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La verita’ su Dante Di Nanni, e non solo (Prima Parte)

La verita’ su Dante Di Nanni, e non solo (Prima Parte)
di Giacinto Reale


PREMESSA (tanto per restare a Torino)
All’alba del 25 aprile del 1921, 32 squadristi torinesi muovono all’assalto della munitissima Camera del Lavoro cittadina: si tratta di un’azione di rappresaglia, dopo che la sera prima l’operaio mutilato di guerra Cesare Oddone, aderente al fascio cittadino, è stato freddato da un avversario, e fa seguito ad un primo assalto fallito per l’intervento della forza pubblica e l’intenso fuoco di fucileria dall’interno.
Colpito a morte da una scheggia di bomba e da un proiettile al capo, cade lo studente diciannovenne Amos Maramotti che, con un singolare presentimento, ha poco prima indirizzato alla madre un biglietto (foto a sx) su cui c’è scritto: “Vado forse a morire. Non piangere, ma sii orgogliosa di tuo figlio. Viva il Fascismo. W l’Italia. Tuo figlio, Torino 25 notte”.
Questa la versione fascista dei fatti, accettata anche nel dopoguerra da studiosi dell’altra parte.

Se, però, un ricercatore scoprisse (per esempio sulla base del referto autoptico, di un rapporto di polizia fin qui ignorato, o di qualsivoglia altro documento “attendibile”) che Maramotti si trovava a passare di lì per caso, o, che so, fu colpito da fuoco amico, e il biglietto alla madre è un falso costruito a posteriori, accetterei la nuova versione senza fare drammi, anzi grato a chi la verità ha ristabilito, anche se non mi piace.
Questo, credo sia l’atteggiamento giusto di fronte a rivelazioni simili… così, però, non la pensano a sinistra: dopo gli attacchi ai lavori di Pansa, è toccato, in tempi recenti, al libro di Fertilio sui fratelli Cervi e a quello di Luzzatto sul “segreto brutto” di Primo Levi.

Ora siamo di fronte ad un altro disvelamento, del quale ci ha informato Giorgio Ballario su La Stampa, riprendendo un articolo apparso su Studi storici, l’insospettabile rivista dell’Istituto Gramsci, a firma di Nicola Adducci, in dicembre dell’anno scorso (e già il silenzio sceso sulla vicenda in tutto questo tempo la dice lunga) e riferito alla morte, il 18 maggio del ’44, di Dante Di Nanni proclamato “eroe nazionale” e decorato di medaglia d’oro al valor militare.

Incuriosito dalla notizia, mi sono procurato la rivista (e non è stato facile), e devo dire che nellae 50 pagine circa di Adducci ci sono molte cose interessanti, anche al di là dell’episodio specifico…
IL FATTO (come ce l’hanno raccontato finora)
La mattina del 18 maggio del 1944, in via San Bernardino, in Borgo San Paolo, popolare quartiere di Torino, si svolge una violenta sparatoria: militari fascisti e tedeschi, in numero via via crescente, circondano uno stabile nel quale è asserragliato un partigiano che si difende con lanci di bombe a mano e colpi di pistola.
E mentre attorno continuano a sparare Di Nanni (è il nome del partigiano ndr) si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile, e attende, al riparo dai colpi. Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera, e, con uno sforzo disperato, si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari, invece, cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato, poi si getta di schianto”.

Questa la versione (dovuta alla fantasia di Giovanni Pesce, il capo del nucleo GAP cui apparteneva il giovane partigiano) passata alla storia della morte di Dante Di Nanni, che viene raccontato come reduce, ferito da un’azione gappista che ha fatto saltare in aria una centrale radio della Repubblica, tradito da un delatore fascista che ha fatto scoprire il rifugio nel quale si era nascosto, eroico fino al suicidio per non cadere in mano al nemico.
L’Italia della Resistenza intitolerà a Di Nanni una Brigata partigiana e, a conflitto finito, strade e giardini… da lui prenderà anche il nome una colonna delle BR e gli saranno dedicate canzoni e poesie.
Ora, seguendo il testo di Adducci (il virgolettato, per comodità messo anche in maiuscolo, è riproduzione originale), vediamo come andarono veramente i fatti.
La ricostruzione che farò qui potrà sembrare un po’ lunghetta, ma credo meriti, perché questo caso può essere assunto a campione esemplare di vicende e comportamenti che –ancorché ancora non rivelati- furono comuni a molta Resistenza.
L’andamento potrà ricordare a qualcuno lo script di un film giallo (e anche per questo il racconto l’ho articolato per “scene”), ma le cose andarono veramente così…

IL FATTO E L’ANTEFATTO (come andarono veramente) 


1. La Resistenza a Torino, fino ai primi mesi del ’44, stenta ad organizzarsi: attentati di poco conto ad automezzi, che comunque creano un “DIFFICILE RAPPORTO (…) TRA L’OPINIONE PUBBLICA CITTADINA E L’ATTIVITÀ TERRORISTICA DEI GAP”, finché l’eliminazione di un ufficiale repubblicano, Domenico Giardina, provoca la reazione poliziesca che scompagina l’esile struttura partigiana, peraltro controllata da trozkisti ed uomini del gruppo comunista “eretico” Stella Rossa, accusati dall’apparato del PCI di “MANCANZA DI MATURITÀ E SENSIBILITÀ POLITICA (…) COMPAGNI ED ELEMENTI CHE SI PRESENTANO TALI CHE NON HANNO RIPUGNANZA AD AVERE CONTATTI E AD ASSISTERE A RIUNIONI O DISCUTERE CON SIMILI ARNESI DELLA POLITICA FASCISTA”.
2. Le cose cambiano con l’arrivo in città di Giovanni Pesce, già combattente della guerra di Spagna: egli si dà da fare per creare una nuova colonna GAP strettamente dipendente dal PCI, emarginando gli elementi di Stella Rossa, il cui capo verrà ritrovato ucciso il 19 giugno del ’44 con modalità tali che “I SOSPETTI CIRCA IL MOVENTE E I MANDANTI DELL’OMICIDIO RICADONO SUI DIRIGENTI DEL PCI” (pratica, è da dire, abbastanza comune all’epoca).
3. Il nuovo reclutamento porta tra le file partigiane (insieme a “DIVERSI GIOVANI DI BORGATA, CERTAMENTE CORAGGIOSI, MA NON POLITICIZZATI, CHE VIVONO VITE DIFFICILI AI LIMITI DELA LEGALITÀ E TALVOLTA ANCHE OLTRE”) due amici, abitanti nello stesso palazzo, Dante Di Nanni e Francesco Valentino: restano, però, poche le armi, gli appartamenti di ricovero-nascondiglio, i fiancheggiatori.

4. L’attività di attacchi dall’esterno alle caserme o ad autocarri isolati può così riprendere: proprio nel corso di una di queste azioni, il 15 febbraio, Di Nanni resta ferito alla gamba destra dalle schegge di un’esplosione (e la cosa avrà la sua rilevanza, come vedremo).

5. Il Di Nanni, però, ai primi di maggio si presenta al Distretto (come ha già fatto l’altro aspirante terrorista e suo amico Valentino) per rispondere alla chiamata del “bando Graziani”: la tesi di Adducci è che lo faccia per ottenere una maggiore agibilità in città, con i documenti in regola, ma è lecito pensare anche ad un’ipotesi di sganciamento da una struttura (i GAP) che si sta dimostrando poco incisiva.

Prova ne è che il 14 maggio i due –che ancora non sono stati informati dell’azione che verrà loro affidata due giorni dopo- violando ogni regola di sicurezza, collocano degli ordigni a miccia sui davanzali delle finestre di un loro coinquilino “fascista”, ma col quale avevano da tempo “CATTIVI RAPPORTI (…) PER QUESTIONI DI VICINATO”; individuati, sono costretti a darsi alla latitanza.
6. La notte del 16, Di Nanni, Valentino e tale Giuseppe Bravin vengono comandati per un’azione terroristica: far saltare in aria i trasmettitori del “Centro di disturbo delle trasmissioni radio alleate”, organizzato dalla RSI nella zona delle basse del torrente Stura.
Non proprio un obiettivo di primaria importanza militare, ma comunque rischioso, perché ben sorvegliato da uomini (ex carabinieri) della GNR e situato nelle vicinanze di fabbriche a loro volta vigilate da fascisti e tedeschi.
7. L’operazione parte male: uno dei carabinieri dà l’allarme, e accorrono rinforzi; i tre terroristi si danno a fuga precipitosa, lasciano gli esplosivi sul posto, e maldestramente si feriscono tra loro: Bravin resta così colpito ad un piede, mentre Valentino viene raggiunto da proiettili degli inseguitori.
Il solo Di Nanni, incolume, riesce a fuggire, e si rifugia, contro il sia pur minimo buon senso, nell’appartamento-base di via San Bernardino, dove trova ad attenderlo Pesce, che forse ha assistito, in un ruolo non programmato di copertura ma senza intervenire, all’intera azione fallita.
Tra i due la situazione si fa convulsa: se si sentono al sicuro, perché convinti che gli altri partecipanti all’attentato sono morti e, quindi, non possono tradirli, sono però preoccupati dalla necessità di “PROTEGGERE IL GIOVANE (Di Nanni ndr) E L’INTERO SISTEMA GAP DALLE CRITICHE E DAI PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI CHE IL COMANDO GENERALE (delle Brigate Garibaldi ndr) POTREBBE PRENDERE” per l’avventatezza con la quale è stata condotta l’azione.
8. Il “Centro di disturbo”, obiettivo del fallito attentato, frattanto, salta in aria per un fortuito accidente: un artificiere (o vigile del fuoco), maneggiando disinvoltamente le cariche lasciate dai gappisti ne provoca l’esplosione, con la distruzione della stazione radio e un paio di morti.
Tutto ciò mentre uno dei due arrestati, il Valentino, interrogato “efficacemente” comincia a parlare (una volta superato il vincolo delle 24 ore per la messa in sicurezza dell’apparato terrorista), fino a rivelare tutto sulla struttura gappista e gli indirizzi delle basi, ivi compresa quella di via San Bernardino.

(segue)
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Categorie: Fascismo, GAP, Squadrismo, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 13 Novembre 2013

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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