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Il fuoco della Grande Guerra

Il fuoco della Grande Guerra
Di Mario M. Merlino
Intorno alla Grande Guerra si ebbe un immediato fiorire di romanzi diari biografie in numero e qualità impossibile da catalogare e valutare e senza citare saggi documenti ricostruzioni di singoli avvenimenti. Ricordo, a solo titolo d’esempio, Il Fuoco di Henri Barbusse, edito già nel 1916:  « (…) quei trenta milioni di schiavi che il delitto e l’errore hanno scagliati gli uni contro gli altri, nella guerra del fango, levano i loro volti umani ove finalmente germoglia una volontà. L’avvenire è nelle mani degli schiavi, e ben si comprende che il vecchio mondo verrà cambiato dall’alleanza che un giorno di stringerà fra coloro il cui numero è infinito come ne è infinita la miseria» (quando Céline pubblicò Viaggio al termine della notte fu salutato alla medesima stregua de Il Fuoco dai medesimi salotti e circoli della sinistra intellettuale, incapaci di cogliere – solo Trockij l’intuì e ne fece denuncia – che in Céline l’orrore per la guerra non è compensato da alcuna forma di illusione inganno o speranza di redenzione tramite o senza il proletariato in armi…).

Henri Barbusse aveva già pubblicato L’Inferno agli inizi del secolo: «Una confusione immensa mi disorienta. È come se non potessi vedere le cose quali sono. Vedo troppo e troppo in profondità». Un romanzo che sembra essere il precursore de La Nausea di Sartre e di Camus Lo Straniero. Negli anni ’50 il saggio di Colin Wilson, The Outsider, lo colloca quale ‘senso di alienazione, di irrealtà’. Poi lo scoppio della guerra, nel 1916 acausa di ferite viene ricoverato in ospedale, Il Fuoco è pubblicato lo stesso anno, il premio Goncourt, l’adesione incondizionata al comunismo, una biografia esaltata e esaltante Stalin.

Su questa linea di denuncia, di morte orrore fango, si inserisce – ed ebbe un successo tanto rilevante che il Nazismo, giunto al potere, mise al bando le sue opere ed anzi accusò l’autore di avere origini ebraiche. Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (il suo nome era Erich Paul Remark), a 18 anni volontario – e le pagine degli studenti, che inebriati dalle parole del loro professore, partono per il fronte, hanno un preciso richiamo alla scelta operata dallo scrittore – E il protagonista trova la morte, in uno di quei giorni di relativa quiete sulla linea contrapposta  delle trincee e da qui il titolo del libro, perché si sporge nel tentativo di prendere una farfalla – speranza e bellezza saranno effimeri doni eppure mai dome nella mente e nel cuore rispetto alla realtà brutale e feroce della guerra, dell’un contro l’altro armati: «Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello».

Eppure la guerra era stata esaltata da tutte le forze scese in campo con un entusiasmo che coinvolse la ‘vecchia’ Europa, le bandiere i fiori le bande musicali le giovani donne che si accompagnavano ai soldati in marcia verso i convogli militari in attesa alle stazioni o i volontari che affollavano strade e piazze davanti alle caserme. Lo scrittore viennese Stefan Zweig, ebreo e contrario alla guerra (nel 1942 si suiciderà con la giovane moglie in Brasile sotto l’incalzare delle drammatiche notizie che provengono da oltre l’oceano), ne Il mondo di ieri ne ricorda le immagini della capitale dell’Impero, una «città tutta in preda all’ebbrezza». E, «(…) malgrado tutto l’odio e l’orrore per la guerra, non vorrei cancellare quelle giornate dalla mia vita (…) Tutte le differenze di classe, di lingua, di religione erano in quel momento grandioso sommerse dalla grande corrente della fraternità». Poi, un conflitto pensato maldestramente della durata di pochi mesi – ai primi di luglio si ritenne che già in autunno sarebbe cessato – e maldestramente condotto dagli Stati Maggiori su schemi modello di quelli dell’Ottocento – masse d’urto di corsa verso le trincee nemiche, baionetta innestata con gli ufficiali la sciabola sguainata, mentre la mitragliatrice e il filo spinato ne decimavano le file e ne arrestavano l’avanzata…

Contro la guerra ritroviamo, pur con accenti diversi fra loro, molti degli scrittori ‘tentati’ dal fascismo – e su questo tema una chiara franca onesta riflessione non guasterebbe proprio per liberarli, da una parte, da veteri stereotipi a descriverli simili ad avvoltoi pronti a banchettare ovunque vi siano cadaveri, dall’altra, da chi confonde le ragioni della guerra con la sua esaltazione tout-court stabilendo frettolose equazioni su coraggio (leggersi il dialogo Lachete di Platone dove già si cerca darne definizione) leggi di natura (auto)disciplina senso del dovere e del sacrificio onore lealtà.

Di Céline s’è detto qui e in altre occasioni. Basterà ricordare, dunque, il poeta Ezra Pound che interpreta la guerra come eterno conflitto tra chi esercita l’onesto lavoro, intellettuale o manuale che sia, e tutti coloro che vi contrappongono il potere dell’oro i tassi d’interesse cambio della valuta aumento del valore monetario, insomma l’usurocrazia. «…Morirono a migliaia – e i migliori fra quelli, – per una vecchia cagna sdentata, – per una civiltà rattoppata, – fascino che fioriva in sorriso dalla bocca mite, – occhi vivi scomparsi sotto le palpebre della terra, – per qualche centinaio di statue rotte, – per poche migliaia di libri a brandelli» (da Ode per l’elezione del suo sepolcro).

Contrario lo fu Robert Brasillach che fece sua la domanda posta da Marcel Déat nell’articolo, apparso sull’Oevre il 4 maggio del ’39, dal titolo Morire per Danzica?. Così come lo condivisero gli intellettuali francesi ‘fascisti’, pur pronti a fare il loro dovere al momento della mobilitazione generale (a differenza dei comunisti che s’imboscarono per rispettare il patto fra Hitler e Stalin). Una ragione ‘politica’, si potrebbe definire, certamente, ma in Robert Brasillach vi è dell’altro e di più. In tutta la sua produzione di poeta romanziere giornalista, fin al limitare del plotone d’esecuzione, risuona un inno alla vita alla gioia all’amicizia alla giovinezza. È, forse, la sua una nota stonata rispetto all’orrore al sangue alla ferocia all’immenso carnaio e a l’inevitabile pessimismo che s’è disteso, simile a cappa mefitica, sulle terre d’Europa e penetrando nella nostra mente e nel nostro cuore? No, non voglio crederlo e non lo credo perché fummo e siamo testimoni, forse assai imperfetti, di quella ‘fierezza’ e di quella ‘speranza’ che ci ha consegnato, sì, proprio a noi, a cui è indirizzata, anno più anno meno, la Lettera a un soldato della classe quaranta

Si farebbe obbligo aggiungere Drieu la Rochelle, il Drieu, ad esempio, de La Commedia di Charleroi; soprattutto Ernst Juenger, che con Tempeste di acciaio divenne il massimo interprete di cosa fu e quali forze sprigionò la Grande Guerra.Ne avremo a parlare, in questo nuovo anno, che si propone quale centenario della Prima Guerra Mondiale…

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Categorie: Grande Guerra, Merlino, trentaottobre1922

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 31 Dicembre 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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