Ex oriente lux, ma sarà poi vero? (quinta parte)

Ex oriente lux, ma sarà poi vero? (quinta parte)
Di Fabio Calabrese
A suo tempo, vi ho presentato sulle pagine elettroniche di “Ereticamente” un saggio diviso in quattro parti, “Ex oriente lux, ma sarà poi vero?”, nel quale ho sviluppato una tesi che di certo a molti può apparire stravagante ed eretica quanto altre mai, che il mito della derivazione della civiltà umana da oriente, dal Medio Oriente in particolare, sia per usare un termine tecnico, una fola, una bufala.

In altre parole: se prendiamo in mano un qualsiasi testo di storia, di quelli impiegati nelle scuole e sui quali i nostri ragazzi cominciano a formarsi la loro visione delle cose, troviamo che la civiltà umana sarebbe nata per la prima volta tra Egitto e Mesopotamia, avrebbe avuto come protagonisti Egizi e Sumeri, Assiri e Babilonesi, e solo lentamente, attraverso una sorta di lento contagio, attraverso Fenici, Ebrei, Persiani e – buoni ultimi – Greci e Romani, avrebbe infine raggiunto il nostro continente. Può essere che questa concezione che ha dalla sua tutto il peso delle cose date per scontate perché ripetute in continuazione da un sacco di tempo, non sia niente altro che una falsificazione.

La ragione di questa falsificazione risiederebbe nel fatto che è precisamente nell’area mediorientale che è stata scritta la bibbia, il libro che nel mondo cosiddetto occidentale ci si ostina a ritenere “sacro” per eccellenza, e un’impostazione in ultima analisi biblica continuerebbe a essere alla base di tutta la nostra visione della storia: articolata, accresciuta di complessità dalle ricerche successive, ma mai messa veramente in discussione nei suoi fondamenti. In sostanza, nelle scienze storiche non sarebbe mai avvenuta quella rivoluzione che Copernico e Galileo hanno portato nell’astronomia e nelle scienze fisiche, e Darwin nelle scienze biologiche, scontrandosi frontalmente in entrambi i casi con il dogma biblico. La storia starebbe ancora aspettando il suo Copernico, il suo Galileo, il suo Darwin.

Nonostante questo, noi abbiamo visto che la favola dell’origine mediorientale della civiltà riesce a sopravvivere solo al prezzo di pesanti censure, dell’ignoranza imposta di determinati fatti. Nelle quattro parti precedenti di questo saggio li abbiamo visti con ampiezza, ragion per cui mi limiterò ora a un breve riepilogo.

I circoli megalitici preistorici europei, primo fra tutti quello di Stonehenge, i cui allineamenti rivelano una conoscenza astronomica raffinata.

Europea e non mediorientale sarebbe la scoperta dei metalli: il più antico attrezzo metallico conosciuto è al presente l’ascia di rame di Oetzi, l’uomo del Similaun, di almeno cinque secoli più antica dei più antichi analoghi attrezzi mediorientali.

Europea e non mediorientale sarebbe l’origine dell’addomesticamento e allevamento di animali: qui la prova è di ordine biologico: la capacità di metabolizzare il latte vaccino in età adulta, che è un adattamento darwiniano al consumo di questo alimento, è massima fra la Scandinavia e l’arco alpino, e decresce man mano che ci sposta verso l’est e il sud.

Europea e non mediorientale sarebbe l’invenzione della scrittura: la più antica forma di scrittura conosciuta sono i pittogrammi contenuti nelle tavolette cosiddette “di Tartaria” ritrovate nel 1962 dall’archeologo rumeno Nicolae Vlassa nel sito di Turda in Romania appartenente alla cultura Vinca, che sono più antichi di almeno mille anni dei più antichi pittogrammi sumerici conosciuti.

E’ da notare che attorno a questa scoperta capace di spazzare via da sola tante inesattezze e falsità sulla nostra storia remota, storici e archeologi hanno eretto un vero e proprio muro di silenzio, sì che in oltre mezzo secolo nulla è trapelato al grosso pubblico.

Facevo anche notare che la questione non è soltanto storica e accademica ma ha un preciso RISVOLTO POLITICO che si riflette sull’attualità: tutto ciò che può aiutare gli Europei a ritrovare l’orgoglio delle loro origini va contro gli interessi di un potere mondialista che oggi cerca prima di tutto di distruggere la cultura dei popoli europei attraverso l’americanizzazione forzata, e poi di arrivare alla loro stessa scomparsa attraverso la creazione di società multietniche con un preponderante elemento ibrido di origini extraeuropee, complice l’immigrazione selvaggia e incontrollata di cui vogliono imporci a tutti i costi l’accettazione supina.

Come ho ricordato in un articolo posteriore, si è arrivati al punto che tempo fa un servizio sull’Età del Bronzo in Scandinavia è stato censurato dalla televisione svedese perché ritenuto offensivo dalla comunità mussulmana ivi insediata, dato che sciaguratamente l’invasione islamica ha oggi impestato la Scandinavia come uno sciame di cavallette, di parassiti che sfruttano la generosità delle istituzioni sociali del nord dell’Europa. Vogliono ottenebrarci la mente per consegnarci accecati al destino che hanno già deciso per noi.

L’altro – ovvio – aspetto della questione è che la chiara riprova che la narrazione che sta alla base della religione più diffusa nel mondo occidentale, di storico in realtà non ha nulla, potrebbe indebolire gravemente le posizioni di questa religione, ma considerato che quest’ultima non è che un’eresia ebraica di evidente origine non-europea che nella cultura dell’Europa ha sempre rappresentato un’intrusione, un corpo estraneo, e che oggi i suoi leader e adepti che costituiscono il cosiddetto clero sono massicciamente impegnati a favore del mondialismo, della non resistenza all’invasione, potrebbe essere un motivo in più per sbarazzarcene finalmente e riscoprire le più autentiche radici spirituali dell’Europa.

Un’osservazione che non si può proprio fare a meno di aggiungere: in quell’istituzione disastrata che è in particolare la scuola italiana, dove è ormai del tutto venuta meno la pretesa di trasmettere conoscenze alle nuove generazioni, ed essa è stata ormai sostituita dall’indottrinamento e rimbecillimento ideologico di sinistra, in particolare l’insegnamento della storia è diventato appannaggio esclusivo di marxisti, dai docenti universitari a quelli delle medie, agli estensori di manuali. Ora è vero che costoro sono interessati alla mistificazione e alla manipolazione della storia contemporanea piuttosto che di quella antica, ma il fatto che costoro non siano arrivati nemmeno lontanamente a sospettare la deformazione cristiano-biblica di base della nostra concezione della storia, dimostra in maniera solare, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il cosiddetto “socialismo scientifico”, arma intellettuale di cui pretendono di essere muniti, di scientifico in realtà non ha un bel nulla.

Dal momento della stesura delle prime quattro parti di questo saggio a ora, sono emersi nuovi fatti, nuove conoscenze che si possono collegare a quanto già sappiamo, ed è dunque venuta l’ora di stilare un aggiornamento.

Io credo personalmente di essere dotato di una cultura alquanto vasta e che spazia in ambiti diversi, ma di certo non pretendo di avere il dono dell’onniscienza, così credo che non vi stupirete se comincerò con alcune informazioni già note all’epoca della stesura dei primi quattro articoli, e che pure esse contribuiscono a completare il quadro di un’Europa già dalla remota preistoria molto più civile di quel che avremmo supposto, di quel che finge di supporre la storia “ufficiale”. 

Il fenomeno del megalitismo non è esteso, come verrebbe da credere, alle sole Isole Britanniche ma a tutta l’Europa. Non c’è solo Stonehenge, ma quasi dappertutto sul nostro continente troviamo circoli di pietre allineati secondo rapporti con fenomeni astronomici (solstizi, equinozi, eclissi, lunazioni) che lasciano supporre una conoscenza astronomica raffinata in epoche remote che siamo abituati a pensare come “primitive”. Negli anni più recenti le ricerche archeologiche hanno messo in rilievo la presenza di monumenti megalitici nell’Europa centrale.

La più nota Stonehenge tedesca, sia pure ben poco conosciuta fuori dai confini nazionali, è Externsteine, di cui vi riporto un breve stralcio della descrizione che ne dà Wikipedia:

“Externsteine è un complesso megalitico situato in Germania, nella regione Renania Settentrionale-Vestfalia, nella foresta di Teutoburgo, presso la città di Horn-Bad Meinberg. Si ritiene che l’etimologia del nome sia legata alle vicina area montuosa chiamata Egge Range (il nome significherebbe, dunque, rocce dell’Egge). I resti del complesso sono costituiti da un cerchio di circa 80 metri di diametro, un fossato, un tumulo e due palizzate di legno all’interno delle quali si aprono tre porte (una a nord, una a sud-est, una a sud-ovest).

Dal punto di vista geologico, le rocce sono costituite di arenaria, originarie del Cretaceo (circa 120 milioni di anni fa).

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che si possa trattare di un santuario proprio alla cultura pagana e dunque orientato prevalentemente al culto del sole. Con l’aiuto di alcuni astronomi si è osservato come, ponendo al centro del cerchio una figura umana, questa potrebbe osservare il giorno del solstizio d’inverno il sole sorgere e tramontare attraverso le due porte poste a sud, il che ne farebbe un osservatorio solare. Il legame con il sole e il relativo culto sembra essersi rafforzato con la recente scoperta – avvenuta a circa 20 km da Goseck – del così detto Disco di Nebra, un disco astronomico di bronzo.

Di quell’interessantissimo reperto che è il disco di Nebra parleremo fra poco.

Si può notare che la zona dove sorge Externsteine è da sempre ritenuta un’area di influenze magiche, situata nella foresta di Teutoburgo dove Arminio inferse una disastrosa sconfitta ai Romani (la peggiore tra Canne e la decadenza dell’impero). Nelle vicinanze si trova il castello di Wevelsburg dall’insolita forma a pianta triangolare che fu scelto come sede e luogo di riti iniziatici da Heinrich Himmler, quando decise di fare delle SS, inizialmente la guardia del corpo di Hitler e dei gerarchi nazionalsocialisti, l’equivalente di un ordine monastico-cavalleresco.

Tuttavia, un decennio fa, un’altra “Stonehenge tedesca” è emersa alla luce nella località di Gosek, e della quale il grosso pubblico fuori dai confini della Germania è ancora meno a conoscenza che di Externsteine.

Un articolo dell’8 agosto 2003 comparso su Deutsche Welle ha raccontato al mondo del ritrovamento della Stonehenge tedesca di Goseck, scoperta nel settembre precedente, ma come vedremo, non è la sola:

Esperti tedeschi hanno salutato il più antico osservatorio astronomico d´Europa, scoperto nella Sassonia-Anhalt lo scorso anno. La tranquilla città di Goseck, nel cuore del distretto di Weissenfels, nello stato tedesco orientale della Sassonia-Anhalt, brilla in un´estate brutalmente calda, ed i residenti cercano respiro all’ombra. Niente poteva lasciar pensare che la scoperta in cui gli archeologi sono inciampati lo scorso settembre, si sarebbe rivelato uno dei più antichi osservatori astronomici mai dissotterrato.

Gli esperti tedeschi hanno dichiarato che è una “pietra miliare nella ricerca archeologica”, all’atto di pubblicare i dati del ritrovamento. L’archeologo di stato Harald Meller ha dichiarato che il sito, che si ritiene fosse un monumento per l´esercizio di un antico culto, offra il primo sguardo sul mondo religioso e spirituale dei primi coloni europei. Francois Bertemes dell’Università di Halle-Wittneberg ha stimato che il sito risalga a circa 7000 anni or sono. Lo ha descritto come “uno dei più antichi siti sacri” scoperti nell’Europa centrale.

Mediante l´analisi al radiocarbonio di due punte di freccia ed ossa di animale trovate all’interno del comparto circolare del sito, gli archeologi sono stati in grado di determinare la data delle origini. Dicono che con tutta probabilità può essere fatto retrocedere al periodo compreso tra il 5000 ed il 4800 a.C. Se questo fosse il caso, renderebbe il sito di Goseck il più antico osservatorio astronomico datato nella storia europea.

Ma non è solo l´età che rende la locazione di Goseck così insolita. Paragonato agli altri circa 200 simili siti preistorici sparsi attraverso l’Europa, il sito di Goseck evidenzia sorprendenti deviazioni. Invece degli usuali quattro accessi al comparto circolare, il monumento di Goseck ne ha solo tre. Il comparto murato consta anche di un´inusuale formazione di cerchi concentrici di palizzate di legno ad altezza d´uomo. Gli anelli e le entrate nei cerchi più interni si fanno via via più stretti a mano a mano che ci si avvicina al centro, indicando forse che solo poche persone potevano raggiungere il cerchio più interno.

Wolfhard Schlosser della Ruhr University Bochum ritiene che la costruzione unica del sito indichi sia uno dei primi esempi di osservatorio astronomico. Schlosser, specialista di astro-archeologia, ha dichiarato che l´entrata meridionale punta il sorgere ed il tramontare del sole nel solstizio d´estate e d´inverno, mettendo in condizione i primi europei di determinare con accuratezza il corso del sole attraverso il cielo. Schlosser è convinto che il sito fosse costruito per l´osservazione di fenomeni astronomici come il movimento del sole, della luna e delle stelle, e per tracciare il corso del tempo. Questi cicli celesti sarebbero stati importanti per le semine ed i raccolti delle prime civiltà.

Ma Goseck non è semplicemente una “costruzione calendario” ha spiegato Schlosser, “piuttosto chiaramente un edificio sacro”. Gli archeologi hanno trovato dovizia di prove che provano come Goseck fosse un luogo di venerazione di culti preistorici. La disposizione delle ossa umane, per esempio, è tipica dei siti sepolcrali, e segni indicativi praticati su di esse indicano che vi fossero praticati sacrifici umani.

Bertemes ha dichiarato che non è strano che gli osservatori astronomici funzionassero come luoghi di venerazione e centri di vita sociale e religiosa.

Il sito di Goseck, eretto dalle prime comunità di coloni tra l´Età del Bronzo e quella del Ferro, era concluso 3000 anni prima dell’ultima fase di costruzione dei megaliti di stonehenge in Gran Bretagna.

Gli esperti stanno anche tracciando paralleli tra i tumuli di Goseck ed un´altra scoperta ugualmente spettacolare compiuta nella regione. “La formazione del sito, il suo orientamento ed i segni dei solstizi di estate e inverno mostrano analogie con il famoso “Disco di Nebra”, malgrado il disco fu realizzato solo 2400 anni più tardi” ha dichiarato Schlosser.

Il disco di Nebra, risalente a 3600 anni or sono, fu scoperto a soli 25 chilometri di distanza da Goseck nella boscosa regione di Nebra ed è considerato la più antica rappresentazione concreta del cosmo. Il disco di 32 centimetri è decorato con simboli di lamina d´oro in rilievo che rappresentano chiaramente il sole, la luna e le stelle. Un ammasso di sette punti è stato interpretato come la costellazione delle Pleiadi come appariva 3600 anni or sono. Schlosser ritiene che le formazioni sul disco si siano basate su precedenti osservazioni archeologiche, che potrebbero essere state fatte a Goseck.

Gli archeologi sono certi che l´osservatorio, con la sua principale funzione di tracciare il tempo, giocò un ruolo cruciale in una società dominata dai mutamenti stagionali. Teorizzano che l´osservatorio di Goseck ed il disco di Nebra indichino che le conoscenze astronomiche fossero collegate ad una visione mitologica-cosmologica del mondo dei primi tempi della civiltà.

Gli archeologi hanno notato da immagini aeree scattate nel 1991, che il sito di Goseck era caratterizzato da una serie di tumuli di terra orientati geometricamente. Ma si è dovuto attendere fino allo scorso anno perché venisse intrapreso uno scavo. Poiché è stato destinato ai campi-studio degli studenti dell’Università di Halle-Wittenberg, è aperto per un numero limitato di settimane all’anno. L´anno prossimo un gruppo di studenti dell’Università di California a Berkeley avranno la possibilità di scavare il sito.
Vediamo di capire cos’è il disco di Nebra di cui si parla qui, e che forse non tutti conoscono: è un oggetto che apparentemente non sembra avere nulla di eccezionale, un disco metallico di bronzo con applicazioni in oro di una trentina di centimetri di diametro con incise delle figurazioni astronomiche: il sole (o la luna piena), la luna (falcata), diverse stelle fra le quali è riconoscibile il gruppo delle Pleiadi. L’aspetto eccezionale del disco, però non è dato solo dal fatto che esso risale all’Età del Bronzo ed è la più antica rappresentazione conosciuta del cielo, ma dal fatto che posizionandosi sul vicino monte Mittelberg e usando come punto di riferimento il Brocken, il monte più alto della Germania del nord, traguardando attraverso i due archi posti ai lati del disco, è possibile determinare la posizione del sole al tramonto in coincidenza con gli equinozi di primavera e d’autunno; è un oggetto che presuppone una conoscenza astronomica raffinata e sorprendentemente precoce. Lo si potrebbe forse definire una Stonehenge portatile.

Il disco, ritrovato da due saccheggiatori di tombe nel 1999, è venuto nelle mani delle autorità nel 2001.

In questo caso, un collegamento con le Isole Britanniche e la loro cultura megalitica, più che probabile, è praticamente certo:

La piastra fu sottoposta ad analisi comparata tramite fluorescenza X da parte di E. Pernicka, allora all’università di Freiburg in Sassonia. L’esame degli isotopi di piombo radioattivo contenuti nel rame avevano inizialmente attribuito la sua provenienza dalla regione di Bischofshofen, nel Mitterberg, nelle Alpi austriache orientali, circa 50 km a sud di Salisburgo. Per l’oro si era ipotizzata una provenienza dai Carpazi. Analisi più recenti condotte dallo stesso Pernicka e da altri studiosi ritengono invece che l’oro provenga dal fiume Carnon in Cornovaglia e che anche lo stagno contenuto nel bronzo provenga dalla stessa regione inglese. (da Wikipedia).

E’ dunque del tutto verosimile supporre un collegamento fra il megalitismo britannico e Externsteine, considerando che Nebra e Goseck si trovano nel raggio di una ventina di chilometri da quest’ultimo sito.

Come nel caso della cultura megalitica britannica, si può ipotizzare che le conoscenze astronomiche espresse in questo artefatto non avessero solo delle finalità pratiche (connesse ad esempio col ciclo stagionale dei lavori agricoli) ma anche religiose, essendo il Cielo la sede degli dei; infatti, riporta ancora Wikipedia:

Secondo l’opinione degli esperti, si tratta del più antico ed evoluto modello rappresentativo del cielo notturno in ogni epoca, opera di una civiltà mitteleuropea e, di conseguenza, la prima raffigurazione del cosmo nella storia dell’umanità, che anticipa di 200 anni la scoperta del più antico reperto egiziano. Secondo l’archeologa Miranda Aldhouse Green racchiude i simboli di un tema profondamente religioso come il sole, l’orizzonte per i solstizi, la barca del sole, la luna ed altri esemplari particolari di stelle: le Pleiadi. Gli artefici dello scudo hanno voluto sicuramente raggruppare tutti gli altri simboli di culto venuti alla luce anche in diverse regioni europee; esso fa parte quindi di un complesso sistema religioso diffuso in tutta Europa; forse indica un messaggio di fede. L’uomo mitteleuropeo dell’età del bronzo era già in grado di esprimere il proprio credo religioso, (o per lo meno l’essenza della religione) in una forma semplice e pratica.         


Una serie di scoperte in grado di rivoluzionare l’immagine che abbiamo della preistoria europea e del ruolo del nostro continente nell’incivilimento umano, o che almeno lo sarebbero se non ci fosse un’accorta censura a impedire che queste cose possano giungere all’orecchio del grosso pubblico, tuttavia, come vedremo, questo assolutamente non basta perché negli ultimissimi anni sono venute alla luce ulteriori scoperte, cui dedicheremo la sesta parte di questo saggio.


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Categorie: Archeostoria, ex oriente, Externsteine, Goseck, Nebra

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 Dicembre 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Se guardate il primo megalito a sinistra nella foto delle Externstein noterete che raffigura un uomo crocifisso con la testa inclinata.Occorre notare che i primi crocifissi come noi li conosciamo in Germania vengono creati dopo il 772 d.c..E’ probabile che Carlo Magno e i primi vescovi cattolici in Germania abbiano plagiato da lì il crocifisso cristiano mentre in origine raffigurava la crocifissione di Wotan.Vedere Hitler l’ultimo avatar di Miguel Serrano sul tema.

  2. Anonymous

    Giustissima osservazione. Infatti, fino a Carlo Magno i simboli cristiani sono il pesce oppure il monogramma XP (Chi e ro dell’alfabeto greco, iniziali di “Christos”). Il cristianesimo ha scopiazzato i simboli pagani a man bassa, a cominciare dalle festività (natale, solstizio d’inverno, pasqua, festa della dea germanica della primavera Ostara, e infatti ancora oggi si chiama Ostern in tedesco ed Easter in inglese, ognissanti, Samain, il capodanno celtico), ma che anche il crocifisso sia una scopiazzatura, questo proprio non l’avevo pensato, Grazie,
    Fabio Calabrese

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