho risposto, lei è dalla parte dei manganelli e del tintinnare delle manette, io da quella dei bastoni e delle barricate… S’è messa a ridere prendendola come battuta da parte di un vecchio professore in pensione e patetico; io, con il sorriso stampato in viso, ero al contrario serissimo!).
Piazza del Popolo potrebbe essere simile, è appena trascorsa la notte del Solstizio, alla runa del cerchio, ove l’identità di un popolo è l’estensione di quella dell’uomo quale essere compiuto rispetto alla realtà. Nasce, secondo alcuni, a richiamo del recinto per custodire il bestiame dalle tenebre e dal lupo. Luogo protetto, ma pur sempre prigione… Bandiere tricolori, braccia tese magari evitando il batter dei tacchi, comunità organizzate, qualcuna assente per contrasto con altre, più generazioni in ordine sparso, ma noi sempre noi, solo noi o quasi. Una piazza che è il metro di valutazione nella  presenza modesta di come, ancora una volta, la ‘destra’ dell’apparire, di ogni forma d’esibizionismo, paga in sè d’essere citata nei giornali e di mostrarsi in televisione, affossa  quella dell’essere al servizio e in nome dell’Idea. Pochi hanno letto Che fare di Lenin
Parlo con un giornalista de Il Corriere della Sera a cui chiedo di tenermi fuori dal suo articolo proprio perché non voglio che si favoleggi, in modo strumentale, come la protesta sia gestita provocata diretta dalle legioni di nero vestite… Ammette spontaneamente come sono giorni che hanno l’ordine di ‘massacrare’ il movimento e, rifacendosi ad un copione noto, dividerlo, ingabbiarlo, spaventarlo con dosi massicce di fascismo e di antifascismo … Quel fascismo che si risolve in punti esclamativi proclami ordini tassativi e categorici di cui Facebook si fa vetrina come la casa degli specchi al Luna Park.

Leggo il lungo intervento di Gabriele Adinolfi, su Ereticamente, dal titolo Sull’Europa e suggestioni contro. Come sempre dotto documentato senza nulla concedere, forse amaro come amara è ogni medicina, troppo per chi, ignaro di sigle e riferimenti specifici, corre il rischio di perdersi, ma là dove trova appiglio, ben stretto si tiene e si ritrova. Condivisibile… Egli conclude con un invito: ‘cari camerati, ripartiamo dal nord (ha, credo, in mente e nel cuore l’invito estremo di Mussolini al Lirico di Milano) e da dove siamo nati(piazza San Sepolcro): ‘Fascismo, Europa, Rivoluzione!’ (e qui la memoria e il vanto quando, per primi, lo lanciammo a sfida alla Sapienza nel ’68). E un invito può ben essere aggiunto: non lasciamo cadere le parole, queste sì di riflessione e di lotta, anche perché – mi si consenta la citazione da (ex) professore di filosofia – scrive Platone nelle Leggi: ‘l’inizio è sempre una divinità e, finchè abita fra gli uomini, salva ogni cosa’…
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Categorie: Europa, Merlino, Rivoluzione

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 24 Dicembre 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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