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Pietro Nenni e l’Ovra

Pietro Nenni e l’Ovra
di Giacinto Reale
  
Faccio una piccola digressione rispetto ai temi più abituali di queste notarelle di cose di storia, per affrontare un argomento riproposto alla mia attenzione da una veloce rilettura di  Le spie del regime di Mauro Canali (Bologna 2004).
All’origine della rinnovata curiosità per il volume, la recente pubblicazione, dello stesso autore, di Il tradimento (Venezia 2013), nel quale, con buona pace di Franzinelli e degli altri difensori delle “verità antifasciste”, viene tra l’altro definitivamente dimostrato, documenti alla mano, che Ignazio Silone fu un informatore e delatore dell’OVRA, e che per di più, proprio sulle sue spiate fu costruito in buona parte il processo a Gramsci… singolare scheletro nell’armadio per uno che era stato fondatore del PCdI, poi esponente di spicco del fuoriuscitismo antifascista, e rimane tuttora insostituibile punto di riferimento di una sinistra “che legge” e che fa del suo Fontamara una pietra miliare della narrativa novecentesca italiana

La prendo un po’ alla larga: Asvero Gravelli, che fu squadrista diciassettenne, dirigente delle Avanguardie e poi esponente di punta del fascismo intransigente, si fece ricevere, a guerra iniziata da poche settimane, da Mussolini (che aveva per lui una speciale simpatia, sì da avallare le malignità che lo volevano suo figlio naturale)  e, secondo quanto egli stesso riferirà in seguito, gli raccomandò, tra l’altro: “…come fosse necessario far sparire dagli archivi di Pubblica Sicurezza tuti gli incartamenti che riguardavano i fascisti che più attivamente degli altri avevano dato anima e partecipato alla rivoluzione”.
La richiesta, in quel momento nel quale andava ancora tutto per il meglio, se da un lato sembra provare la fama di menagramo che pure accompagnava il Gravelli, testimonia della sua giusta intuizione che, se c’è una cosa che in Italia sopravvive a tutti i cambi di regime, è la burocrazia, con il suo apparato di carte, custodite, più o meno ordinatamente, in Archivi più o meno accessibili.
Non sono, personalmente, un idolatra delle carte d’archivio: esse testimoniano un clima, indicano tracce da approfondire, ma vanno sempre maneggiate con cura, specie quando si parla di carte “riservate” fiore all’occhiello dei Servizi di tutti i tempi e tutti i Paesi.
Troppo spesso, anche in tempi recenti (pensiamo all’enorme mole di materiale relativa alle cosiddette “stragi di Stato), informative di Marescialli in fregola di carriera, rapporti di infiltrati in cerca di danaro, confessioni di pentiti bisognosi di nuove verginità, sono state alla base di castelli di carte destinati a cadere, non senza aver provocato prima effetti devastanti.
Con la fine del secondo conflitto mondiale gli Archivi più “sensibili” (pensiamo a Giustizia, Interni, Esteri), dopo una rapida ed interessata spulciatura degli Angloamericani, passarono nella disponibilità dei nuovi vincitori che altri non erano che gli sconfitti di ieri, reduci da un travagliato ventennio di difficile esilio all’estero.
È, quindi, più che naturale ipotizzare che qualcosa “si perse” e non tornò al suo posto… magari, a non voler pensar male, si trattava solo di carte che avrebbero potuto autorizzare un sospetto, diventare oggetto di una campagna di stampa denigratoria, provocare, a cascata, curiosità e voglie di approfondire.
Prendiamo il caso di Pietro Nenni, indiscussa icona dell’antifascismo, capo del potente Partito Socialista che, anche se legato a doppio filo al sovietizzato PCI, costituiva in fieri, nelle intenzioni degli occhiuti Servizi angloamericani il grimaldello per buttare gamballaria i progetti di vittoria  dei seguaci di Stalin.
Nominato Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo il 5 luglio del 1945, una delle prime questioni alle quali si interessò fu il recupero degli archivi di Ovra e Polizia Politica – 36 autocarri pieni di carte – trasferiti al Nord dal Governo della RSI e nella disponibilità dell’ambiguo Guido Leto.
Circolò così la voce – con successive  querele e controquerele risoltesi, però, in un nulla di fatto – che, durante il suo esilio, Nenni avesse lavorato per l’Ovra, e che il suo interessamento a quei 36 autocarri era dovuto proprio alla volontà di far sparire le prove relative.
Sulla questione vi sono alcuni documenti dei Servizi Segreti inglesi che sembrano rafforzare i dubbi, piuttosto che dissiparli”; così scrive Mauro Canali nel citato libro del 2004.
Tutto nasceva da contatti che un collaboratore di Leto, Ciro Verdiani, alto funzionario di Polizia, aveva preso, prima che la guerra finisse, con Mario Berlinguer, alto commissario aggiunto, facendogli sapere – come annotano i Servizi alleati – che era “in possession of documents regarding Nenni, who, when abroad, compromised himself with fascism”.
Si sarebbe trattato di cinque grossi faldoni (in effetti poi mai ritrovati), la cui esistenza era stata confermata agli inglesi da fonti italiane ritenute “as most reliable”.
Sta di fatto che il predetto Verdiani – che pure aveva operato nella RSI – non venne epurato, ma anzi reintegrato al suo posto, e intorno alla cella di Leto, detenuto a Regina Coeli, iniziarono strani movimenti: in particolare, un emissario di Ferruccio Parri, Presidente del Consiglio, incontrò il 30 agosto del ’45, nel carcere romano, l’ex Capo della Polizia, con l’intenzione di acquisire le prove suddette, quanto mai utili, visto il peggioramento dei rapporti con i social comunisti.
Non voglio qui farla lunga, con una storia che ha anche dello “specialistico”, ma va detto almeno che l’incaricato di “Maurizio” era il noto Luca Osteria, triplo giochista durante la RSI, passato al servizio della Presidenza del Consiglio con compiti informativi… egli, come risulta da un documento conservato all’Archivio Centrale dello Stato (sempre i benedetti Archivi!) riferì che Verdiani aveva fatto credere a Nenni (col quale pure si era incontrato): “di essere un suo confidente e di fornirgli importanti documenti di carattere politico compreso la pratica che lo riguarda e che è custodita tra gli incartamenti dell’archivio della Direzione di polizia a Valdagno. A Nenni interessa molto recuperare la propria pratica personale che, tra l’altro, contiene documenti comprovanti che l’attuale Vice Presidente del Consiglio ha prestato servizio per conto del 2° Bureau francese per alcuni anni”.
Tutta la vicenda, d’altronde, era abbastanza nota negli ambienti romani “che contavano”: Falcone Lucifero, Ministro della  Real Casa, il 7 settembre del ’45 annotava nel suo diario di essere stato messo al corrente di “porcherie” attuate da  Nenni per salvare una spia dell’OVRA, tale De Ritis, perché “prima della caduta del fascismo gli avrebbe portato danari di Bocchini a Parigi”.
Fin qui le informazioni di Canali  – mai, a quel che mi risulta, smentite o confutate – che un’ombra di dubbio la lasciano, anche se ormai credo interessi a pochi…
Un’ultima osservazione a margine: scorrendo nomi ed attività degli informatori dell’OVRA durante il regime, non si può non notare come uno dei filoni di indagine più consistente fosse quello del fascismo cosiddetto “eretico” (o “intransigente”) animato da diciannovisti ed ex squadristi.
Indagine non difficile, data la grande permeabilità di certi ambienti a suggestioni poliziesche (storia destinata a ripetersi, verrebbe di dire): negli elenchi ci sono, tanto per fare qualche nome: Sandro Pozzi, Enrico Brichetti, Mino Somenzi (“fiumani”), Piero Belli e Massimo Rocca (“diciannovisti”), Francesco Zito, Pietro Bologna e Francesco Bonetti (“dissidenti”, seguaci di Padovani, Sala e Giampaoli), Raffaele Vicentini, Gino Covre e Umberto Banchelli (“capi squadristi”)… è facile ipotizzare che per molti si trattò di un “gioco”, alla cui origine c’era il disperato bisogno di denaro che agitava questi deracines… comunque, sarebbe stato meglio evitare.

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Categorie: Fascismo, Ovra, Pietro Nenni, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 10 Dicembre 2013

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. L’OVRA raggiunse livelli di efficienza tali,che riuscì a infiltrare quasi tutte le organizzazioni antifasciste operanti all’estero.Compreso anche il vertice del partito comunista italiano che aveva sede nella capitale francese.Tale fu la fama dell’OVRA che paesi esteri come il Portogallo e altri paesi del sud America, chiesero la consulenza ai funzionari di polizia dell’OVRA nella organizzazione della loro polizia politica.Da aggiungere che l’OVRA composta da personale in organico alla polizia, mai ricorse alla tortura per debellare gli oppositori al regime. Fatto ampiamente comprovato e ammesso. L’OVRA operò intelligentemente e professionalmente, con le classiche armi di sempre, l’infiltrazione e la corruzione con il vile denaro.Tale fu la professionalità dei funzionari dell’OVRA che costoro, rimasero e furono confermati, quasi tutti, nei loro incarichi, anche nel dopoguerra, Costoro con lo stesso zelo repressivo smisero di colpire gli antifascisti e si diedero alla caccia al neofascista, arrestando ad esempio Julius Evola. Il solerte funzionario che arrestò Evola fu il famoso Federico D’Amato capo degli Affari Riservati del Viminale.In pratica furono dei tecnici buoni per tutti i regimi. In perfetta sintonia con il celebre rivoluzionario russo Leon Troztsky ( Brostein) il quale ripeteva che i regimi cambiano, ma la polizia rimane.

  2. Di cosa si occupava l ovra arrestava appartenenti agli altri partiti?

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