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L’inutile necessità del filosofare…

L’inutile necessità del filosofare…

di Mario M. Merlino

Oggi mi sento di nuovo dietro la cattedra, nell’aula del terzo piano, con la vetrata che riflette la luce da un fianco e, nei giorni di sole, mi costringe a volgere ad essa le spalle. In piedi. E, davanti a me, ingabbiati nei banchi, una trentina di alunni della classe terza, con le ragazze a fingersi già donne con il trucco sbavato e i ragazzi prigionieri di brufoli e modi scomposti. La classe terza che, nel liceo scientifico, equivale a sedicenni. Come dare loro la conoscenza e il piacere di accedere alla filosofia? Nella mia testa frulla Céline che ammonisce come “filosofare è solo un altro modo di aver paura e non porta ad altro che a dei vili simulacri”… Già, la paura più grande, la paura della morte perché, qualunque sia la risposta che ci costruiamo, essa non la giustifica nel nostro animo e non ne consola il tormento. «Oh no, non consolarmi della morte,/ inclito Ulisse. Ché vorrei servire/ come bifolco, per mercede, un altro,/ un pover uomo che scarso avesse il vitto/ piuttosto che regnar su tutti i morti che la morte consunse»: così si esprime l’anima del prode Achille, interrogato da Ulisse (Odissea, XI).

La poesia immortale… che importa, leggendo i pochi versi dell’Infinito, sapere chi ne trasse da sé l’ispirazione? Quel Leopardi, essere goffo e ridicolo e infelice e complessato con le donne per il fiato greve e con la vista corta e ingobbito ridotto a guardare dalle persiane socchiuse la figlia del cocchiere e sublimarne la morte precoce con la penna dopo, si intende, aver praticato con reiterato furore l’onanismo ad appagare le giovanili ondate ormonali. Ed Ettore e Andromaca alle Porte Scee, l’uomo conteso tra il compito a lui assegnato d’essere in prima fila, a comando dei soldati troiani, e gli affetti privati verso la donna e il figlio (ben dissimile, esempio tra i tanti, del generale Ambrosio che, abbandonate le truppe l’8 settembre, si giustificò che, in quei giorni di tragedia nazionale, era tutto impegnato nel traslocare se stesso famiglia arredo e quant’altro!)? Il nome stesso del poeta, Omero, nasconde l’insignificanza di colui o di coloro che si fecero cantori sì della gloria degli Achei ma non dimenticarono la pietas verso il destino dei vinti…

Eppure il verso sì si eleva oltre i marosi del tempo ma questi stessi marosi cancellano la carne le ossa il sangue di coloro che di quel verso furono immaginifici, a volte trascinando nel gorgo il medesimo nome…

Si elevino, dunque, sacre are agli dei di Grecia (“Ricordati, Critone, di onorare il dio Asclepiade con un gallo”) e di Roma davanti alla plebe e, su di esse, si offrano le interiora degli animali sgozzati o si estragga il cuore con il coltello di ossidiana dei prigionieri toltechi da donare al Serpente piumato nel lontano Mexico o si appendano ai rami del frassino antico e della robusta quercia i doni della caccia e della terra nelle inviolate foreste di celti e germani o si danzi intorno al fuoco al ritmo ossessivo dei tamburi e rivestiti di pelle di bisonte perché la mandria si offra all’arco alla lancia. E Dioniso espone allo strazio della carne il suo corpo e, nell’Eucarestia, si offre nella trasfigurazione e il banchetto sacro si consuma divorando del nemico abbattuto il fegato per acquisirne la sua forza (affascinante modo di dare al vinto dignità e valore!). Dei dal volto umano e dalla natura immortale per uomini mortali in cerca d’immortalità…

Eppure… gli dei sovente si rendono sordi e muti prendono i doni ma, in sovrano disprezzo delle vicende umane, si ritirano sull’Olimpo si celano dietro il cielo corruscato in qualche anfratto seguono altri sentieri ed altro pascolo. E ancora non è giunto il momento in cui l’uomo folle leverà, nella piazza del mercato, il grido e lancinante e fiero e disperato e, al contempo, annuncio d’altra danza e d’altro tempo Dio è morto!

Cosa dirò, dunque, a questi nuovi alunni con cui condividerò tre anni di ore trascorse con il legame, fragile e pur vincolante, della parola? Quale sarà il (in) segno che rimarrà sulla creta a dar essa forma? E, allora, la prima mossa… il significato del termine ‘filosofia’ e perché proprio in Grecia e non altrove dove pure fiorirono grandi civiltà d’arte e sapienza. E dovrò sottacere che, dietro il suo proporsi ‘scienza delle scienze’ (ricorda Platone ne La Repubblicanoi diciamo che amar qualcosa significa, se si dice rettamente, amar tutto e non una parte sì e una parte no”), cioè un sapere universale e necessario, ci sono uomini a interrogarsi come e se vi sia una via d’uscita e di salvezza dalla morte…

E, forse, racconterò loro – per circa quarant’anni – che amare o prendersi cura del sapere è una tensione una sfida una illusione forse un inganno a cui ci votiamo perché ‘la bella battaglia’ esula dal successo, anzi sovente è ancor più bella se destinata alla sconfitta (oh, Cyrano, il tuo pennacchio ti accompagna in cielo ed è la cifra del tuo valore! E, nell’Hagakure, è scritto che ‘il vero amore è quello inappagato’…). Senza di essa, nella palude di un universo senza l’interrogante, quanta tristezza e noia e grigiore… I Greci si fecero carico della verità strappata al Sileno dal re Mida nella radura e ci regalarono, di fronte alla vanità dell’esistenza, il senso tragico e la filosofia che, a ben guardare sono le facce del medesimo conio.
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Categorie: Filosofia, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 8 Dicembre 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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